Alessandro Matta, 7 novembre 1968: "Nazista!"

"Free Ebrei", VII, 2, ottobre 2018

 

7 novembre 1968: "Nazista!"

 

Quell'urlo e quel "gifle" che hanno cambiato la storia


di Alessandro Matta


Abstract

Alessandro Matta tells the relatively unknown story of Beate Künzel, a German anti-Nazi Leftist activist who 50 years ago accused the Bundeskanzler Kurt Kiesinger for his past involvement in Nazi activities.




“Ascolta, tu sei Tedesca ma vivi in Francia. Vivi in Francia, eppure devi  fare prendere coscienza al popolo Tedesco della gravità di questa situazione. Pertanto è necessario un gesto importante per risvegliare le coscienze”.

Le parole e le azioni già concordate in precedenza con l’inseparabile marito Serge tornavano sicuramente nella  mente di Beate in quella mattina del 7 Novembre 1968. Cinquant’anni fa. A Berlino. Al congresso nazionale della CDU, il Partito Cristiano Democratico della Germania Federale.

Sta per prendere la parola al congresso un ospite importante. E’ il Cancelliere della Germania Occidentale da alcuni mesi. Il suo nome è Kurt Georg Kiesinger.

La protagonista della vicenda di oggi è li. Ascolta la presentazione del cancelliere, e lo vede avvicinarsi al palco e prendere la parola da dietro la tribuna degli oratori.

Non appena il Cancelliere ha iniziato a parlare, eccola avvicinarsi agli oratori. Ha appena detto al responsabile della sicurezza di essere una giornalista accreditata presso un importante quotidiano locale, e di voler raggiungere tutti i suoi colleghi giornalisti che si sono sistemati di lato rispetto al palco, pronti a fare domande al Cancelliere non appena quest’ultimo finirà di parlare.

Ma non appena è sul palco non raggiunge i giornalisti. Si ferma prima. Più o meno al centro del lungo tavolo, proprio dietro al Cancelliere.

Un urlo, soltanto un urlo: “NAZISTA!” a cui segue un ceffone, un sonoro ceffone piantato sulla guancia di Kiesinger non appena questi si è di poco voltato, disturbato dall’urlo di Beate dietro di lei.

Subito tutti quanti gli altri si alzano in piedi meravigliati e paritempo spaventati da una simile avventatezza. Immediatamente intervengono gli uomini della sicurezza che trascinano via quella donna, tra l’incredulità e le domande degli altri oratori e anche di alcuni giornalisti che si sono immediatamente avvicinati e hanno cominciato a chiedere al Cancelliere “Come sta? Tutto bene? Era armata? Chi era quella donna, Cancelliere?”

E’ appena avvenuto un evento storico. Uno “schiaffo” che entrerà nelle cronache della Germania degli anni ’60 e non solo.

E’ appena successo, infatti, che la generazione dei “figli” della Germania del Terzo Reich, ha letteralmente “preso a ceffoni” quella dei padri e dei nonni, quei padri e quei nonni che il Terzo Reich lo hanno costruito, accettato, difeso o semplicemente con profonda indifferenza assassina accettato.

Quella donna è Beate Klarsfeld. Ed è la donna che con quel gesto travolgerà la Germania.

Beate Künzel, questo il suo nome da nubile, è nata a Berlino, il 13 Febbraio 1939. A pochissimi mesi dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, a pochissimi mesi dall’invasione nazista della Polonia, a pochissimi mesi dall’inizio dell’inferno dei ghetti e delle violenze per milioni di ebrei Polacchi e a soli due anni dall’inizio del genocidio per gli ebrei di tutta l’Europa. E’ figlia di due genitori che non sono nazisti, ma non sono nemmeno antinazisti. Suo padre e sua madre, come milioni di altri “Tedeschi comuni” hanno vissuto l’epoca nazista senza alcuna emozione, o comunemente accettando quanto accadeva attorno a loro. Il padre, Kurt, venne anche richiamato come riservista al fronte, in Francia, ma un ferimento lo farà riformare e tornare a casa.

Nel 1945, tra i bambini Tedeschi che giocano in quelle macerie di Berlino distrutta dalle bombe Russe e Americane, c’è anche la piccola Beate di sei anni.

Cresce e studia in Germania, ma il clima di un paese che rimane ancorato a vecchi schemi politici o educativi la soffoca.

Raggiunta la maggiore età, ecco quindi il desiderio di scappare, di girare il mondo e di vivere all’estero. E Parigi, la Ville Lumiere, è in assoluto la prima tappa.

Ed è qui, una mattina, l’11 Maggio 1960, mentre si reca nell’appartamento dove lavora come ragazza alla pari, che alla fermata del Metro di Porte-Saint-Cloud, un giovanotto poco più grande di lei di pochi anni, robusto e con due occhietti vispi e simpatici dietro agli occhiali, comincia a farle la corte, chiedendole in lingua Inglese il numero di telefono.

Quel giovane si chiama Serge Klarsfeld.

A volte la storia crea delle bizzarre coincidenze, e caso vuole che con Beate, in quella giornata dell’11 Maggio 1960, ne abbia combinate ben due.

Non solo infatti, quel giovane simpatico che le chiede il contatto telefonico è un Francese di religione Ebraica di origini Romene, figlio di un uomo assassinato nel 1944 nel campo di sterminio di Auschwitz Birkenau. Ma quello stesso giorno, a Buenos Aires, un commando di agenti del Mossad, il Servizio Segreto di Israele, sta rapendo Adolf Eichmann, il burocrate della Shoah, che verrà l’anno dopo sottoposto a processo a Gerusalemme.

Tra Serge e Beate è colpo di fulmine. E i due si sposeranno tre anni dopo un lungo fidanzamento.

Sono tre anni nei quali Beate è venuta per la prima volta, grazie al suo fidanzato, a conoscenza di tutti i fatti legati alla Shoah. Ha conosciuto le pesanti responsabilità del popolo Tedesco in quanto accaduto, ha potuto venire a conoscenza di documenti e dati messi a disposizione da Serge, uno studente di legge e poi Avvocato con la passione però per la ricerca storica. Senza tutto questo, Beate lo ammette ancora oggi, probabilmente sarebbe rimasta una delle tante Tedesche ignare della misura reale di quanto accaduto.

I due dopo il matrimonio hanno un primo figlio maschio, che chiamano Arno, come il nonno assassinato a Birkenau.

Sono una coppia normale, fino a quando, nel 1968, la notizia dell’arrivo alla Cancelleria del Reich di Kurt Georg Kiesinger mette in guardia entrambi.

Kiesinger non è un politico qualunque. Come molti altri politici Tedeschi, egli ha goduto della grossa amnistia di Adenauer del 1951. Un evento, questo, che ha finito col fermare il processo di denazificazione della Germania. Grazie a quella amnistia, venivano di colpo cancellati possibili provvedimenti contro oltre 792.176 persone, fra le quali erano incluse persone con una pena di sei mesi, 35.000 persone con una sentenza di oltre un anno tra cui più di 3000 funzionari della SA, delle SS e del partito nazista che avevano partecipato alla detenzione delle vittime nelle carceri e nei campi di concentramento; 20.000 altri nazisti incriminati per "crimini contro la vita" (presumibilmente omicidi), 30.000 per aver causato ferite corporali e 5.200 che commisero "crimini e misfatti d'ufficio". Nel 1958 solo una piccola parte degli imputati di Norimberga erano ancora in prigione.

Kiesinger, durante il Terzo Reich, aveva militato nel partito nazista (tessera 2633930) ed era stato una pedina di collegamento tra il ministero della Propaganda di Joseph Goebbels e il ministero degli Esteri.

Cosa fare, davanti ad un paese che rischia di non fare i conti con la propria storia? Semplice, bisogna informare tutti della verità.

Serge si mette subito al lavoro negli archivi di tutta la Germania, sia ad Ovest che ad Est. E proprio negli archivi della DDR, trova una serie di documenti molto importanti che comprovano la partecipazione del neo eletto Cancelliere Tedesco al ministero della Propaganda del famigerato Goebbels, con una serie di operazioni che sicuramente provavano la sua piena conoscenza dei crimini nazisti, oltre che una ampia partecipazione alla propaganda di stato contro gli ebrei e gli oppositori del regime.

Beate, che in quel momento ha trovato lavoro come segretaria presso l’Ufficio Franco-Tedesco per la Gioventù della capitale Francese, prende i documenti più importanti, e scrive ben tre articoli per la rivista di sinistra “Combat”.

Nessuna risposta fino al terzo articolo. Il giorno dopo l’apparizione del terzo, quando alle nove del mattino, come tutti i giorni, Beate entra nel suo ufficio e si avvicina alla scrivania, trova una lettera di reclamo: ha una settimana solamente per ritirare le accuse di “nazismo” al Cancelliere Kiesinger, o altrimenti è licenziata.

Il nazista mantiene il suo posto al governo della Germania post nazista, mentre colei che ne denuncia le malefatte si ritrova senza lavoro.

E’ qui, davanti a questa ambiguità, che viene deciso quello che diverrà il “metodo Klarsfeld”. La coppia decide infatti per optare per un modo di agire ben particolare: creare uno scandalo, magari con una azione molto forte o al limite della legalità, allo scopo però di “scoprire” lo scandalo ancora più grave alla base del primo.

E da qui, dunque, la decisione della “Gifle”. Lo schiaffo da dare pubblicamente al Cancelliere. Una azione violenta, che provocherà sicuramente l’arresto di Beate e un procedimento penale contro quest’ultima. Ma lo scopo è proprio quello di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla presenza al potere di una persona pesantemente compromessa col regime nazista.

Funzionerà. Beate, anche grazie al marito che è un bravo avvocato, otterrà di essere trattata come cittadina Francese dalla corte Penale Tedesca che la sottopone a giudizio per il ceffone, e viene assolta in primo grado.

Nel frattempo, in Germania vengono indette nuove elezioni, che si svolgono in un clima molto teso. Molti giovani hanno capito cosa si cela dietro Kiesinger, e vogliono voltare pagina.

Lo schiaffo dato in quel 7 Novembre da una sola donna, si trasforma in uno schiaffo generale della società Tedesca e dei giovani in particolare alla generazione dei padri.

Il lavoro iniziato da persone come il procuratore Fritz Bauer, il Procuratore dell’Assia che portò al Processo di Auschwitz nel 1965, morto quello stesso anno, sta iniziando ad ottenere un proseguimento con Beate “la gifleuse”.

Nel 1969, alla Cancelleria della Germania Ovest, ci sarà Willy Brandt, un Socialista ed antinazista. Con lui, il clima comincerà a cambiare, e la Germania inizierà  un forte lavoro di presa di coscienza delle sue responsabilità col nazismo.

Un lavoro che porterà molto lontano, verso una presa di coscienza molto forte, tuttora presente nella Germania di oggi.

Non sarebbe stato possibile, probabilmente, senza quel ceffone di Beate, che oggi  è nota insieme al marito come la più famosa cacciatrice di nazisti al mondo dopo Wiesenthal. Candidata alla Presidenza della Repubblica Tedesca nel 2012, oggi Beate è anche la Presidente Onoraria della Associazione Memoriale Sardo della Shoah.

Una donna che deve essere d’esempio, in questo periodo in cui la militanza contro le ingiustizie è sempre meno contemplata. 



Casella di testo

Citazione:

Alessandro Matta, 7 novembre 1968: "Nazista!" Quell'urlo e quella "gifle" che hanno cambiato la storia, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VII, 2, novembre 2018

url: http://www.freeebrei.com/anno-vii-numero-2-luglio-dicembre-2018/alessandro-matta-7-novembre-1968-nazista







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