Adele Valeria Messina, Lo sviluppo della Dichiarazione sull’ebraismo del Concilio Vaticano II

"Free Ebrei", IX, 2, novembre 2020


Lo sviluppo della Dichiarazione sull’ebraismo del Concilio Vaticano II:

Rassegna dei nodi fondamentali




Abstract

Adele Valeria Messina analyzes the most important questions involved in the 2nd Vatican Council and Judaism.


Il dialogo presuppone il desiderio di conoscersi reciprocamente, e di sviluppare e approfondire tale conoscenza. Esso costituisce un mezzo privilegiato per favorire una più profonda conoscenza reciproca e particolarmente per quanto riguarda il dialogo tra Ebrei e Cristiani, un mezzo per approfondire la ricchezza della propria tradizione. Condizione del dialogo è il rispetto dell’altro, così come esso è soprattutto rispetto della sua fede e delle sue convinzioni religiose.

Orientamenti e suggerimenti per l’applicazione della dichiarazione conciliare Nostra Aetate (n. 4), I. Dialogo, 1974

  

 

Dopo aver letto L’attesa del mondo che viene. Il dialogo tra ebrei e cristiani di Luigi Nason e Fernanda Vaselli, edito nel 2015,[1] mi sono accorta che tra i documenti ecclesiali della mia personale libreria, uno, in particolare, si distingue nettamente fra altri un po’ più agili. Se il titolo “‘Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili’ (Rm 11,29)”, appare subito lungo, il sottotitolo risulta addirittura più complicato, e cioè: “Riflessioni su questioni teologiche attinenti alle relazioni cattolico-ebraiche in occasione del 50° anniversario di Nostra Aetate (n. 4)”.

Sebbene sia preferibile non iniziare mai un articolo alludendo direttamente a situazioni personali, per non scadere di autenticità scientifica, qui a fortiori occorre seguire la lezione dell’in-ducere: nello specifico, conviene affrontare l’argomento cruciale delle radici ebraiche del cristianesimo – “Il quarto articolo di “Nostra Aetate” è dunque considerato come un solido fondamento per gli sforzi tesi a migliorare le relazioni tra cattolici ed ebrei”[2] – partendo da aspetti piccoli e peculiari.

Il percorso, non solo teologico, che ebrei e cristiani hanno intrapreso assieme dopo la Dichiarazione conciliare del 28 ottobre 1965, diventa un tratto obbligatorio, da perlustrare in modo quotidiano, specie perché ha come delineatori i principi di libertà e tolleranza religiose assieme alla giustizia sociale.

Ora, immaginiamo che il dialogo ebraico-cristiano sia una linea limitata da due punti estremi o meglio descritta da un punto di inizio e uno di ritorno. Seppure abbastanza chiarificante, sarebbe riducente (se non deludente per alcuni) procedere per tali termini. Tuttavia occorre errare e accettare questa proposta semplificante al fine di circoscrivere il fenomeno e di affrontare una questione che ritorna - in realtà, non è mai andata via.

Nel momento in cui si procede, si potrebbero indicare come suo punto di inizio il Discorso di Giovanni Paolo II, il 17 novembre 1980, mentre incontrava i rappresentanti della comunità ebraica di Magonza, e come punto di ritorno proprio il “Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”. Da quel non troppo lontano 17 novembre 1980, quando Giovanni Paolo II osserva che “l’incontro tra il popolo di Dio dell’Antica Alleanza … e quello della Nuova Alleanza, è allo stesso tempo un dialogo all’interno della … Chiesa, per così dire tra la prima e la seconda parte della sua Bibbia”,[3] un altro evento va a segnare il percorso del dialogo ebraico-cattolico: si tratta del discorso pronunziato, il 13 aprile del 1986, presso la Sinagoga di Roma da Giovanni Paolo II il quale definisce la religione ebraica “intrinseca” alla religione cattolica.[4] L’anno precedente, nel 1985, veniva invece pubblicato dalla Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo della Santa Sede “Circa una corretta presentazione degli ebrei e dell’ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica”. In tale Documento del 1985 “si afferma dunque che la Chiesa e l’ebraismo non possono essere presentati come ‘due vie parallele di salvezza’”.[5]

Ad accelerare il dialogo ebraico-cristiano il documento “Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah”. Preparato dalla Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo viene reso pubblico il 16 marzo 1998. Alle sue spalle vi sono i “Dieci Punti di Seelisberg” redatti durante la Conferenza internazionale ebraico-cristiana contro l’antisemitismo, a Seelisberg appunto, il 5 agosto 1947, alla fine del secondo conflitto mondiale. Si tratta di due passi fondamentali per arrivare alla confessione pubblica e alla richiesta di perdono sempre pubblica da parte della Chiesa avvenuta nell’anno 2000. Ora, tornando al dialogo ebraico-cristiano, inteso qui come una linea delimitata da due punti estremi, proprio tra questi due estremi, occorre individuare le Riflessioni Dabru Emet (2000), To Do the Will of Our Father in Heaven (2015) e Between Jerusalem and Rome (2017).

Di certo, quello che richiama e di molto l’attenzione di “Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”, è esattamente quel versetto biblico iniziale di Rm 11, 29. Non si tratta solo di una stranezza da titolo (perché pubblicare un volume ecclesiale, col titolo di un versetto biblico?) Ancora più strano è l’aver scelto un versetto esplicativo (sembra, ed è così, che sia la continuazione di un discorso o meglio la risposta di Paolo nella Lettera ai Romani a una sua propria domanda):

 

San Paolo, il quale, nella Lettera ai Romani, esprime la sua convinzione non soltanto che non può esserci una rottura nella storia della salvezza, ma anche che la salvezza viene dagli ebrei (cfr. anche Gv 4,22). Dio ha affidato a Israele una missione unica e non porterà a compimento il suo misterioso piano di salvezza rivolto a tutti i popoli (cfr. 1 Tm 2,4) senza coinvolgere il suo “figlio primogenito” (Es 4,22). Vediamo dunque chiaramente che Paolo, nella Lettera ai Romani, risponde in maniera negativa e determinata alla domanda che lui stesso si è posto, ovvero se Dio abbia ripudiato il suo popolo. In maniera altrettanto decisa afferma: “perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!” (Rm 11,29).[6]

 

Si rimanda all’elezione divina per il popolo di Israele che Dio ricorda in modo eterno.

Per quanto riguarda i versetti biblici (scelti come titolo), anche nell’Appello firmato da 172 rappresentanti dell’ebraismo negli Stati Uniti, in Canada, in Gran Bretagna e in Israele, apparso sul New York Times il 10 settembre 2000, domina (facendo da titolo) un versetto biblico. La frase Dabru Emet, che in italiano si traduce con Direte la verità, proviene da Zac 8,16: “Ecco ciò che voi dovrete fare: parlate con sincerità ciascuno con il suo prossimo; veraci e sereni siano i giudizi che terrete alle porte delle vostre città”.

Secondo l’inizio del testo:

In tempi recenti, si è verificato un cambiamento drammatico e senza precedenti nei rapporti tra ebrei e cristiani. Nel corso dei quasi duemila anni di esilio degli ebrei, i cristiani hanno tendenzialmente considerato l’ebraismo una religione fallita o, nella migliore delle ipotesi, una religione che ha preparato la strada al cristianesimo, e in esso trova compimento. Nei decenni successivi all’Olocausto, tuttavia, la cristianità è radicalmente cambiata. Un numero sempre crescente di membri ufficiali della Chiesa, sia cattolica sia protestante, ha espresso pubblicamente il suo rimorso per il maltrattamento degli ebrei e dell’ebraismo da parte dei cristiani. In queste affermazioni si dichiara inoltre che l’insegnamento e la preghiera cristiani possono e devono essere riformati in modo da valorizzare l’alleanza eterna di Dio con il popolo di Israele e da celebrare il contributo dell’ebraismo alla civilizzazione del mondo e alla stessa fede cristiana.
Riteniamo che questi cambiamenti meritino una risposta ponderata da parte degli ebrei. Parlando a titolo personale - siamo un gruppo interconfessionale di studiosi ebrei - crediamo sia tempo che gli ebrei conoscano gli sforzi dei cristiani di fare onore al giudaismo. Crediamo sia tempo che gli ebrei riflettano su ciò che ora il giudaismo può dire a proposito del cristianesimo. Come primo passo, proponiamo otto brevi affermazioni su come ebrei e cristiani possano rapportarsi gli uni agli altri.[7]

 

A seguire e per rafforzare il discorso si leggono “otto brevi affermazioni” che indicano gli atteggiamenti che ebrei e cristiani, oltre agli itinerari da intraprendere, possono seguire per rendere efficace il loro dialogo.

Senza riprendere in tale sede il lavoro della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo della Santa Sede, istituita il 22 ottobre 1974 da Paolo VI, sui e a favore dei dialoghi tra le istituzioni del Gran Rabbinato d’Israele e la Chiesa cattolica, e senza ripercorre le tappe che hanno portato all’istituzionalizzazione di una giornata dell’ebraismo in alcuni Paesi europei, e senza neppure ritracciare le tappe lente della separazione della Chiesa dalla sinagoga, degenerate poi nella teoria della sostituzione, queste Riflessioni indicano la relazione tra Antica e Nuova Alleanza.

 

Molti padri della Chiesa favorirono sempre più la cosiddetta teoria della sostituzione (o “supersessionismo”) … Con la sua Dichiarazione “Nostra aetate” (n. 4), la Chiesa professa inequivocabilmente, all’interno di un nuovo quadro teologico, le radici ebraiche del cristianesimo. Mentre mantiene salda l’idea della salvezza attraverso una fede esplicita o anche implicita in Cristo, essa non rimette in discussione l’amore costante di Dio per Israele, suo popolo eletto. Viene così delegittimata la teologia della sostituzione che vede contrapposte due entità separate, una Chiesa dei gentili ed una Sinagoga respinta e sostituita da tale Chiesa. Da un rapporto originariamente stretto tra ebraismo e cristianesimo si era sviluppata una lunga relazione di tensioni che, dopo il Concilio Vaticano Secondo, è stata gradualmente trasformata in dialogo costruttivo.[8]

 

Se il quarto articolo della Dichiarazione conciliare “NAe” evidenziava nel 1965 la relazione tra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico, “Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” del 2015 privilegia, persino nella forma, la riflessione sugli scopi di tale relazione.

Tra i diversi effetti successivi alla divulgazione del quarto articolo della Dichiarazione conciliare vi sono pure “le giornate internazionali” della European Academy of Religion che ha avuto il suo avvio “nel dicembre 2016 sotto il patrocinio del Parlamento Europeo”. Esse sono “organizzate dalla Fondazione per le scienze religiose ‘Giovanni XXIII’ (Fscire), con il patrocinio del Parlamento europeo e della Commissione europea, della Commissione Nazionale UNESCO, dell’Università e del Comune di Bologna, e sostenuto da MIUR, MAECI, Regione Emilia-Romagna, Fondazione Cariplo e Fondazione Carisbo”.[9]  E mostrano tangibilmente, a livello accademico, le conseguenze positive della sua diffusione.

Ancora: nel preambolo iniziale del documento “To Do the Will of Our Father in Heaven: Toward a Partnership between Jews and Christians” (in italiano “Fare la volontà del Padre Nostro in cielo: Verso un partenariato tra ebrei e cristiani”) firmato il 3 dicembre 2015 dai rabbini ortodossi, si legge esattamente che “ebrei e cristiani devono lavorare insieme come partner per affrontare le sfide morali della nostra epoca.”[10]

È proprio il caso di affermare che occorre costruire ponti lunghi tra Gerusalemme e Roma il cui cemento è ottenuto da ulteriori documenti: ad esempio, “Tra Gerusalemme e Roma – Riflessioni sui 50 anni dalla Nostra Aetate”.[11]

La scelta della linea geometrica per rappresentare il dialogo ebraico-cristiano è necessaria per rendere parte della cultura quotidiana il dialogo tra ebrei e cristiani. Essa serve a sintetizzare complesse questioni che hanno riempito volumi di biblioteche oltre a far incontrare in conferenze internazionali le istituzioni più autorevoli al fine di discutere sui punti di incontro tra cristiani ed ebrei.  Al n. 22 di “Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”, il cui pregio è di certo la sinteticità, si legge che “Dio ha manifestato la sua misericordia e la grazia dei suoi doni, così come la fedeltà alle sue promesse che nessuna infedeltà umana può annullare (cfr. Rm 3,3; 2 Tm 2,13).[12] E più giù, n.27, che “L’Alleanza offerta da Dio a Israele è irrevocabile. ‘Dio non è un uomo da potersi smentire’" (Nm 23,19; cfr. 2 Tm 2,13).[13]

Sembra proprio di avvertire, più che di sentire, l’eco di Bereshit o Gn 37, 15-16 e quindi di percepire tra Gerusalemme e Roma, le propagazioni sonore della domanda che l’uomo (qualsiasi) che trova Giuseppe a Sichem pone a Giuseppe stesso: “Cosa stai cercando?” E la sua risposta: “I miei fratelli sto cercando” (cfr. Gn 37, 15-16).




Note

[1] Luigi Nason, Fernanda Vaselli, L’attesa del mondo che viene. Il dialogo tra ebrei e cristiani, Bologna: Edb, 2015.

[2] Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, “Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,29): “Riflessioni su questioni teologiche attinenti alle relazioni cattolico-ebraiche in occasione del 50° anniversario di Nostra Aetate (n. 4)”, n. 1,2, 10 dicembre 2015, http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/chrstuni/relations-jews-docs/rc_pc_chrstuni_doc_20151210_ebraismo-nostra-aetate_it.html.

[3] Ibid., n.5, 39.

[4] Ibid., n.2, 20.

[5] Ibid., n.5, 35.

[6] Ibid., n.5, 36.

[7] “Dabru Emet”, in Jewish-Christian Relations. Insights and Issues in the ongoing Jewish-Christian Dialogue, 14 July 2002, 1, http://www.nostreradici.it/dabru_emet.htm.

[8] Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, “Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,29), n.2, 17.

[9] Si rimanda a http://www.fscire.it/index.php/it/european-academy-of-religion/; https://www.europeanacademyofreligion.org/euare2020.

[10] Dichiarazione di rabbini ortodossi sul cristianesimo, “Fare la volontà del Padre Nostro in cielo: Verso un partenariato tra ebrei e cristiani”, 3 dicembre 2015. Per l’originale inglese si veda, http://www.jcrelations.net/To_Do_the_Will_of_Our_Father_in_Heaven__Toward_a_Partnership_between_Jews_and_Ch.5223.0.html.

[11] “Between Jerusalem and Rome”, Jewish-Christian RelationsInsights and Issues in the ongoing Jewish-Christian Dialogue, 31 January 2017, http://www.jcrelations.net/Between_Jerusalem_and_Rome_-.5580.0.html?&pdf=1.

 

[12] Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, “Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,29), n.3,22.

[13] Ibid, n.4, 27.



Casella di testo

Citazione:

Adele Valeria Messina, Lo sviluppo della Dichiarazione sull’ebraismo del Concilio Vaticano II: Rassegna dei nodi fondamentali, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", IX, 2, novembre 2020

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-ix-numero-2-luglio-dicembre-2020/adele-valeria-messina-lo-sviluppo-della-dichiarazione-sullebraismo-del-concilio-vaticano-ii






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