Dovid Katz, La sentenza dell'angelo della morte (a cura di Sigrid Sohn)

"Free Ebrei", IX, 2, agosto 2020



Dovid Katz, La sentenza dell’angelo della morte



a cura di Sigrid Sohn, revisione italiana di Francesca Marino

 

Abstract

Sigrid Sohn translated into Italian a Yiddish Mayse collected by Dovid Katz (pen name of Heershadovid Menkes), which was originally published in "Tales of the Misnagdim in Vilna Province" ("Yerushalaimer Almanach Press, Jerusalem", 1996).


 

La Lituania, così si diceva, non era un paese in cui si festeggiano le tre feste del pellegrinaggio[1], ma piuttosto le “due feste del pellegrinaggio”. Che gioia quando si costruiva la sukkah, che gusto festeggiare i due primi giorni della festa, ma che desolazione portarono quell´anno i giorni feriali tra le prime 2 e l’ultima di Pesach e Sukkot.

I giorni feriali di Sukkot. L’anniversario della morte del Gaon.

Chiunque sia vissuto ai tempi del disastro, ebbe per sempre davanti agli occhi quel “nero giorno di mezzo” come lo si chiamò. I carrettieri incitavano selvaggiamente i cavalli in tutti gli insediamenti della zona di residenza. Con la voce rotta dalle lacrime, rare in un barocciaio, singhiozzando gridavano: “è morto il Gaon”.

Nelle “sette regioni di residenza” non ci fu ebreo che non ricordasse – come fosse successo ieri stesso – dove si trovava proprio allora e cosa faceva in quel preciso momento, e tutti ricordarono il momento in cui si diffuse la notizia della morte.

I bambini più di ogni altro, dato che era per loro il primo vero evento da ricordare.

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Tra questi ebrei viveva a Svir Ele-Leizer Bar Avraham-Aba Hakohen, chiamato brevemente Ele-Leizer Bar Aba. Di più non si poteva abbreviare. In quei tempi abitavano a Svir sette uomini dal nome Ele-Leizer.

Quell’ Ele-Leizer Bar Aba era un ricco mugnaio, un uomo bellissimo, dalle spalle larghe, dalla barba color castano chiaro arrotondata come una mezza luna. A lui apparteneva il vecchio mulino di Stratshe, dopo Svir, sulla strada per Shimenishk. Commerciava anche in vino e in grappa, ma era prima di tutto mugnaio. Nei giorni di lavoro girava sempre tutto bianco di farina.

In tutte le sue faccende era benedetto dal Signore.

Ele-Leizer Bar Aba, diventato vecchio, capì che non ne aveva per molto e presto avrebbe raggiunto i suoi avi nel cimitero di Svir, vicino al grande lago. Prima di morire cedette il mulino al primogenito Yisroel-Yosef, Yeyske il mugnaio, come veniva chiamato, e lo benedisse con queste parole: Yeyske! Il duro lavoro si deve far sentire proprio fino a Vilna! Proprio fino a Vilna!

Liquidò tutti gli altri affari, case comprese – molte erano di sua proprietà – che vendette. Poi si comprò una vecchia bella casetta in campagna, nelle vicinanze di Ritan, tra Nikrashun e Litvan.

La casetta stava sopra un colle sul quale soffiava forte il vento, come se volesse sollevare in aria la casetta. Sul colle c’erano un castagneto e tutt´attorno campi, sui quali i contadini mandavano al pascolo chi le mucche, chi le pecore o seminavano, chi patate e chi barbabietole.

In quei tempi si decise che i ricchi filantropi avrebbero dovuto sostenere i capi delle yeshivot con del denaro, fondando per così dire una “confraternita di assistenza” nella quale anche dopo il matrimonio si poteva continuare a studiare. A Ele-Leizer Bar Aba questo non piaceva, lo studio era per lui cosa da vecchi. “Che i giovani padroni di casa si occupino piuttosto della casa”, così diceva, “rendere potente e ingrandire la Torah è cosa da vecchi e di nessun altro”.

Allora Ele-Leizer Bar Aba fece in modo che vecchi studiosi saggi potessero finire i loro giorni nella sua bella casetta sul colle di Ritan. Stare là e studiare senza preoccuparsi del proprio sostentamento, lontani da tutto il trambusto e più vicini al Signore del Mondo. Credeva che l´idea gli fosse venuta quando un tempo, ancora ragazzino, aveva sentito dire a Svir: “E’ morto il Gaon”. Come se il Gaon stesso nella sua ascesa sul carro di Eliah il Profeta, passando per Svir, glielo avesse sussurrato nelle orecchie, proprio a lui.

Ele-Leizer Bar Aba aveva girato e girato il mondo in tutti quegli anni con l’intento di portare della gente a Ritan e mantenerla lì, fino oltre i centovent’anni, con il denaro versato in beneficenza presso la banca di Kaznatsheystev a Svintsian. Poi aveva cercato una serva muta che non disturbasse nessuno nello studio.

La vecchia casa di Ritan aveva dodici stanze. Ele-Leizer Bar Aba si disse dunque che per far funzionare la cosa avrebbe dovuto cercare dodici studiosi. Dodici come le tribù d’ Israele.

Non tutti erano d’accordo. Trasferirsi da vecchi tra monti oscuri, campi di contadini in cui non c’era mai stato un besmedresh, lasciare i parenti, tutto questo non faceva proprio per loro.

Furono attirati da Ritan invece i cabalisti, gli esoterici e quelli che si erano ritirati dal mondo, oppure chi viveva solo, i vedovi, i divorziati o chi non aveva mai trovato moglie. Tutti erano convinti che il Gaon al momento della morte avesse ispirato il cuore di un ragazzino che, una volta adulto e diventato molto ricco, consumati i suoi anni, desiderava contribuire con la sua ricchezza all’inizio della redenzione. Non con un Rebbe, non con la corte di un Rebbe, ma solo con un’ascesa attraverso lo studio.

Una volta occupate tutte e dodici le camere a Ritan e sistemata la serva muta nella vicina Litvan, Ele-Leizer Bar Aba fu portato per la pace eterna a Svir, dai suoi avi.

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Il più vecchio dei dodici anziani di Ritan sistemò il tutto. Yisroel-Vele, come lo chiamavano, aveva già passato la novantina. Era un uomo dalla mente aperta e la sua barba dalle mille punte gli aveva raggiunto i fianchi. Il sabato si parlava della Torah – così aveva deciso - e negli altri giorni non una parola doveva solcare le labbra. Perché il parlare distraeva e basta.

Non erano vecchi pantofolai, con tutto quello studio e il digiunare erano rimasti agili e vivaci.

Nei discorsi del sabato si giungeva, per un Imperial o una parola, ai più profondi segreti del mondo, segreti che si nascondono nelle storie di merkavah, di sefiroth e dei cieli.

Colui che digiuna continuamente e nonostante ciò non soffre la fame riesce nel bel mezzo della notte, quando nessun uccello canta e i gufi gridano, a raggiungere le anime purificate dei mondi superiori.

Chi si occupava dell’anima di Shimeon Bar Yokhai, chi di quella di Ashkenazi Rabi Yizkhak HaKadosh, chi di Chaim Vital e ancora chi di Yehuda Leib Pakhovitzer.

Ognuno per conto suo studiava nella propria camera. Solo i giorni di digiuno, così aveva deciso Yisroel-Vele il più anziano, sarebbero stati celebrati da tutti insieme. Si digiunò per trentasei giorni consecutivi, era consentito solo un bicchiere d’acqua al mattino, il sabato e nei giorni di festa due bicchieri di idromele. Il trentasettesimo giorno la serva muta servì un pasto di latticini. Non si toccò né carne, né pesce a Ritan.

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Il più giovane della comunità era un uomo di settant’anni che si chiamava Sender Sharkovshiner.

Di notte non riusciva a mettersi in contatto con alcuna anima remota. Di giorno invece era assalito continuamente dal dubbio di non aver capito bene una questione molto difficile degli scritti della cabala. Era per così dire un gemore-yid, un uomo dei libri sacri.

Nel bel mezzo di un lungo digiuno, gli venne in mente a Sender Sharkovshiner che forse le anime dei cabalisti, per non parlare poi di quelle degli angeli, non potevano essere evocate personalmente, doveva dunque provare con l´angelo della morte? Sarebbe stato bello se l’angelo della morte avesse assassinato i giusti senza difetto, il fior fiore della comunità d’Israele. Era certo che se nessuno si fosse fatto avanti, si sarebbe dovuto invocare lui per una sentenza.

Per notti intere si diede da fare. Ma sentì solamente il richiamo di una civetta. Solo nel trentacinquesimo giorno di digiuno riuscì a raggiungere l’angelo della morte. I discorsi dello shabbat Sender Sharkovsiner li aveva sostenuti da cabalista, mettendosi in contatto con un’anima pura e provando una gioia sincera. Ma che mortale spavento lo assalì in quel momento, quando tornato in sè, l’angelo della morte in persona fu nella sua stanza, nella sua “kabole kloys”, come si chiamava la casa di Ritan. Clamoroso questo a tu per tu con l’angelo della morte.

Temeva che l’angelo della morte si sarebbe arrabbiato:

“Reb Yid! Se non hai niente da dire, non chiamare! Taci! Buona notte!”

Sender abbassò mortificato la testa e strinse le labbra.

Quel sabato raccontò ai suoi vicini ciò che gli era capitato. A loro la cosa mozzò il fiato. Sender Sharkovsiner era riuscito a portare nella sua stanza a Ritan l’angelo della morte. Non mancarono di inondarlo di domande. Non è mica una sciocchezza, invocare l’angelo della morte a Ritan.

Yisroel-Vele si agitò, non riuscendo più a calmarsi. Chiese a Sender Sharkovsiner di chiamare ancora il sabato notte successivo l’angelo della morte. Sarebbero stati seduti tutti attorno a lui in silenzio.

E così fu.

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I dodici eletti, da Yisroel-Vele il più anziano, a Sender Sharkovsiner il più giovane, avevano una profonda conoscenza delle anime. L’angelo della morte fu davvero tra loro nella stanza. Una paura devota assalì tutti. Clamoroso, tutti insieme con l’angelo della morte in persona.

Nessuno temeva che l’angelo della morte potesse attaccare qualcuno, provocandogli la morte. Certo che se si va al di là della forma, è già un primo passo. Il giorno della morte l’anima si sente libera perché è solo un essere purificato.

Sender Sharkovsiner si fece animo. Per primo cominciò a interrogare l’essere presente nella stanza.

“Angelo della Morte! Qual è la causa perché un essere umano debba comunque morire? Non importa se l’anima si è purificata ancora in vita o no, non importa se fu un riformatore del mondo o un vero demonio[2]?”

“ Reb Yid! Avreste fatto meglio a tacere!”

Si sentiva qualcosa del genere, non una voce qualsiasi, quanto piuttosto una voce divina che proferiva un discorso senza parole, evidente e chiaro come presso i cabalisti di una volta.

E Sender abbassò mortificato la testa e strinse le labbra. Aveva voluto mettersi in mostra, e si era esposto invece come una donnina sciocca. Nella kloys dei cabalisti era una vergogna che il più giovane della compagnia non parlasse con l’angelo come si dovrebbe.

Allora un altro iniziò a questionare.

“Dunque non in eterno, allora perché non un po’ più a lungo? Dunque non tutti, allora perché non almeno quelli che hanno un corpo pieno di grazia?”

“Tutto ciò non mi riguarda.” – Sentivano tutti insieme di doversi pentire, chiaro come un vento silenzioso, come quando Kislev (novembre-dicembre) si prolunga fino a Teveth (dicembre-gennaio).

Visto che il secondo aveva parlato a sproposito, Ysroel Vele capì che si era giunti “nel luogo in cui nessun essere umano sarà più uomo”, in cui ”ognuno agisce secondo se stesso”. Non c’era Shimon Bar Yochai, non Yehuda-Leib Pakhovitzer, c’era un angelo la cui missione non era affatto di uccidere gli uomini. Era possibile parlare con l’angelo della morte solo a modo suo. Che fosse pronto a dire qualcosa, lo fece capire con un ruggito e dopo il ruggito tacque per un po’. E dopo aver taciuto, Yisroel Vele si pronunciò dicendo:

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“Ti ringrazio di cuore di essere sceso a Ritan. Che ti si chiami “Angelo della morte” non è che una mera questione di gusti e d’abitudine. E’ una vergogna! La volgarità nasce dall’ignoranza. Grande ospite! Visitatore onorato! Com’ è che ti chiamano?”

“Ecco un ebreo saggio! Neshmael mi chiamo, libero le anime purificate dal corpo! Ecco il mio compito.”

“Un compito nobile, davvero benedetto! “Anime purificate” hai detto, ciò significa che le altre anime non vengono liberate e che l’angelo Neshmael ne elimina anche i corpi?”

“Che Dio ci protegga! Cosa vi viene in mente!! La maggior parte di quelli che muoiono non mi riguarda affatto, perbacco! Un corpo quando ha finito di tribolare, ha finito. Non è stato fatto solo per pochi dei vostri anni? Dio mio! Da uno il cuore e dall’altro le vene! Come no! Un orologio può vivere per sempre. Se scoppia la molla, se ne mette una di nuova. Quando un corpo si esaurisce, il medico non può fare altro che stare a guardare!”

“Da questo si deduce che per la maggior parte di quelli che muoiono la faccenda non vi riguarda, angelo Neshmael !”

“Ben detto!”

“Muoiono perché il corpo è diventato inutile e basta!”

“E basta!”

“E che ne è delle anime?”

“Tanti non hanno nemmeno un’anima vera, non più di un impulso, un briciolo, una cosa nota, niente di niente.”

“E in tutti questi l’impulso si spegne insieme al corpo?”

“Può essere. Non posso mica sapere tutto, visto che non è neanche affar mio! Un angelo ha un compito e nient’altro! Solo dei piccoli esseri umani ogni presuntoso ritiene di sapere tutto di tutto.”

“Fammi capire allora. Dove esiste un’anima purificata, l’uomo muore attraverso di te, angelo Neshmael.”

“Magari fosse così! Solo che accade spesso che il corpo venga colpito da una malattia e che allora l’anima vada persa, tranne che riesca a staccarsi in un modo che io non conosco bene.”

“Questo dunque significa che un’anima, e persino se si tratta di un’anima purificata, viene risparmiata dal declino solamente se tu, angelo Neshmael, ne ammazzi il corpo, come deve essere. E altrimenti, supposto che per caso s’intrufoli una malattia, essa decade proprio come le anime non purificate, come quelle che non hanno più di un briciolo d’anima?”

“Ecco uno che sa di retorica!”

“Aspetta un po’, se l’anima di una creatura continua a purificarsi e nessuna malattia si è intrufolata nel corpo, perché allora bisogna strappare proprio quell’anima dal corpo quando l’uomo certamente può ancora procedere verso il bene?”

“Bisogna, bisogna!  Se il corpo ha in qualche modo anche un futuro di un paio d’anni, comunque si consumerà! Lo scopo della mia missione è quello di salvare le anime prima che un male si possa intrufolare! L’uomo pensa che sia io a mandare la malattia. Semplicemente stupido! Il mio più grande nemico è la malattia in un uomo dall’anima purificata! Io devo solo sperare che l’anima sia dotata di un corpo sano! Non può essere altrimenti!”

“Ah, è così? Ecco là l’anima dunque. Vuol dire, angelo Neshmael, che nel togliere l’anima da un corpo, le buone azioni qui nel mondo vanno quindi sperperate, cioè quelle che l’uomo sarebbe stato in grado di compiere, se l’anima si fosse staccata da lui un po’ più tardi?”

“Caro mio! Se c’è qualcosa che decade, questa è solo una minima parte. Puoi credermi, tutto quello che un uomo non riesce a compiere negli anni in cui vive nel suo corpo qui, nel mondo, certamente non lo farà, anche girando un po’ più a lungo. La faccenda è diversa, molto diversa. Per un’anima purificata diventa insopportabile continuare a stare chiusa in un corpo che si indurisce col passare del tempo. Mi chiama dal profondo e invoca pietà, chiede che la si tolga di là, che la si tolga! Un angelo non può fare proprio tutto! Ecco, un po’ di tempo fa mi hanno chiamato nello stesso momento da Svir e da Smargon. Mi sono fatto vedere sia a Svir che a Smargon… quindi, non si può mica fare tutto.”

“In un caso come questo anche con la forza congiunta, anche se attaccata al corpo, l’anima si consuma e la separazione arriva persino senza malattia.”

“Questa è un’idea tua, io so solo del mio incarico.”

“Chiaro, ma come fa l’angelo Neshmael ad uccidere?”

“Improvvisamente! Prendo l’anima intera, con cautela e amore, che non si sciupi. Capita che un uomo vada per la sua strada e d’un tratto lo si trovi morto. Il fatto è che io ho svolto il mio lavoro. Quando tolgo l’anima, il corpo cessa subito di esistere.”

“Vuoi dire con questo che tutti i tuoi morti sono morti all’improvviso, ma non tutti i morti improvvisamente sono tuoi?”

“Esatto! In una morte improvvisa può verificarsi il caso che sia stato io o uno dei miei uomini. Capita che io mandi un incaricato in forma umana. Se viene assassinato qualcuno così, senza nessun motivo, là dove si dice da voi, che l’assassino ha improvvisamente pugnalato qualcuno, sparato con un fucile, fatto a pezzi con un`ascia, è per forza stato un mio incaricato.”

“Capisco come questo non sia il tuo incarico, angelo Neshmael. Ma spiegami, insomma: tutte le anime purificate che tu stesso non togli dai corpi, per esempio perché non ti sei fatto vedere, oppure perché è sopraggiunta una malattia o altro, è possibile che queste vengano prese da altri santi angeli in altro modo?”

“Non lo so.”

“Posso chiederti un´ ultima cosa?”

“Sicuro.”

“Il tuo incarico, santo angelo, è di togliere delle anime purificate dal corpo. In quel momento il corpo viene subito ucciso. Ma perché poi improvvisamente? Qual è il nesso?”

Nella stanza si fece un silenzio di tomba, come se l’angelo stesse riflettendo sulla risposta. I dodici cabalisti continuavano a stare là, seduti in rigida devozione alla presenza di un angelo. I minuti si trascinarono come ore. E quando l’angelo Neshmael iniziò a parlare, balbettò un poco.

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“Devi capire che sono un incaricato del Signore dell’Universo, ma questo non è un incarico facile. Faccio un lavoro molto nobile ma tutti credono che io sia invece un assassino. Anche per me non è una faccenda piacevole.  Un essere umano si sta rallegrando dei suoi figli, di un libro, con una fetta di pane in mano, con un bicchierino di grappa e proprio allora arrivo io e gli provoco una morte improvvisa. I parenti credono che sia la fine del mondo. Ci si siede per terra[3] e ci si lamenta. Come ho detto, un lavoro ignobile!

Adesso ascoltami molto bene. Nella maggior parte di loro non solo non c’è un’anima purificata ma non c’è nemmeno una sorta di anima da poter purificare. Non c’è nient’altro che un’ombra, uno stoppino.

I semi di un’anima non sono comparabili ai semi di un campo. Questi ambiscono solo che arrivi loro un po’ d’acqua. Allora germogliano. La rugiada tutti i giorni, la pioggia, tutto questo è paragonabile nella lingua degli uomini all’educazione, a ciò che un bimbo impara un po’ alla volta. L’educazione nutre l’uomo affinché cresca e diventi erudito. Poco però serve all’anima.

Un’anima pura può farsi attraverso due tipi di tsinorot[4]: o un’anima è già purificata ed è entrata nel corpo di un essere umano, per esempio nel seno materno, cioè attraverso il gilgul per esempio[5].

Oppure viceversa: è proprio uno stoppino che si è acceso.

E´ come accendere uno stoppino perchè diventi un’anima in grado di purificarsi, che ne dite reb Yid? Se un essere umano assiste con i propri occhi alla morte improvvisa di un altro che ha l’anima purificata, e quello gli è molto vicino, anima pura nell’anima (nefsho qshurah benefsho), allora c’è il momento della commozione, del colpo di brivido, allora l’anima si accende con un impeto ancestrale, vede il futuro, e brucia con il fuoco della purificazione.

In questa occasione la morte improvvisa è un mezzo per provocare sia l’accensione che il gilgul, non come di un’anima che migra per esempio in un bimbo nel grembo della madre, ma un vero gilgul, in cui l’anima purificata fa immediatamente un salto nel corpo sano.

Che avvenga in un modo o nell´altro, da voi nel mondo non ci si accorge proprio di nulla. Solo da noi nelle sfirot si accende immediatamente un fulmine. E allora da noi è un giorno di festa perché un’anima c’è l’ ha fatta. Una cosa del genere, ovviamente, nessun essere umano l’ha mai vista. Yekhzeqel (Ezchiele) Ben Buzie Ha-Kohen l`ha descritta parola per parola: Come la vista dello Zohar, come l’occhio del fulmine.

Ora, reb Yisroel-Vele, torno al mio incarico. Durante questo discorso possono essersi nel frattempo dissolte delle anime purificate. Vi auguro una buona notte, amici come prima. Una buona settimana, cara voce divina.”  

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E quelli di Ritan la sua grande rettitudine hanno giudicato l’angelo della morte un giusto per eccellenza.

Si insistette affinché si morisse in stretta vicinanza di una persona molto cara. Se quindi l’anima fosse stata abbastanza purificata e se per caso l’angelo Neshmael l’avesse tolta improvvisamente, ci sarebbe dovuto essere in quel momento uno stoppino acceso. L’anima di una persona vicina sarebbe stata pronta a prendere fuoco oppure semplicemente a trasferirsi nella persona vicina. In un modo o nell´altro, in cielo dev’essere come la vista dello Zohar, come l’occhio del fulmine.

Delle dodici persone di Ritan undici tornarono a casa. Ognuno a casa sua dalla propria gente e nella propria terra. Solo Yisroel-Vele, il più anziano, continuò a vivere ormai da solo nella casa sul colle di Ritan. Gli era più semplice continuare a purificare la sua anima a regola d’arte nel ritiro spirituale, lontano dagli uomini e dal chiasso. Gli era più caro pensare che se fosse riuscito a purificare la sua anima, questa sarebbe entrata un giorno in un uomo nuovo attraverso il gilgul, forse anche fra mille anni.

La serva muta gli portava ogni giorno acqua fresca dalla fontana, il sabato gli preparava due bicchieri di idromele e ogni trentasette giorni gli faceva un pasto a base di latticini.

Tutto questo lui lo annotò con le parole: “La storia di Reb Eliahu Eliezer Bar Avraham Aba Ha-Kohen della santa comunità di Svir in Lituania”. Scrisse fino a: “Queste sono le parole che l’angelo Neshmael, noto come angelo della morte, disse nella casa dei cabalisti a Ritan[6].”

Quando la sua anima fu chiamata nelle sale celesti della Lituania, aveva allora cento anni, lo scritto è stato portato a Vilna perché fosse sistemato. Là fu pubblicato con il titolo “Raccolte di Ritan di Reb Yisroel Vele” come si chiamava. Ad alcuni rabbini non piacque affatto e quindi se ne fece una tiratura limitata. Oggi quel libro è una vera rarità.

 


 

Note

[1] Pesach, Shavuot, Sukkot

[2] fare riferimento alle klippah della Kabbalah

[3] shivah

[4] E‘ il collegamento tra gli sfirot della cabbalah, la via attraverso si aziona l’emanazione divina.

[5] Migrazione delle anime.

[6] Nel testo in lingua ebraica.


Casella di testo

Citazione:

Dovid Katz, La sentenza dell'angelo della morte (a cura di Sigrid Sohn),, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", IX, 2, agosto 2020

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-ix-numero-2-luglio-dicembre-2020/dovid-katz-la-sentenza-dellangelo-della-morte-a-cura-di-sigrid-sohn





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