Anna Linda Callow, La lingua che visse due volte

"Free Ebrei", IX, 1, giugno 2020









Abstract

Giuliana Iurlano reviews Anna Linda Callow's essay on the history of the Hebrew, focusing on the rebirth of the language as a vernacular in modern Israel.





La storia del più antico idioma del mondo, l’ebraico, è ripercorsa nel tempo da Anna Linda Callow in un saggio che, partendo da una prospettiva soggettiva (la scoperta personale di una lingua “esotica e fascinosa”, “piena di sorprese”), va al fondo delle sue radici in maniera appassionata e coinvolgente. L’ebraico è, infatti, sia la lingua santa (leshon ha-kodesh) ormai da tre millenni, sia la lingua moderna, l’ivrit, parlata in Israele. Ma proprio su questo secondo aspetto – l’obiettivo di riportare a nuova vita una lingua scritta usata soltanto in ambito religioso – c’è stato un lungo e vivace dibattito prima che l’ebraico si affermasse inizialmente nello Yishuv e, poi, dal 1948, come lingua ufficiale dello Stato di Israele. Nel 1913 scoppiò la famosa “guerra delle lingue” tra ebraico e tedesco, che si contendevano l’insegnamento al Politecnico di Haifa, finanziato da filantropi tedeschi, e la cui costruzione fu interrotta finché, nel 1914, non si decise per l’ebraico. Da allora in poi, ebbe inizio la nuova vita di questa lingua, adattata al parlato e arricchita continuamente di vocaboli necessari per una comunicazione moderna. Tra il 1923 e il 1936, a dare forza alla richiesta, prese piede il combattivo slogan “Ivri, dabber ivrit!” (“Ebreo, parla ebraico!”) del Battaglione dei difensori dell’ebraico, attivo nella Palestina mandataria e figlio dell’illuminismo ebraico, l’Haskalah, che si era diffuso a Berlino tra il 1770 e il 1880, con lo scopo di modernizzare la società ebraica anche nei curricula scolastici e di favorire l’integrazione degli ebrei.

     L’ebraico antico è una lingua che affascina, a partire dal racconto della Genesi, in cui il Dio biblico riempie il vuoto primordiale con una serie di comandi vocali che costituiscono l’atto creativo (“yehi or!” e “vayhi or”), ma poi lascia all’uomo, Adamo, il compito di attribuire il nome agli elementi del creato. Si tratta di un passaggio di testimone fondamentale dal divino all’umano, che non riguarda soltanto l’atto dell’attribuzione di un nome, ma anche l’importanza della parola, in particolare della parola scritta, tanto che il Popolo di Israele sarà il “Popolo del Libro” per antonomasia. Ma anche la parola sacra apre al pluralismo, al contraddittorio, alla fluidità insita nella stessa struttura delle lingua e, poi, col passare del tempo, anche nel suo uso: «La storia linguistica delle comunità della diaspora si svolse [...] su due binari paralleli: l’ebraico da un lato – coltivato dai maschi colti – e le “lingue ebraiche” parlate da tutti nella vita quotidiana, dall’altro: il giudeo-italiano, nei suoi vari dialetti regionali; il giudeo-spagnolo; il giudeo-arabo; il giudeo-persiano; lo yiddish (solo per citarne alcune)» (p. 33). L’alfabeto ebraico, costituito da pittogrammi che diventano lettere e da lettere che sono anche numeri, è il pilastro della creazione divina: contare e raccontare, numero e narrazione, in molte lingue derivano dalla stessa radice. Ma l’ebraico è anche una lingua che si presta all’uso di complesse metafore, di immagini e similitudini che si intrecciano nel testo biblico e ne costituiscono il tessuto poetico e, soprattutto, quando si riferiscono alla divinità ­– il cui nome è impronunciabile e che non può essere riprodotto sotto forma di immagine concreta – ne esprimono metaforicamente tutta la potenza figurativa ed evocatrice. Lo studio dei testi è da secoli l’asse portante dell’ebraismo, ma dopo la distruzione del Tempio la prassi religiosa subì un ulteriore slittamento verso la parola. La Torah – inizialmente tramandata oralmente e solo successivamente messa per iscritto in una serie di testi (la Mishnah, il Talmud, le traduzioni aramaiche della Bibbia, le raccolte di interpretazioni, e molti altri) –  è l’insegnamento, il cui fine è l’applicazione pratica, che, però, rimanda necessariamente all’importanza della legge e al perseguimento della giustizia nella società. Ma nel testi ebraici, in particolare nel Talmud, compare il famoso problema del “circolo ermeneutico”, vale a dire il rapporto tra il tutto e le sue parti; per far sì che il circolo, da vizioso, si trasformi in virtuoso è necessario che il testo talmudico vada discusso con un maestro e un compagno, più e più volte, unitamente ad un apprendimento fortemente mnemonico di interi brani. Il Talmud, tra l’altro, è stato studiato pochissimo al di fuori del mondo ebraico ed è stato fortemente avversato, tanto da essere, nei terribili roghi nazisti, il primo della lista ad essere bruciato. Ma anche la mistica ebraica, la qabbalah, con lo Zohar (il Libro dello splendore), composto in Spagna, in lingua aramaica, verso la fine del XIII secolo, è studio della Torah, ma rivolto ad indagare il mistero divino, il sod, in cui la concezione di Dio è molto diversa da quella biblica, perché influenzata dal neoplatonismo e dallo gnosticismo. La dispiegazione su più livelli della divinità assolutamente trascendente e nascosta (le “emanazioni” plotiniane) consente all’uomo un’ascesa progressiva verso la conoscenza, ma anche di comprendere l’origine e il significato del male nel mondo, quello che in epoca medievale era definito come l’“altro lato”, un mondo parallelo a quello delle sefirot e strutturato in analogia e in opposizione al mondo del bene.

     Ma la storia ebraica non ha avuto solo codificatori e mistici; essa ha conosciuto anche la ribellione e la dissidenza radicale, a partire dalla prima donna, Eva, figura biblica capostipite e archetipo della disobbedienza. Un atto che apre le porte alla storia umana, alla volontà di conoscere, ma anche alla sofferenza che l’uomo dovrà affrontare, dopo la cacciata dall’Eden. Altre figure ribelli sono, sempre nel racconto biblico, la moglie di Lot – mutata in statua di sale per essersi voltata a guardare la distruzione di Sodoma – e Korah, che si ribellò a Mosè e ad Aronne. I nomi dei ribelli famosi sono tanti: da Elisha Ben Avuyah, punito con l’oblio del nome e divenuto “Altro” dopo la sua volontaria apostasia, a Baruch Spinoza, colpito dallo herem e bandito dalla comunità insieme a tutte le sue opere, nonostante fosse stato il primo a sottolineare che l’ebraismo era stato, prima che la lingua di un libro sacro, quella di una nazione; ma anche mistici come Shabtay Zvi, che – con le sue pretese messianiche – infiammò le comunità ebraiche della diaspora, o come l’hassidismo del Ba’al Shem Tov.

     Il volume di Callow, quindi, esamina i vari volti dell’ebraismo e della sua lingua, una lingua morta per molti secoli, ma rinata e diffusa al di là dei confini del sacro, come un organismo vivo e fecondo.

  



Casella di testo

Citazione:

Anna Linda Callow, La lingua che visse due volte (recensione di Giuliana Iurlano), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", IX, 1, aprile 2020

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-ix-numero-1-gennaio-giugno-2020/anna-linda-callow-la-lingua-che-visse-due-volte





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