Liebmann Hersch, Una nuova versione di un vecchio errore

"Free Ebrei", VII, 2, ottobre 2018

 

Una nuova versione di un vecchio errore

 

(A proposito della questione nazionale)*


di Pesach Liebmann Hersch


Abstract

In this article of 1913, Pesach Liebmann Hersch discussed the problem of the national question from the Bundist point of view and mostly the creation of autonomous schools for the national minorities.



Premessa 

Pubblichiamo qui la prima traduzione in lingua occidentale dell’articolo che il giovane militante bundista Pesach Liebmann Hersch (1882-1955), uno dei principali demografi ebrei del secolo scorso, scrisse in risposta alla posizione di Lenin circa il problema dell’autodeterminazione delle nazionalità dell’Impero russo e, nel caso specifico, il riconoscimento dei loro diritti culturali (e delle scuole). L’articolo è importante non solo perché fu ripreso più volte dallo stesso Lenin negli scritti di quegli anni (come Osservazioni critiche sulla questione nazionale), ma anche perché ci permette di comprendere la posizione ufficiale della socialdemocrazia ebraica (Bund) e le ragioni per cui fosse uno degli obiettivi polemici preferiti dei bolscevichi. Liebmann Hersch fu anche delegato del Bund (con lo pseudonimo di Lemansky) alla conferenza socialista di Zimmerwald del 1915.




A neie oiflage fun an altn toès


Quando, quindici anni fa, la socialdemocrazia russa inserì nel suo programma la questione del diritto di ogni nazionalità all’autodeterminazione, tutti si chiesero che cosa significasse veramente questa strana espressione. Non ci fu alcuna risposta a tale quesito. La parola rimase avvolta nella nebbia. A quel tempo era davvero difficile dissipare quella nebbia. Non era ancora giunto il momento di definire chiaramente quel concetto. Si decise, perciò, che esso rimanesse avvolto nella nebbia e che la vita stessa avrebbe dimostrato più avanti quale accezione concreta avrebbe dovuto assumere.

Ma quando la vita sociale russa iniziò a svilupparsi, quando le differenze e gli antagonismi si distinsero più chiaramente, quando i partiti borghesi e il governo iniziarono a occuparsi di quegli antagonismi per combattere il movimento dei lavoratori, ecco che la classe operaia ebraica, che soffriva maggiormente per gli attacchi antisemiti, iniziò a elaborare il contenuto concreto da dare a quel punto programmatico e la maggior parte dei teorici della socialdemocrazia russa giunse a teorizzare il nazionalismo! Il lavoratore ebreo è immerso nel nazionalismo! La nebulosità del “diritto all’autodeterminazione”, che inizialmente era una necessità inevitabile, divenne col tempo una virtù, una questione di principio, e ogni tentativo di fare chiarezza e di dare contenuto concreto a quell’esigenza fu considerato un affare del libero pensiero piccolo-borghese opposto alla teoria marxista.

Nel “nuovo” ordine che ora regna nel paese, i contrasti nazionali sono ancora più accesi e diffusi di prima. Tutta la reazione si assiepa sotto la bandiera del nazionalismo.

La questione nazionale, la questione di come difendere i diritti dei popoli non russi è diventata una delle questioni più discusse in tutti i fronti del paese. Era diventata oggetto di approfondite discussioni anche perché, a causa della reazione nazionale generale, erano avvenute spaccature in seno ai lavoratori delle diverse nazionalità. Era diventato chiaro persino a uno cieco che limitarsi a soprassedere alla questione nazionale era impossibile per la democrazia dei lavoratori, che avrebbe dovuto esprimersi, formulare le sue richieste, concretizzare il suo programma. Fu chiaro persino alla “Pravda”, persino allo “Shteyner”, avverso a ogni tentativo di elaborare più da vicino la questione, come al noto V.I. [Lenin].

E così fece V.I. sul numero 29 della “Pravda”, con una dichiarazione di principio sulla questione nazionale e specificando il suo programma nazionale.

In che cosa consiste il punto di partenza principale su cui egli costruisce il suo programma?

Per comprenderlo al meglio bisogna ricordare un fatto che molti di noi hanno già sperimentato più di una volta sulla propria pelle. Quando, un anno fa, si chiedeva a un “iskrovez”[1] ebreo russofono con un puro accento “slonimer”[2] di che nazionalità fosse, molto spesso egli rispondeva: sono un democratico sociale.

La stessa profonda idea è l’elemento basilare della dichiarazione di principio e del programma che V.I. redige ora sulla “Pravda”. Ecco testualmente la dichiarazione:

“La parola d’ordine della democrazia dei lavoratori non è ‘cultura nazionale’, ma cultura internazionale della democrazia e del movimento mondiale dei lavoratori”.

Chiunque sia molto meno informato sulla questione nazionale sa che cultura “internazionale” non vuol dire cultura “a-nazionale” (una cultura priva di forma nazionale); una cultura “a-nazionale” che non debba essere né russa, né ebraica, né polacca, ma solo e semplicemente cultura, è una stupidaggine. Le culture internazionali di per sé possono diventare acquisizioni della classe operaia solo nel momento in cui assumono forme nazionali, quando sono adattate alla lingua che il lavoratore parla e al concreto ambiente nazionale in cui vive. Al lavoratore non possono essere indifferenti la situazione e lo sviluppo della cultura nazionale proprio perché solo attraverso di essa e solamente con esso egli può partecipare alla cultura “internazionale” della democrazia e al movimento universale dei lavoratori. Tutte queste sono cose che sappiamo da tempo, ma oggi V.I. le ignora, proprio come lo slonimer oppure il berdichever[3] “iskrovez” dieci anni fa.

La soluzione della questione nazionale consiste quindi, secondo lui, nell’ignorare la nazione. Se lo Stato diverrà democratico e il lavoratore dimenticherà la sua nazione, ecco che avremo ottenuto la pace – per quanto sia possibile nell’ordine politico attuale:

“Se la borghesia prende in giro il popolo con ogni specie di ‘positivo’ programma nazionale, il lavoratore coscienzioso le risponderà: esiste solo una soluzione alla questione nazionale (per quanto possibile nel mondo capitalistico, nel mondo dell’avidità, della fraudolenza e dello sfruttamento) e questa soluzione è il perseguimento della democrazia”.

E se anche l’esperienza storica ci ha insegnato a non idolatrare la pura democrazia borghese, se saprà indicare paesi in cui l’aumento della lotta contro le nazionalità è avvenuto parallelamente alla democratizzazione dello Stato, essa saprà indicare anche quelle che litigano fra di loro. A prescindere da tutto questo, non appena nella stessa regione si trovano a convivere diversi soggetti della stessa nazione, come si può concedere a ognuno lo stesso diritto di decidere se restare oppure no uniti entro quello Stato? – Nel migliore dei casi potrebbe essere un diritto per ogni nazione dotata di maggioranza in quella regione. Solo che si pone un problema, ovvero come proteggere, persino nella regolare democrazia, la nazione minoritaria affinché non sia oppressa da un’altra nazione che nel paese (oppure una regione) avesse la maggioranza.

Proprio laddove convivono diverse nazionalità, la questione nazionale è particolarmente scottante – favorisce il separatismo e la secessione, che non sono certo soluzioni congrue alla questione.

Anche qui V.I. propone una soluzione, a sua detta definitiva. “Una legge statale dovrebbe vietare penalmente le problematiche che minano l’emancipazione (uguaglianza) di quelle nazioni oppure i diritti di una minoranza nazionale”. Il che è certamente molto importante; c’è però la questione di come sapere in che cosa consistano i diritti delle minoranze nazionali. Prendiamo il caso in cui una minoranza nazionale chieda allo Stato le scuole nella propria lingua per i propri figli a carico dello Stato stesso e lo Stato, invece, desse loro scuole dove si insegni nella lingua della maggioranza. Questo sarebbe illegale e punibile oppure no? Ipotizziamo che lo Stato voglia promuovere nelle scuole il proprio programma didattico. La minoranza nazionale ne ha bisogno di un altro, quindi ha il diritto di citare il governo in giudizio, chiedendo il motivo di tale divisione, a favore dell’intelligenza dei suoi figli. La minoranza nazionale ha dunque il diritto di citare in giudizio il governo se questo non le garantisce un impiegato e un giudice che parlino la sua lingua. E quale misura dovrebbe possedere la minoranza nazionale per guadagnarsi il diritto ad avere giudici, impiegati, scuole etc. nella propria lingua?

Per poter ricorrere al tribunale, per stabilire quali diritti abbiano le minoranze nazionali, la legge deve innanzitutto stabilire precisamente quali siano i diritti di tali minoranze. Quello che esige il tribunale deve esigerlo anche lo Stato, di certo la minoranza nazionale. La legge deve stabilire precisi diritti alla base di un determinato programma nel quale siano espressi i diritti positivi garantiti da una legge per la minoranza nazionale.

Allora V.I., delle due l’una: o si resta a un programma “negativo”, secondo cui qualcosa va punito, ma non si dice esattamente che cosa, cioè si rimane ancorati a un vero e proprio nonsenso, oppure si formulano i diritti della minoranza nazionale, cioè si elabora un programma positivo. Ma questo vale per ogni dialetto.

Dunque, o si resta, come dice V.I., sul proprio programma “negativo” e della propria opinione che si possano infliggere pene per qualsiasi delitto, oppure si finisce alla vecchia maniera dell’assimilazione: di fronte alla continua ripetizione di una certa borghesia, alcuni comprendono la questione della lingua in un certo modo etc. La democrazia dei lavoratori mette al primo posto il problema: assoluta unità e completa fusione dei lavoratori di tutte le organizzazioni dei lavoratori etc.

Quindi alla domanda: di che nazionalità sei? Il lavoratore risponderà: sono un socialdemocratico e un socialdemocratico della vecchia scuola.




Note


* Articolo apparso sul bisettimanale sanpietroburghese "Di Tsayt" (Il tempo) il 17 (30) settembre 1913 (numero 28). Ringrazio il prof. Niccolò Pianciola per aver reperito il rarissimo numero della rivista "Di Tsayt" alla British Library di Londra e Sigrid Sohn per averlo tradotto in italiano. Ringrazio il prof. Guido Franzinetti per aver individuato questo contributo “dimenticato” al dibattito prebellico sulla questione nazionale e per averne perorato la traduzione e pubblicazione sulla nostra rivista.

[1] Presumibilmente un lettore della “Iskra”.

[2] Seguaci della dinastia chassidica di Slonim (Bielorussia).

[3] Membro della corte chassidica di Berdichev.



Casella di testo

Citazione:

Liebmann Hersch, Una nuova versione di un vecchio errore, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VII, 2, ottobre 2018

url: http://www.freeebrei.com/anno-vii-numero-2-luglio-dicembre-2018/liebmann-hersch-una-nuova-versione-di-un-vecchio-errore







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