David Sorani, Fotografia e studio della Shoah

“Free Ebrei", VII, 2, agosto 2018

 

Fotografia e studio della Shoah. Una fonte indispensabile da maneggiare con cura 

 

Saluzzo: seminario con Laura Fontana a cura della Rete didattica della Shoah


di David Sorani


Abstract

David Sorani reports the seminar for teachers, held last May in Saluzzo (Piedmont), where Laura Fontana, historian skilled in Shoah didactics, spoke about "Uses and abuses of Shoah iconography".




Il 4 maggio scorso si è svolto all’Istituto Comprensivo Soleri Bertoni di Saluzzo un seminario per insegnanti a cura della Rete di Scuole piemontesi per la didattica della Shoah. Laura Fontana, storica e rappresentante dell’Italia presso il Mémorial de la Shoah di Parigi, ha affrontato il tema Usi e abusi dell’iconografia della Shoah: insegnare Auschwitz attraverso le fonti visive. L’esame accurato e la forza comunicativa del suo discorso portano a conclusioni da non disperdere. La centralità delle fonti visive nella documentazione e nell’analisi dello sterminio è fuori di dubbio: le immagini reali dell’evento ci permettono di fare il salto, di gettare anche solo per un attimo uno sguardo nell’abisso; ma l’ambiguo linguaggio della fotografia deve essere soppesato con cura, perché proprio la sua forza rappresentativa può trarci in inganno, falsare le prospettive, prestarsi a facili strumentalizzazioni.

Siamo immersi nella civiltà dell’immagine e letteralmente sommersi ogni giorno da milioni di fotogrammi. La Shoah è uno degli eventi più fotografati di sempre: sullo sterminio esistono oltre due milioni di foto provenienti da archivi di venti paesi. Eppure circolano sempre le stesse poche immagini, che iterandosi perdono sempre più ogni collegamento con la precisa realtà che le ha generate, divenendo icone, simboli di condizioni generali e perdendo di fatto il carattere di puntuali documenti storici. Ciò deve farci riflettere sull’uso documentario e anche didattico della fotografia. Ogni immagine riflette una storia, e va dunque analizzata, interrogata e compresa in sé, più che usata come sottofondo generico di una determinata situazione. Come sottolinea il grande storico israeliano Yehuda Bauer, la storia si coglie sul documento, sul testo prima che sul contesto.

A supporto della sua tesi e a stimolo della riflessione collettiva, Laura Fontana ha presentato vari esempi di foto tratte dal vasto repertorio della Shoah, ognuna delle quali costituisce una coinvolgente occasione di penetrare all’interno delle mille pieghe differenti generate dalla distruzione collettiva. Così, la celebre foto del bambino a mani alzate nel Ghetto di Varsavia divenuta quasi un simbolo dell’intero genocidio e del suo accanirsi sulle giovani generazioni indifese ci si rivela come scatto voluto dal generale Stroop distruttore del Ghetto insieme a un intero album fotografico per testimoniare a Himmler il suo efficace operato volto a snidare i ribelli e a distruggere ogni tentativo di resistenza; insomma, una foto promozionale, tesa a dimostrare che lui è riuscito a catturarli (la didascalia originale recita: “Estratti a forza dai loro bunker”), un’immagine in cui il bambino all’interno di un gruppo di braccati è visto come un pericoloso piccolo soldato finalmente neutralizzato. Della vera storia di questa foto e del suo autentico significato (come dell’intero album prodotto dagli uomini di Stroop, che sarà poi una prova contro di lui e gli procurerà la pena di morte) ci siamo però dimenticati, per costruire su di essa un’interpretazione stereotipata e generica. Così, una bellissima foto di gruppo del fotografo ebreo Walter Genewein - incaricato dal Reich di documentare la grande produttività nel settore tessile del Ghetto di Lodz, dove si cucivano tutte le divise dell’esercito tedesco – ci pone di fronte nella sua apparente fissità un gruppo di efficienti lavoratori in cui cogliamo prorompente lo sforzo per sopravvivere, l’attivismo disperato della quotidiana battaglia per andare avanti nonostante tutto e tutti. Ma qual era la vera condizione del ghetto, al di là della bella immagine di ordine e compostezza? Cosa e chi è assente in questa foto? Un’analisi accurata e consapevole deve porsi tali domande. Mancano gli esclusi dal lavoro (e dunque inevitabilmente dannati), le famiglie numerose, i deportati a Chelmno, la violenza quotidiana vissuta da ognuno dei lavoratori che ci stanno davanti. Violenza, se riusciamo a guardare “dentro” la foto, è anche essere costretti a subire questo scatto così vero e insieme così falso. Ancora, le immagini filmate che immancabilmente ogni anno accompagnano ogni servizio dedicato da ogni telegiornale al Giorno della Memoria: un gruppo di bambini marcia allineato dietro un recinto e poi, quasi rispondendo a una richiesta, tutti mostrano il numero che hanno tatuato sul braccio. La scena non si svolge durante la liberazione di Auschwitz il 27 gennaio 1945, infatti non c’è neve, ma è una ricostruzione successiva (ricostruzione, non certo “messinscena”); i bambini in questione non sono ebrei, si tratta invece di 212 bimbi bielorussi imprigionati nei campi di lavoro e selezionati per esperimenti medici: situazione altrettanto tragica ma diversissima da quella dei bambini ebrei, di cui pochissimi sono ancora vivi alla liberazione del campo. Il beve filmato è di fatto un documento di propaganda sovietico per inneggiare alla vittoria sulla barbarie nazista. Bene, occorre svelare questa realtà ricostruita, perché – sostiene Laura Fontana – io voglio conoscere, capire, non semplicemente “far piangere”. E anche le pesanti e ricorrenti immagini delle masse di cadaveri scheletrici spostate dai bulldozer a Bergen Belsen vengono spesso “usate” in modo generico dal mondo dei mass media, come un pugno nello stomaco teso a stordire e sconvolgere lo spettatore, che forse andrebbe maggiormente informato della realtà storica: perché sono lì quelle montagne di corpi? Da dove venivano tutti quei deportati? Perché l’uso di mezzi così sommari e sbrigativi per farli fuori? Analizzare le immagini significa qui ripercorrere la realtà annichilente delle marce della morte dai campi smobilitati dell’est a quelli dell’ovest, comprendere la fenomenologia di una moria di massa, i rischi immediati di putrefazione e di contagio, con la conseguente esigenza per gli Inglesi liberatori del campo di tumulare rapidamente le salme.

Insomma, queste e varie altre foto che Fontana ha esaminato durante il seminario saluzzese sono davvero documenti indispensabili, fonti continuamente aperte di conoscenza e approfondimento. Ma più che parlare spontaneamente, esse suscitano domande; perché possano rivelarci il loro carico autentico di realtà vanno ogni volta, caso per caso, interrogate in modo critico. Quanto posso fidarmi del mio sguardo? Cosa c’è dietro e a monte di ogni immagine? Per poter capire devo lavorare su quel che vedo, devo contestualizzare, devo anche cogliere la psicologia di chi ha scattato e di chi ha commissionato le scene che ci stanno davanti. E spesso, come abbiamo visto, gli autori o i committenti delle foto sono gli stessi nazisti, che al riguardo avevano un atteggiamento schizofrenico: da un lato la Shoah andava occultata nelle sue fasi e nelle sue procedure anche attraverso l’uso di denominazioni in codice, dall’altro però la tentazione di fotografare lo sterminio, la distruzione materiale del nemico totale, era troppo forte. Anche questo aspetto voyeuristico va preso in considerazione, nel complesso e contraddittorio mondo della fotografia della Shoah.

Nella didattica della Shoah il contributo della fotografia è quindi imprescindibile, ma deve tradursi in analisi di senso – ricerca di comprensione – esame critico continuamente rinnovato – impulso trascinante a cogliere le singole particolari realtà dietro ogni scatto. Perché è sempre dietro l’angolo il rischio di trasformare in appiattente immagine di maniera, dal significato vero ma generico, l’evento o la situazione viva che ogni foto racchiude





Casella di testo

Citazione:

Vincenzo Pinto, I ponti di Alessandra (Berlino 2018), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VII, 2, luglio 2018

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-vii-numero-1-gennaio-giugno-2018/i-ponti-di-alessandra-berlino-2018





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