Le parole dello yiddish (8)

"Free Ebrei", IX, 2, luglio 2020


Le parole dello yiddish




Abstract

Alessandra Cambatzu reports on the different meanings of Women in yiddish language and literature, ending with the "value-woman": "Eshet-Chail"







7. Weib, Froj (parte seconda)

 

  

2. La eshet-chail, la “donna di valore”: Glückel Hameln

L’esempio più notevole dalla donna sostegno e aiuto dell’uomo, così come è scritto in Proverbi, è sicuramente Glückel[1] Hameln, ebrea tedesca vissuta tra il 1645 e il 1724; nelle sue Memorie, scritte in modo discontinuo nel corso di trentatré anni, ci offre uno spaccato straordinario sulle comunità ebraiche in Germania, soprattutto di Amburgo, dove la donna trascorre la maggior parte della sua vita, sui traffici, i commerci, i difficili rapporti con i “gentili” e, parallelamente, ci fornisce un quadro vivace e mobilissimo della propria interiorità.

Glückel, che scrive le Memorie come terapia antidepressiva per arginare il grande dolore causatole dalla morte del primo amatissimo marito, è una donna fuori del comune, molto più istruita rispetto allo standard dell’epoca, non solo quello delle ebree ma anche delle cristiane; sposatasi giovanissima, a soli quattordici anni, ebbe dodici figli e fu abile consigliera del marito e ottima amministratrice del patrimonio dopo la sua morte.

Comincerò dalla mia nascita. Suppongo fosse l’anno 5047 [1646-47] quando mia madre con l’aiuto della Provvidenza divina mi mise al mondo, nella comunità di Amburgo […].

[Chi] entrava affamato nella sua casa [del padre] ne usciva sazio. Ha fatto istruire i suoi figli, le femmine come i maschi, sia nelle cose divine che in quelle profane. Io non avevo ancora tre anni quando tutti gli ebrei furono cacciati da Amburgo e dovettero rifugiarsi ad Altona, che apparteneva allora al re di Danimarca […]. Abbiamo vissuto per un po’ di tempo ad Altona, e con grande fatica siamo infine riusciti a ottenere un lasciapassare che ci permetteva di andare in città a curare i nostri affari. Un lasciapassare lo si otteneva dal borgomastro; costava un ducato e quando era scaduto bisognava prenderne un altro […].

La vita non era facile perché avevamo tutti nostri affari ad Amburgo, e le persone povere e bisognose si arrischiavano spesso a entrare senza lasciapassare. […] La gente povera non era sicura della propria vita, a causa dell’odio che c’era tra i marinai, i soldati e il popolino, così che ogni donna ringraziava Dio quando il marito ritornava sano e salvo a casa”.

Glückel descrive con dovizia di particolari le vicende personali del padre che, ritrovatosi vedovo, aveva sposato in seconde nozze la madre, un’orfana, e che rivestì la carica di parnas, presidente della comunità, ad Amburgo, per molti anni. L’autrice nasce dunque in una famiglia benestante e le viene procurato un partito degno di lei: “Avevo dodici anni quando mio padre mi ha fidanzato e il fidanzamento è durato circa due anni. […] A quell’epoca non esistevano ancora le diligenze e dovemmo affittare da dei contadini alcuni carri per arrivare fino ad Hannover […]. La sera ci fu una grande festa. Il mio buon suocero, Joseph Hameln, di venerata memoria, prese un gran bicchiere di vino e bevve alla salute di mia madre. Mia madre gliene voleva ancora per non averci mandato una carrozza. […] Il cattivo umore fece subito posto alle risate e all’amicizia, e il matrimonio fu celebrato nella gioia e nella soddisfazione generale.

Dopo il matrimonio, i miei genitori ritornarono ad Amburgo e mi lasciarono, io che non ero che una bambina di quattordici anni, in un paese straniero, in casa di gente straniera. Ma non ne soffrii, tanta era la contentezza di vivere con i miei pii suoceri”.

Comincia qui per la giovanissima, ma tutt’altro che sciocca, Glückel, l’apprendistato come donna d’affari: “Dopo il mio matrimonio sono rimasta un anno con mio marito ad Hameln. Il nostro commercio era molto modesto, perché Hameln non era una città commerciale. Mio marito non volle contentarsi di prestare denaro ai contadini. Fin dall’inizio del nostro matrimonio la sua idea era quella di andare ad Amburgo, e questo si realizzò […].

I miei suoceri volevano che restassimo e insistevano perché vivessimo a casa loro, ma mio marito non voleva. Fu così che con il loro consenso siamo andati a stabilirci ad Amburgo. […]

Mio marito era uno straniero in città, e ha cominciato con l’osservare cosa succedeva. Il commercio delle pietre preziose non era allora così sviluppato come ora. […] Mio marito cominciò ad andare di casa in casa a comprare l’oro. Lo vendeva poi agli orefici e ai commercianti che volevano fare un regalo di fidanzamento e ci guadagnava passabilmente la vita […].

Il mio povero marito era molto attivo nei suoi affari, e io, benché ancora giovane, la aiutavo. Non lo scrivo per vantarvi, ma mio marito non prendeva consigli da nessun altro e non cominciava mai qualcosa senza averne discusso prima con me”.

Gli affari della giovane coppia prosperano nonostante l’ostilità dell’ambiente che li circonda: la vita nella città anseatica non è facile perché la comunità è continuamente esposta alle angherie degli studenti universitari e i viaggi compiuti per procurarsi o scambiare merce erano un’incognita per gli ebrei, esposti a qualunque offesa se non alla morte stessa. Ne è una testimonianza la fine di Mordechai, l’aiutante della coppia: “Così dunque, visto che mio marito non voleva far società con lui nel commercio di vino, Mordechai partì per conto suo portando con sé circa seicento talleri. […] Da Hannover voleva andare a Hildesheim. […] Avvicinandosi a Hildesheim, incontrò un bracconiere che gli disse: ‘Ebreo, pagami da bere o ti uccido’. Mordechai lo prese in giro perché la strada da Hannover a Hildesheim era altrettanto sicura di quella da Altona ad Amburgo. Ma il bracconiere insisté: ‘Carogna di un ebreo, a cosa stai pensando? Di’ sì o no!’ Alla fine ha preso il fucile e ha ucciso Mordechai con una palla in testa”.

Glückel non vede in queste continue persecuzioni nulla di particolare: esse sono pane quotidiano per gli ebrei e rassegnatamente le attribuisce al volere divino: “Nel cuore dell’uomo ci sono molti progetti, ma è il disegno dell’Eterno che si compie” (Prov. 19,21).

Anche la morte in tenera età di alcuni dei dodici figli viene attribuita finalisticamente a un Dio del quale è necessario accogliere la volontà: “Mia figlia Mate, che la sua anima riposi in pace, era nel suo terzo anno di vita, e non c’era bambina più bella e più intelligente di lei. […] Ma il Signore l’amava ancora di più. Quando entrò nel terzo anno, le mani e i piedi cominciarono a gonfiarle all’improvviso. Benché avessimo chiamato molti medici e provato molte medicine, a Lui piacque, dopo quattro settimane di richiamarla presso di Sé e lasciare noi solo la nostra grande afflizione e il nostro dolore. […] Ero incinta di mia figlia Hanna e il parto sopravvenne poco dopo. Inconsolabile com’ero, mi ammalai gravemente. […] Il Santo Nome mi dette forza, e dopo cinque settimane che avevo partorito, potei andare alla sinagoga benché fossi ancora molto debole. […] Accettai la volontà divina e dimenticai la mia amata figlia così come dice il Salmista: ‘Sono stato dimenticato dal cuore come un morto’ (Sal. 31,13) […]

Un uomo pio che si domanda: ‘Signore perché mi colpisci così crudelmente? Non conosco i peccati che punisci’, farebbe meglio a domandarsi quali altre prove gli stono state evitate. Bisogna dire a se stessi che tutte le decisioni dell’Onnipotente sono decisioni giuste”.

La prova più difficile e impegnativa però è rappresentata dalla morte del marito che rappresentava per Glückel un compagno e un amico, cosa straordinaria allora e di questo la donna si rendeva perfettamente conto: “Dal cielo mi trovavo precipitata sulla terra. Il nostro matrimonio era durato trent’anni e, grazie a mio marito, avevo potuto avere tutto quello che una moglie può desiderare. Ha sempre avuto gran cura di me, anche dopo la sua morte, perché mi ha lasciato in eredità un’onesta agiatezza e un eccellente nome […]. Figli miei cari, il nostro amico è morto come un santo. La sua malattia non è durata che quattro giorni ed è rimasto lucido finché la sua anima non ha lasciato il corpo. […]

La mia cara madre, i miei fratelli e le mie sorelle mi consolavano, ma ciò che mi dicevano non facevano che aumentare la mia pena e alimentare il fuoco del mio dolore, di modo che le fiamme salivano ancora più in alto. Le loro visite e le loro parole di consolazione durarono due o tre settimane, dopodiché, tutti mi dimenticarono. […]

Glückel però non si perde d’animo. “Dopo i trenta giorni di lutto, esaminai i libri. Vidi che i nostri debiti ammontavano a ventimila talleri. Ne ero già al corrente, e la cosa non mi spaventava, perché sapevo che potevo saldarli e che mi restava abbastanza da vivere e da far vivere i miei figli. […] Io ho riunito tutto, ho fatto il bilancio e mi sono decisa a fare una vendita all’asta, che ebbe luogo al momento stabilito. […] Ottenni dei buoni prezzi. Si vendette bene tutto. […] Appena incassato il denaro, cominciai a pagare i debiti e, in un anno, tutto era stato regolato. Il denaro liquido che mi rimase lo prestai a interesse. […]

Glückel riesce, inoltre, a concludere vantaggiosi contratti di matrimonio per i suoi figli: da ottima donna d’affari sa che un matrimonio significa stringere legami e alleanze vantaggiosi.

Non tutto va, però, per il verso giusto. Glückel ha dei problemi con uno dei figli, Loeb, che, evidentemente, non ha ereditato dai genitori il senso degli affari: “Giovane com’era, mio figlio Loeb si lasciava trascinare da gente cattiva a commettere ogni genere di ragazzate e di scempiaggini. Mi sono allora detta: se si sposa qui [ad Amburgo], questo continuerà; io sono vedova e le persone di qui sono talmente prese dai loro affari, che non potranno sorvegliarlo come sarebbe necessario. Dopodiché mio cognato Elia Ries mi ha proposto di sposare mio figlio con la figlia di suo fratello Hirschel Ries di Berlino. […]

Come ho già detto, mio figlio Loeb era giovane e mancava di esperienza. Suo suocero invece di vigilare su di lui lo trascurava e lo lasciava fare a suo modo, come una pecora senza pastore. Mi figlio si lanciò in grandi affari e aprì un negozio pieno di merci di ogni tipo. […]

I commessi rubavano tutto quel che potevano e tutti gli imbrogli di Berlino lo aiutavano. Io e i miei figli non ne sapevamo niente; pensavamo che il commercio prosperasse e fruttasse bene.

Ecco perché anche noi facevamo credito a Loeb. Io allora avevo una manifattura di calze ad Amburgo in cui avevo investito migliaia di talleri. […] Loeb mi scrisse a Brunswick chiedendomi di onorare le tratte [in possesso di alcuni mercanti di Amburgo]. […] Due settimane dopo mi venne a trovare un amico e mi disse: ‘Non posso più nascondervelo, vi devo dire che gli affari di vostro figlio non mi piacciono per niente. È indebitato fino al collo. […]

A quell’epoca io ero ancora energica nel lavoro e ogni mese vendevo merce per cinquecento o seicento talleri. Inoltre, due volte all’anno andavo alla fiera di Brunswick, dove il mio giro d’affari arrivava anche a parecchie migliaia di talleri, così che avrei potuto accettare la parte di spese che mi procurava Loeb, se solo avessi avuto l’anima in pace. I miei affari andavano bene, facevo venire merci dai Paesi Bassi, ne compravo anche ad Amburgo e le vendevo nel mio negozio. Non risparmiavo le forze, viaggiavo d’estate e d’inverno e tutti i giorni correvo per la città. […] Mi si faceva ampio credito. […] Vedevo [tuttavia] mio figlio Loeb, un bravo giovane, devoto e versato nel Talmud, che andava in rovina sotto i miei occhi! Così un giorno gli ho detto: ‘Non vedo alcun avvenire per te. I miei affari vanno bene, e io arrivo appena a farcela da sola; tu mi aiuterai e ti darò il due per percento su tutte le vendite’. Loeb accettò con gioia la mia proposta…

Glückel si convince, dopo undici anni di vedovanza a risposarsi. Non sarà fortunata neppure questa volta. Il secondo marito, uno stimato mercante di Metz, era oberato di debiti e il fallimento avvenne poco dopo il matrimonio. La donna deve sopportare l’onta del sequestro di tutti i beni: “Per quali prove non sono passata! Mio marito dovette nascondersi. Quando i creditori lo vennero a sapere, mi mandarono tre uscieri che stesero un inventario completo, fino all’ultimo chiodo nel muro, e sigillarono tutto senza lasciarmi di che mangiare. […]

Mio marito ne fu molto afflitto, a tal punto che poté sopportare il dispiacere e si ammalò. […]

L’Onnipotente l’ha chiamato presso di Sé e gli ha certamente accordato una parte del mondo a venire […]. Avrei potuto scrivere molte cose a questo proposito, ma non mi sembra necessario. Egli ha trovato la sua pace, ma me, me mi ha lasciato nella miseria e nell’angoscia. Solo con grande fatica ho potuto in seguito recuperare qualche soldo della mia dote, meno di un terzo di quanto mi era dovuto. Dopotutto, che cosa devo fare? Mi sono affidata interamente al Signore[2].

Crediamo che questa straordinaria testimonianza non abbia bisogno di commento. Ci limiteremo a ricordare che le Memorie non sono solo il ritratto di una donna distante, sia pur entro certi limiti, dalla figura femminile totalmente sottomessa e prona al volere del marito, tipica di quel tempo (non solo di allora) ma rappresenta anche una prova della floridezza e della vivacità culturale delle comunità tedesche di città quali Francoforte, Hannover e naturalmente Amburgo, prima che le persecuzioni diventassero talmente crudeli e intollerabili da spingere anche gli ebrei più restii, a cercare rifugio in Polonia e in Russia.

 


Note

[1] Glückel che si può tradurre in italiano con ‘Fortunata’ o “Felicita”, deriva dal tedesco Glück, ‘fortuna’.

“L’etimologia di Glück è incerta; forse da bfranc. ant. lukan, ‘chiudere’, ma anche ‘determinare’, avrebbe significato dapprima ‘conclusione’, ‘determinazione’, poi anche ‘fato’, destino’, prestito semantico dal fr. ant. destinée, le prime attestazioni sono infatti del XII secolo (geluke, 1160, Franconia Renana) e comincia a diffondersi con la cultura cortese cavalleresca […]”. (Bosco Coletsos, Le parole del tedesco, 1993).

[2] Memorie di Glückel Hameln, 1984.



Casella di testo

Citazione:

Alessandra Cambatzu, Le parole dello yiddish, VIII: Weib, Froj (seconda parte), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", IX, 2, luglio 2020

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-ix-numero-2-luglio-dicembre-2020/weib-froj-seconda-parte





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