Wilhelm Hauff, Abner, l'ebreo che nulla ha visto

"Free Ebrei", IX, 2, dicembre 2020



Wilhelm Hauff, Abner, l'ebreo che nulla ha visto


a cura di Vincenzo Pinto

 

Abstract

Vincenzo Pinto translated into Italian a German novel by Wilhelm Hauff, which was originally published in the second volume of "Maerchen-Almanach" (1827).





 

Presentazione del curatore 

Wilhelm Hauff (1802-1827) è stato un talentuoso scrittore tedesco che è spirato a soli venticinque anni. Fu autore del romanzo storico Il castello di Lichtenstein (1826), al quale si ispirò la costruzione dell'omonimo castello, ma soprattutto di fiabe dotate della tipica cupezza lunare romantica, cosparsa qua e là della vena esotica tratta dalle Mille e una notte. Molte sue opere, fra cui Suess l'ebreo, hanno avuto poi un adattamento cinematografico.

Il racconto qui tradotto è una rielaborazione del terzo capitolo di Zadig (1745-47), il noto racconto filosofico di Voltaire. La fine del povero Abner è decisamente più infausta del protagonista voltairiano. Ciò che qui ci preme sottolineare non è tanto il plagio di Hauff, quanto la convinzione che l'ebreo fosse dotato di una dote che mancava agli altri comuni mortali: la mente raziocinante. Una ragione che tuttavia non affonda nell'intelligenza intellettuale, ma nelle parti più recondite dell'animo umano. L'ebreo malmenato è quindi più razionale dei comuni mortali perché sa usare rettamente la propria vista. La ragione è strettamente legata all'istinto e all'intuizione. Una "morale", quella del racconto, su cui l'antisemitismo politico otto- e novecentesco avrebbe avuto molto di che obiettare!



Abner, l'ebreo che nulla ha visto

Signore, vengo da Mogador, sulla costa atlantica[1], e durante il regno su Fez e sul Marocco da parte del potente imperatore Muley Ismael[2] avvenne la storia che forse vorresti ascoltare. È la storia di Abner, l’ebreo che nulla ha visto.

Come sai, gli ebrei sono ovunque e dovunque sono furbi, con l’occhio di un falco per la minima occasione di guadagno; e quanto più sono oppressi, tanto più esibiscono l’arte di cui sono orgogliosi. Ma che un ebreo possa essere danneggiato dall’esibizione della sua furbizia è ben dimostrato da Abner, mentre un pomeriggio attraversava la porta del Marocco.

Camminava col suo cappello a punta in testa, avvolto in un mantello semplice e non eccessivamente pulito, accarezzandosi la barba, e, nonostante gli occhi guardinghi e timorosi e il desiderio di scoprire qualcosa di lucroso, una certa soddisfazione traspariva dal suo volto mutevole, a testimonianza di aver appena concluso buoni affari. Era un dottore, un commerciante e qualsiasi cosa gli recasse denaro. Quel dì aveva venduto uno schiavo con un difetto segreto, aveva comprato un carico di gomma di cammello a buon mercato e aveva preparato l’ultima dose per un paziente benestante, non prima della sua guarigione, ma prima della sua dipartita.

Era appena uscito da un boschetto di palme e alberi da datteri, quando sentì le urla di uomini che lo inseguivano; era una folla di stallieri dell’imperatore, guidata dal grande scudiero, intento a guardarli mentre correvano a destra e a manca, come in cerca di qualcosa.

“Filisteo!”[3], ansimò il grande scudiero. “Non hai mica visto correre uno dei cavalli dell’imperatore con una sella e le briglie?”

Abner rispose: “Il miglior cavallo da corsa che ci sia; piccolo zoccolo, ferri da cavallo argentati di quattordici anni, criniera dorata alta quindici mani, coda lunga tre piedi e mezzo come il candelabro dello Shabbat a scuola[4], e morso della sua briglia dorata a ventitré carati?”

“Proprio lui!”, esclamò il grande scudiero.

“Proprio lui!”, esclamò il coro degli stallieri.

“È Emiro”, disse un vecchio maestro d’equitazione. “Ho detto dieci volte al principe Abdallah di non cavalcare Emiro senza il morso. Conosco Emiro e gli ho detto che l’avrebbe disarcionato, e dovessi pagare il suo mal di schiena con la mia testa, se non l’ho avvertito prima. Ma dicci subito dov’è andato”.

“Io non ho visto nessun cavallo”, rispose Abner sorridendo. “Allora come posso dirti dov’è corso il cavallo dell’imperatore?”

Stupiti da questa contraddizione, i signori delle stalle reali stavano per fare pressione su Abner quando accadde un’altra cosa che li distrasse.

Per una strana coincidenza, come ce ne sono tante, proprio in quel momento era scappato anche il cane da compagnia dell’imperatrice. Arrivò di corsa una folla di schiavi neri,che urlò da lontano: “Avete visto il cane da compagnia dell’imperatrice?”

“Non cercate un cane, signori miei”, disse Abner, “ma una cagna”.

“Comunque sia!”, grido il primo eunuco deliziato”. “Aline, dove sei?”

“Un piccolo spaniel”, proseguì Abner, “che ha avuto recentemente una cucciolata, orecchie pendenti, coda folta e zoppo dalla zampa anteriore destra?”

“È lei, proprio lei”, dissero in coro gli schiavi. “È Aline; l’imperatrice è caduta in preda a convulsioni non appena ha perso il suo cane da compagnia. Aline, dove sei? Cosa ne sarà di noi se non la riporteremo all’harem? Dicci subito dove l’hai vista correre!”

“Non ho visto nessun cane. Non sapevo nemmeno che la mia imperatrice, che Dio l’abbia in grazia, possedesse uno spaniel!”

Gli uomini della stalla e dell’harem divennero furiosi per l’insolenza di Abner, come la definivano, nel deridere le perdite della proprietà imperiale e non dubitarono per un momento che Abner avesse rubato il cavallo e il cane. Mentre gli altri continuavano le ricerche, il grande scudiero e il capo eunuco presero l’ebreo e lo portarono rapidamente, con l’espressione mezza scaltra e mezza terrorizzata, davanti all’imperatore.

Muley Ismael, non appena udita l’accusa contro Abner, convocò il suo consigliere privato che, data l’importanza del tema, presiedette personalmente all’istruttoria. Furono subito inflitte cinquanta frustrate sulle piante dei piedi dell’imputato. Abner voleva urlare e lamentarsi, protestare la sua innocenza o promettere di raccontare tutto ciò che era successo; voleva citare i versi delle Scritture o del Talmud che amava richiamare: “L’ira del re è come il ruggito di un leone, ma il suo favore è come rugiada sull’erba”[5], oppure “Non colpire con la mano quando i tuoi occhi e orecchie sono chiusi”. Muley Ismael fece un cenno ai suoi schiavi e promise sulla barba del Profeta e sulla sua che il filisteo avrebbe pagato con la testa per le pene del principe Abdullah e le convulsioni dell’imperatrice, se i suoi uomini non avessero ritrovato i fuggitivi.

Il palazzo dell’imperatore del Marocco risuonava ancora delle urla dell’ebreo, quando giunse la notizia del ritrovamento del cane e del cavallo. Aline era stata sorpresa in compagnia di alcuni carlini molto dignitosi, ma non adatti a una signora di corte; Emiro, dopo essersi stancato di correre, aveva trovato dell’erba profumata sui prati verdi vicino al ruscello di Tara, che meglio si addiceva ai suoi gusti rispetto all’avena imperiale, come il cacciatore reale affaticato che, avendo perso la caccia a inseguimento, dimentica tutte le prelibatezze del suo tavolo per mangiare pane nero e burro nella capanna di un contadino.

Muley Ismael chiese ora ad Abner una spiegazione per il suo comportamento e l’ebreo vide che era giunto il momento, anche se un po’ in ritardo, di rispondere; dopo essersi prostrato tre volte davanti al trono di sua altezza, procedette con le seguenti parole:

“Potentissimo Imperatore, Re dei Re, Signore del Meglio, Stella della Giustizia, Specchio della Verità, Abisso della Saggezza, tu che sei lucido come l’oro, brillante come il diamante, duro come il ferro, ascoltami, poiché al tuo schiavo è permesso di alzare la voce alla tua augusta presenza. Giuro sul Dio dei miei padri, da Mosè e dai profeti, che non ho mai visto con gli occhi del mio corpo il tuo sacro cavallo o l’amabile cane della mia graziosa imperatrice. Ma ascolta la mia spiegazione.

“Sono uscito per rinfrescarmi dopo le fatiche del giorno, e nel boschetto, dove ho avuto l’onore di incontrare sua eccellenza il grande scudiero e la sua vigilanza, il sorvegliante nero del tuo benedetto harem, ebbene lì, sulle fini sabbie tra le palme, ho visto le tracce di un animale; io, che conosco molto bene le tracce degli animali, riconosco immediatamente le orme di un cagnolino; fini e lunghi solchi attraversavano le piccole protuberanze del terreno sabbioso; è una cagna, mi sono detto, e le mammelle penzolanti testimoniano una gravidanza recente; altre tracce vicine alle impronte delle zampe anteriori, dove la sabbia sembrava leggermente spazzata via, mi assicurano che l’animale doveva avere belle orecchie ciondolanti; e notando come la sabbia fosse levigata, ho pensato che la piccola creatura avesse una coda folta e cespugliosa simile a un ciuffo di piume, e che di tanto in tanto si divertisse a sferzare la sabbia con essa. Né è sfuggito alla mia osservazione che una zampa aveva fatto un’impronta più profonda sulla sabbia; non potevo quindi nascondermi che il cane della mia graziosissima imperatrice – se mi è permesso di dirlo ad alta voce – zoppicava un po’.

“Per quanto riguarda il cavallo di sua altezza, direi che, girando per un sentiero nel bosco, mi sono imbattuto nelle tracce di un cavallo. Non appena avevo osservato il nobile e piccolo zoccolo, il raggio sottile ma potente[6], mi sono detto in cuor mio: un cavallo di razza Tschenner, la migliore di tutte, è passato di qui. Nemmeno quattro mesi or sono, il mio graziosissimo imperatore venduto un paio di puledri di questa razza da un principe franco e mio fratello Ruben ha presenziato all’accordo, e il mio graziosissimo imperatore ne ha ricavato tantissimo. Quando vidi come le tracce fossero a distanza così regolare fra loro, ho pensato: quel cavallo galoppava magnificamente e gentilmente e poteva essere montato solo dal mio imperatore; e pensai al cavallo da guerra descritto da Giobbe: “Raspa la terra nella valle ed esulta della sua forza; si slancia incontro alle armi. Disprezza la paura, non trema, non indietreggia davanti alla spada. Gli risuona addosso la faretra, la folgorante lancia e la freccia[7]. E quando vidi qualcosa di luccicante sul terreno, mi chinai, come faccio sempre in questi casi, ed ecco: era una pietra di marmo in cui lo zoccolo del cavallo in corsa aveva tagliato un solco, da cui percepivo che lo zoccolo deve essere stato di quattordici carati d’argento, quant’è vero che ho conosco il marchio prodotto da metallo, sia puro o legato. Il sentiero in cui camminavo era largo sette piedi, e qua e là notai che la polvere era stata spazzata via dalle palme; il cavallo la spazzò con la coda, pensai io, che quindi doveva essere lunga tre piedi e mezzo. Sotto gli alberi che cominciavano a ramificarsi a circa cinque piedi da terra, vidi delle foglie appena cadute, che dovevano essere buttate giù dal cavallo ad alta velocità; che quindi era alto quindici mani; ed ecco, sotto gli stessi alberi c’erano piccoli ciuffi di pelo di una lucentezza dorata, quindi è un sauro dorato! Proprio mentre uscivo dal boschetto, il mio occhio fu catturato da un graffio dorato su una parete rocciosa. Dovresti conoscere la causa di questo graffio, pensavo, e che cosa credi che fosse? Ho posto una pietra di paragone sulla roccia, l’ho spolverata e ho avuto l’impressione di linee così raffinate che nemmeno un sauro delle sette province dell’Olanda sarebbe riuscito a produrre[8]. Il graffio doveva essere stato causato dall’imboccatura del cavallo che l’ha sfregata mentre passava accanto alla roccia. Il tuo amore per lo splendore è ben noto. Re dei Re; e uno dovrebbe sapere che il più comune dei tuoi cavalli si vergognerebbe di non battere un morso dorato. Questo era il risultato delle mie osservazioni, e se…”

“Bene, per la Mecca e Medina!”, urlò Muley Ismael, “il mio nome è occhi! Questi occhi non ti farebbero del male, capo cacciatori; ti farebbero risparmiare la spesa di un branco di cani da caccia; tu, ministro della polizia, potresti vedere meglio di tutti i tuoi ufficiali giudiziari e spie. Bene, Filisteo, mostreremo clemenza per via della tua insolita perspicacia, che ci ha soddisfatto così bene; le cinquanta frustate che hai giustamente ricevuto, valgono cinquanta zecchini. Te ne faranno risparmiare altri cinquanta; tira fuori dalla borsa cinquanta zecchini in contanti, in modo che in futuro eviterai di prenderti gioco della nostra proprietà imperiale! Per il resto, hai il nostro perdono reale”.

Tutta la corte era stupita della sagacia di Abner, perché sua maestà aveva riconosciuto la sua intelligenza; ma tutto ciò non lo ricompensò per il dolore, né lo consolò per la perdita dei suoi cari zecchini. Mentre, gemendo e sospirando, prese una moneta dopo l’altra dalla sua borsa e, prima di separarsene, l’appoggiava sulla punta del dito, Schnuri, il giullare del re, gli domandò scherzosamente se tutti i suoi zecchini fossero stati testati sulla pietra con cui aveva testato l’imboccatura del sauro del principe Abdallah. “La tua sapienza oggi ti ha portato fama”, disse il buffone. “Ma scommetto altri cinquanta zecchini che avresti voluto tacere. Ma cosa dice il Profeta? ‘Una parola sfuggita non può essere superata da un carro, nemmeno se trainato da quattro cavalli imbrigliati’. Nemmeno un levriero riuscirà a superarlo, signor Abner, anche se non zoppica”.

Non molto tempo dopo questo doloroso evento, Abner fece un’altra passeggiata in una delle valli verdi tra le colline dell’Atlante. E in questa occasione, proprio come la prima, fu raggiunto da una compagnia di uomini armati, il cui capo gridò:

“Salve, buon uomo! Non hai visto Goro, l’ufficiale di caccia dell’imperatore? È scappato e deve aver seguito questo corso sulle montagne”.

“Non posso servirti, generale”, rispose Abner.

“Ah! Non sei quel furbo ebreo che non aveva visto né il cane né il cavallo? Non preoccuparti; lo schiavo deve essere passato da qui; non puoi sentirne l’odore nell’aria? O non riesci a vedere le impronte dei suoi piedi fugaci nell’erba alta? Parla! Lo schiavo deve essere passato da qui; non ha eguali nell’uccidere i passeri con una cerbottana, e questo è il più grande passatempo di sua maestà. Parla! O ti metterò in catene!”

“Non posso dire di aver visto quello che non ho ancora visto”.

“Ebreo, te lo chiedo per l’ultima volta, dov’è finito lo schiavo? Pensa alle piante dei tuoi piedi; pensa ai tuoi zecchini!”

“Povero me!”, urlò. “Bene, se vuoi assolutamente che io abbiamo visto l’aggressore dei passeri, corri da quella parte; se non è lì, allora è da qualche altra parte. "

“L’hai visto, allora?” Ruggì il generale.

“Beh, sì, signor ufficiale, se voi volete”.

I soldati si affrettarono nella direzione indicata, mentre Abner, soddisfatto interiormente della sua astuzia, se ne andò a casa. Nemmeno ventiquattrore dopo, una compagnia di guardie reali entrò a casa sua contaminando lo Shabbat, e lo trascinò alla presenza dell’imperatore del Marocco.

“Cane di un ebreo!”, urlò l’imperatore. “Hai il coraggio di depistare i servi imperiali che stavano inseguendo un fuggiasco, spedendoli sulle montagne, mentre lo schiavo diretto verso la costa è quasi riuscito a fuggire su una nave spagnola? Prendetelo, soldati! Cento frustate sulle piante dei piedi e cento zecchini dalla sua borsa! Quanto più i suoi piedi si gonfiano sotto la sferza, tanto più la sua borsa si ridurrà”.

Lo sai, Signore, che nel regno di Fez e del Marocco la gente ama la giustizia rapida; e così il povero Abner fu frustato e tassato senza prima essere consultato sulle sue intenzioni. Ma ha maledetto il suo destino, che ha condannato i suoi piedi e la sua borsa a soffrire ogni volta che sua maestà soleva perdere qualcosa. Mentre zoppicava fuori dalla sala, urlando e gemendo, tra le risate del rozzo popolo di corte, Schnuri, il giullare, gli disse: “Dovresti essere contento, Abner, ingrato Abner! Non è forse abbastanza onore per te che ogni perdita patita dal nostro grazioso imperatore – che Dio lo conservi – provochi nel tuo cuore un dolore più profondo? Ma se mi prometterai un buon compenso, verrò al tuo negozio nel vicolo ebraico un’ora prima che il Signore dell’Occidente perda qualcosa, in modo da dirti: “Non uscire da casa tua, Abner; tu lo sai il perché; chiuditi a chiave nella tua cameretta sino al tramonto”.

Questa, Signore, è la storia di Abner, l’ebreo che nulla aveva visto.




Note

[1] Oggi Essaouira, sulla costa marocchina a circa 170 km a nord di Agadir.

[2] Sultano marocchino della dinastia alawide, regnò dal 1672 al 1727.

[3] Sinonimo di ebreo-giudeo.

[4] Sinonimo di Sinagoga.

[5] Proverbi 19,11

[6] Allusione a una parte a forma di cuneo alla suola dello zoccolo.

[7] Giobbe 39,21-23.

[8] Ducati olandesi con l’impronta qui descritta.



Casella di testo

Citazione:

Wilhelm Hauff, Abner, l'ebreo che nulla ha visto (a cura di Vincenzo Pinto), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", IX, 2, dicembre 2020

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-ix-numero-2-luglio-dicembre-2020/wilhelm-hauff-abner-lebreo-che-nulla-ha-visto





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