Mattia Di Taranto, Intertestualità e multiculturalismo nelle favole di lingua yiddish

"Free Ebrei", IX, 1, febbraio 2020


Intertestualità e multiculturalismo nelle favole di lingua yiddish

 

di Mattia Di Taranto

 

Abstract

Mattia Di Taranto provides a brief overview of the emergence and development of the fable genre in Yiddish literature, highlighting the degree and significance of multicultural influences as well as the level of sophistication attained during its Golden Age.

 


In una recente conferenza Rabbi Aryeh Yehuda Davids, professore emerito di sociologia presso la York University (Toronto), ha definito molto acutamente lo yiddish come la lingua con cui un ebreo si rivolge ad un altro ebreo, implicando con ciò uno status quadrilingue per l’ebreo osservante della diaspora: se l’ebraico e l’aramaico sono evidentemente riservati allo studio dei testi sacri e alla preghiera, lo yiddish è utilizzato nella vita familiare e nelle interazioni fra membri della comunità, mentre la lingua nazionale servirebbe solo per le relazioni sociali all’esterno di quest’ultima. Se tale definizione è sicuramente interessante, in quanto fotografa la realtà linguistico-culturale di alcune comunità, prevalentemente chassidiche, presenti negli Stati Uniti e altrove, essa ci dice però ancora poco dello yiddish e della sua peculiare specificità. Più utile è, in tal senso, ciò che scrisse Leo Rosten, famoso sceneggiatore e umorista ebreo americano, nell’introduzione al suo bestseller The Joys of Yiddish:

 

«[…] is the Robin Hood of languages. It steals from the linguistically rich to give to the fledgling poor. It shows not the slightest hesitation in taking in houseguests — to whom it gives free room and board regardless of genealogy, faith, or exoticism»[1]

 

[…] è il Robin Hood degli idiomi. Ruba dai linguisticamente ricchi per dare ai poveri novellini. Non mostra la minima esitazione nell’accogliere ospiti, ai quali dà accoglienza e libertà di azione indipendentemente dalla genealogia, dalla fede o dal luogo di provenienza per quanto esotico esso sia.

 

Rosten, dietro il velo di uno stile scherzosamente faceto, pone qui l’accento su un dato di enorme rilievo, da cui vorrei prendere spunto per questo mio breve contributo: lo yiddish è, per comprensibili ragioni di ordine storico-culturale, una shmeltssprakh (lingua di fusione). Come è peraltro ben noto, la maggior parte del suo bagaglio lessicale è di riconoscibile origine tedesca con significative interpolazioni di ebraico e varie lingue slave, segno tangibile dell’iter diasporico percorso da generazioni di yiddishofoni. Sia sufficiente citare qui, a scopo meramente esemplificativo, il titolo della prima raccolta di liriche di Kadye Molodowsky, Cheshvendike nekht2(חשווענדיקע נאכט). La locuzione “Notti d’autunno” è certamente rispondente al contenuto semantico dell’espressione originale; tuttavia, ai fini del nostro discorso, merita sottolineare che un sostantivo di palese origine germanica (nekht) compare qui giustapposto al nome del secondo mese del calendario ebraico — cheshvan (חשון), corrispondente ai mesi di ottobre-novembre del calendario gregoriano — modificato con terminazione di matrice slava (dik) per essere adoperato con funzione aggettivale. In realtà, queste sono solo le tre componenti maggioritarie. Il jargon delle prime comunità renane di epoca medievale si è mutato nei secoli in lingua franca di una diaspora ebraica che si estendeva da Amsterdam e Strasburgo fino a Mosca e Odessa, incrementando via via le proprie potenzialità espressive tramite prestiti e calchi dalle lingue più disparate ed esorcizzando così i propri complessi di inferiorità nei confronti di lingue di più antica e illustre tradizione per divenire da ultimo, a cavallo fra Otto e Novecento, quel raffinato e vulcanico medium comunicativo che il mondo ha imparato ad apprezzare grazie alle opere di Sholem Aleichem, Mendele Moykher Sforim, Isaac Bashevis Singer e di innumerevoli altri celebri scrittori, poeti e drammaturghi. In altri termini, la contaminazione interliguistica (e, parallelamente, interculturale) non è nella storia dello yiddish (e delle sue numerose varianti) un evento occasionale o riconducibile ad un’epoca delimitata, bensì il fil rouge della sua plurisecolare evoluzione. Da ciò deriva la scelta, o meglio la necessità, di approcciare la produzione letteraria in lingua yiddish da prospettiva interculturale e interdisciplinare. Coerentemente con le suddette premesse metodologiche, scopo di questo breve articolo è, dunque, dare un piccolo contributo alla diffusione della conoscenza della letteratura per l’infanza di lingua yiddish, segnatamente del genere favolistico, nel quale è particolarmente evidente il duplice processo di ricezione di tradizioni culturali disparate (antiche e coeve) e di rielaborazione di tale materia attraverso contaminazioni più o meno cospicue con la tradizione ebraica.

Vorrei innanzitutto soffermarmi molto brevemente sul cosiddetto Cambridge Yiddish Codex, manoscritto proveniente dalla Genizah del Cairo e databile al 1382[3], sia per il suo immenso valore documentario (si tratta della più antica raccolta conosciuta di testi in lingua yiddish) sia perché ci permette di entrare, senza ulteriori indugi, in medias res. Vi sono tramandate otto opere di diversa natura e ampiezza: le prime quattro appartenenti al genere definito “epica midrashica”, in cui temi biblici vengono rielaborati attraverso la lente di tradizioni successive e trasposti in versi; la sesta e settima di interesse eminentemente religioso e l’ultima, Dukus Horant, esempio del precoce interesse dell’ebraismo ashkenazita per l’epica cavalleresca allora di moda. È in tale contesto di contaminazione fra sacro e profano e di ricezione di tradizioni letterarie allofone che va, dunque, correttamente collocato e letto il quinto testo, Eyn alt leyve (איין אלט ליווא), “Un vecchio leone”, prima attestazione di una favola in lingua yiddish. Possiamo rilevare così un primo dato di grande importanza: il genere favolistico è uno dei generi con i quali la letteratura yiddish compie l’epocale passaggio dalla diffusione orale alla produzione scritta.

Non potendo qui ripercorrere ordinatamente le singole tappe della fortuna del genere, è interessante ora concentrare l’attenzione su un’altra antologia di testi, utile a cogliere la portata dell’operazione di contaminazione al contempo infraculturale (ebraico-yiddish) e interculturale: il Sefer Mesholim(ספר משלים), ovvero Libro delle favole”, pubblicato a Francoforte sul Meno nel 1697. Il curatore del volume, Moses ben Eliezer Wallich, dichiara significativamente nella prefazione di aver tratto da due opere in ebraico i trentaquattro racconti che compongono l’opera, limitandosi a selezionarli e tradurli dalla loshn-koydesh (lingua santa): il Mishlei Shu’alim (משלי שועלים), “Favole delle volpi”, di Berechiah ben Natronai ha-Nakdan (XII-XIII sec.) e il Mashal ha-Kadmoni (משל הקדמוני), “Favola antica”, composta fra il 1281 e il 1284 da Isaac ibn Sahula. Si tratta di opere a loro volta largamente debitrici, sul duplice piano formale e contenutistico, di matrici culturali plurime: nel primo caso, la tradizione esopica, mediata con ogni probabilità dall’Ysopet di Marie de France, poetessa di lingua francese attiva nella seconda metà del XII sec., e l’illustre tradizione favolistica indiana (ad esempio, il Vaka Jataka, una delle 547 storie delle altrettante “vite anteriori” del Buddha storico, qui un lupo); nel secondo caso, sia fonti persiane (i viaggi di Sindbād il marinaio, tradotti in ebraico e ampiamente diffusi già in età medievale) sia opere indiane tramandate da versioni arabe, come la storia dei due sciacalli Kalila e Dimna, tratta dal primo libro della raccolta prosimetrica Pañchatantra, “Libro di istruzione in cinque parti”. Sono state peraltro suggerite, in sede critica, probabili fonti non dichiarate del Sefer Mesholim, fra cui ricordo qui solo Der Edelstein (La gemma), importante raccolta in medio-alto tedesco del domenicano Ulrich Boner (XIV sec.). In realtà, come emerge da un’affermazione evidentemente contraddittoria dello stesso Wallich, il Sefer Mesholim è la riedizione del Kuh-Bukh (קו בוך), “Libro della vacca”, opera composta nell’ultimo decennio del XVI secolo e pubblicata a Verona nel 1595 per il pubblico yiddishofono dell’Italia settentrionale, dato quest’ultimo che si deduce agevolmente dall’elevato numero di italianismi successivamente espunti nell’edizione francofortese.

Non è questa, naturalmente, la sede per approfondire lo studio comparatistico delle fonti o condurre un’analisi linguistica del testo, per le quali rimando all’introduzione all’eccellente edizione critica di Eli Katz[5]. Ho voluto offrire preliminarmente alcuni dati storico-letterari solo per mostrare quale profondo livello di stratificazione culturale tali testi nascondano sotto la superficie di narrazioni che allo sguardo del lettore odierno potrebbero risultare alquanto semplici e convenzionali. Più interessante per il nostro discorso è mettere ora in luce le tecniche di rielaborazione di un materiale narrativo tanto eterogeneo. Si tratta, in questa fase germinale, di modalità di riscrittura ancora piuttosto elementari: cancellazione di termini e locuzioni incomprensibili per destinatari di lingua yiddish o interpolazioni di brani utili a collocare la storia in un contesto più familiare ad un lettore di religione e cultura ebraica. Sono numerosi i possibili esempi e ognuno dei trentaquattro racconti del Sefer Mesholim potrebbe dare occasione per considerazioni al riguardo. Mi limito a citare il testo posto in apertura, riscrittura notevolmente ampliata ma sostanzialmente fedele della celebre favola La volpe e la cicogna di Esopo. La cicogna, ingannata dell’astuta volpe, si vendica ricambiando l’invito a pranzo e preparando ogni genere di prelibatezze che la volpe, tuttavia, a causa della conformazione del proprio corpo, non potrà gustare; e i manicaretti (di cui la versione yiddish, a differenza dell’originale greco, offre un dettagliato elenco) includono significativamente i kreplach, pasta ripiena di carne macinata e purea di patate servita in brodo di pollo, specialità della cucina ebraica ashkenazita ancora oggi molto nota e apprezzata.

Infine, fra le tante opere meritevoli di attenzione e inclusione nel canone, prenderò in esame un breve testo di Eliezer Shteynbarg (1880-1932), probabilmente il più importante e famoso scrittore di favole in lingua yiddish dell’Europa orientale, autore di due raccolte pubblicate postume, entrambe intitolate Mesholim (מעשאלים), la prima apparsa nel 1932 e la seconda nel 1956[6]. Il racconto in questione, tratto dalla prima raccolta[7], si intitola Reb Loy-yekhretz (רעב לוי יעכרעץ), ovvero “Il signor non abbaierà” ed è, a mio parere, esemplificativo sia dell’evoluzione della favola tradizionale in un prodotto culturale radicalmente diverso sia del livello di stratificazione e contaminazione interculturale raggiunto nella composizione di testi apparentemente rivolti solo ad un pubblico infantile.

Protagonista è un cane da guardia. Nonostante la sua presenza, l’abitazione del suo padrone viene svaligiata e appare subito chiaro che il cane non ha fatto nulla per impedirlo, anzi è stato corresponsabile. Il padrone, nonostante il cane continui a protestare la propria innocenza, lo punisce severamente. La morale è evidente: non lasciarsi incantare dai discorsi dei corrotti. A dispetto della linearità del plot e della chiarezza del messaggio, è necessario portare all’attenzione del lettore più colto e attento almeno due elementi testuali utili ad apprezzare la raffinatezza dell’operazione culturale messa in atto da Shteynbarg. In primis, la giustificazione che adduce il cane per cercare di convincere il padrone della propria innocenza, al contempo comica ed esplicativa del curioso titolo: vedendo degli uomini uscire dalla casa in piena notte carichi di oggetti preziosi, sostiene di aver pensato che fossero ebrei diretti in Israele. Il riferimento è chiaramente l’episodio dell’uscita del popolo ebraico dall’Egitto e, in particolare, Es 11, 7: «Ma contro tutti gli Israeliti neppure un cane abbaierà, né contro uomini, né contro bestie, perché sappiate che il Signore fa distinzione tra l’Egitto e Israele». In realtà, la traduzione più letterale del passo sarebbe «non affilerà un cane la sua lingua» (לא יחרץ כלב לשנו), dettaglio di cui certo si è ricordato Shteynbarg nella scelta del nome del cane, dotato di sofistica eloquenza. Alla domanda successiva del padrone, che gli chiede perché la fretta con cui scappavano i ladri non gli abbia fatto sorgere qualche dubbio sulle buone intenzioni di questi ultimi, il dotto cane cita Dt 16,3: «perché sei uscito in fretta dalla terra d’Egitto». Il topos dell’antropomorfizzazione dell’animale diviene così, come risulta evidente, lo strumento di un ribaltamento dello stesso attraverso un dialogo di cui non sfuggirà il carattere parodistico e dissacrante, nella misura in cui l’erudito cane-esegeta utilizza le Scritture pervertendone il senso a sostegno della sua menzognera difesa.

 


Note


[1] Leo Rosten, The Joys of Yiddish, McGraw Hill, New York 1968, p. xviii.

[2] Kadye Molodowsky, Kheshvendike nekht: lider, B. Kletskin, Vilna 1927.

[3] Taylor-Schechter collection, Cambridge University Library (t.-S. 10K22).

[4] Eli Katz (ed.), Book of Fables: The Yiddish Fable Collection of Reb Moshe Wallich Frankfurt Am Main, 1697, Wayne State University Press, Detroit 1994.

[5] Ivi, pp. 9-27.

[6] Yitskhok Niborski, L'influence biblique dans la littérature yiddish: le cas d'Eliezer Shteynbarg, in Jean-Christophe Attias, Pierre Gisel (ed.), De la Bible à la littérature, Éditions Labor et Fides, Genève 2003, pp. 41-50.

[7] Eliezer Steinbarg, Mesholim, vol. 1, Rom., Czernowitz 1932, pp. 62-63.



Casella di testo

Citazione:

Mattia Di Taranto, Intertestualità e multiculturalismo nelle favole di lingua yiddish, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", IX, 1, febbraio 2020

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-ix-numero-1-gennaio-giugno-2020/mattia-di-taranto-intertestualit-e-multiculturalismo-nelle-favole-di-lingua-yiddish





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