Alessandro Matta, Il Centro studi Elie Wiesel di Bucarest

"Free Ebrei", VIII, 1, marzo 2019



Il Centro studi Elie Wiesel di Bucharest per lo studio della Shoah in Romania 

Il seminario internazionale a cura dell’Ehri (18-21 febbraio 2019)





Abstract

Alessandro Matta describes his experience of learning during the EHRI International Seminar "The Study of the Holocaust in Romania: Current State and Trends".



“Do not believe in extremistical political parties and in false promises  from the regimes...”

“Non credete alle promesse dei partiti politici estremisti e alle falsità di qualunque regime…”

 


Le parole dell’archivista che ci guida nelle umide e lunghe sale degli archivi segreti della intelligence della Romania, alla periferia di Bucarest, sono nette, severe e ammonitrici per tutti noi presenti.

Siamo in dodici. Dodici tra ricercatori, studiosi, storici della Shoah, e insegnanti provenienti da ogni angolo del mondo.

Due dall’Italia, Tre dagli Stati Uniti, Due dall’Ucraina, Uno dalla Germania, Uno dalla Bessarabia, Uno dall’Uzbekistan, Uno dalla Polonia, Uno dalla Grecia.

Ci sono, rappresentate, varie organizzazioni della Shoah da tutto il mondo, alcune anche molto importanti come la Claims Conference.

Siamo i dodici selezionati da tutto il mondo dalla infrastruttura Ehri-European Holocaust Research Infrastructure, per partecipare per una settimana al seminario metodologico sulla storia della Shoah in Romania e sugli stati attuali degli studi e delle ricerche, a cura dell’Istituto di studi storici sulla Shoah Elie Wiesel di Bucharest, in collaborazione con lo United States Holocaust Memorial Museum di Washington.

Un appuntamento particolare, e soprattutto un’occasione incredibile di approfondire la storia della Shoah in Romania. Un paese dove per lungo tempo, le vicende della Shoah sono state in parte totalmente nascoste, in parte minimizzate come semplici crimini di guerra.

“Non sono stati i Nazisti”, si diceva…

“E’ successo solo qualche pogrom tra il 1941 ed il 1942, poi la situazione è stata migliorata ed addirittura la Romania consentiva le partenze per Israele”, si diceva…

La realtà invece è quella di un paese dove il genocidio è stato portato avanti direttamente dalle autorità locali, senza che i Nazisti chiedessero nulla, e con un bilancio in fatto di sangue e di vittime enorme.

La polizia, l’esercito e il Ministero dell’Interno del paese sono gli unici veri responsabili di ben 105000 ebrei morti, tra i 154000 fatti deportare verso la Transnistria dalle regioni della Bucovina e della Bessarabia, oltre che dell’assassinio sul posto di almeno altri 125000 ebrei in pogrom come quello di Iasi, il 9 Ottobre 1941. Il 9 Ottobre è divenuto oggi in Romania la giornata della memoria per le vittime del genocidio. 

 

Chi, anche tra i più informati, ha mai sentito parlare di ghetti come: Cernauti, Odessa, Mogilev Podolski? O di lager come: Vapniarka, Edineti, Marculesti?

Sono i ghetti e i campi di lavoro della Romania spesso teatro di morte per la maggior parte dei 280000 ebrei del paese assassinati, a cui si devono aggiungere oltre 11000 Rom e Sinti deportati e sterminati subito dopo, insieme a centinaia e centinaia di membri della Chiesa Protestante della Romania, anche essi perseguitati dalle autorità e condotti alla stessa fine. A tutti questi, si devono aggiungere gli oltre 135000 ebrei deportati dalla Transilvania, fino al 1938 provincia della Romania, poi fatta annettere all’Ungheria a seguito del secondo arbitrato di Vienna, per le insistenze di Hitler e Mussolini, allo scopo di evitare un conflitto tra Ungheria e Romania. Qui in questa regione la Shoah arriverà dapprima con le dure leggi antisemite del governo nazionalista Ungherese di Horthy, e poi, nel 1944, con le deportazioni di tutti gli ebrei della regione ad opera dei nazisti coadiuvati dalle Croci Frecciate Ungheresi, verso il campo di sterminio di Auschwitz Birkenau. Il più famoso dei sopravvissuti alla Shoah di questa regione, Elie Wiesel, premio Nobel per la pace 1986 e autore del fondamentale testo “La Notte”, è l’uomo che ha dato il suo nome all’Istituto Storico che oggi, a Bucharest, lavora instancabilmente per tenere viva la memoria di questi avvenimenti.

E con ottimi risultati, che ho avuto modo di toccare con mano: per quattro giorni pienissimi, abbiamo avuto modo di ascoltare degli storici molto preparati. Anzitutto Paul Shapiro, dello United States Holocaust Museum di Washington, che ci ha esposto la storia del ghetto di Chisinau e del campo di concentramento di Vapniarka, oltre che una comunicazione sugli archivi storici. Le sue lezioni sono state illuminanti, e i suoi punti di vista sulle radici di quanto accaduto, da lui esposte anche oltre la turnata del seminario, mentre era a cena seduto con tutti noi, sono stati altamente istruttivi.

E’ stato poi il turno di Radu Ioanid, anche egli un gigante del museo dell’Olocausto della capitale Statunitense, che con la sua introduzione generale alla storia della Shoah paese per paese, ci ha aperto non poco la mente su alcuni aspetti della complessità delle vicende e delle differenze stato per stato, in particolare relativamente alle vittime che spesso “cambiavano” da paese a paese, eccezion fatta ovviamente per gli ebrei d’Europa, tutti indistintamente destinati al genocidio.

Paul Shafir, dell’Istituto Elie Wiesel, ci ha invece esposto i suoi punti di vista sul negazionismo, e sottolineato l’importanza di non liquidare il fenomeno al semplice “negare” l’avvenimento del genocidio, ma anzi anche al rischio che una banalizzazione estremizzata spesso coincida con esso.

Andrei Muraru, ricercatore storico e giurista di Bucharest che avevo avuto già la fortuna di conoscere e di avere come “compagno di classe” alla prima Summer School dell’Ehri a Parigi nel Luglio 2013, ci ha esposto una corposa relazione storico-giuridica sui processi ai criminali di guerra della Romania visti in raffronto coi processi internazionali di Norimberga, avvenuti all’incirca nello stesso periodo, e ci ha illustrato le differenze tra quelli che spesso furono dei processi “ideologico-pedagogici” attuati da nuovi regimi dittatoriali nel paese, rispetto a un processo di statura internazionale quale fu quello della corte internazionale di Norimberga.

Ha chiuso gli interventi seminariali Francesco Gelati, dell’Ehri, che ci ha ampiamente illustrato il portale web della infrastruttura ed il suo utilizzo ai fini di ricerca.

Il seminario, però, non si chiudeva con gli interventi.

Hanno avuto infatti ampia importanza, in queste giornate, le visite ai luoghi della locale comunità Ebraica (le due bellissime sinagoghe: la centrale e quella Ashkenazita, che oggi ospita il piccolo museo della storia degli ebrei di Romania, in attesa che sorga il grande museo dell’Ebraismo Romeno e della Shoah del quale dal 2016 il centro Elie Wiesel è stato incaricato) e soprattutto le ricerche archivistiche.

Abbiamo avuto infatti l’opportunità di visitare non solo gli archivi di stato della Romania, e di vedere i più importanti documenti storici delle principali vicende storiche nazionali, ma soprattutto siamo entrati negli archivi della CNSAS Popesti-Leordeni, ovvero: gli archivi dei servizi segreti.

Qui, abbiamo potuto toccare con mano anche i principali documenti della Shoah in Romania, a cominciare dalle foto originali del Pogrom di Iasi, esposte come prove al processo tenutosi nel 1956 per punirne i responsabili.

Si può negare, si può dire “non è avvenuto”… ma quando tu tocchi con mano un documento… non tolleri più che si neghi nulla.

Quando sfogli faldoni archivistici con nomi e cognomi, le vittime sono li, ti guardano, ti parlano. E ti dicono che si deve ancora studiare ed andare avanti.

E non credere mai alle false promesse dei regimi.

Questo il senso di questo seminario.

Un grazie di cuore a tutto lo staff dell’Istituto Storico sulla Shoah Elie Wiesel di Bucharest, e un caro saluto al suo direttore Alexandr Florian, che con la sua enorme simpatia la prima serata del seminario, scoprendo che mi chiamavo come lui mi ha stresso la mano dicendomi “Good Luck!”, e un grazie speciale alla responsabile della comunicazione Elisabeth Ungureanu, simpatica e professionalissima per tutta la sua impeccabile organizzazione, e a Liviu Carare, dello United States Holocaust Memorial Museum, per averci donato una settimana così carica di spunti e di studio, della quale io farò un tesoro immenso. 

 



Casella di testo

Citazione:

Alessandro Matta, Il Centro Elie Wiesel di Bucarest , "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VIII, 1, marzo 2019

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-viii-numero-1-gennaio-giugno-2019/alessandro-matta-il-centro-elie-wiesel-di-bucarest





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