Weib, Froj (prima parte)

"Free Ebrei", IX, 1, gennaio 2020


Le parole dello yiddish




Abstract

Alessandra Cambatzu reports on the different meanings of Women in yiddish language and literature, starting from a "negative" image: "Eva's daughters"







7. Weib, Froj

 

  

Weib è il termine maggiormente usato nello yiddish per indicare la donna. Ricordiamo, però, che esso in tedesco è colloquiale, significa, infatti, “donna come essere di sesso femminile” e perde la connotazione negativa di cui talvolta viene caricato, in espressioni “neutre” come zum Weib heranwachen (diventare donna) o in tolles Weib (una donna fantastica).

Weib[1] (<atm wip> ata wib) è probabilmente riferibile al germ. “wiba” (velo o sposa velata” e all’ie. “ueip/weib” (girare) che potrebbe (il condizionale è d’obbligo: possiamo fare solo delle supposizioni) avere il significato di “donna instancabile, occupata, che si muove qua e là” o anche tout court “donna di casa, massaia”. L’ipotesi è tanto più affascinante, perché questa accezione si attaglia bene a un certo tipo di yiddische mame, di moglie, madre e casalinga, sempre affaccendata e non di rado tesa a far quadrare il bilancio familiare, in contrasto con un marito sognatore o fannullone. Non è estraneo a Weib, tuttavia, anche il significato biblico Eva, la “vivente” (<יהוה “vivere”), che si adatta perfettamente a un’immagine femminile in movimento, come indica la ricostruzione indoeuropea.

Anche Froi <ted. Frau (<ata. frouwe< frō “signore”) è utilizzato, sia pure in misura minore. Esso indica, come in tedesco, del resto, “la moglie” o “la donna” in astratto, che poco ha a che fare con gli individui in carne e ossa: le “vere” donne, quelle che lavorano, partoriscono, strepitano e litigano fra loro e con gli stessi uomini.

 

La donna nella Bibbia è creata da Dio come completamento dell’uomo[2], è l’essere che consente il perpetuarsi della vita: da qui il nome di Eva, ebr. Chavrà, הוה, la “vivente”, appunto.

Benché in famiglia goda di diritti uguali a quelli del marito, tuttavia è subordinata a esso e può essere ripudiata; prima del matrimonio è, naturalmente, sottomessa all’autorità paterna.

La sua natura viene descritta come ambivalente: da una parte è la seduttrice pericolosa, dall’altra è figura forte ed energica, valido aiuto per l’uomo[3].

Sullo sfondo di questa dimensione quotidiana giganteggiano le matriarche, Sara, Rebecca, Rachele, Leah e le eroine come Jael e Jehudit che uccidono per salvare il proprio popolo; da una parte, dunque la pietas, dall’altra il coraggio belluino.

Il Weib yiddish non assume, però, le caratteristiche delle grandi figure bibliche, la dimensione sovrumana non le appartiene. È la donna solida e fattiva di Proverbi che si muove di qua e di là, lavorando senza posa.

Questa mame perennemente affannata, arriva spesso al disprezzo del proprio marito e da qui a diventare una implicabile accusatrice di piccole e grandi mancanze dell’uomo meshugge, stupido o inadatto alla vita pratica, il passo è breve.

Era Selde che si preoccupava di mandare avanti la famiglia, grazie a un piccolo banco umido al mercato […], ma poi cosa dà quel piccolo banco? Se ella non sferruzzasse sempre dei calzini o non spennasse volatili in inverno fino a tarda notte, non friggesse lardo per la pasqua da vendere, se non comprasse a buon prezzo, in giorno di mercato, da contadini che non conosceva bene, non ci sarebbe in casa di che sopravvivere[4].

Come la moglie di Beniamino, anche quella del suo amico Senderl non è certo molto tenera.

A casa sua Senderl non mangiava molto miele […]. Era sua moglie colei che comandava: vicino a lei, egli aveva un destino amaro e desolante. Ella lo teneva in soggezione, talvolta lo picchiava […] Poco prima di un giorno festivo, lo costringeva a imbiancare la casa, coprendogli la barba con uno strofinaccio. Senderl doveva poi pelare per lei le patate, arrotolare e tagliare la pasta, portare dentro la legna […]”.

A fianco di tali formidabili seccatrici, ci sono però figure più dolci, ma sempre attivissime e alacri: è il caso di Dobbe la Nera, virago tanto burbera quanto tenera, che accudisce e successivamente sposa, l’inconcludente dottor Fischelson.

Era alta, magra e nera come una pala da forno, col naso storto e una peluria scura sul labbro superiore. Parlava con voce bassa e mascolina e portava scarpe da uomo. Per anni aveva campato rivedendo pane, ciambelle e dolcetti comprati nella panetteria sotto casa, ma un giorno aveva litigato col fornaio e aveva messo su un banco al mercato dove vendeva le cosiddette ‘rugose’, vale a dire le uova incrinate. Con gli uomini non aveva fortuna […] Le donne la prendevano sempre in giro e dicevano: ‘Non hai più speranze. Dobbe, zitella sei e zitella morirai’. ‘Non farò mai la serva a un uomo, per me possono marcire tutti quanti, ribatteva lei”.

Preoccupata per le condizioni del suo vicino, Fischelson, la donna si prende cura di lui:

[…] Dobbe scovò il recipiente del petrolio, accese il fornello, andò in camera sua a prendere un bicchiere di latte…”. La sua apparizione sarà la salvezza per l’inetto pensatore che a contatto con l’energia e sfortunata venditrice ambulante, recupera un poco di quella salutare ottusità che è necessaria, talvolta, per vivere[5].

Si sbaglierebbe a voler cercare una donna intellettuale, una pensatrice: la yiddischkeit non contempla la possibilità di un’autonomia femminile. Le poche donne che sentono l’aspirazione a una propria vita spirituale, non legata al binomio casa-famiglia, finiscono fatalmente con l’assumere caratteristiche maschili e sono destinate a cocenti delusioni[6].

Il Weib può essere sì, forte e volitivo, ma entro la mura domestiche.

Per questo motivo abbiamo suddiviso la categoria femminile in due parti: le “figlie di Eva”, le donne tormento dell’uomo, seduttrici sfrontate o Furie casalinghe, dall’altra gli “angeli del focolare”, le donne attive che sanno fronteggiare ogni emergenza.

Lo schema seguito dall’elemento femminile della yiddischkeit è in buona sostanza derivato dalla concezione biblica della donna, ma, come si vedrà, esso non è seguito in maniera né piatta né pedissequa.

 

 

1. La mar mimmaet et-ishà, la “donna amara più della morte”: le figlie di Eva

Le figure femminili della letteratura yiddish che seguono il prototipo della “femmina folle” tormento per i loro mariti o rappresentaste come figure demoniache, streghe infernali ambasciatrici di Satana in terra, sono innumerevoli. qualunque sia l'ambiente in cui le “figlie di Eva” vengono inserite, sia che si tratti della più banale quotidianità che di un contesto fiabesco e irrazionale, esse sono inesorabili distruttrici di tutto ciò che è razionalità, ordine, decoro. Sono una iattura per l’uomo; istintive e luciferine, sono il suo tormento.

Vi è nell’opera di Singer una vasta galleria di donne distruttrici che sembrano modellate esattamente sull’ottica maschilista di Qohelet. Ne abbiamo scelto dai suoi Racconti, a parer nostro ottima esemplificazione di un universo femminile che trova le strade più strane e imprevedibili per ribellarsi a un mondo che sembra fatto su misura per l’uomo.

 

Moglie dell’“idiota” Gimpel nell’omonimo racconto, Elka è il prototipo dell’essere femminile demoniaco che rappresenta un pericolo per la razionalità maschile. Vitalissima e “terragna”, spaventa e insieme attrae il povero Gimpel.

Elka […] aveva una bocca grande come quella di un forno e una lingua pestifera… Io entrai nella casa […] lei stava lavando […] era scalza, con un vecchio vestito di felpa […] e le trecce avvolte intorno alla testa. C’era una puzza tale che restai senza fiato”.

La donna pur screditata agli occhi della comunità per aver messo al mondo un figlio illegittimo, contratta con Gimpel senza alcun imbarazzo.

Voglio cinquanta gulden di dote e in più devono fare una colletta per me, altrimenti possono baciarmi quello che so io!”.

Celebrato il matrimonio, con gran divertimento di tutto il paese, la sposa partorisce dopo soli quattro mesi! Gimpel avanza leciti e fondati dubbi sulla propria paternità, ma Elka, vera figlia di Eva, non fa fatica a convincerlo:

‘Il bambino è un bastardo’. ‘Togliti dalla testa questa schiocchezza’ rispose lei. ‘Il bambino è tuo’. ‘Come fa a essere mio, se è nato diciasette settimane dopo il matrimonio?’ ribattei. Mi rispose che era prematuro. ‘Non lo è un po’ troppo?’ Allora disse che anche sua nonna partoriva sempre in anticipo e che lei le somigliava come una goccia d’acqua […]. Io, a dire la verità, non le credetti, ma quando ne parlai col maestro [il rabbino] lui mi disse che la stessa cosa era successa ad Adamo ed Eva; erano andati a letto in due e si erano alzati in quattro.

‘A questo mondo non c’è donna che non sia nipote di Eva’, concluse.

[…] Non che Elka mi spiacesse: mi copriva di insulti e maledizioni, eppure non me la potevo levare dal cuore. Che carattere! Con un’occhiata ti toglieva la parola. E che lingua! Era tutta pece e zolfo, eppure chi sa come, riusciva a incantare[7].

 

In Grande e piccolo Singer ci restituisce la dimensione di un tragicomico inferno casalingo in cui la sproporzione fisica tra marito e moglie simboleggia efficacemente la radicale differenza, o inimicizia, tra elemento femminile e maschile. La protagonista, che pure ama il marito, sembra posseduta da una forza demoniaca che la spinge a ferirlo con ferocia; vera e propria Erinni dalla loquela offensiva e inarrestabile, proprio come Elka, avvia, con le sue parole, un meccanismo infernale che la inghiottirà.

Al nostro paese vivevano due coniugi, lui era soprannominato Motie il piccolo e le Motiekhe […]. Lui non era soltanto piccolo, era poco più che un nanerottolo […]. Comunque se la passava abbastanza bene […].

Il peggio, però, era che Motiekhe (il cielo la perdoni!) lo prendeva continuamente in giro: “Fa’ questo piccoletto: piccoletto, fa’ quest’altro”. Gli dava sempre qualcosa da fare in posti dove lui non arrivava: “Piantami un chiodo, lassù!” […]

Lo metteva in ridicolo davanti agli estranei e poi la storia faceva il giro del paese. […] Motie, dal canto suo, prendeva quelle spiritosaggini sul ridere, ma in realtà ne soffriva […] come dice il proverbio, se le ferite guariscono le parole lasciano il segno”.

 

Dopo Elka, la donna carnale che seduce e addormenta l’uomo, cosa particolarmente semplice, vista la sancta stultitia di Gimpel, e Motiekhe malefica parolaia, ecco Zirel, sorta di Zeidel[8] in gonnella, protagonista de Lo specchio. In lei non c’è, tuttavia, la struggente ansia supero mistica di “papa Zeidlus”, nessuno Streben anima la donna, ma solamente una noia e una pigrizia invincibili.

Zirel è molto bella e passa molto, troppo, tempo davanti allo specchio a contemplarsi. Un diavoletto malizioso, nascosto proprio nello specchio, non impiegherà molta fatica per convincerla a seguirlo; sazia di una vita troppo facile e comoda, Zirel acconsente… “Alle donne – e specialmente alle ricche, alle belle, alle sterili e alle giovani con tanto tempo e poca compagnia – Dio ha dato in dote la vanità. Così era la donna che scovai nel paese di Krásnik. […] Viveva in una vecchia casa tra credenze di quercia, cassepanche foderate di cuoio e libri rilegati in seta. […] Non occorre dire che Zirel, bella e istruita com’era (era cresciuta a Cracovia), non aveva niente da spartire con quelle provinciali delle sue vicine. […] I bei vestiti che le portava il marito rimanevano appesi all’armadio, le perle e i diamanti stavano chiusi nello scrigno […].

Ma Zirel aveva una soffitta […] dove era appeso uno specchio […] che cosa poteva essere più gradevole che sedere nuda su quella poltrona […] e contemplare la propria immagine?

Il demone celato nello specchio non perde tempo e la donna, sensibile all’adulazione, cade fatalmente in suo potere.

Zirel sentiva la sua mancanza e aveva gli occhi pieni di tristezza. È mia, mia, pensai […].

L'angelo della morte era già pronto con la sua verga e all’inferno un demoni etto zelante si affaccendava a prepararle il calderone, mentre un peccatore promosso al rango di fuochista, raccoglieva le fascine. […] Ma la mia bella non aveva il minimo sentore. […] Il marito le aveva portato dei profumi da Leczyca, e lei odorava di garofani e acqua di rose […] Ma che cos’è Eva senza il serpente? […] Zirel ardeva di desiderio e mi chiamava con gli occhi come una sgualdrina”.

La verità condanna la donna alla Gehenna: diventerà la serva di diavolesse feroci e inesorabili.

Sono mille anni che la festa va avanti, ma l’orda nera non ne è ancora stanca. […] I diavoli maschi non sono tanto cattivi, in fondo;: quelle che se la spassano di più sono le femmine che ordinano: ‘Schiuma il brodo bollente con le mani nude! Intrecciati i capelli senza usare le dita! Fa’ il bucato senz’acqua! Acchiappa i pesci nella sabbia rovente! Stattene a casa e batti il marciapiede! Fa’ il bagno senza bagnarti! Fa’ il burro coi sassi! Rompi la botte senza versare il vino!’[9].

Prede favorite del diavolo e del suo variopinto corteggio di demoni di secondo o terz’ordine, le donne si lasciano sedurre facilmente, novelle Eve appunto, diventando veicolo privilegiato del male, sinistre annunciatrici di sventure. Se la fine di Zirel è comica, vessata com’è da diavolesse che ricordano da vicino delle massaie maniacalmente pignole, tormento delle proprie domestiche, la vicenda di Hodle[10], protagonista de Il signore di Cracovia, assume tinte più cupe, “gotiche”: “Hodle, figlia di un ubriacone e di una mendicante, aveva ereditato i vizi di tutti e due. A sei anni era già un’ubriacona e una ladra incallita. Girava per il paese scalza e seminuda […], saccheggiava le dispense incustodite […]. A dodici anni era già nota per la sua dissolutezza fra le comari del paese. […] Alta e snella coi capelli rossi e gli occhi verdi, Hodle […] si cuciva gonne di tutti i colori coi ritagli scartati dalle sarte […].

Astuta come tutti i bastardi e lesta di lingua come una vipera, non esitava a reagire, se i monelli l’attaccavano […]”.

Nel paese della ragazza, Frampol, arriva un misterioso “signore”, ricco e spregiudicato, che sovvertirà con il suo denaro le parche e pie abitudini dei poveri “frampolesi”. Sarà troppo tardi quando uomini e donne del villaggio, presi dalla smania di divertimenti mai, prima d’ora, conosciuti, e dimentichi delle pratiche religiose, capiranno che l’uomo di Cracovia altri non è che Ketev Mriri[11], il signore dei demoni in persona, e Hodle si rivelerà essere nientemeno che Lilit[12]. Frampol caduto nelle mani delle schiere infernali, dopo un infuocato sabba, verrà completamente distrutto.

Hai peccato con ebrei o anche con non ebrei? [chiede il signore di Cracovia]

Con tutti [è la risposta di Hodle]

[…]

Non hai paura delle pene dell’inferno?

Non ho paura di niente, neanche di Dio. Dio non esiste.

[…]

Hodle lasciò cadere la veste e rimase nuda, con le mammelle penzolanti fino all’ombelico e i capelli tramutati in un intrico di vermi e di bruchi. […] Allora si capì che Hodle era in realtà Lilit e che la schiera infernale era venuta a Frampol a casa sua[13].

Vale la pena sottolineare come, sia nel caso di Hodle che in quello che vedremo di seguito, di Cunegunde, sia presente, a priori, nei confronti di queste donne “diverse”, un rifiuto netto della comunità, che provoca un inasprimento del conflitto tra loro e gli “altri” e, nel caso di Hodle, la distruzione del villaggio. Cunegunde, patetica e tenera strega, fa del male più a se stessa che non alla comunità gretta e intollerante di cui vorrebbe, inconsciamente, far parte; sfortunata ed esclusa, la sua ultima “magia” le procurerà la morte per mano di un uomo e non di quegli spiriti che la vecchia strega sui generis, infantilmente temeva.

[La sua] capanna pareva un fungo velenoso, senza finestre e con la paglia del tetto muschioso che pendeva dalle grondaie […] un buco in una delle pareti serviva da camino e il vano della porta era sbilenco come la cavità di un albero colpito dal fulmine[14]. Piccola e tarchiata, la vecchia aveva il muso di un bulldog e una gran bozza ossuta. Peli bianchi le spuntavano dalle verruche delle guance e i pochi capelli che le rimanevano, si erano attorcigliati in una specie di corno […].

Cunegunde si guardò intorno, fiutò il vento: ‘Viene dalla palude’, mormorò. ‘Mali e pestilenze vengono sempre di là […] quest’anno il raccolto sarà gramo. […] La morte arriverà spesso”.

Cunegunde è lontana anche fisicamente dal resto del paese: la sua capanna, infatti, “sorgeva isolata al margine della foresta […] nella sua stamberga c’era un’intera farmacia: sterco di diavolo e veleno di serpente, cavolo verminoso e la corda di un impiccato, carne di vipera e capelli di folletti […]. Cunegunde si serviva di formule magiche e incantesimi: [una paralitica le aveva spiegato] come esorcizzare i demoni e come proteggersi dai malvagi e dalle donne gelose […] e le insegnò a interpretare i sogni e a evocare le anime dei defunti. […] Cunegunde si teneva alla larga dalle cerimonie religiose: non voleva farsi insultare dalle donne e deridere dagli uomini […].

L’intero villaggio era coalizzato contro di lei; orfana e sola, come se fosse stata scomunicata. Seduta al buio, Cunegunde distribuiva maledizioni. Quando sentiva qualcuno ridere di fuori si metteva a sputare […].

Da molto tempo aveva cessato di implorare Dio, perché la proteggesse dai nemici; Lui non ascoltava le preghiere di un’orfana. I potenti dominavano ed Egli si eclissava in cielo”.

Vi è in questa figura di strega goffa e pasticciona, che richiama la strega russa Baba Yaga, come un’eco della disperazione di Giobbe: la sensazione, o la certezza, dell’abbandono da parte di Dio che suggella l’allontanamento dal consorzio civile.

A furia di mangiare troppo poco Cunegunde aveva ormai lo stomaco atrofizzato, e poi aveva perso i denti e non poteva quasi camminare per via delle vene varicose. Mezza sorda per aver passato anni e anni a farneticare in solitudine, aveva quasi dimenticato il linguaggio umano”.

La vecchietta, maga suo malgrado e per difesa, verrà uccisa dal fidanzato[15] di una ragazza che si era rivolta a lei per ottenere un filtro amoroso. Ironia della sorte, sarà la ragazza stessa a ringraziarla post mortem: “Yanka si unì al corteo funebre, s’inginocchiò e disse: ‘Sai nonna, mi è capitata una gran fortuna. Stamattina si è fatto vivo Stach. Mi porterà all’altare. La tua pozione gli ha purificato il cuore’[16].

Altra figura, l’ultima della nostra serie, solo apparentemente demoniaca è Henne[17] de La Henne del fuoco.

So che non si dovrebbe parlar male dei morti […], ma Henne del fuoco, come al chiamavano, non era un essere umano, ma una fiamma della Gehenna. Era colpa sua, se dentro le divampava sempre un incendio? Lo si vedeva nei suoi occhi: due tizzoni ardenti […]. Era nera come una zingara, smunta […]. Henne sospettava di tutti: l’intero paese gliel’aveva giurata. Quando si arrabbiava […] vomitava bestemmie come fossero piselli bacati […].

Suo marito doveva essere un santo: solo un santo avrebbe potuto sopportare per vent’anni una bisbetica come quella […] non basterebbe una carrettata di gesso a mettere per iscritto tutti i rimbrotti che lei gli lanciava”.

Non riesco proprio a immaginare che cosa gli rimproverasse, visto che lui dava fino all’ultimo centesimo e per giunta l’amava”.

 

Dopo l’abbandono del marito Henne diventa, se possibile, ancora più maligna e sospettosa e si lascia andare a poco a poco. Tuttavia, “in una piccola città non si lascia morire nessuno. C’erano delle brave persone che, mosse a pietà, portavano a Henne un piatto di zuppa, del borschit all’aglio […] insomma ciò che aveva da offrire, lasciandoglielo sulla soglia, perché entrare in casa sua era come addentrarsi nella tana del leone”.

Passa il tempo; in paese cominciano a verificarsi strani fenomeni. “[Kopel, un vicino di Henne] corse a casa della donna e trovò tutto in fiamme: il tavolo, la panca, la credenza. Era un incendio diverso dagli altri, c’erano fiammelle che svolazzavano attorno come uccelli. La camicia da notte di Henne stava bruciando, Kopel glielo strappò di dosso. […] Arrivò gente per prestare soccorso, ma le fiamme danzavano compiendo ardite acrobazie e gli oggetti prendevano fuoco uno dopo l’altro […].

Mentre Henne era dal rabbino, la sua casa si incendiò. Dal tetto si sprigionò una fiamma a forma d’uomo con i capelli lunghi, che danzava e sibilava […]. Fu allora che la gente cominciò a chiamarla la Henne del fuoco”.

Pietosamente la famiglia del rabbino le appronta un ricovero che, neanche a dirlo, finisce distrutto anch’esso dal fuoco. La comunità decide, quindi di costruirle una casetta di mattini, ma “passarono alcuni giorni senza che nessuno la vedesse […]. I vicini […] una volta sfondata la porta, videro, sulla poltrona, uno scheletro nero come il carbone. […] Henne era bruciata come un fiammifero […] la poltrona era quasi intatta e nemmeno le lenzuola avevano preso fuoco. Il cassettone, il tavolo, l’armadio che Henne aveva comprato non avevano subito alcun danno, eppure lei era ridotta a un pezzo di carbone.

[…]

Il fuoco aveva sempre accompagnato Henne ed era stato il fuoco a causare la sua fine. Quando imprecava usava spesso la parola “fuoco” […]. “Che tu possa brucare come una candela!” diceva, oppure”. “Ti bruci la febbre!”. Diceva il proverbio: le percosse passano, le parole restano[18].

 

Le protagoniste di questi racconti, tranne Zirel, hanno il loro punto di forza in una loquela spesso rozza, ma assai efficace: ogni strega che si rispetti ha la possibilità di operare dei malefici, o comunque di intervenire sulla realtà. Ci piace, però, pensare che le figure singeriane, a parte l’evidente riferimento alla struttura della fiaba (Singer fu autore di ben sedici libri per l’infanzia che comprendono anche raccolte di fiabe come Zlateh la capra e il Racconto dei tre desideri) hanno origine proprio dalla terribile descrizione di Qohelet, della donna ammaliatrice e falsa, le cui parole, alternativamente melate o feroci, imbrigliano la coscienza e la ragione maschile. Lontane da Dio, del quale, in modo protervo e blasfemo, negano potere e bontà, sembra, talvolta, che siano le sole ad avere il coraggio di rivelare la sostanziale iniquità del creato e della sua riproduzione in sedicesimo, la società.

 


Note

[1] “Nei documenti tedeschi antichi l’opposizione semantica ‘donna’, ‘moglie’ era chiaramente espressa come nelle altre lingue germaniche e in latino: weib era la ‘donna in generale, quena la ‘moglie’ o simile.

Quest’ultima espressione, la più frequente nello stadio antico di tutti i dialetti germanici (cfr. gr. guné, scr. jání) indica addirittura, con due diversi gradi apofonici (kwēn, kwen) rispettivamente la ‘moglie’ e la ‘donna’, in gotico in maniera estremamente chiara (quens, quino), in anglosassone (cwēn, cwene, cfr. queen, ‘regina’, quean ‘prostituta’, con comprensibile restringimento semantico di ambedue i lessemi) e nordico antico (qvĕn, kona); solo in tedesco si sarebbe dunque persa una delle due forme, in particolare quella col grado vocalico lungo, il cui significato ‘moglie’ sarebbe stato tuttavia assunto dalla restante. Come nel passaggio dal latino alle lingue romanze, anche nelle lingue germaniche, e in particolare in tedesco, finisce col crearsi una grande confusione con la sparizione del termine marcato (lat. uxor, ted. quena) e l’assunzione del valore specifico da parte del generale (lat. mulier> it. moglie, ata. wib>Weib ‘moglie’). Per ‘donna’ comincia a essere usato come un termine assai elevato (in Italia nel clima del Dolce stil novo, in Germania della Minne) che assume la nuova valenza proprio in quell’ambito cortese che tende ad angelicare la donna, a porla su di un piedistallo di venerazione: donna (<lat. domina ‘signora’), Frau (<frouwe ‘signora’), quest’ultimo ancora assai raro in alto tedesco antico […]. In tedesco si trasforma poi lentamente in un arcilessema (come il fr. femme) con possibilità dunque di esprimere ambedue i valori, ‘donna’, ‘moglie’, senza tuttavia mai occupare completamente il posto di Weib, con cui rimane un rapporto concorrenziale (meine Frau, ‘mia moglie’, ma anche ein Weib nehmen, ‘prendere moglie’), in posizione sempre un poco più elevata di Weib (cfr. però anche espressioni come Putzfrau, ‘donna di polizie’)”.

[2]Con la costola che aveva preso dall’uomo, il Signore Dio costruì una donna e la presentò all’uomo. L’uomo disse: ‘Questa volta è osso delle mie ossa e carne della mia carne’”. Pertanto si chiamerà ishà (השׁא, ‘donna’) essendo stata tratta da ish (שׁא, ‘uomo’).

[3]La donna virtuosa chi potrà trovarla? Superiore a quello della perla è il suo valore. Il cuore del marito può fidare in lei, e dovizie non verranno a mancargli. Gli arreca sempre bene e mai male, tutti i giorni di sua vita. Procaccia lana e lino, e li lavora con le sue forti mani. È come le navi del mercante, fa venire da lontano il vitto. Si alza mentre è ancora notte, prepara il cibo per la sua famiglia e assegna il compito alle sue ancelle. Pensa a un podere e lo compra, col frutto delle sue mani pianta una vigna. Cinge di forza i suoi lombi, rende vigorose le sue braccia. Sente che quanto produce è buono, e durante la notte non si spegne il suo lume. Tende la mano alla conocchia, e le sue braccia sostengono il fuso. Schiude la palma al povero, porge le mani all’indigente. Non teme per la sua famiglia il cader della neve, poiché la sua casa è fornita di lana vermiglia. […] Di forza e decoro è adorna, sorride pensando all’avvenire […]. Si alzano i figli e la felicitano, la loda il marito […]”. Proverbi 31,11-31

[4] Sfurim, 1983.

[5] È indicativo del mondo yiddish, fondamentalmente maschilista, che per questo ‘imbestialimento’ ci voglia una donna. Se l’uomo tende a ‘volare alto’, si può star certi che sarà una donna a riportarlo a terra.

[6] È il caso di Yentl, protagonista del bellissimo racconto di Singer, Yentl, lo studente della yeshiva: “Ma Yentl non aveva voglia di sposarsi, dentro di lei una voce ripeteva sempre: ‘No!’. Una volta sposata, qual è il destino della donna? Far figli e tirarli su, con la suocera che comanda. Lei non era tagliata per quella vita e lo sapeva benissimo […]. Suo padre […] aveva studiato la Torà con la figlia come se fosse stata un maschio […], si immergeva con lei nel Pentateuco, nella Mischnà, nella Ghemarà e nei Commenti […]. Yentl, alta, magra, ossuta, non somigliava a nessun altra ragazza di Yanov. Il sabato pomeriggio, quando suo padre dormiva, lei si metteva i suoi pantaloni, il suo piccolo tallet, il suo caffettano di seta […] e studiava la sua immagine allo specchio.

[…] Quante volte suo padre le aveva parlato di yeshivot, di rabbini e di letterati! Lei aveva la testa piena di disquisizioni, domande, risposte e dotte frasi talmudiche.

[Dopo la morte del padre] in una notte del mese di Av, quando tutto il paese dormiva, Yentl si tagliò le trecce, si fece i riccioli rituali sulle tempie e indossò gli abiti del padre; poi mise in una valigia di vimini un po’ di biancheria, i filatteri e qualche libro e partì a piedi per Lublino.

[…] La sua era un’anima da uomo in un corpo da donna”.

[7] Singer, Gimpel l’idiota, 1998.

[8] Ivi, p. 55.

[9] Singer, Lo specchio, 1998.

[10] Per il nome Hodle è possibile pensare a un collegamento con Frau Holle, creatura femminile demoniaca che ricorre nei Kinder- e Hausmärchen e nelle Deutscher Sagen dei Grimm. “Holle, ata. Huld, Hulde, è femm. di hold ‘demone’, oggi usato solo nella forma negativa, Unhold ‘demonio’, ‘diavolo’, per influsso del Cristianesimo. Nella forma negativa (die Unholde, die Unholdin) è sinonimo di ‘strega’ fino al XVI, XVII sec. […]. Un tempo si trattava di uno spirito benigno, probabilmente della stessa radice hel- hal- ‘nascondere’, da cui deriva anche Hŏlle, ‘inferno’, lett. il “nascondente’, dapprima regno dei morti pagano”. Bosco Coletsos, L’espressione del demoniaco in tedesco, 1999.

[11] Il signore dei demoni prende nome dal versetto Deuteronomio 32,24: “Arsi saranno dalla fame, bruciati dalla febbre, e dal ketev mriri (mortale pestilenza)”, riferito all’ira di Dio contro il popolo eletto.

[12] Per gli ebrei, demone regina della notte e prima moglie di Adamo. Lilit esigeva di essere uguale al marito e quando si rese conto che non lo sarebbe mai stata, pronunciò il nome Dio (v. la sfera semantica relativa a got) nell’aria fino al mar Rosso, diventando, in seguito, la sposa di Sammaele, il signore delle forze del male.

[13] Singer, Il signore di Cracovia, 1998.

[14] Il bosco è per antonomasia la sede dell’elemento ‘altro’: anche la casa della perfida strega di Hänsel e Gretel è situata in un bosco. “Era già la terza mattina, da quando avevan lasciato [i due fratellini] la casa del padre. Ricominciarono a camminare, ma si addentravano sempre più nel bosco, e se non trovavano presto aiuto, sarebbero morti di fame. A mezzogiorno, videro su un ramo un bell’uccellino bianco come la neve; cantava così bene che si fermarono ad ascoltarlo. Quand’ebbe finito aprì le ali e volò davanti a loro ed essi lo seguirono, finché giunsero a una piccola casa e l’uccellino si fermò sul tetto”.

Ancora in Jorinda e Joringhello: “Nel cuore di una foresta grande e folta, c’era una volta un vecchio castello; e là, sola sola, abitava una vecchia, potentissima strega. Di giorno ella si trasformava in gatto e in civetta, ma di sera riprendeva regolarmente la sua figura umana” o ne La luce azzurra: “C’era una volta un soldato, che […] non sapeva come campare; se ne andò, tutto impensierito e camminò l’intero giorno, finché, la sera, entrò in un bosco. Quando calarono le tenebre, vide una luce, che lo guidò, e giunse a una casa dove abitava una strega”.

[15] L’uomo riteneva che Cunegunde avesse cercato di avvelenarlo. Inutile dire che la pozione era assolutamente innocua.

[16] Singer, Cunegunde, 1998.

[17] Il nome della protagonista potrebbe ricollegarsi al ted. Henne ‘gallina’, oppure all’ebraico Channa ‘Anna=la misericordiosa’. Dato il carattere bisbetico e il continuo andirivieni della protagonista, propendiamo per il riferimento al termine tedesco.

[18] Singer, La Henne del fuoco, 1998.


Casella di testo

Citazione:

Alessandra Cambatzu, Le parole dello yiddish, VII: Weib, Froj (prima parte), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", IX, 1, gennaio 2020

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-ix-numero-1-gennaio-giugno-2020/weib-froj-prima-parte





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