Cristina Bettin, La Brigata ebraica e la Liberazione

“Free Ebrei", VII, 2, agosto 2018

 

La Brigata ebraica e la Liberazione 

Intorno al progetto milanese di museo degli ebrei combattenti


Abstract

Cristina Bettin explains the ratio of a Jewish Brigade Museum in Italy, which represents a new idea of Jewish contemporary identity.


di Cristina Bettin*


La storia della Brigata ebraica, le sue origini, le sue azioni ed i suoi uomini, rimane ancora sconosciuta ai più,i quali tendono a ridurre e a sminuire il suo contributo. Uno dei motivi, come ho accennato sopra, è dato anche da una presa di posizione squisitamente politica, che tende ad associare unicamente la Brigata ebraica e la sua storia allo Stato Israeliano di oggi, per la precisione: alla politica governativa di Israele, quando la Brigata ebraica dovrebbe essere innanzitutto contestualizzata, studiata e separata da tutto un discorso politico contemporaneo che c’entra poco o niente con l’oggi. Preservare la memoria della Brigata ebraica è un atto dovuto a tutti quei soldati ebrei che rischiarono la loro vita e morirono nel suolo italico per liberare il Paese e l’ Europa dal nazifascismo.

La lotta contro i tedeschi da parte degli ebrei residenti nella Palestina del Mandato Britannico iniziò ben prima della formazione della Brigata ebraica.

Il 29 agosto 1939 Chaim Weizmann[1], leader dell’ Organizzazione Sionistica Mondiale dal 1922 al 1931 e dell’Agenzia Ebraica stessa, in una lettera inviata al Primo Ministro inglese Neville Chamberlain, sottolineava l’importanza per gli ebrei dello Yishuv (insediamento ebraico prima del 1948 ) di combattere ed entrare immediatamente all’ azione a fianco degli alleati inglesi e delle :“ democrazie, mettendo a disposizione uomini, abilità tecnica e risorse”[2]. Il nemico numero uno erano ora i tedeschi, pertanto nonostante le restrizioni del Libro Bianco[3], che limitava l’immigrazione ebraica in Palestina, bisognava, come sosteneva David Ben Gurion: “combattere Hitler a fianco degli inglesi come se non ci fosse il Libro Bianco e combattere il Libro Bianco come se non ci fosse Hitler”[4]. I tedeschi potevano mettere a rischio l’esistenza dello Yishuv,talora fossero riusciti ad attraversare il canale di Suez, pertanto andavano fermati con ogni mezzo, anche se questo consisteva nell’allearsi con il nemico inglese. Un altro motivo per cui l’Agenzia Ebraica era  “temporaneamente” a favore di questa alleanza era dato dalla convinzione che l’addestramento militare che ricevevano i volontari ebrei nell’esercito inglese potesse in futuro essere utile per la formazione di un esercito ebraico, necessario a creare uno Stato indipendente ebraico.  Dal 1939 al 1944, furono circa 30.000 le persone che si arruolarono volontariamente nell’esercito inglese,tra cui 4000 donne, i motivi, perlomeno in alcuni casi, sopratutto nei primi tempi, come traspare in diverse testimonianze e autobiografie, erano economici, ma i più erano ideologici. Questi  volontari provenivano da tutte le classi sociali ed erano ebrei sia nati nella Palestina del Mandato Britannico che nuovi immigrati, tra questi molti arrivati anche illegalmente.Questi volontari ebrei, all’inizio si distinguevano solamente per il porto di un distintivo individuale sulla manica dell’uniforme (shoulder flash) con la scritta Palestine. Tuttavia ben presto venne sancito l’uso di bandiere di compagnia (guidon), decorate con la stella di Davide, spesso inspirate alla bandiera del movimento sionista. Nello stesso tempo, anche gli autocarri delle varie compagnie ebraiche del RASC (Royal Army Service Corps), oltre a ricevere guidons propri, avevano il diritto di dipingere un distintivo proprio alla compagnia, con la stella di Davide, sul fronte del veicolo militare in uso. Questo diritto venne esteso, fin dal 1943, alle compagnie di volontari ebrei dalla Palestina che servivano nei RE (Royal Engineers) e nella RA (Royal Artillery). Nell’agosto del 1942, quando venne creato il Palestine Regiment[5], il distintivo metallico (brass badge), rappresentava un albero d’ulivo, simbolo di concordia, con attorno la scritta in tre lingue, inglese, ebraico e arabo, “Palestine Regiment”. Significativamente, nella scritta in ebraico, il vocabolo Palestine era seguito tra parentesi dalle lettere EI, e cioè l’acronimo di Erez – Israel, o Terra di Israele[6].

Nel 1941 veniva fondato il Palmach, braccio armato della Haganah (difesa)[7], avvallato inizialmente anche dagli inglesi in quanto vedevano in questi soldati ebrei un alleato per combattere la minaccia nazista. Cionostante, rimaneva da parte inglese sempre una certa diffidenza nei riguardi degli ebrei arruolati nel loro esercito, non a caso tendevano ad assegnargli ruoli ausiliari e non di combattimento[8]. I soldati del Palmach venivano addestrati da esperti militari inglesi e questo fu di grande aiuto ai soldati dello Yishuv in quanto usarono poi queste nozioni di tecnica militare per formare in seguito un vero esercito. Nel 1942, gli inglesi ordinarono lo scioglimento del Palmach, ma questo, contrastando gli ordini, continuò ad agire lo stesso,in clandestinità. L’addestramento clandestino del Palmach avveniva nella foresta di Mishmar Ha Emek e, quando finiva, i futuri combattenti venivano mandati in gruppi nei vari Kibbutzim. Il motivo all’inizio era finanziario, non avendo più l’aiuto degli inglesi, né militare, né finanziario, l’Agenzia Ebraica decise di autofinanziare questo esercito clandestino di combattenti, mandandoli in diversi Kibbutzim, dove avrebbero lavorato la terra per il Kibbutz a patto di essere ripagati con vitto e alloggio. Il Kibbutz inoltre sarebbe stato difeso e a sua volta addestrato dai soldati del Palmach. Questo programma di addestramento militare-agricolo,chiamato Achshara Meguyeset (formazione di reclute) fu aperto presto a ogni giovane tra i diciotto e i venti anni, che permise in seguito al Palmach di aumentare i suoi numeri.L’addestramento del Palmach includeva l’apprendimento di svariate tecniche militari:dall’allenamento fisico e combattimento corpo a corpo, a quello dell’ uso di esplosivi, sabotaggi, ricognizioni, comunicazioni e radio,e, varie armi di artiglieria leggera e pesante. Il Palmach formava anche corsi ufficiali, seguiti questi anche da diversi comandanti dell’Haganah. All’interno del Palmach, che nel 1943 era già organizzato in sei compagnie regolari, c’erano diverse unità speciali, tra le quali la Machlaca Ha Germanit (unità tedesca), incaricata di infiltrarsi e operare tra le linee nemiche, con atti di intelligence e sabotaggi contro le infrastrutture naziste in Egitto e nei paesi limitrofi. Quest’unità consisteva di quaranta ebrei di origine per lo più tedesca (specie come madrelingua e aspetto fisico) in quanto dovevano sembrare veri “ariani”, in tutti i sensi. Il loro addestramento era come quello dei soldati tedeschi, con le stesse armi, uniformi e anche canzoni della Wehrmacht: “Io parlavo perfettamente tedesco, ero nato in Austria. Ero quindi il candidato ideale per far parte di quest’unità”, dirà Chaim Miller, uno dei soldati della Brigata ebraica. L’unità tedesca, e tutti i suoi uomini, una volta smantellata fu incorporata nella Brigata ebraica dell’VIII Armata, dove continuò a operare come gruppetto autonomo, compiendo a volte azioni clandestine, all’insaputa anche dagli altri soldati della Brigata ebraica e dall’Agenzia ebraica.


La creazione della Brigata ebraica

La Chativa Yehudit Lochemet (unità combattente ebraica), nota come Brigata ebraica, fu costituita il 20 settembre 1944, dopo una difficile e lunga trattativa diplomatica, tra le autorità ebraiche dello Yishuv e il governo britannico, guidato allora da Winston Churchill. Il quale, motivando il suo consenso alla formazione di una Brigata ebraica sostenne il pieno diritto del popolo ebraico all’avere una propria unità combattente :

 “So benissimo che c’è un gran numero di ebrei nelle nostre Forze Armate e in quelle americane, ma mi è sembrato opportuno che un’unità formata esclusivamente da soldati di questo popolo, che così indescrivibili tormenti ha subito per colpa dei nazisti, fosse presente come formazione a se stante fra tutte le forze che si sono unite per sconfiggere la Germania”[9].

L’importanza della dichiarazione di Churchill è a mio avviso, oltre che nella legittimazione della creazione di una Brigata ebraica, anche nella parificazione della medesima a quella degli altri eserciti alleati, compresi i gruppi partigiani, non a caso Churchill parla di “tutte le forze unite”. Il riconoscimento del ruolo ufficiale della Brigata, come unità combattente ebraica, e, rilevo di pari meriti a quello degli altri eserciti, ci fa capire, come gli inglesi stessi vedessero, anzi dessero, il pieno diritto a questi combattenti ebrei di combattere assieme agli eserciti alleati la lotta al nazifascismo.

 La creazione di una Brigata composta da solo combattenti ebrei era vitale per i leader dello Yishuv, anzi era una delle loro priorità[10], in quanto speravano grazie a questa di poter costituire un giorno un esercito nazionale, ma anche di poter combattere contro i nazisti che stavano sterminando gli ebrei d’Europa. Nello Yishuv infatti, per quanto non fossero ancora conosciute le precise metodologie dello sterminio degli ebrei d’Europa,perpetuate nei campi di concentramento, si iniziava a sapere dell’uccisione, della “sparizione” , della segregazione nei vari ghetti e dei treni carichi di ebrei che partivano dai loro Paesi per destinazioni ignote[11]. Diventava di estrema urgenza quindi riuscire a portare in salvo chi era rimasto vivo, ed oltre che a combattere prestargli soccorso e aiuto, con tutti i mezzi possibili. Nello Yishuv si iniziarono ad aprile molti uffici di reclutamento, e molti giovani appena diciottenni si arruolarono. Manifesti di propaganda erano sparsi in tutto il Paese, questi rappresentavano la sagoma di un giovane militare che innalzava la bandiera con la stella di Davide e le strisce azzurre con il motto Jews want to fights as Jews (gli ebrei vogliono combattere come ebrei).

 Piero Cividalli, uno dei soldati italiani membri della Brigata rbraica, ricorda con trepidazione il giorno che andò per arruolarsi: “Mia sorella si era arruolata nell’Esercito Inglese nel 1944. Io non potevo, perchè ero ancora minorenne, ma nel 1945, appena compiuti diciotto anni mi arruolai. Volevo combattere i nazifascisti, pensando di salvare il salvabile. Con me c’erano altri italiani, come: Renato Levi, Bruno Servadio, e altri precedentemente arruolati nel Palestine Regiment e passati poi, come Valerio Bassan nella Brigata ebraica. Ricordo anche di italiani arrivati qui (Yishuv) nel 1945 e arruolatesi nella Brigata”[12]. Furono una decina circa i soldati di origine italiana nella Brigata ebraica, pochi rispetto a quelli provenienti dall’Europa dell’est, ma comprensibile se si calcola che nel 1943, gli  italiani  (compresi quelli che provenivano dall’Italia, non solo nati lì) erano 1687, mentre tra il 1944 ed il 1948 ,il numero di nati in Italia venuti a vivere nello Yishuv era di 779.

La maggior parte dei soldati della Brigata ebraica erano originari dell’Europa dell’est. Tanti erano nati in Polonia e nell’ex Unione Sovietica, ma anche in Romania, Austria, Germania[13]. C’erano anche soldati nati nella Palestina del Mandato Britannico,che avevano ancora famiglia in Europa,e speravano di poter ritrovare qualcuno vivo, anche se le notizie che arrivavano nello Yishuv non lasciavano presagire niente di buono. Questi soldati erano sionisti,  e credevano fortemente nella creazione di uno Stato ebraico, cionostante, molti di loro non avevano mai reciso le loro radici culturali europee e dimenticato il luogo dov’erano nati e cresciuti. Anche gli ebrei dell’Europa orientale, che per secoli erano stati vessati, perseguitati ed uccisi con svariati pogroms, in una qualche misura si sentivano ancora legati ai quei luoghi, a quella lingua (Yiddish), a quella cultura. L’essere sionista, il voler ritornare a “Zion”,far parte di uno Stato ebraico, non cancellava la loro identità culturale europea, semmai arricchiva una nuova forma identitaria che stava in loro formandosi, quella nazionale israeliana o del sabra, (chi nasceva nello Yishuv ed in Israele poi). Un' identità che stava prendendo forma, grazie alla nascita di istituzioni come il Palmach ed il Kibbutz, che contribuirono fortemente a creare, come nel caso del Palmach ,un ethos nazionale ed una cultura sabra, anche attravarso varie attività associative, come: raduni giovanili, canzoni, balli. Lo stesso dicasi con la creazione, sin dal 1910, dei primi Kibbutzim, finalizzati a creare un “nuovo tipo di ebreo”, un ebreo forte, combattivo, fiero di essere ebreo e di acquisire un’ identità nazionale ebraica. L’errore che viene fatto da chi afferma che la Brigata ebraica è un gruppo sionista,  e come tale non c’entra nulla con la liberazione d’Italia, i vari festeggiamenti e altro, è perché ignora il particolare che questi soldati erano si sionisti ma anche, come ho scritto sopra,europei o di origine europea (perlomeno molti di loro). Come tutti gli immigrati, anche gli immigrati ebrei, una volta arrivati nella Palestina del Mandato Britannico, aprirono i loro bar, ristoranti, teatri e anche sinagoghe, diverse in base alla loro provenienza geografica. Anche la piccola comunità italiana,  aveva i suoi posti di ritrovo, uno di questi per esempio era la casa a Tel Aviv dei genitori di Piero Cividalli, che sin dal 1939 era diventata un punto di incontro per tutti gli italiani, amici e non, che vivevano o transitavano per Tel Aviv, dove si mangiava e parlava solo italiano. Lo stesso accadeva in casa di Sara Bolaffio Levi, immigrata nella Palestina del Mandato Britannico nel 1939, che per mantenersi aveva aperto una piccola pensione italiana, dove vendeva  anche il cibo italiano che cucinava, ed organizzava corsi di ricamo[14]. Come molte memorie, testimonianze e autobiografie dimostrano, in tutti questi immigrati europei, seppur con valenze diverse, c’era, nonostante il loro sionismo un filo mai spezzato con il loro Paese di origine. Un filo diretto,che spinse molti di loro a ritornare in Europa e a combattere il nazifascismo. Anche il giovane sabra, si sentiva in qualche modo legato alle sorti del Paese natio dei genitori o nonni, di conseguenza era per lui importante dare il suo contributo nella lotta di liberazione. E’ importante sottolineare che si arruolarono soldati ebrei non solo di origine europea, ma anche chi viveva nello Yishuv da generazioni, ma che in nome dei loro “fratelli” perseguitati ed uccisi dai nazifascisti, decise che era un suo dovere unirsi e a far parte della Brigata ebraica. Nello Yishuv infatti ci fu, oltre che un consenso totale alla formazione della Brigata ebraica, anche una collaborazione collettiva, dove ognuno fece la sua parte. Ai soldati volontari della Brigata ebraica, veniva garantito il loro posto di lavoro una volta ritornati a casa, e, a volte le loro famiglie venivano anche aiutate finanziariamente, sia dalle istituzioni pubbliche che da privati.


L’arruolamento

I giovani volontari che si arruolarono nella Brigata ebraica furono 5258[15], molti di loro erano  soldati che appartenevano al Palestine Regiment , mentre altri ancora erano membri della Haganah. “Ricevetti il permesso di finire i miei studi ed una volta finiti mi arruolai volontariamente nell’esercito inglese. Mi misero nella Brigata ebraica, e su ordini della Haganah, fui assegnato al quartier generale della Brigata ebraica come tassista del capo dell’Intelligence militare della Brigata ebraica. Ero un membro della Haganah che prestava il suo servizio all’interno della Brigata ebraica”[16]. Come lui ce n’erano molti. Uno dei fini della Haganah infatti era quello di mandare in Europa i suoi uomini in cerca dei sopravissuti e portarli in salvo. Stando alla testimonianza di uno di questi soldati: “i compagni della Haganah infiltrati nella Brigata ebraica che arrivarono in Italia erano divisi in tre gruppi: il primo consisteva in un piccolo gruppo che lavorava per la Bricha[17] (spostando i sopravissuti da un Paese all’altro dell’Europa, in particolare dall’Europa dell’est in Italia, nei porti del Mediterraneo) tra l’Austria e l’Italia. Il secondo gruppo, piu’ numeroso, era mandato vicino a Torino, dove in un campo allestito da loro in mezzo alle colline, avrebbero addestrato i futuri olim (immigranti in Eretz Israel), all’uso delle armi. Il terzo ,quello più grande avrebbe invece dovuto unirsi alle compagnie di trasporto rimaste in Italia ed occuparsi della logistica della Aliya Beth in Italia”[18]. Questi gruppi lavoravano in clandestinità, all’insaputa il più delle volte degli altri soldati della Brigata ebraica, come Israel Carmi, uno dei loro comandanti ,ed organizzatore all’interno della Brigata ebraica di un’unità di intelligence[19]. Oltre agli uomini della Haganah, e agli ebrei dello Yishuv si aggiunsero alla Brigata ebraica, anche ebrei provenienti da altri Paesi che allora facevano parte dell’Impero Britannico, come Sudafrica, Canada e Australia, cui si unirono in un secondo tempo anche ebrei polacchi e russi.

“Non eravamo né santi né nobili cavalieri. Eravamo semplicemente ragazzi venuti da Israele. Capimmo che eravamo lì per gli ebrei perseguitati d’Europa, e che semplicemente dovevamo fare qualcosa per loro”[20]. Scriverà venti anni dopo nella sua autobiografia The Brigade, Hanoch Bartov.

I compiti della Brigata ebraica, come ho scritto inizialmente, furono molteplici, non solo di combattimento contro i nazifascisti, ma anche di aiuto e di salvataggio sia agli ebrei sopravvissuti, in fuga dall’Europa, che volevano andare in Eretz Israel, sia alle comunità ebraiche italiane  che erano state completamente devastate dopo anni di guerra e persecuzioni, come spiegherò meglio in seguito.


L’addestramento e il fronte

La Brigata ebraica compredeva tre battaglioni: fanteria, artiglieria, genio e servizi, e fu inquadrata nell’VIII Armata e destinata al fronte italiano. L’addestramento avveniva nel deserto, a Burj el Arab, in Egitto. I soldati della Brigata ebraica indossavano la divisa inglese come tutti gli altri soldati ma sul braccio avevano un’insegna con la stella di Davide color oro su  sfondo a strisce bianche e azzurre, sotto la scritta in caratteri ebraici  CHAYIL (acronimo di chativa yehudit lohchemet - Brigata ebraica combattente) e in inglese la scritta di Jewish Brigade Group: “Fu una grande emozione mettersi sul braccio le insegne della Brigata ebraica, che tutti noi soldati ebrei dovevamo indossare, avere delle armi  “legali” in dotazione come Brigata, una Brigata che non aveva ancora il suo Paese...Era così irreale...Ci siamo chiesti se tutto questo fosse vero...ma non avevamo tempo da perdere in questi pensieri, dovevamo ora organizzarci per la partenza al fronte”, dirà in un’intervista  Margalit Ataniel, uno dei soldati della Brigata[21]. Momenti unici ed emozionanti come quelli provati anche da Meir (Munia) Meshullah, quando vide per la prima volta nella storia della Brigata ebraica alzarsi al campo la bandiera della Brigata[22], una bandiera che sarebbe diventata in seguito quella dello Stato israeliano. Ho dovuto smettervi di scrivere, dirà in una lettera indirizzata ai propri genitori, ventiquattro ore dopo essere arrivato nel campo di addestramento in Egitto, “perché stavano alzando la bandiera della Brigata, bianca e azzurra con la stella di Davide al centro, mi sono messo in riga, assieme a tutti gli altri soldati, in silenzio, con le lacrime agli occhi... Solo noi potevamo capire cosa significasse tutto ciò...”[23]. L’orgoglio che provavano questi soldati ebrei era quello di tutto lo Yishuv, ma anche delle comunità ebraiche della diaspora, che aiutarono, almeno quelle che poterono, come quelle americane e argentine, finanziariamente la Brigata. Nel 1945, a Pasqua, la comunità argentina invierà alla Brigata,100.000 sterline per l’acquisto di equipaggiamento, stanziando anche un fondo di 8000 sterline per le famiglie dei caduti in azione.

Sia durante il loro addestramentto,  che prima di essere mandati al fronte, i soldati della Brigata ricevevano molte lettere, non solo dai propri familiari ma anche da estranei, in particolare da giovani scolari e scolare dello Yishuv. Molti soldati intrattenevano una fitta corrispondenza con questi ragazzi, raccontandogli di come trascorrevano le giornate, e, censura permettendo, di quello che avrebbero presto fatto. C’era quindi un coinvolgimento collettivo tra questi giovani combattenti e lo Yishuv, ogni soldato diventava come il figlio e il fratello di tutti. Come era iniziato nel Palmach, anche ora, nella creazione della Brigata ebraica si continuava la formazione verso la nuova identità nazionale, dove l’ani (io), diventava l’anachnu (noi) .

Al comando di questa Brigata fu messo un ebreo canadese: il brigadiere generale Ernst Frank Benjamin, che nel 1943 era stato trasferito presso lo Stato Maggiore dell’Esercito Britannico in Medio Oriente. Il 31 ottobre la Brigata ebraica fu imbarcata su due navi e trasferita in Italia, dove arrivò a Taranto il 5 novembre.

A Taranto, la Brigata fece un ulteriore addestramento militare per poi proseguire verso il Nord Italia, a Fiuggi, che sarebbe diventato il loro quartier generale. Il percorso per arrivare a Fiuggi, prevedeva diverse tappe intermedie in città come Avellino, Caserta, Capua, Cassino e Frosinone.Attraversando l’Italia, con vari mezzi di fortuna, per lo più vagoni merci, quando questi c’erano, gli uomini della Brigata si scontrarono per la prima volta con  una realtà fatta di miseria, distruzione, disperazione: “…e infrastrutture erano fatiscenti, c’era gente che vagabondava senza sapere dove andare, affamati, senza tetto... Non era più l’Italia che avevo lasciato da bambino nel 1939, era cambiato tutto”[24], dirà Piero Cividalli, ricordando il suo arrivo in Italia.

Sensazioni condivise anche dal colonnello Jack Levi: “Abbiamo attraversato le rovine di Cassino, anche lì era tutto in rovina, con la popolazione magra e scalza che cercava di tornare alle proprie case, alle vigne e alle tombe dei propri cari. La fame regnava sovrana nel sud Italia”[25]. Di fronte a questa realtà non c’era molto da fare, cionostante gli uomini della Brigata ebraica cercarono di aiutare la popolazione civile come potevano, con i pochi mezzi che avevano a disposizione, tra questi uno era il cibo. Arrivati a Fiuggi, e dopo un ulteriore addestramento di circa tre mesi, ai soldati della Brigata ebraica, fu assegnato il compito di fornire supporto al Gruppo di Combattimento Friuli, creando alcune azioni diversive, per poi tentare un’operazione di sfondamento sul fiume Senio, nella zona di Alfonsine a ovest di Ravenna, e liberare la città di Imola. Il 28 febbraio i soldati della Brigata ebraica arrivarono a Rimini, e successivamente a Cervia, che era il centro di raccolta della Brigata ebraica alle porte del fronte. Agli inizi di marzo, i tre battaglioni della Brigata ebraica, supportati dai reparti ausiliari (genio, artiglieria e  trasporti), arrivarono presso Forlì, dove ci furono i primi scontri con l’ esercito tedesco: “Il 3 marzo arrivammo nella zona di Faenza/Forlì con il terzo battaglione di fanteria, il 4 giungemmo a Villanova di Bagnacavallo lungo il Fosso Vetro con il 28 battaglione... iniziò un’intensa attività di pattuglie..”[26].

Faenza divenne nelle ultime settimane di belligeranza il nuovo quartier generale della Brigata ebraica[27].

Come si evince dalle lettere e testimonianze dei soldati della Brigata ebraica, rilasciate nel corso degli anni, il loro morale era alto, e forte era la voglia di combattere i tedeschi, di affrontarli apertamente. Sapevano che i tedeschi erano esperti combattenti, difatti avevano subito diverse perdite, si calcola che 51 furono i soldati che perirono sul suolo italiano e molti i feriti.Ciononostante, la voglia di combattere i nazisti, di aiutare i sopravvissuti e liberare così l’Europa dall’oppressore era più grande di qualsiasi altra cosa. Anche al fronte i soldati della Brigata ebraica non si sentirono mai soli, oltre a ricevere lettere e pacchi da casa,ricevettero visite anche da personalità dello Yishuv, politici, come Moshe Sharett, allora capo dipartimento dell’Agenzia Ebraica e futuro Primo Ministro di Israele, o di cantanti e attrici come Chana Robina[28]: “ricordo la visita al fronte di Moshe Sharett. Il nostro comandante era molto preoccupato di questa visita, aveva paura  che potesse succedere qualcosa...Lui era una personaggio importante....come poteva visitare il fronte e andare in prima linea? Gli inglesi non capivano questo, per loro era uno scandalo che una persona di questo livello potesse visitare il fronte..Io fui destinato a essere il suo autista e a portarlo a visitare il fronte, anche in posti pericolosi e vietati ai civili....Ricordo anche Chana Robina, che venne proprio in “prima linea”a cantare canzoni ebraiche, davanti a noi soldati sporchi di sangue, feriti....e lei oltre che a cantare ci lesse anche lettere di amore, scritte  da un soldato per la sua amata in Eretz Israel.....Furono attimi commoventi e unici...[29]

Attimi però che riuscirono a legare ancora di più questi soldati ebrei tra loro, ma anche altri soldati ebrei che appartenevano all’esercito alleato, e che  si unirono ai soldati della Brigata ebraica per festeggiare al fronte un Rosh ha Shanà (Capodanno ebraico): “La prima volta che incontrammo gli alleati americani ebrei, dalla gioia facemmo una Tefilà (preghiera) insieme”, dirà Moshè Mosinson, uno dei soldati della Brigata ebraica[30].

Da Faenza, i soldati della Brigata ebraica avanzarono verso Merzano, dove si scontrarono apertamente con i soldati della IV Divisione d’assalto dei paracadutisti tedeschi, che ferirono molti soldati della Brigata ebraica, uccidendone 5: “I tedeschi erano molto ben armati e ben sostenuti da artiglieria e mortai...Di nuovo come ad Alfonsine fu iniziata un’intensa attività di pattuglia per imparare a conoscere la zona e la disposizione del nemico...I tedeschi erano esperti combattenti e durante le due settimane di pattugliamento avemmo diverse perdite tra morti e feriti. Alla fine tuttavia guadagnammo il completo controllo della parte sud del Senio, e le pattuglie d’attacco cominciarono a esplorare la parte sud del fiume per prepararsi all’attraversamento”[31].

Il 9 aprile iniziò l’offensiva della XV Armata, il D Day, come fu denominata l’operazione nei vari dispacci consegnati a tutti i reparti Alleati dispiegati al fronte, ossia un attacco combinato delle forze dell’aviazione e di terra che si sarebbe sviluppato in tutta la linea gotica. Nell’ambito dell’avanzata, i soldati della Brigata ebraica ricevettero l’ordine di stabilire una testa di ponte al di là del fiume Senio per il 10 aprile[32]. Una volta passato il Senio a Ossano e arrivati a Imola, liberata il 14 aprile dai soldati polacchi, i soldati della Brigata ebraica vennero riuniti a Brisighella per un periodo di riposo, mentre alcune compagnie, tra cui la 178° trasporti e la 643°del genio, seguirono l’avanzata Alleata fino al Po.

La Brigata ebraica operò attivamente sul fronte italiano dal 3 marzo al 25 aprile, per un totale di 54 giorni di combattimento, non molti come quelli degli altri eserciti alleati, ma con ciò non meno importanti. La sua funzione in Italia fu fondamentalmente di natura diversiva e si sostanziò in un’azione di disturbo e di agganciamento del nemico. Questi erano gli ordini ricevuti dall’esercito alleato, che supportò, o meglio, non interferì, specie l’esercito americano con tutte le altre attività, alcune illegali (come la Bricha), che la Brigata ebraica fece, nel primo dopoguerra.

 

Il dopoguerra e la Brigata ebraica

Il contributo della Brigata ebraica nel  primo dopoguerra fu sostanzialmente di due generi diversi, ma connessi tra loro. Uno di aiuto alla ricostruzione delle comunità ebraiche italiane, completamente distrutte dai nazifascisti e devastate anche psicologicamente da anni di discriminazioni, persecuzioni,uccisioni, che avevano portato anche a una lacerazione religiosa all’interno dell’ebraismo italiano. L’altro,di assistenza e aiuto ai sopravvissuti e profughi che cercavano di immigrare in Eretz Israel. Nel maggio 1945, i soldati della Brigata ebraica, furono trasferiti sul Tarvisio,e fu lì che incontrarono per la prima volta i supersiti dei campi di concentramento. L’incontro con i sopravvissuti fu scioccante psicologicamente e  spiritualmente, ma anche emozionante. I soldati della Brigata fecero il possibile per aiutarli. Non c’erano ordini precisi e chiari sul cosa fare esattamente, nessuno si aspettava di vedere tutti quei superstiti, che arrivavano a gruppetti o da soli dai campi dove erano stati liberati, e senza un’ organizzazione precisa alle spalle. L’aliya Beth (immigrazione clandestina), avvenne in un secondo momento, ossia quando i profughi erano già sistemati e anche nascosti a volte, in qualche campo profugo o località:

"Fu la Brigata Ebraica a organizzare la prima immigrazione illegale. Senza la Brigata ebraica, sarebbe stato quasi impossibile che questi superstiti arrivassero in Eretz Israel... Nessuno ci aveva detto niente. Non avevamo ricevuto ordini dallo Yishuv su cosa fare esattamente. Fu quindi una nostra iniziativa personale. La Bricha è arrivata dopo”[33]. Dice Johanan Peltz, uno dei membri della Brigata Ebraica e anche del cosiddetto gruppetto dei ha nochim (vendicatori).

 Lo storico israeliano Yehuda Bauer, confermando quanto Peltz sostiene, afferma che furono circa 15.000 i  sopravvissuti che grazie alla Brigata ebraica, dalla Germania, via Austria, arrivarono in Italia per poi essere imbarcati illegalmente sulle navi che partivano per la Palestina mandataria[34]. I soldati della Brigata ebraica, si occupavano di trasferire questi profughi, procurando camion per gli spostamenti, benzina, cibo e generi di prima necessità, molte volte al mercato nero, barattando anche ciò che avevano o ricevevano dai pacchi che gli venivano inviati dallo Yishuv dai propri familiari. Non solo, furono i soldati della Brigata ebraica che costruirono i primi campi di transito per questi profughi:

“Dai vari trasporti, dalla Germania sono arrivati dov’eravamo, sul Tarvisio, dei camion di circa 1000 persone, per lo più adolescenti e bambini. Molti di loro provenivano dai campi di concentramento. C’era bisogno di creare un altro campo transiti, vicino a quello esistente perché quello che c’era non bastava per tutti. Per creare questo campo, ricevemmo l’aiuto di molti altri militari, appartenenti ad altre unità. Anche, in via eccezionale da alcuni civili professionisti. Anche i giovani superstiti ci aiutarono. Pioveva e l’ospedale da campo era pieno di ammalati. Le tende erano allagate e molti soldati diedero i loro sacchi a pelo a questi giovani sopravvissuti...Con il passare dei giorni, sono arrivati altri soldati che ci hanno aiutato a sistemare i posti dove far dormire questi bambini”[35].

Oltre a costruire i primi campi di transito per i sopravvissuti, i soldati della Brigata ebraica aprirono molti campeggi estivi per orfani ebrei,non solo a Milano[36], che era diventato nel frattempo il centro principale di raccolta dei profughi, ma anche a Bergamo, Torino e altre città. I soldati della Brigata iniziarono anche  a recuperare tutti i bambini ebrei che si erano nascosti nei conventi e monasteri durante la guerra, cercando di riunirli alle proprie famiglie[37].

I soldati della Brigata ebraica, assieme agli uomini dei corpi ausiliari, cercavano quindi, ed ecco qui il  loro secondo contributo, di ricucire il tessuto sociale, istituzionale e anche religioso dell’ebraismo italiano. Per gli ebrei italiani, la Brigata ebraica, rappresentò un senso di riscatto, finalmente ora potevano essere ebrei e liberi, non più nascosti, celando la loro identità ebraica, anzi ora, grazie a questi soldati arrivati dalla Palestina mandataria, potevano sentirsi ancora più fieri ed orgogliosi di essere ebrei.  La loro identità venne ulteriormente rafforzata da corsi di lingua e cultura ebraica tenuti da alcuni di questi soldati. Come quello instituito da Alimelech Cohen, che scrisse: “Nella scuola ebraica di Roma c’erano 600 bambini e bambine. Iniziammo corsi di lingua ebraica, importanti per costruire anche un’identità e tradizione ebraica. Ho sentito il bisogno di fare questo anche con i più grandi ed organizzammo un gruppo di giovani di 13 e anche 14 anni, chiamato prachim ha Zion (i fiori di Sion)”[38].

Le attività della Brigata ebraica, in particolare l’aiuto che davano ai profughi che cercavano illegalmente di imbarcarsi da qualche porto italiano per raggiungere la Palestina mandataria,attività vietata dagli inglesi, che ancora, continuavano ad applicare il Libro Bianco, limitando l’immigrazione, fu intercettata dal comando inglese, che decise per questo di trasferire la Brigata ebraica nel nord Europa, prima in Olanda e poi in Belgio. Questo però non fermò le attività della Brigata ebraica, che continuarono a prestare assistenza ai profughi e aiutarli nella loro immigrazione. Significativa a riguardo è una lettera di uno di questi soldati ebrei  Eliahu Alterman, scritta ai suoi genitori il  2 agosto del 1945: “Abbiamo incontrato in mezzo a una strada un gruppo di persone, che agitavano le mani venendoci incontro....non capivamo bene cosa volessero....eravamo ancora in territorio nemico[39] e le nostre insigne, come  la stella di Davide sui camion, era ben visibile...Improvvisamente un giovane, molto magro, sale sul mio camion ed inizia in un modo non chiaro e sgrammaticato a parlare un po’ di ebraico, dicendomi che poco distante c’era un campo profughi di ebrei, che già avevano saputo del nostro arrivo, e che ci stavano aspettando..Quando arrivammo, vedemmo questi superstiti in mezzo alla strada che cantavano canzoni ebraiche, e bloccando i nostri trasporti ci chiesero di seguirli dentro il campo. Il nostro ufficiale, che era un inglese, accettò. Appena entrati vedemmo un grande cartello con scritto in ebraico bruchim ha baim cadima chaial (benvenuti, vieni avanti soldato )... Era tutto così incredibile, solo due settimane prima, questi ebrei erano quasi senza vita, più morti che vivi, ed ora vedevamo nei loro visi la felicità, un sorriso.... Rimasi senza parole, non potevo più parlare ed iniziai a piangere. Scesi dal mio camion e vidi che anche tutti gli altri soldati piangevano, non erano solo lacrime di dolore nel vedere nei loro corpi le sofferenze che avevano patito, ma anche di gioia. Ora capivo il perché del mio arruolamento nella Brigata ebraica, tutto aveva un senso”[40].

Ed è questo il motivo per cui diversi soldati della Brigata ebraica, anche dopo essere stati smobilitati, nel giugno del 1946, decisero di rimanere in Europa e collaborare con gli emissari del mossad le aliya beth, i palyam (forze navali combattenti, che alla nascita dello Stato d’Israele diventeranno parte della marina israeliana), che avevano il compito di preparare i profughi alla vita di bordo, e la Ha Chavurà (la gang), gruppo incaricato di occuparsi della logistica per le operazioni dell’aliya beth.

 

Conclusione

La Brigata ebraica, come ho cercato di illustrare in questo breve articolo, fu un esercito regolare e al pari degli altri eserciti alleati. La differenza tra la Brigata ebraica e gli altri eserciti fu che la Brigata  Ebraica aveva e si assunse  anche il compito, sia morale che etico di aiutare e portare in salvo i sopravvissuti ebrei, che erano i figli di un Europa, e di un Italia  a cui  tanto avevano contribuito a creare, come lo dimostrano le vicende storiche del Risorgimento italiano,e, che nel 1938 con la promulgazione delle leggi razziali, li tradì, e poi nel 1943 cercò di sterminarli.

Il diritto della Brigata ebraica, di partecipare alle celebrazioni del 25 aprile per la liberazione dal nazifascismo, è, e deve essere, non solo doveroso ma in primo luogo legittimato. Infangare e sottovalutare il ruolo di questo esercito è come infangare qualsiasi altro movimento di liberazione, compresa la Resistenza. La Brigata ebraica non agì da sola e non fu un movimento anarchico, bensì un gruppo militarmente addestrato da un esercito europeo, quello inglese, lo stesso esercito che dava gli ordini ed istruzioni. Molte attività della Brigata ebraica furono fatte  con i partigiani, sia iugoslavi che italiani, i quali collaborarono in stretto accordo e complicità con i militari ebrei della Brigata. Chi nega questo o ne sminuisce il valore, lo fa in quanto vuole usare la storia al fine propagandistico di un’ideologia politica, quindi fa un ragionamento a-storico, privo di qualsiasi scientificità, e permeato solo da quell’odio razzista e antisemita che ha portato allo sterminio di un intero popolo.

 


Note


* Il 21 aprile si è inaugurato al Comune di Inzago una mostra sulla Brigata ebraica e la Liberazione in Italia. Questa iniziativa, cui farà seguito la fondazione a Milano di un Museo sulla Brigata ebraica, è stata finalizzata dai suoi curatori (tra cui la presente che scrive l’articolo) allo scopo di far conoscere in primo luogo la Brigata ebraica, di evidenziarne le sue gesta e finalità, sottolineando la collaborazione che questa ebbe con i vari movimenti di liberazione nazionale oltre che nelle comunità ebraiche italiane. Come afferma giustamente Piero Cividalli, uno degli ultimi sopravvissuti della Brigata ebraica: “la Brigata ebraica e la Resistenza, ambedue in campi diversi, lottarono per la stessa cosa: la libertà d’Italia”. In questi ultimi anni si è parlato molto della Brigata ebraica, molte volte a sproposito, con il chiaro intento di strumentalizzare politicamente la storia di questo gruppo di ebrei combattenti che dalla Palestina del Mandato Britannico, il 5 novembre del 1944 sbarcarono in Italia, precisamente a Taranto per combattere il nazifascismo, ma non solo. Come illustrerò in seguito le attività della Brigata ebraica furono molteplici e completamente diverse tra loro.

[1] Chaim Weizmann fu Presidente dello Stato Israeliano dal 1949 al 1952.

[2] In The Letters and Papers of Chaim Weizmann, vol. XIX (January 1939-April 1945), p. 145.

[3] Il 23 maggio del 1939 fu approvato dal Parlamento inglese il Libro Bianco sulla Palestina che limitava severamente l’immigrazione ebraica in Palestina, proibendo agli ebrei l’acquisto di nuove terre.

[4] Ben Gurion’s Road to the State (in ebraico), Ben Gurion Archive, Israel.

[5] Sui quattro battaglioni che costituirono il reggimento, tre erano composti da ebrei, e uno da arabi. Quest’ultimo venne sciolto all’inizio del 1944, in seguito alle forti diserzioni registrate.

[6] Vedi il libro di Samuel Rocca e Luca S. Cristini, La Brigata ebraica e le unità ebraiche nell’esercito britannico durante la seconda guerra mondiale Bergamo, Soldiershop Publishing, 2012, pp. 54 e 75.

[7] Organizzazione paramilitare ebraica creata nel 1920 in Palestina durante il Mandato Britannico, per difendere lo Yishuv dai frequenti attacchi arabi. Nel 1948 alla nascita dello Stato d’Israele l’Haganah fu integrata nel nuovo esercito israeliano.

[8] Questo accadeva anche agli ebrei arruolati nell’East Kent Regiment (detto anche Buffs) che comprendeva tre battaglioni di fanteria, inviati in Egitto e Cirenaica, dove veniva loro assegnato mansioni sopratutto di guardia.

[9] Dichiarazione di Winston Churchill alla Camera dei Comuni il 29 settembre del 1944.

[10] In Israel Ben Dor, Volunteering for the British Army in “Voluntary Enlistment in the British Army Within Palestine’s Jewish Yishuv during WWII ( 1939-1945)”, Israel Defense Ministry, 2010, p. 5.

[11] La stampa ebraica, come il giornale Dvar riportava nei suoi articoli di sparizioni di ebrei nei ghetti, oltre che descrivere delle privazioni e vessazioni che questi subivano. Inoltre, i leader dello Yishuv ricevevano rapporti che parlavano delle intenzioni dei tedeschi di arrestare e deportare ebrei, come un rapporto del Confidential Information del War Refugee Board del 16/9/1944, che riporta dell’intenzione dei tedeschi di deportare i 300,000 ebrei ungheresi ancora liberi e che pertanto è importante l’immigrazione in Palestina. In Ha Hapala Project (in ebraico), Haganah Archive, 123/17.

[12] Intervista dell’autrice a Piero Cividalli, Ramat Gan, dicembre 2017.

[13] Tesi confermata anche da Margalit Ataniel, uno degli ufficiali della Brigata ebraica. Nato in Germania nel 1916 e immigrato con la sua famiglia nella Palestina del Mandato Britannico nel 1925, si arruolò assieme ad altri 6 ragazzi a soli 16 anni nell’Haganah, quando era ancora al Liceo. Alla fine del 1940 si arruolò nell’esercito inglese, dove fece un corso ufficiali. Nel 1944 divenne Capitano Maggiore e fu trasferito ad Alessandria d’Egitto per fare un ulteriore addestramento. Fu tra i primi a fare parte della Brigata ebraica. Testimonianza inedita in ebraico. Archivio privato di Rami Litani.

[14] Testimonianza di Yaala Levi Zimmerman, figlia di Leo Levi e nipote di Sara Bolaffio Levi.

[15] In Israel Ben Dor, Voluntary Enlistment in the British Army Within Palestine’s Jewish Yishuv During WWII, Israel Defense Ministry, 2010, p. 4.

[16] Testimonianza di Horowitz Uri, nato a Kfar Giladi nel 1926. Nel 1939 giorno del suo Bar Mitzva, ricevette una Bibbia ed un fucile, diventando così uno dei giovani membri della Haganah. Nel 1944 si arruolò nel Palmach e nell’esercito inglese. Nel 1945 diventò un membro della Ha Chavura (the Gang), gruppo fondato nel 1942 da un gruppo di soldati ebrei che servivano nel Palestine Regiment. Erano segretamente membri della Haganah,infiltrati nella Brigata ebraica. In www.palyam.org.

[17] La Bricha (fuga ) era il nome del movimento incaricato di portare illegalmente gli ebrei dall’Est Europa in Eretz Israel. Un’immigrazione che sarà nota poi con il nome di aliya beth (cui si riferisce il flusso immigratorio di ebrei che illegalmente, contro il volere degli inglesi, sbarcarono nella Palestina del Mandato Britannico).

[18] Testimonianza di Horowitz Uri in This is the Way it Was, www.palyam.org, p. 5.

[19] Vedi file Israel Carmi, 51/4 (in ebraico), Haganah Archive.

[20] Vedi Hanoch Bartov, The Brigade, Tel Aviv, Am Oved, 1965, nonché il documentario La Brigata ebraica in Romagna, di Alessandro Quadretti, Officinemedia, 20 agosto 2012.

[21] Testimonianza inedita in ebraico di Margalit Ataniel. Archivio privato di Rami Litani.

[22] La bandiera era quella del movimento sionista.

[23] Lettera scritta il 28 settembre 1944 da Meir (Munia) Meshullah, raccolte dal nipote Avraham Meshullah in Mictavim me ha chazit. Inedito.

[24] Testimonianza di Piero Cividalli all’autrice.

[25] Jack Levi, Diario autobiografico, in Fondo Brigata ebraica, CDEC.

[26] In Caravita Gregorio, Ebrei in Romagna. Dalle leggi razziali allo sterminio (1938-1945), Ravenna, Angelo Longo, 2013, p. 371.

[27] In Fornaciari Primo, I ragazzi venuti dalla terra di Israele. Luoghi e storie della Brigata ebraica in Italia, Ravenna, Angelo Longo, 2011, p. 28.

[28] Chana Robina era considerata in quegli anni tra le più importanti attrici del teatro ebraico, veniva chiamata infatti “the First Lady of Hebrew Theatre”. Nel 1956 vinse il premio israeliano come miglior attrice teatrale.

[29] Testimonianza di Margalit Ataniel (in ebraico).

[30] Testimonianza di Moshè Mosinson in file 114/30 (in ebraico), Haganah Archive

[31] In Caravita Gregorio, cit., p. 371.

[32] Vedi su questo anche il lavoro di Stefano Scaletta, Alle origini della Brigata ebraica: genesi e processo di formazione della Jewish Fighting Force sionista dell’esercito britannico, 2015, inedito.

[33] Video testimonianza di Johanan Peltz in Olin Film Archive, University of Illinois.

[34] In Yehuda Bauer, Flight and Rescue, New York, Random House,1970, p. 97.

[35] Testimonianza di Moshè Mosinson.

[36] Affiancati dai corpi ausiliari, i soldati della Brigata ebraica aprirono un centro ebraico in Via Unione 5, allo scopo di offrire un rifugio ai molti ebrei sfollati, italiani e non,  e riaprirono la scuola ebraica di Via Eupili 8.

[37] In  file  Efraim Dekel,114/26 (in ebraico), Haganah Archive.

[38] Testimonianza di Alimelech Cohen, 114/26 (in ebraico), Haganah Archive.

[39] Si trovavano vicino a Landsberg, in Germania.

[40] Lettera ai genitori di Eliahu Alterman (in ebraico) del 2-8-1945. Inedita.




Casella di testo

Citazione:

Cristina Bettin, La Brigata ebraica e la Liberazione, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VII, 2, agosto 2018

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-vii-numero-2-luglio-dicembre-2018/cristina-bettin-la-brigata-ebraica-e-la-liberazione





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