Francesco Ferrari, La comunità postsociale

"Free Ebrei", VII, 2, ottobre 2018








Abstract

Andrea Poma reviews Francesco Ferrari's essay on Martin Buber and "postsocial" community", which reconstructs Buber's life and work through the prima of his three political keywords: community, State, and society.









In questo suo nuovo libro su Martin Buber, l’Autore si propone di esporne e valutarne il pensiero politico lungo il corso di tutta la sua produzione.

Ferrari inizia opportunamente evidenziando (cap. 1) l’inseparabilità tra azione e pensiero politico nell’opera di Buber. In effetti il pensiero di Buber non è mai avulso dalla realtà effettiva, anche politica e sociale, in cui egli vive. Le sue numerose iniziative politiche su diversi fronti, poi, non sono mai mere adesioni a movimenti, ma programmi originali e proposte critiche, formulate sulla base della sua riflessione filosofica e religiosa.

Sul fronte del movimento sionista, Buber aderì sin dall’inizio all’idea e si impegnò attivamente per la sua realizzazione. Tale adesione, tuttavia, fu sempre critica rispetto al mero progetto nazionalista di Theodor Herzl. Egli propugnò un’idea di sionismo culturale, fondata sull’esigenza di un rinascimento culturale ebraico, che ponesse le condizioni di un insediamento ebraico in Palestina come realizzazione di una realtà sociale e politica non escludente e antagonista rispetto alle altre realtà dell’area, ma, al contrario, come stimolo e inizio di una nuova modalità di convivenza, che portasse pace e prosperità a tutte le popolazioni.

Egli vedeva nel disegno sionista la possibilità di realizzare gli ideali di quel comunitarismo anarchico, che da sempre costituiva il tema fondamentale del suo pensiero politico. Il riferimento a questa idea di comunità, di cui egli vedeva nel modello del kibbutz una promettente realizzazione, è uno dei temi centrali del suo pensiero politico.

Ferrari esamina con accuratezza l’importante influenza su Buber del pensiero e dell’azione rivoluzionaria di Gustav Landauer. Questi fu amico intimo di Buber. I due svilupparono insieme molte delle idee politiche che condussero Landauer alla tragica morte da martire nella difesa della Repubblica Sovietica Bavarese.

Ferrari esamina poi con puntuale attenzione l’impegno di Buber nella resistenza al nazionalsocialismo tedesco; la sua posizione politica nello Stato di Israele, spesso critica nei confronti del disegno sempre più concreto della costruzione di un mero Stato nazionale e fattivamente aperta al dialogo e alla collaborazione con il popolo palestinese o per lo meno con quella minoranza politica di esso che con lui condivideva l’ideale di uno Stato binazionale; l’impegno di Buber per una pace universale negli anni della guerra fredda

Nell’affrontare il pensiero politico di Buber (cap. 2), giustamente Ferrari pone al centro del socialismo anarchico di Buber (e di Landauer) l’ideale della comunità, come modello sociale e politico, alternativo alla società e agli Stati nazionalisti. Questo ideale non è certo un’utopia originale di Buber, ma piuttosto un’idea, da lui sempre ripensata in modo originale, che in quegli anni aveva conquistato un grande rilievo nel pensiero e nell’azione politica generale. Per certi versi, l’ideale comunitarista era parte integrante del movimento culturale, ben più ampio e articolato di rivolta contro le molte certezze culturali e politiche della modernità, che avevano mostrato la loro incapacità di migliorare la società e l’ipocrisia nell’interpretarne le esigenze: quello che, con un’espressione generica, potremmo indicare come il “nuovo pensiero”, che nelle sue multiformi modalità, investì l’intera cultura europea, non solo la filosofia, ma anche l’arte, la religione, la scienza, la politica, il costume, ecc.

Il libro di Ferdinand Tönnies, Gemeinschaft und Gesellschaft, pubblicato e diffuso in diverse edizioni, Era un’aperta difesa dell’ideale della “comunità” contro quella della “società” ed ebbe una grande influenza sul dibattito politico dell’epoca e anche sul pensiero di Buber. Ma l’opera di Tönnies era a sua volta espressione di un movimento culturale più generale maturato nella società europea. Buber fu indubbiamente uno dei maggiori teorici dell’idea politica di “comunità”, che egli, in parte sul modello della comunità chassidica ma soprattutto sui principi della propria filosofia dialogica, concepiva come la modalità in cui realizzare la convivenza tra persone, non eliminando, bensì enfatizzando l’importanza della relazione interpersonale. In tal modo egli oppose l’ideale della comunità, da una parte, all’individualismo della società borghese, d’altra parte, al collettivismo della società sovietica. Solo nella comunità, secondo Buber, si realizza la convivenza umana nella relazione dialogica tra le persone.

Buber  manifestò anche sempre chiaramente il carattere religioso di questa sua idea di comunità, riaffermando costantemente, sulla base di un solido riferimento alle radici bibliche, l’importanza della relazione con Dio e del riconoscimento della Sua sovranità assoluta, anche come garanzia contro ogni eccesso di potere sia nello Stato sia nella stessa comunità.

La comunità, opposta alla società e allo Stato, è per Buber l’affermazione della Kultur contro la Zivilisation, della convivenza sulla base della relazione interpersonale contro l’individualismo e il collettivismo, dell’Homo Humanus contro l’Homo Contrahumanus. Con quest’ultima connotazione possiamo introdurre l’altro tema centrale del pensiero politico buberiano, giustamente messo in risalto nel libro di Ferrari: l’ideale dell’umanesimo, talvolta connotato da Buber come “umanesimo ebraico” o come “umanesimo biblico”, ma sempre dotato di una valenza universale. La rinascita culturale e politica dell’Ebraismo, dell’Europa e del mondo, secondo Buber, non può avvenire se non con una nuova e convinta realizzazione di una cultura e di una società fondata sui valori dell’umanesimo, cioè ancora una volta sulla centralità della persona umana, della relazione interpersonale e dell’apertura di fede alla relazione con Dio.

Buber considera i due temi citati, la comunità e l’umanesimo come complementari e inscindibili: solo nella comunità (e nella federazione delle comunità), nell’interrelazione e nel dialogo, le persone possono realizzare la propria ricchezza umana; solo nel rispetto dell’umanità di ognuno e di tutti e nell’apertura di essa alla trascendenza divina, si può realizzare la giusta comunità.

Ferrari non solo espone con puntualità e attenzione critica questa convinzione di Buber, ma ne sembra anche persuaso, tanto da proporla, già nel titolo, come “comunità postsociale” (un’espressione usata da Buber stesso, anche se solo in un unico luogo) e quindi come modello per la nostra attuale cultura postmoderna.

Questa unificazione inscindibile dei due ideali è, a mio avviso, la parte più discutibile del pensiero di Buber e quindi anche l’aspetto più stimolante del libro di Ferrari, che lo rende, oltre a un’eccellente monografia sul pensiero politico di Buber, anche un fecondo stimolo alla riflessione per l’attualità.

Infatti l’ideale della comunità, che aveva affascinato la cultura europea e Buber stesso negli anni in cui operò, presenta, secondo me, diversi aspetti problematici o anche equivoci, che possono indurre a diffidare di esso. In primo luogo, infatti, la “comunità” è un concetto che può essere inteso in termini naturalistici e che spesso lo è stato. La presunta identità del “sangue” e della “terra”, quando non della “razza”, è stata spesso posta come condizione identificante la comunità. Buber stesso non fu sempre estraneo a questi temi e Ferrari stesso fa riferimento a tale atteggiamento buberiano (cfr. per es. pp. 36s., 39, 107). Certo questi problematici cedimenti di Buber all’ideologia imperante non devono mettere in dubbio la sua generale e sicura convinzione che la comunità debba fondarsi sull’ “affinità” e sul rapporto interpersonale, piuttosto che su condizioni naturali. In Israel und Palästina. Zur Geschichte einer Idee, per esempio, egli opera una radicale idealizzazione del tema, tipicamente völkisch, del rapporto tra il popolo e la terra. La terra non è madre, ma sposa: non si tratta dunque di un rapporto naturalistico, ma di un patto di fedeltà, che certo per Israele è un’elezione, che però significa compito e responsabilità, significa dovere di coltivare la terra e di custodirla per tutta l’umanità. Tuttavia la deriva naturalistica è sempre in agguato per una riscoperta di tale concetto nell’attualità della cultura contemporanea, che certamente è fortemente connotata in senso naturalistico e rozzamente scientistico. In secondo luogo, la concezione buberiana della comunità è certamente inclusiva e universale; tuttavia le sue possibili caratteristiche opposte: esclusività e particolarismo, sono anch’esse difficili da superare, nel concetto e nella realizzazione, e altrettanto politicamente pericolose quanto il naturalismo. Infine, la convinzione che la comunità, fondata direttamente sul rapporto interpersonale, senza la mediazione ideale di un concetto astratto (anche formale) di universalità, può ben essere considerata come un’utopia, ma forse è un’illusione. Gli studi di René Girard sulla violenza e le riflessioni di Michel Serres e di altri a tal proposito, oltre che l’osservazione della realtà storica, sembrano dimostrare che il rapporto interpersonale, se non mediato da un momento astratto e ideale, porti inevitabilmente alla violenza e al conflitto.

Più interessante, a mio parere, è il tema buberiano dell’umanesimo. Giustamente Francesco Ferrari, nella Conclusione, mette in evidenza l’importanza del coraggioso discorso che Martin Buber tenne nel 1953, in occasione del premio a lui conferito dai librai tedeschi: Das echte Gespräch und die Möglichkeiten des Friedens. In tale discorso, Buber dichiara di non voler condannare tutti coloro che, per ignoranza o per paura, non si sono opposti al nazismo, ma solo coloro che intenzionalmente e attivamente hanno partecipato ai suoi crimini. Con ciò egli riconosce appunto la categoria dell’Homo Humanus, non come un concetto etico (poiché certo non considera che la passività dei molti sia moralmente approvabile), ma come la condizione regolativa, che apre lo spazio per la possibilità dell’etica, e la Categoria dell’Homo Contrahumanus, come ciò che da questo spazio è escluso. Questa prospettiva mi sembra molto più interessante, nell’attuale condizione postmoderna, per pensare la dimensione dell’etica come pluralistica e capace di legittimare le differenze, pur senza cadere nel relativismo, che è la negazione dell’etica e, di fatto, l’accettazione dell’anarchia dei desideri e del prevalere del più forte.





Casella di testo

Citazione:

Francesco Ferrari, La comunità postsociale. Azione e pensiero politico di Martin Buber (Recensione di Andrea Poma), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VII, 2, ottobre 2018

url: http://www.freeebrei.com/anno-vii-numero-2-luglio-dicembre-2018/francesco-ferrari-la-comunit-postsociale







Steegle.com - Google Sites Like Button

Steegle.com - Google Sites Tweet Button

 











Comments