Adele Valeria Messina, Zofia Lipecka: "Je devais les dessiner"

"Free Ebrei", VII, 2, dicembre 2018


Zofia Lipecka: "Je devais les dessiner"


Il ricordo della rivolta di Varsavia (19 aprile-16 maggio 1943) a Rende


di Adele Valeria Messina


Abstract

Adele Valeria Messina reviews Zofia Lipecka's photographic exhibition, which took place in Rende at the beginning of the year.

 


È proprio mentre i polacchi fanno i conti col proprio passato - quando entra in vigore la legge sulla Shoah in Polonia è l’1 marzo 2018 – che l’artista polacco-francese Zofia Lipecka, ci fa entrare nel ghetto di Varsavia attraverso 25 ritratti a carboncino. Abbastanza vicini, ma non attaccati tra di loro, visi e sguardi espressivi si susseguono nella sala espositiva del Museo del Presente di Rende – nel sud dell’Italia, in provincia di Cosenza. Sembrano incisi nelle pareti e al tempo stesso pronti per fuoriuscire da quelle pareti quasi a disturbare, chiamandolo, il visitatore casuale che passa di lì. Con menti grandi e occhi enormi questi volti hanno cesellato le fiancate dell’ampio salone, ridefinendole. Già, perché Zofia Lipecka, in 10 giorni, dal 22 febbraio al 10 marzo 2018, ha consegnato un messaggio chiaro al pubblico: “ci guardano” - che è poi anche il titolo della mostra.

Patrzą na nas in polacco, Dans les yeux in francese l’esibizione multimediale curata dal critico d’arte Roberto Sottile e supervisionata, ma soprattutto voluta desiderata dall’assessora alla cultura del Comune rendese, prof.ssa Marta Petrusewicz, fa volgere necessariamente lo sguardo verso la discussione sulla dibattuta legge polacca che va a punire colui che sostiene il coinvolgimento e/o la collaborazione polacchi nei crimini del Terzo Reich. Una mostra che mette sull’attenti dunque e che chiama in causa proprio il diritto. Quasi a dire: Ius rationis abest, ubi saeva potentia regnat.

È proprio la traduzione letterale dal francese “Negli occhi” ad avvicinarci all’italiano “Ci guardano”. Quello che Zofia Lipecka riesce a farci fare è esattamente questo: ci fa entrare negli occhi degli abitanti del ghetto di Varsavia. O meglio: ci mette in relazione con loro e questo proprio nel momento in cui i nazisti scattano delle istantanee per documentare l’efficacia della repressione della rivolta, nel Wohnbezirk. L’obbiettivo di quelle foto era quello di testimoniare il trionfo dei tedeschi, la distruzione quindi del Ghetto di Varsavia e l’annientamento degli ebrei.

Col carboncino tra le mani e il convincimento maturato lentamente di “Je devais les dessiner”, a 75 anni ormai dalla rivolta del ghetto di Varsavia (19 aprile-16 maggio 1943) l’artista polacca e francese Zofia fa rivedere proprio quella rivolta. La strategia che adotta però è insolita: se da un lato capovolge la tradizionale mentalità degli artisti - ne sregola la messa a fuoco o meglio sposta la distanza dell’obbiettivo dall’immagine, dall’altro stravolge, in senso lato, l’impostazione degli storici. Prende in prestito alcune delle foto presenti nel Rapporto Stroop che contenevano le istantanee sul rastrellamento del Wohnbezirk per metterle su carta attraverso la fusaggine.

E mentre una copia del Rapporto resterà a Stroop, che qualche anno prima della rivolta aveva modificato il suo nome Joseph nel più ariano Jürgen, il fascicolo sarà inviato ad Adolf Hitler e a Heinrich Himmler.[1]

Avais-je le droit de le faire? si chiede più volte in diversi modi e in più sedi fino a rendere pubblico il suo interrogativo parafrasato in: “Avevo il diritto di ritrarre, di fare un ritratto dei visi degli abitanti del ghetto di Varsavia?.

Da un lato l’interrogativo ha accompagnato la vita artistica e personale di Zofia, dall’altro esso fa i conti con (nel senso che segue a) un intero dibattito storico successivo alla pubblicazione, nel 2001, de I carnefici della porta accanto. 1941: il massacro della comunità ebraica di Jedwabne in Polonia dello storico Jan Tomasz Gross, edito in Italia nel 2002 e di cui Marta Petrusewicz da un lato e Antony Polonsky e Joanna B. Michlic dall’altro danno una ricostruzione più che chiara.[2]

In diverse occasioni, durante l’inaugurazione della mostra, l’artista spiega il suo capovolgimento necessario : “J’ai donc imaginé, que tous les habitants du ghetto que je dessinais, nous regardent, nous parlent et nous interpellent.[3]

Se, nel 1961, per via del processo ad Adolf Eichmann, la cittadina americana ebrea Hannah Arendt, inviata a Gerusalemme per conto del New Yorker, dopo aver messo per iscritto i più significativi resoconti dell’evento, scriveva che a essere in gioco era la verità e, in particolare, la verità concernente i fatti,[4] ora Zofia mette in gioco foto d’archivio, fotografando col disegno-ritratto la verità di quei fatti.

L’album de photographies du ghetto de Varsovie m’a toujours accompagnée – continua Zofia nel suo credo – leggibile nel catalogo della mostra. E successivamente: “Il est plus facile de représenter les bourreaux que les victimes. J’ai commencé à dessiner les ruines du ghetto, au fusain. Je me suis vite rendu compte que c’était une manière d’éviter les visages. Puis c’est devenu une évidence: je devais les dessiner.[5]

Dovevo: è proprio questo tempo imperfetto che perfeziona la sua lezione e la rende cittadina - a pieno titolo - polacca.

Come il riflesso dello scudo donato da Atena a Perseo riesce a far guardare all’eroe greco Medusa, e quindi a uccidere la Gorgone dallo sguardo pietrificante, riflessa nello scudo, allo stesso modo il ritratto di Zofia permette di riflettere la dura realtà del nazismo.[6] L’eloquenza dell’arte non solo raggiunge tutti, ma fa di Zofia quell’artista-occhio – qualora si possa coniare il termine dopo la lettura di La massa come ornamento di Kracauer – che cattura la realtà appieno.[7]

Ancora, si potrebbe formulare un’ulteriore ipotesi. Sempre stando al mito - se dal sangue della testa di Medusa, che mantiene il potere pietrificante, sgorga il cavallo alato Pegaso, similmente dalla consapevolezza degli orrori del nazismo, che pietrifica l’umanità, esce la responsabilità collettiva di non permettere più che quanto trascorso riaccada.

Il significato ultimo del resistere al male (del nazismo) richiede proprio come atto di  libertà quello di ritrarre, incidendo, il vero.

Da un filo invisibile che li mette tutti al centro della scena - come accadeva nella tragedia greca quando da quella σκηνή gli attori trasmettevano agli spettatori che li guardavano quello che stavano vivendo – i volti di Zofia che escono dal foglio col carboncino “guardano”. E guardano noi. Quel nero su bianco - con tutta la quantità di polvere che si crea - va a rompere il grigiore della banalità del male. Proprio quella pressione che l’artista esercita con il carboncino sul foglio, con tonalità delle volte molto intense, anche se poco stabili, garantisce una serie di azioni, di qualsiasi natura, di resistenza di fronte al male.

Per alcuni aspetti, il lavoro di Zofia Lipecka si ritaglia un punto di riflessione all’interno di quei lavori che riguardano la costruzione della memoria dell’olocausto; una memoria che richiama un passato di tipo – come ricorda Antony Polonski in una recente riedizione di un suo testo, apparso nel 2010 – “dark”, “troubling” e “difficult” -  a proposito del ruolo della legge di fronte alla questione della distruzione degli ebrei.[8] Non è affatto un caso, infatti, che i suoi volti portino avanti il Progetto Treblinka iniziato nel 2004. E non è neanche strano che, osservando i volti di Zofia Lipecka, sembri di leggere alcuni autori della sociologia della memoria dell’olocausto. A volte pare di ritrovare il pensiero di Jeffrey Alexander o anche di Ulrich Beck, Daniel Levy e Natan Sznaider – solo per citare alcuni.[9]

Se la polvere del carboncino riesce a scivolare via, la sensibilità di Zofia Lipecka è in grado di trattenere, in carta porosa e ruvida, quelle particelle di carbone che preservano la memoria di quello che è accaduto a Varsavia, tra il 19 aprile e il 16 maggio del 1943, quando scoppiò appunto la rivolta. Proprio perché, come scriveva Emmanuel Lévinas, “il volto del prossimo mi ossessiona attraverso questa miseria. “Egli mi guarda”, tutto in lui mi riguarda, niente mi è indifferente”.[10]

 

 

Note


[1] Sul Rapporto Stroop si rimanda a http://www.jewishvirtuallibrary.org/the-stroop-report-may-1943; https://www.ushmm.org/wlc/it/media_da.php?ModuleId=10007271&MediaId=1053, ultimo accesso 4 aprile, 2018.

[2] Si veda Marta Petrusewicz, “Fine della Polonia innocente: Analisi di un dibattito,” Passato e Presente 20, n. 56 (2002): 153–66; Joanna B. Michlic, Coming to Terms with the “Dark Past”: The Polish Debate about the Jedwabne Massacre (Jerusalem: SICSA, 2002); Antony Polonsky and Joanna B. Michlic, eds., The Neighbors Respond: The Controversy over the Jedwabne Massacre in Poland (Princeton, NJ: Princeton University Press, 2004).  

[3] Zofia Lipecka, Dans Les Yeux. Patrzą Na Nas. 19 janvier - 12 février 2016. 19 stycznia - 12 lutego 2016 (Société Historique et Littéraire Polonaise, Bibliothèque Polonaise de Paris, Polskie Towarzystwo Historyczno-Literackie, Biblioteka Polska w Paryżu, 2016), 10.

[4] Hannah Arendt, Verità e politica, a cura di Vincenzo Sorrentino (Torino: Bollati Boringhieri, 1995), 10. 

[5] Lipecka, Dans Les Yeux. Patrzą Na Nas, 10.

[6] Si rimanda a Siegfried Kracauer, Theory of Film: The Redemption of Physical Reality (New York: Oxford University Press, 1960).

[7] Siegfried Kracauer, Das Ornament der Masse: Essays (Frankfurt am Main: Suhrkamp, 1963).

[8] Antony Polonsky, “Turning Away From Poland’s ‘Dark Past’. Should the law be invoked to confront the Holocaust?”, Tablet. Culture News, February 13, 2018,  http://www.tabletmag.com/jewish-arts-and-culture/255112/turning-away-from-polands-dark-past (ultimo accesso 3 aprile, 2018).

[9] Qui si rimanda a Ulrich Beck, Daniel Levy, and Natan Sznaider, “Erinnerung und Vergebung in der Zweiten Moderne,” in Entgrenzung und Entscheidung: Wast its neu an der Theorie reflexiver Modernisierung? edited by Ulrich Beck and Christoph Lau (Frankfurt: Suhrkamp, 2004), 440–68; Alexander, Jeffrey C., Martin Jay, Bernhard Giesen, Michael Rothberg, Robert Manne, Nathan Glazer, and Elihu Katz, and Ruth Katz, Remembering the Holocaust: A Debate (New York: Oxford University Press, 2009).

[10] Emmanuel Lévinas, Altrimenti che essere o al di là dell’essenza (Milano: Jaca Book, 2006), 116.

 



Casella di testo

Citazione:

Adele Valeria Messina, Zofia Lipecka: "Je devais les dessiner", "Free Ebrei. Rivista di identità ebraica contemporanea", VII, 2, dicembre 2018

url: http://www.freeebrei.com/anno-iv-numero-2-luglio-dicembre-2015/adele-valeria-messina-zofia-lipecka-je-devais-les-dessiner



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