Sabina Miriam Zenobi, Il bias della razza

"Free Ebrei", IX, 1, marzo 2020








Abstract

Sabina Miriam Zeboni reviews "Il bias della razza" (The bias of race), a collective work which analyzes the emerging of racial question in contemporary and globalized world from a cognitive point of view.

 

Tra le molte pubblicazioni in memoria del Manifesto degli scienziati razzisti comparso su “Il Giornale d’Italia” del 14 luglio 1938, mi pare degno di nota il libro uscito lo scorso novembre intitolato Il Bias della razza, polarizzazioni del pensiero, torsioni identitarie e politiche dell’odio, per Durango edizioni. I saggi che compongono il testo si propongono di indagare le motivazioni alla base di quello che viene definito come il “ritorno dirompente” della questione razzista nel dibattito politico attuale, per riuscire a decostruire quei processi di esclusione e di emarginazione responsabili delle forme più estreme di intolleranza verso la differenza, che si tratti di xenofobia, di sessismo, di omofobia o di transfobia. Il bias cognitivo, come viene spiegato nell’introduzione, è un errore di funzionamento dei processi di conoscenza individuali o collettivi che porta a formulare giudizi illogici o, comunque, non conformi alla realtà. Per contrastare questa forma patologica di uso della ragione, che rifiuta qualsiasi schema complesso di analisi della realtà sociale, il progetto Bias intende coinvolgere studiosi di diversi ambiti e discipline al fine di approntare strumenti di analisi e mappe concettuali in grado di dirci “dove siamo e dove dovremmo andare”. 

La sfida, tutt’altro che semplice, è quella di riuscire a scongiurare questa nuova pericolosa involuzione partendo dalle ricerche nel campo delle scienze naturali, dell’antropologia culturale, del diritto e della filosofia. Dal punto di vista scientifico – chiarisce Roberto Inchingolo - non è possibile parlare di razze nella nostra specie poiché, come dimostrano numerosi studi in campo genetico, le diverse popolazioni differiscono tra loro solo in minima parte, a causa dei métissages continui nel corso della storia. Tuttavia, alcune teorie pseudoscientifiche sono tornate oggi alla ribalta sotto i nomi di race realism, il realismo delle razze, o del più neutrale HDB, human biodiversity, che cerca di convincere che in gioco non vi siano le vecchie teorie razziste, ma la biodiversità, termine molto più gradevole e positivo a livello di opinione pubblica. Le ricercatrici Angela Biscaldi e Stefania Spada propongono una lettura antropologica dei discorsi e delle pratiche discriminatorie contemporanee, mettendo in luce il limite del relativismo culturale che, se da un lato è servito a contrastare l’etnocentrismo evoluzionista, dall’altro può portare a una riformulazione del razzismo in una forma de-biologizzata, che radica le pratiche discriminatorie sul piano culturale piuttosto che biologico. “Il relativismo culturale - come scrivono le autrici – ha costituito la premessa per la nascita e l’affermazione della retorica del cosiddetto multiculturalismo, che porta l’attenzione sulle differenze tra culture piuttosto che su quelle interne alle singole culture, naturalizzandole e accettando ulteriormente gli aspetti reificanti”. Ne La storia negata, Luca Buscema, ricercatore in scienze giuridiche, si interroga coraggiosamente sui limiti entro cui il Legislatore debba circoscrivere, all’interno di una cornice di liceità, le teorie negazioniste e revisioniste, in un’ottica sia di salvaguardia di chi ha subito tragedie e indicibili sofferenze che di tenuta dei valori democratici propri di uno Stato pluralista che voglia affermare e diffondere una visione delle relazioni umane incentrata sul rispetto e il riconoscimento della dignità di ogni individuo, al di là di ogni possibile barriera ideologica. Infine, il saggio di Cosimo Nicolini Coen su I concetti di razza e umanità chiarisce che la nozione di “razza” prende forma esclusivamente nella sfera dei pensieri e delle idee, cioè nell’ambito puramente concettuale, senza che vi sia alcun fondamento ontologico dell’oggetto in sé. E, tuttavia, l’idea di “razza” è riuscita, in diversi momenti della storia, a permeare e a influenzare la realtà sociale, attraverso la funzione performativa del linguaggio, in particolare di quello giuridico, come si evince dalla disamina della legislazione degli Stati Uniti nei confronti della popolazione di origine africana e di quella della Germania nazista o dell’Italia fascista nei confronti degli ebrei. Contrariamente al concetto di razza, l’idea di umanità ha, invece, un fondamento ontologico, infatti, “nelle nostre relazioni quotidiane riconosciamo nell’altro, appartenente alla specie umana, a prescindere dalla differenze somatiche e/o sociali, un nostro simile”. E proprio quest’idea di umanità, in cui non vi possono essere vite dotate di valore e altre che ne sono prive, come i pianificatori nazisti della società perfetta tentarono di far credere, si rivela alla fine come il dispositivo su cui fare leva affinché le istituzioni possano integrare o, al limite, escludere le diverse figure di chi è altro/a, senza però cancellarlo/a dalla categoria normativa di uomo o donna. 

Le diverse analisi critiche svolte nel Bias della razza si rivelano, per usare una celebre espressione di Marx, il cervello di cui la passione ha bisogno, passione per un’umanità solidale e antirazzista.



Casella di testo

Citazione:

Il bias della razza (Recensione di Sabina Miriam Zenobi), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", IX, 1, marzo 2020

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-ix-numero-1-gennaio-giugno-2020/sabina-zenobi-il-bias-della-razza





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