Edoardo Acotto, Alain Badiou e la parola ebreo

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“Free Ebrei", VII, 2, settembre 2018

 

Alain Badiou e la parola ebreo 


di Edoardo Acotto


Abstract

Edoardo Acotto analyzes Alain Badiou's works on anti-Semitism and Israel, starting from his mathematical ontology.


Presentazione


Alain Badiou (Rabat, 1937), è filosofo, scrittore e autore teatrale. Molto noto in Francia e nel mondo anglofono, dove esiste una rivista interamente dedicata al suo pensiero[1], Badiou è relativamente letto e studiato anche in Italia.[2]

Ex allievo dell'École normale supérieure di Parigi, ebbe l'agrégation di filosofia nel 1960 (classificandosi primo all’esame); nel 1970 diventò professore all’università di Paris 8. Parallelamente all’attività politica, prima nel Parti Socialiste Unifié poi come dirigente del gruppo maoista Union des communistes de France marxiste-léniniste, iniziò la sua attività letteraria negli anni Sessanta. Il successo gli arrise con la pubblicazione della sua opera filosofica maggiore, L'Essere e l'evento (Badiou 1988). Contemporaneamente all'opera sistematica, un piccolo Manifesto per la filosofia contribuì a renderlo noto anche a un pubblico non specialistico (Badiou 1989). In Italia divenne forse più noto grazie a Il secolo (Badiou 2005b), un'idiosincratica analisi filosofica del XX secolo.

Il sistema filosofico di Badiou trova il suo completamento in Logiques des mondes (Badiou 2006, non ancora tradotto in italiano). Una serie di testi filosofici più immediati, come Elogio dell'amore (Badiou 2009) e di testi letterari e teatrali testimoniano del fatto che Badiou si rivolge a un pubblico potenzialmente vasto, proponendo in forme eterogenee i contenuti del suo pensiero, simile in questo forse più di tutti a Jean-Paul Sartre.[3]

La difficoltà della filosofia badiousiana risiede nel fatto che in essa si trovano mescolati concetti matematici e filosofici, in modo poco riconoscibile per i matematici di professione[4] e abbastanza repulsivo per i filosofi[5], specialmente i cosiddetti “filosofi continentali”, nelle cui fila lo stesso Badiou viene normalmente annoverato. Frequentatore dei Seminari di Lacan a Parigi negli anni Settanta e Ottanta, come molti filosofi francesi della sua generazione, Badiou considera la tesi “la matematica è ontologia”[6] una premessa sufficiente per legittimare la trattazione di qualsiasi tema filosofico, dall'amore alla politica, attraverso i famigerati matémi lacaniani: pseudo-formule costituite da simboli matematici cui si attribuisce significato psicoanalitico, nel caso di Lacan, e filosofico, nel caso di Badiou.[7]

Il che non è ricevibile da chi non abbia un occhio di riguardo per la parabola della cosiddetta French Theory.[8]

 

 

La querelle


Una decina di anni or sono giunse la notizia di una querelle intorno a un presunto antisemitismo di Badiou. Non credo che ci sia un equivalente italiano recente di un simile attacco a un filosofo celebre (forse con l’eccezione di Gianni Vattimo[9]), anche se è comune che negli ambienti progressisti l'antisionismo sia ignominiosamente identificato con l'antisemitismo.

Il fatto è che nella cultura francese contemporanea, la discussione sull'identità ebraica e la Shoah è  più presente che in Italia: filosofi di origine ebraica come Lévinas e Derrida sono tra i più importanti della seconda metà del Novecento francese, e una delle opere più importanti di Jean-François Lyotard è dedicata alla confutazione del negazionismo.[10]

Come sintomo lampante del rapporto estremamente vigile della cultura francese nei confronti dell'ebraismo si potrebbe anche citare l'interdetto informale che colpì Noam Chomsky allorquando difese la libertà di parola del negazionista Faurisson[11]: in seguito all'affaire Faurisson, Chomsky non fu persona grata in Francia per una ventina d'anni.

Ma perché Badiou è stato accusato di essere antisemita? Il filosofo dell'Essere e l'evento ha scritto sull'identità ebraica a partire dagli anni Ottanta[12], dandone sempre un'interpretazione filosofica molto distante dal senso comune. Questa interpretazione aveva all'inizio un contenuto politico radicalmente anti-sionista: Israele, diceva chiaramente Badiou in quegli anni, è un paese coloniale, un prodotto del colonialismo occidentale verso il quale il giudizio politico dei comunisti non può che essere negativo.[13]

Un punto sul quale Badiou tranciava con brutale decisione era il legame tra lo stato ebraico e la Shoah, “singolarità innominabile”[14]: un legame inesistente, secondo Badiou, o che dovrebbe essere considerato come inesistente, al punto da affermare scandalosamente che gli ebrei dovrebbero “dimenticare la Shoah”:

 

ma questa relazione tra un abominevole massacro e la creazione di uno stato non è affatto ovvia, specialmente se lo stato in questione si trova lontanissimo dalla scena storia in cui il massacro ha avuto luogo.[15]

È vero  che in un'intervista ad Haaretz del 2005, Badiou attenua l’opposizione, o il dubbio sulle ragioni dell'esistenza stessa dello stato ebraico. Ma il filosofo rimane radicalmente critico verso la fondazione etnica dello stato di Israele:

 

La fondazione di uno Stato sionista è una realtà mista, del tutto complessa. Da un lato, è un evento che fa parte di un evento più vasto: il sorgere dei grandi progetti rivoluzionari, comunisti e socialisti. L'idea di fondare una società interamente nuova. Dall'altro lato, è un contro-evento, che è parte di un contro-evento più vasto: il colonialismo, la conquista brutale, da parte di persone venute dall’Europa, di nuove terre in cui vivevano altre persone, altri popoli. Questa creazione è una straordinaria mescolanza di rivoluzione e di reazione, di emancipazione e di oppressione.[16]

Badiou ribadisce dunque l’analisi negativa della matrice coloniale dello stato ebraico indicando quello che per lui è il compito universalista di Israele di fronte al mondo:

 

Lo stato sionista deve diventare ciò che aveva di giusto e di nuovo. Deve diventare il meno razziale, il meno religioso, il meno nazionalista degli stati. Il più universale di tutti.[17]


Le affermazioni di Badiou che più hanno destato scandalo, però, non sono quelle su Israele e il sionismo bensì quelle sull'identità ebraica, contenute essenzialmente in Badiou (2005a, 2005b).

Il titolo stesso di Badiou (2005a), Usi della parola “ebreo”, pone innanzitutto l'accento sul nome del popolo e i suoi possibili usi politici. Per trovare un parallelo nella letteratura filosofica recente si può citare il Lyotard di Heidegger e “gli ebrei”[18], dove le virgolette vengono spiegate come differenziazione rispetto agli ebrei intesi come nazione e figura politica, religiosa o filosofica.

Badiou contrappone, per “prudenza razionale”[19], “parola” a “nome” ossia - secondo lui - predicato e soggetto, in senso grammaticale: per Badiou “ebreo” dovrebbe essere trattato nell’ambito del discorso politico come un aggettivo e non come un nome, come predicazione di un attributo (“essere ebrei”) e non come sostanza (“gli ebrei”).

 

Queste le tesi “antisemite” di Badiou, che discuterò brevemente dopo qualche considerazione generale.


 

 

Politica e filosofia

 

Ci si potrebbe aspettare che l'espressione di un giudizio storico-politico di un filosofo fosse una derivazione logica della sua filosofia. Se questo non vale per tutti i filosofi, o almeno non per tutte le opinioni politiche di qualsiasi filosofo[20], per alcuni sembra particolarmente vero.

Prendiamo il caso di Heidegger: l'antisemitismo dei suoi Quaderni neri possono essere letti come un chiaro sintomo di nazismo tuttavia slegato dal nucleo filosofico del suo pensiero, come hanno sostenuto Vattimo e altri heideggeriani? Molti hanno sostenuto il contrario, anche prima della pubblicazione dei Quaderni, a partire dall'Adorno del Gergo dell'autenticità.[21]

Alain Badiou è certamente un filosofo dalle posizioni apodittiche: rivendica uno stile di pensiero “assiomatico”, ossia fondato su decisioni teoriche iniziali che i filosofi analitici chiamerebbero forse, meno pomposamente, “intuizioni filosofiche”.[22] Ma ciò che può forse distinguerlo da altri maîtres-à-penser contemporanei è che anche le sue posizioni politiche più contingenti (si veda la conferenza sulla strage del Bataclan[23]) sembrano dedotte dalle sue tesi filosofiche fondamentali. In altre parole, il suo stile di pensiero è talmente sistematico e diretto all'auto-coerenza che non credo sia rintracciabile nelle sue opere e prese di posizione pubbliche nessuna affermazione non fondata sulle coordinate del sistema filosofico.

Questa ricerca di coerenza deve naturalmente essere interrogata: è una ricerca coronata da successo? È una coerenza puramente retorica, propria di molta filosofia contemporanea, oppure è vera coerenza teorica? Qui non dedicherò spazio a una possibile risposta esaustiva ma si può certamente sostenere che anche in Badiou siano visibilissimi i presupposti della filosofia “postmoderna”, in senso lato, che si potrebbero riassumere con l'efficace etichetta dell'“effetto guru”[24]: tesi altisonanti esposte senza argomentazioni valide o esplicite (per esempio: “la matematica è ontologia”).[25]

Se prendiamo sul serio la sua filosofia, ciò che Badiou dice degli ebrei e di Israele non può dunque essere considerato come una semplice posizione politica personale. Una filosofia con forti pretese storico-metafisiche, come sono quella di Heidegger e quella di Badiou (che considera Heidegger “l’ultimo filosofo universalmente riconoscibile”[26]), ha necessariamente una colorazione politica.

La filosofia di Badiou è comunista[27] come quella di Heidegger è nazista.

 

 

Antisemitismo


Non intendo ovviamente fare l’affermazione empiricamente falsa che un comunista non possa essere antisemita. Ma il confronto tra Heidegger e Badiou mostra bene la differenza: nel caso del filosofo dell'Essere, l’antisemitismo è oggettivo, e chi volesse in qualche modo alleggerire le colpe del filosofo nazista avrebbe l’onere di argomentare che il nazismo non fosse implicito nella struttura profonda della sua filosofia[28]; nel caso di Badiou, invece, l’antisemitismo è presunto, e chi volesse dimostrare che esso sia effettivo dovrebbe tentare di ritrovarlo nella sua filosofia.

Si deve osservare che sembrerebbe un notevole controsenso se l'antisemitismo si manifestasse all'interno di un pensiero radicalmente universalista, com’è quello di Badiou. L'universalismo comunista non potrebbe non attribuire la stessa dignità ontologica, etica, giuridica e politica, e quindi gli stessi diritti, a tutti i cittadini del mondo, indipendentemente dalla loro etnia o nazionalità: pena un’autocontraddizione letale. Dovrebbe essere facilmente comprensibile perché da universalista radicale, alieno alla celebrazione postmoderna del multiculturalismo, Badiou stigmatizzi l’anti-universalismo insito in qualunque identità etnica e nazionale, inclusa l’identità ebraica. La situazione è dunque simmetrica all'apparente paradosso commentato dallo stesso Badiou: se la democrazia non tollera l'antidemocratico[29], l'universalismo non tollera l'anti-universalismo e i comunitarismi:

 

E allora diciamolo, con «giustizia» oggi bisogna intendere anche, addirittura prima di tutto, l’eliminazione delle parole separatrici. Si tratta di affermare il carattere generico, universale e mai identitario di ogni verità politica. Si tratta di far sparire, grazie alle conseguenze reali di una scelta di verità, la finzione dell’oggetto identitario, dell’oggetto «medio» di Stato, F e consimili.[30]


Si noti anche che l'universalismo, per Badiou, non è un ideale politico, un valore o un’aspirazione, ma è il necessario riflesso filosofico dell'omogeneità ontologica dell'essere, da lui concepito come infinita tessitura di insiemi fondati sull'insieme vuoto, “nome proprio” dell’essere[31]:

 

non c’è che multiplo infinito, che presenta multiplo infinito, e l’unico punto di arresto di questa presentazione non presenta nulla. Si tratta infatti del vuoto, non dell’Uno. Dio è morto, al cuore stesso della presentazione.[32]

 


 

Israele


Badiou chiarisce inequivocabilmente che la sua denuncia delle politiche identitarie è universale e colpisce dunque anche gli attivisti palestinesi in quanto nazionalisti, specie se fanno ricorso al terrorismo: “Il terrorismo definito con la parola “arabo” o “musulmano”, è simmetrico al militarismo razziale definito come “ebraico””.[33]

E ancora:

 

Personalmente, non sono (...) un progressista, intendendo con questo: filopalestinese e partigiano della funesta soluzione dei due stati, senza nemmeno essere sicuri di quali possano essere, oggi, le basi di quella “soluzione”. Sono completamente d'accordo con Lei, che vi sia una debolezza politica e collettiva dei palestinesi, che contribuisce in modo significativo allo stallo della situazione. Sono sicuro che Lei comprenda  che un universalista come me, inoltre, non può sostenere forze come Hamas. Ho sempre pensato che gruppi politici come quelli, basati sulla cosiddetta religione, fossero gruppi identitari nel senso peggiore del termine, tipicamente rappresentativi di particolarità chiuse. Sono la controparte simmetrica dell'estrema destra israeliana. Quei nemici acerrimi hanno la medesima concezione della comunità nel senso più ristretto del termine e la stessa prospettiva condivisa di una lotta senza fine.[34]

 

Ma nella fondazione di Israele, Badiou non vede solo lo stato identitario, etnico o confessionale: “La fondazione di uno Stato sionista è una realtà mista (...). Da un lato, è un evento (...) Dall'altro lato, è un contro-evento (…).[35] Proprio il concetto di contro-evento potrebbe essere un sintomatico hapax: nelle sue opere maggiori, infatti, Badiou non terrorizza il darsi di eventi “negativi”, o appunto contro-eventi.[36] A proposito di ciò che non è nella scia del riconoscimento fedele dell'evento (sempre positivo: una scoperta scientifica, una rivoluzione, un amore, un’opera d’arte), Badiou parla di due tipi diversi di soggetti negatori di un evento: il soggetto reattivo, che reagisce negativamente a un evento, e il soggetto oscuro che nega l'evento stesso.[37]

Il concetto di contro-evento proposto nell'intervista ad Haaretz potrebbe dunque essere un sintomo della difficoltà di negare la portata evenemenziale della fondazione dello Stato di Israele? Il sistema concettuale della sua filosofia porterebbe in effetti a questo: per Badiou “evento” e “stato” sono concetti ontologicamente contraddittori. Per Badiou lo Stato è sempre “potenza conservatrice (...), custode di tutte le oppressioni temporali.”[38]

Tuttavia nell’intervista citata, ricordando certe radici socialiste del sionismo sembra che Badiou esiti di fronte al senso stesso dell'esistenza di Israele: alla domanda quid juris? Badiou sembrerebbe poter rispondere che Israele poteva non nascere, come del resto inscritto nella contingenza di qualunque Stato, rappresentazione o meta-struttura di ciò che Badiou chiama “stato della situazione”.

Alla domanda quid facti? Badiou risponde con la necessità di essere fedeli all'universalismo comunista anche all'interno di Israele, dando vita a uno stato bi- e anzi multi-etnico, certo non considerando sufficiente per un vero universalismo l’eterogenea provenienza degli ebrei israeliani.[39]

Si può dire quello che si vuole su questa idea, ma non che sia di per sé una posizione “antisemita”.

D'altronde, la proposta esplicita di uno stato unico bi-nazionale e multietnico[40] è certamente la più coerente con l'universalismo badiousiano, per quanto essa possa oggi sembrare fuori tempo massimo.[41]

 


 

Non pronunciare un nome invano

 

Per Badiou la parola “ebreo” dovrebbe essere trattata, nell’ambito del discorso politico, come un predicato e non come un soggetto, ossia come un aggettivo e non come un sostantivo. Che significa sul piano logico-linguistico?

Data una proprietà E, se esistono degli x che hanno questa proprietà il linguaggio naturale sembrerebbe a prima vista non poter distinguere sensatamente tra “gli ebrei” e “gli individui che hanno la proprietà di essere ebrei”. Tuttavia, da un punto di vista logico, qualcosa è ebreo se e solo se esiste qualcosa che ha la proprietà di essere ebreo, il che porterebbe a trattare nominalisticamente, e non in modo sostanzialistico, l’essere ebrei come l’insieme degli individui aventi la proprietà E.[42] Si potrebbe a questo punto ovviamente discutere di che proprietà sia la proprietà E, ma la risposta dipenderà da una teoria storica, etnografica, antropologica, filosofica e culturale, e solo in ultima istanza ontologica (“si dà, e se sì in che cosa consiste la proprietà essenziale E?”), su che cosa significa essere ebrei. Ma Badiou prende la questione dal solo lato dell'ontologia[43], la sua, e ha il torto di non dirlo esplicitamente, riducendosi ad argomentare nel gergo proprio della French theory, fondato sulla linguistica saussuriana e il suo concetto di “significante”.[44]

Secondo Badiou[45] il significato della parola “ebreo” è dunque stato sostanzializzato e identificato essenzialmente dal nazismo, che ha nominalizzato l’aggettivo “ebreo”, come se questa fosse l'operazione logica necessaria a determinare la persecuzione e lo sterminio[46]. Quindi la radicale negatività dell'identificazione ebraica da parte dei nazisti sarebbe per Badiou una ragione non solo sufficiente ma anche necessaria per abbandonare tale significante maestro[47]:

 

Prima di Hitler c’erano degli ebrei, individui e popolo, ma Hitler ha fatto degli Ebrei un significante ideologico e statale che giustificava lo sterminio.[48]


Che cosa significa esattamente? Non si tratta certo di sminuire la Shoah come semplice capitolo della violenza del XX secolo, e bisognerebbe detestare davvero Badiou (cosa del tutto legittima) per attribuirgli un intento revisionista simile a quello di Jean-Marie Le Pen.[49] L’affermazione “Hitler ha fatto degli Ebrei un significante ideologico e statale” suona paradossale e provocatoria, ma non credo che vi siano ragioni per trasformarla in affermazione di antisemitismo inconfessato.

Certo, Badiou interpreta il nazismo come violenza politica non essenzialmente (o non solo) antisemita, il che è storicamente molto discutibile. Per Badiou il nazismo è “una realtà non fondata” e come tale “non può esistere se non nella distruzione di qualcos’altro. Una tautologia razziale non può sussistere se non nella guerra”.[50] Questo significa che Badiou non può concedere consistenza ontologica nemmeno agli ebrei, la cui identità è per il filosofo francese esclusivamente di tipo culturale, o potremmo anche dire: ideologica.

Ma se questo è ciò che Badiou vuole affermare, perché parlare della parola ebreo” anziché dell'ideologia sionista, che sembra essere il suo vero obiettivo polemico, in quanto fa dell'identificazione ebraica il fondamento di uno Stato? Sembra che Badiou voglia fare una sterile operazione di revisionismo linguistico, un po’ come chi voglia lottare contro il razzismo o il sessismo bandendo dal linguaggio politically correct certe parole a connotazione offensiva, nella speranza che contrastare lo hate speech serva a ridurre l'odio sociale, politico, ecc. Il problema è che Badiou vorrebbe bandire il nome proprio di un popolo, un nome che in effetti è negativo solo per gli antisemiti. Oltre a buttare via il bambino con l'acqua sporca, la proposta di Badiou sembra cioè non tenere in nessun conto la storia e la psicologia dei soggetti coinvolti indirettamente nella querelle: chiunque sia perseguitato per la propria identità, etnica, religiosa, sociale, ecc. può ben avere la reazione difensiva di identificarsi ancor di più con il gruppo perseguitato: Hnery Bergson rinunciò a convertirsi al cattolicesimo per solidarietà con gli ebrei francesi schedati durante l'occupazione nazista.

Badiou parla insomma della parola “ebreo”, e non degli ebrei, perché nella sua ontologia non c’è spazio per entità collettive ipostatizzate, come popoli, comunità o stati: non esiste sul piano ontologico qualcosa come “la Francia” e “i francesi”, ripete spesso Badiou[51], e il riferimento dei termini collettivi storico-politici è unicamente il risultato operazionale di ciò che lui chiama conto-per-uno, una sintesi concettuale e ontologica che produce l'esistenza di un ente in una situazione e il suo apparire in un mondo.[52]

Sul piano politico ciò può essere tradotto così: i termini collettivi storico-politici dipendono dall’ideologia di un gruppo sociale. Per Badiou, quindi, anche “gli ebrei”, come “i francesi”, “i tedeschi” e “gli arabi”, non hanno altra consistenza ontologica che quella che si vuole loro dare nel contesto di una determinata posizione politica.

Il tutto mi sembra ben chiarito da questo passo:

 

Uno Stato crea sempre oggetti immaginari che si suppone debbano incarnare una «media» identitaria. Chiamiamo per esempio F, «francese», l’insieme delle particolarità che autorizzano lo Stato a parlare continuamente dei «francesi», di quello che li identifica e di tutti i loro diritti particolari, che sono completamente diversi da quelli di coloro che «non sono» francesi, come se esistesse veramente un «essere francese».


Questo oggetto immaginario è composto da predicati inconsistenti. Per esempio, il «francese», l’F medio, è laico, femminista, civilizzato, lavoratore, buon allievo della «scuola repubblicana», bianco, in grado di parlare bene la propria lingua, galante, coraggioso, appartenente alla cultura cristiana, frodatore, indisciplinato, cittadino della patria dei diritti dell’uomo, meno serio del tedesco, più aperto dello svizzero, meno pigro dell’italiano, democratico, bravo in cucina… e molte altre cose, variabili e contraddittorie, brandite dalle propagande nazionali in funzione delle circostanze. L’essenziale è che si possa parlare di questo «francese» puramente retorico come se esistesse.[53]


 

Badiou, l'ebreo

 

Tra i più accaniti accusatori di Badiou, Marty (2007) non si spinge a parlare di antisemitismo a proposito di Badiou, dicendolo per scherno “non-antisemita”. Rispondendo alle critiche mossegli da Marty[54], Badiou ha scritto, scandalizzando ulteriormente l'avversario: “in questo affare, e poiché ciò che esiste in questo mondo, soprattutto i nomi, non è pensabile se non in situazione, l'ebreo sono io”.[55]

Che significa? Sembrerebbe difficile dare a questa frase un senso diverso da quello datole da Badiou, ossia la rivendicazione dell’universalità umana di cui gli ebrei sono storicamente e culturalmente portatori (secondo Badiou). Si può forse paragonare l’effetto pragmatico di questo slogan con il famoso Ich bin ein Berliner di J.F. Kennedy nel 1963? Potremmo così parafrasarlo: “sono solidale con i berlinesi al punto da dichiararmi idealmente uno di loro”. Diversamente da Kennedy, Badiou non dice “io sono un ebreo” ma “l’ebreo sono io”, che sembra avere una connotazione oppositiva verso gli avversari di Badiou nella querelle del “non-antisemitismo” (pressappoco potrebbe valere come: “in quanto custode dell'universalismo, io sono più ebreo di voi”). Costoro rivendicano una vicinanza agli ebrei che sottraggono invece a Badiou, mentre per lui rivendicare a sé l’universalità della parola “ebreo” implica rigettarne l’identitarismo sostanzialista. In pratica si tratta di rivendicare la giusta interpretazione dell'identità ebraica.

È lecito scandalizzarsi per l’affermazione badiousiana? Credo che, per quanto essa possa suonare bizzarra, chi ne sia infastidito potrebbe esserlo solo per due  ragioni: 1) si considera dimostrazione di antisemitismo il dichiararsi ebrei non essendolo; 2) si ritiene che un non ebreo non abbia diritto a dichiararsi simbolicamente ebreo per simpatia nei confronti dell’“essere ebrei”, o di ciò che si considera tale.

La 1) parrebbe ingiustificata, a meno di immaginare una singolare perversione di Badiou, che in effetti i suoi avversari cercano spesso di attribuirgli[56]; la 2) imporrebbe l'onere di indicare l'essenza oggettiva dell'ebraicità senza ricorrere a nozioni ontologicamente sostanziali quali razza, popolo, ecc., pena il ricadere in qualche forma di identitarismo anti-universalista dal quale almeno gli avversari di sinistra di Badiou  a parole rifuggono.

In entrambi i casi, per quanto bizzarramente provocatorio, mi pare che l’universalismo badiousiano non sia una posizione del tutto spregevole.[57]

 


 

L'antisemitismo dappertutto

 

In seguito alla querelle di cui ho riferito, Badiou è successivamente passato dalla difesa al contrattacco, denunciando insieme a Eric Hazan, un presunto abuso dell'accusa di antisemitismo, usata scientemente e in modo sistematico (Badiou e Hazan, 2011):

 

Tutto considerato, non si può, non bisogna difendersi [dall'accusa di antisemitismo]. La sola  reazione efficace è l'attacco. Bisogna smontare il sistema, mostrare da quale altura parlano gli accusatori, qual è il loro passato, quali sono le loro ragioni politiche, quali vantaggi personali traggono dalle loro menzogne, quali sono i loro legami e le loro complicità.[58]

 

Come ho detto all'inizio, il mondo della cultura in Francia è molto sensibile alla questione dell'identità ebraica e all'antisemitismo[59], e l'accusa di antisemitismo, di cui Badiou riconosce la “brutalità (...), del tutto inabituale in una società del consenso beneducato – perlomeno tra persone decenti”[60], ha certamente una grave risonanza. Non intendo con questo dire che in Italia sia cosa di poco conto, ma basterà citare il modo disinvolto in cui Vattimo ha reagito alle accuse mossegli in questo senso per comprendere che nel mondo accademico italiano le cose siano diverse che in Francia: non immagino Vattimo sentire il bisogno di scrivere un libro sulla questione.

Reagendo all'accusa di antisemitismo che è stata indirizzata a entrambi gli autori, Badiou e Hazan accusano un certo establishment culturale francese, liberale e filoisraeliano, di utilizzare il concetto di antisemitismo per attaccare gli oppositori politici della sinistra radicale. Da parte loro, Badiou e Hazan muovono contro i loro avversari l'accusa di “propaganda antipopolare, nazionalista e persecutrice [dei proletari immigrati, arabi e musulmani]”:

 

In definitiva è assai curioso vedere la nozione di colpevolezza collettiva, nutrimento essenziale dell'antisemitismo storico (“loro” hanno ucciso Cristo, “loro” hanno riti odiosi, “loro” fornicano come conigli, ecc.), ripresa quasi tale e quale a proposito degli arabi, i neri, i musulmani, da intellettuali la cui presunta preoccupazione è la lotta contro l'antisemitismo. È con un certo stupore che oggi si sentono vecchi amici, ex militanti di sinistra,  d'altronde raffinati e sottili, dire che “quelli là” (gli africani di confessione musulmana) “non potranno mai condividere i nostri valori”, e che di conseguenza bisogna auspicare l'espulsione immediata e di massa di quei ceti popolari “non integrabili”. È vero che né Brasillach né Céline, che aspiravano alla scomparsa completa degli ebrei, erano degli imbecilli.[61]


Badiou e Hazan spiegano i dettagli dell'anti-antisemitismo francese in un modo che sembra talvolta talvolta sfiorare un certo complottismo, ma hanno dalla loro parte anche ottimi esempi di libri scomodi per qualche potente politico dell'establishment che sono stati silenziati grazie all'accusa di antisemitismo.[62] L'accusa però sembra funzionare soltanto con i francesi perché di fronte a un analogo attacco da parte di Eric Marty, lo storico Shlomo Sand[63], risponde efficacemente: “Niente di più facile, in Francia, per far tacere chi vi contraddice, dell'insinuazione che si tratti di antisemiti, o peggio ancora: che non amino abbastanza gli ebrei!”.[64]

E il giudizio di Badiou e Hazan non lascia spazio all'immaginazione:

 

La morale di queste storie è che la costruzione e l'uso del termine “antisemita” costituiscono oggi una variante dell' “eccezione francese”, una delle forme che questa “eccezione” prende quando conferisce la sua singolarità a un dato tenacissimo della nostra storia: l'esistenza ostinata, soprattutto dopo la nostra Grande Rivoluzione, di una potente reazione politica e intellettuale.[65]


 

 

Finale

 

Se dovessi provare a estrarre un significato generale da questa querelle, inizierei con lo sfrondarla dell'inevitabile narcisismo accademico, che in Francia raggiunge vette parossistiche: nel corso di questa discussione si è giunti al limite delle minacce fisiche, seppur metaforiche.[66] Credo che si potrebbe considerare questa polemica come manifestazione di un certo disagio provocato dalla perdita di egemonia culturale degli intellettuali, non solo francesi. Poiché le politiche dei governi israeliani sono un tema tra i più contraddittori dello scenario politico contemporaneo, la discussione sul nesso ebraismo/sionismo/Israele è adattissima per far esplodere le contraddizioni del discorso politico.

Mentre si assiste in tutto il mondo occidentale al declino del tradizionale clivage destra/sinistra, altre dicotomie concettuali si affermano (populismo/democrazia rappresentativa, sovranisti/globalitari, ecc.): quella filosionista/antisionista si intreccia con le altre e a certe condizioni, come la specificità francese, è un'ottima candidata alla sussunzione di vecchie opposizioni concettuali come destra/sinistra, chiaramente in gioco nelle polemiche tra il maoista Badiou e avversari vecchi e nuovi.

Credo che si debba almeno dare atto a Badiou di essere coerente con le proprie premesse filosofiche e con la propria storia intellettuale, nonostante l'effetto comunicativo di una notevole tetragonicità possa non sembrare positivo.[67] A differenza di altri intellettuali francesi, Badiou non ha mai rinnegato il proprio  estremismo politico, che lo porta a essere un convinto sostenitore dell'astensionismo elettorale: “elezioni trappola per coglioni” ripeteva alcuni anni or sono, sulla scia di Sarte.[68]

Nel frattempo, però, la Francia dei maîtres à penser è finita da tempo, anche se Badiou è uno di coloro che hanno prolungato di qualche anno la sopravvivenza dello stile filosofico dell'École Normale Supérieure, nella quale si sono formati i più importanti filosofi francesi del XX secolo. La crisi economica, sociale e culturale, si è fatta sentire anche in Francia, portando prima i Le Pen al ballottaggio (Jean-Marie nel 2002, Marine nel 2017) e infine Macron alla presidenza della République, in un estremo tentativo della classe dirigente francese di salvare se stessa dal populismo di destra e di sinistra, sia pure al costo della distruzione del Partito socialista.

In questo rimescolamento sistemico che non ha molto da invidiare a quello italiano degli ultimi trent'anni, gli intellettuali si sono probabilmente sempre più ripiegati su se stessi per concentrarsi sulle proprie reinterpretazioni del mondo, da Houellebecq a Onfray, da Carrère a Bernard-Henry Lévy. La filosofia di Badiou, con la sua esigenza dichiarata di rigore sistematico, la sua oscurità gergale e la totale e intenzionale divergenza dagli stili filosofici dominanti (filosofia analitica, ermeneutica, storia della filosofia[69]), si propone esplicitamente come reazione alla crisi del pensiero filosofico occidentale[70]. Ma dubito che tale filosofia sia una soluzione all'odierno tramonto dell'Occidente: sospetto invece che sia un sintomo della crisi epocale diagnosticata dallo stesso Badiou, se non addirittura una parte del problema.

 

 

 

Bibliografia 

Badiou, A. (1988), L'Être et l'Événement, Seuil, tr. it. di G. Scibilia, L’essere e l’evento, Il Melangolo, 1995.

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Scruton, R. (2015), Fools, Frauds and Firebrands. Thinkers of the New Left, Bloomsbury Publishing.

 

 

Note


* Ringrazio Vincenzo Pinto per avermi invogliato, anni or sono, a iniziare questo testo, e soprattutto per l’infinita pazienza con cui ha atteso che lo scrivessi. Vorrei farmi perdonare parafrasando un famoso scherzo: il Maestro chiese all'allievo: “Perché ci hai impiegato tanto a scriverlo?”; “E perché mai non avrei dovuto impiegarci tanto a scriverlo?”, rispose l'allievo.

[1] Journal of Badiou Studies, consultabile all’indirizzo <https://badioustudiesjournal.org/>. L’esistenza stessa di questa rivista viene spesso presentata come capo d’accusa contro l’onestà intellettuale di Badiou e dei suoi studiosi, poiché il nome di Badiou figura nel comitato editoriale. La rivista è inoltre caduta in un tranello à la Sokal, selezionando e pubblicando un articolo di un’autrice inesistente, Benedetta Tripodi, confezionato secondo stilemi e non-sensi evidentemente accettabili per il comitato di redazione. La burla è opera di Anouk Barberousse et Philippe Huneman, redattori della rivista online Zilsel (https://zilsel.hypotheses.org/2548). Si veda anche <http://www.liberation.fr/debats/2016/05/31/canulars-academiques-les-maitres-a-penser-demasques_1456452>.

[2] Una sintesi del suo pensiero, forse la prima, veniva presentata in F. De Agostini, Analitici e continentali, Raffaello Cortina, Milano, 1997. In italiano ci sono almeno due monografie: T. Ariemma, Estetica dell'evento. Saggio su Alain Badiou, Mimesis, 2012, e A. Benino, Alain Badiou: la virtù del pensiero, tesi di dottorato in filosofia, Università di Torino, 2007, inedita ma estremamente sistematica. Il capitolo polemico dedicato a Badiou in A. Sokal e J. Bricmont, Imposture intellettuali, tradotto in italiano per Garzanti nel 1999, precede la pubblicazione del fondamentale Badiou (1988).

[3] Badiou compare anche in due film di Jean-Luc Godard: in La chinoise viene letto un suo testo, e in Film socialisme lui stesso tiene una lezione in una sala della Costa Concordia.

[4] Ho tentato a suo tempo di criticare l'uso che Badiou fa della matematica in E. Acotto, “Alain Badiou et l'ontologie du monde perdu”, in AA.VV., Écrits autour de la pensée d’Alain Badiou, a cura di B. Besana e O. Feltham, L’Harmattan, Parigi, 2007, <https://www.academia.edu/1880188/Alain_Badiou_et_lontologie_du_monde_perdu>

[5] Y. Gauthier, recensione a Badiou (1988), in Dialogue, 29, Issue 03, giugno 1990: “Il filosofo della matematica, il matematico di professione o il logico, o persino semplicemente il filosofo rischiano decisamente di non rimanere soddisfatti” (p. 473).

[6] È la tesi fondamentale di Badiou (1988). Badiou (2006) la integrerà con la tesi che la logica sia fenomenologia.

[7] “Quel che è inedito l'etichettatura che Badiou fa della teoria degli insiemi come ontologia, pura scienza dell'essere, e il suo tentativo di riscrivere la filosofia in “matémi”, frammenti di matematica sradicata che autorizzano una speculazione selvaggia con l'aura magica della dimostrazione. Il risultato è uno straordinario miscuglio di senso e nonsenso, di gergo malamente applicato e analogie ispirate” Scruton (2015), cap. 8.

[8] François Cusset, French Theory. Foucault, Derrida, Deleuze and Co. all’assalto dell’America, Il Saggiatore, 2012.

[9] Effettivamente, in Francia Gianni Vattimo è stato citato come esempio di neo-antisemitismo intellettuale da un critico di Badiou: Gérard Bensussan, L’extrême droite en a rêvé, l’extrême gauche l’a fait, <http://www.liberation.fr/france/2014/07/22/l-extreme-droite-en-a-reve-l-extreme-gauche-l-a-fait_1068401>

[10] J.F. Lyotard, Le Différend, 1983; tr. it. Alessandro Serra, Il dissidio, Feltrinelli, 1985. Su cui si veda Badiou (2012).

[11] N. Chomsky, “Some Elementary Comments on The Rights of Freedom of Expression”, <https://chomsky.info/19801011/>.

[12] “Israël : le pays du monde où il y a le moins de juifs ?”, ripubblicato in Badiou (2005a), fu pubblicato la prima volta nel giugno 1982 nel numero 11 della rivista Le Perroquet, fondata l'anno precedente dallo stesso Badiou e dalla scrittrice Natacha Michel. Il titolo di Badiou (2005a), Portées du mot “juif”, che si potrebbe tradurre come “Usi della parola ‘ebreo’” (così suona la traduzione in inglese), raccoglie numerosi scritti di Badiou a proposito di ebraismo e sionismo.

[13] Posizioni analoghe, in Italia sono state recentemente espresse da D. Losurdo (2017), Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Laterza, Bari. Più indietro nel tempo, era questa anche la posizione di Furio Jesi, “Gli arabi e Israele”, in Resistenza, Giustizia e Libertà, n.5 maggio 1968, ripubblicato in Riga, 31, Furio Jesi, a cura di E. Manera e M. Belpoliti, 2010: “Lo stato di Israele è stato fondato da coloni di orientamento laico e nazionalista. Con l'aiuto di gruppi finanziari ebrei e l'avvallo delle potenze capitalistiche e imperialistiche”.

[14] Badiou e Finkielkraut (2011), p. 70.

[15] Badiou e Finkielkraut (2011), p. 68-69.

[16]“Entretien dans le journal Haaretz”, in Badiou (2005a).

[17] Ibidem. Queste affermazioni non sembrano molto lontane dalla proposta utopistica di D. Di Cesare, Israele. Terra, ritorno, anarchia, Bollati Boringhieri, 2014.

[18] J.-F. Lyotard, Heidegger et “les juifs”, Galilée, 1988; tr. it. di G. Scibilia, Heidegger e “gli ebrei”, 1989, Feltrinelli. La precauzione lyotardiana è assente, per esempio, nel recente libro di D. Di Cesare, Heidegger e gli ebrei. I quaderni neri, Bollati Boringhieri, Torino, 2014.

[19] Badiou (2009b).

[20] G. Frege, il padre della filosofia analitica, era notoriamente antisemita, ma soltanto qualche accanito filoso continentale potrebbe provare a mettere in connessione la logica matematica e l'antisemitismo.

[21] T.W. Adorno, Jargon der Eigentlichkeit. Zur deutschen Ideologie. In Gesammelte Schriften, 6, Suhrkamp, Francoforte, 1970, tr. it. di P. Lauro, Il gergo dell'autenticità. Sull'ideologia tedesca, Bollati Boringhieri, Torino 1988.

[22] R. Casati, “L’uso delle intuizioni in filosofia” in "Sistemi intelligenti, Rivista quadrimestrale di scienze cognitive e di intelligenza artificiale" 2/2009, pp. 335-354.

[23] Badiou (2016).

[24] Sperber, D. (2010), “The guru effect”, <https://www.dan.sperber.fr/?p=113>.

[25] Per una brillante stroncatura della coerenza filosofica di Badiou si veda il già citato Scruton (2015) che propone un'interpretazione al vetriolo e tuttavia chiarificatrice di alcuni aspetti della filosofia di Badiou. Essendo Badiou a suo modo un pensatore dialettico – o meglio: un filosofo che ha sempre riattualizzato il concetto di dialettica, nella versione hegeliana più che in quella marxiana – ci si dovrebbe interrogare anche sul senso di un pensiero dialettico, oggi. In Badiou (2006) il filosofo rivendica, in mancanza di un nome migliore, la propria dialettica materialista in opposizione al materialismo democratico, etichetta usata per designare le filosofie postmoderniste di ispirazione marxista come quella di Negri e Hardt. Su uno degli ultimi tentativi di conciliare seriamente dialettica e pensiero scientifico si veda L. Geymonat, Scienza e realismo, Feltrinelli 1977; sulla rivalutazione della dialettica da parte dei filosofi analitici e logici contemporanei si veda D. Marconi (a cura di), La formalizzazione della dialettica. Hegel, Marx e la logica contemporanea, Rosenberg & Sellier, Torino 1979 e F. Berto, Che cos’è la dialettica hegeliana?, Il Poligrafo, Padova 2005, <https://www.academia.edu/25121178/Che_cos%C3%A8_la_dialettica_hegeliana>.

[26] Badiou (1988), p. 7; cfr. E. Acotto, cit.

[27] Badiou (2009c).

[28] Per due argomentazione in contrario si vedano: P. Bourdieu. L’Ontologie politique de Martin Heidegger, Editions de Minuit, 1988, tr. it. di G. De Michele, Führer della filosofia? L'ontologia politica di Martin Heidegger, Il Mulino, Bologna, 1989; D. Losurdo, La comunità, la morte, l'Occidente, Bollati Boringhieri, 1991.

[29] Badiou (1993).

[30] Badiou (2011b).

[31] L'ontologia matematica di Badiou si fonda sulla teoria degli insiemi iniziata da Cantor: da essa Badiou trae il concetto ontologico di “multiplo” inteso come “Forma generale della presentazione, non appena si assuma che l'Uno non è” (Badiou 1988, p. 550).

[32] Badiou (1992), p. 177, cit. in A. Benino, op. cit.

[33] “Entretien dans le journal Haaretz”, in Badiou (2005a).

[34] Badiou e Finkielkraut (2010), cap. 2.

[35] Ibidem.

[36] Dopo avere scritto queste righe ho trovato una seconda occorrenza del termine, riferito all'elezione di Trump: “questo contro-evento, questa catastrofe, mi impedisce di stare qui dinnanzi a voi e parlare in modo strettamente accademico di un altro tema, benché altrettanto interessante.” (A. Badiou, Trump o del fascismo democratico, Meltemi, 2017)

[37] Badiou (2006).

[38] Badiou, A. (2011b), cap. 7.

[39] Nel suo libro contro Badiou, Eric Marty (2007) giunge ad affermare che la molteplice provenienza degli israeliani sarebbe un chiaro segno di universalità, dimenticando la differenza fondamentale che oppone ebrei/non ebrei, sempre più al centro dell'identità stessa dello stato di Israele.

[40] Badiou (2005a).

[41] Badiou non è l’unico a proporre la soluzione bi-nazionale ancora oggi. Si veda la posizione dello storico israeliano Zeev Sternhell, in reazione al riconoscimento di Gerusalemme capitale da parte di Trump: <http://www.huffingtonpost.it/2017/12/16/gerusalemme-sia-capitale-di-uno-stato-binazionale-intervista-a-zeev-sternhell_a_23309341/?utm_hp_ref=it-homepage>.

[42] Ringrazio Alberto Voltolini e Francesco Berto per avermi spiegato questo punto. Non sono ovviamente responsabili del modo in cui io sintetizzo la questione.

[43] I metafisici analitici avrebbero certo da ridire sul fatto che quella dei filosofi continentali, in generale, sia un'ontologia accettabile, e questo essenzialmente per l'uso “ingenuo” dell'apparato logico-matematico. Certo, di formalismo ve n'è in abbondanza, in Badiou (ma per un elenco di errori interpretativi in Gauthier 1990, cit.), e tuttavia l’autore dell’Essere l’evento è un avversario esplicito della filosofia analitica e delle scienze cognitive e non fa nulla per confrontarsi con i formalismi di questi due stili di pensiero ormai non ignorabili.

[44] Per una critica della psicologia immplicita nella linguistica saussuriana, si veda P. Engel, Philosophie et psychologie, Gallimard, 1996, tr. it. di Filosofia e psicologia, Einaudi, Torino, 2000.

[45] E ancor più secondo Cécile Winter, il cui testo “Signifiant-maître des nouveaux aryens”, incluso in appendice a Badiou (2005), ha destato i commenti più scandalizzati.

[46] In effetti, nella scala progressiva di operazioni elencate canonicamente da R. Hilberg in La distruzione degli ebrei d'Europa (1961), differenziazione, identificazione, segregazione, concentrazione, deportazione, assassinio, le prime due corrispondono bene alla nominalizzazione/soggettivazione nel senso di Badiou (Badiou e Finkielkraut, 2010, p. 71).

[47] Una difficoltà supplementare per comprendere la querelle intorno al presunto antisemitismo di Badiou e è costituita dal milieu lacaniano in cui la discussione ha avuto luogo. Lacan chiamava “signifiant maître” (letteralmente: “significante maestro”, ma anche “padrone”) certi nomi eccezionali che orientano un'epoca, o per dirla con Badiou: “il nome sotto il quale pensiero e azione trovano il loro slancio contemporaneo” (Badiou e Hazan, 2011, p. 72). Gli intellettuali francesi che hanno partecipato al dibattito di cui stiamo riferendo hanno abbondantemente mobilitato questa nozione a proposito della parola “ebreo”. Le posizioni estreme sono occupate da un lato da Badiou e dall’altro da J.-C. Milner, linguista e filosofo, per il quale, dopo la Shoah, “ebreo” è la parola che dona il senso al mondo contemporaneo (Le juif de savoir, Grasset, 2007). Per Milner, “ebreo” designa oggi il nesso tra identità e universalità, avendo sostituito parole come “operaio”, “imperialismo”, “internazionalismo”, e altri significanti del campo semantico comunista. Ma c'è di più: per Milner chiunque non riconosca il “significante maestro” della nostra epoca è antisemita, volente o nolente (un'accusa che Milner ha rivolto anche a Pierre Bourdieu).

[48] Badiou (2005a).

[49] “Le camere a gas naziste sono solo un piccolo dettaglio della storia della seconda guerra mondiale”: <http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/24/jean-marie-le-pen-processo-per-le-frasi-antisemite-camere-a-gas-un-dettaglio/1905194/>

[50] Badiou (2005a).

[51] “Che cosa s’intende oggi quando si parla della «Francia» e dei «francesi»? In realtà, sono domande molto complesse. Di una complessità che non va assolutamente persa di vista: le parole «Francia», «francese», non hanno oggi nessuna accezione particolarmente ovvia, particolarmente immediata”, Badiou (2016), p. IX. “La Francia, oggi, è un significante senza contenuto positivo definibile”, Badiou (2016), p. 56. Proprio in questa conferenza dedicata all’eccidio del Bataclan, Badiou articola la propria idea anti-identitaria in un momento oltremodo drammatico per i francesi. Immagino che qualcuno abbia pensato di poterlo attaccare per anti-patriottismo.

[52] Cfr. Badiou (1988; 2006). In One, Oxford University Press, 2014, G. Priest, filosofo e logico proveniente dalla tradizione analitica, tratta brillantemente la questione ontologica dell’unità degli enti su basi molto diverse da quelle badiousiane. Credo che si dovrebbe proprio partire da Priest se si volesse tentare un raffronto tra Badiou e la logica contemporanea.

[53] Badiou (2011b), cap. 8.

[54] E. Marty, Alain Badiou : l'avenir d'une négation, Éditions Lignes, 2005, in Marty (2007).

[55] A. Badiou in Temps modernes, n. 637-639, mars-juin 2006, cit. in Marty (2007), p.100.

[56] In particolare è quello che fa Marty, giungendo ad accusare Badiou di avere agito da fascista negli anni giovanili della politica universitaria maoista, e di essere affetto da sessuofobia, evidentemente fascistoide (Marty 2007, p.18, n.1, che cita M.-A. Macciocchi, Éléments pour une analyse du fascisme, Ed. 10/18, 1976). Mi pare che gli attacchi personali mostrino una notevole mancanza di interesse per lo statuto concettuale del discorso di Badiou, o, peggio, una difficoltà a rispondere a tono.

[57] Non credo, insomma, che si tratti di una posizione più spregevole di quella di chi filosofeggia su come potrebbero o dovrebbero essere lo stato di Israele e la sua politica, a prescindere dalla loro realtà effettiva.

[58] Badiou e Hazan (2011), cap.9.

[59] Badiou e Hazan (2011) propongono una spiegazione del perché l'antisemitismo sarebbe in Francia considerato più grave che in altri paesi: si tratterebbe di una retorica imposta dall'alto (stato, governo, Presidente) volta a manipolare un latente senso di colpa per la persecuzione degli ebrei da parte della repubblica di Vichy trasformandolo nella buona coscienza necessaria come base ideologica per la colpevolizzazione e discriminazione dei proletari immigrati abitanti delle banlieues, in gran parte arabi e musulmani, ritenuti responsabili, collettivamente, di antisemitismo.

[60] Badiou e Hazan (2011), cap. 9.

[61] Badiou e Hazan (2011), cap. 9.

[62] Si tratta del giornalista Pierre Péan che denunciava i loschi affari economici di Bernard Kouchner.

[63] S. Sand, L'invenzione del popolo ebraico, Rizzoli, 2010.

[64] Badiou e Hazan (2011), cap. 6.

[65] Ibidem.

[66] http://www.liberation.fr/societe/2014/08/11/la-gifle-de-badiou-a-la-rhetorique-de-bensussan_1079119

[67] Va comunque notato che Badiou non si è sottratto a una serie di confronti con interlocutori anche tendenzialmente ostili: in questo senso, l'autore dell'Essere e l'evento sembra molto meno refrattario al dialogo di quanto non si dichiarasse, per esempio, Gilles Deleuze. Nella sua prefazione a Badiou e Finkielkraut (2010), Aude Lancelin cita Philippe Muray come esempio di intellettuale francese restio al dibattito.

[68] Badiou (2007).

[69] D. Marconi, Il mestiere di pensare, Einaudi, 2014.

[70] La vocazione di combattere la crisi della filosofia era già dichiarata esplicitamente in Badiou (1989).

 

 



Casella di testo

Citazione:

Edoardo Acotto, Alain Badiou e la parola ebreo, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VII, 2, settembre 2018

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-vii-numero-2-luglio-dicembre-2018/edoardo-acotto-alain-badiou-e-la-parola-ebreo




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