Amir Engel, Gershom Scholem

"Free Ebrei", VIII, 1, maggio 2019






Abstract

Gabriele Guerra reviews Amir Engel's intellectual biography of Gershom Scholem, which can considered a successful attempt to melt a traditional (diachronic) approach with a Messianic (Benjaminian) one.


È noto come la vita di Gerhard (che successivamente ebraicizzò il suo nome in Gershom) Scholem si sia svolta tutta dentro la parabola geografica, culturale ed esistenziale che si snoda “da Berlino e Gerusalemme” (giusto il titolo della sua autobiografia, a suo tempo edita da Einaudi e poi ritradotta alla luce della seconda edizione condotta sulla versione ebraica che Scholem stesso aveva riscritto, ampliando l’originale tedesco).

In questo senso, la vita dell’ebreo tedesco Scholem è simile a quella di tanti altri suoi correligionari – per i quali venne coniato un termine ancora in uso nell’ebraico attuale, “Jeckes”, che sta ad indicare (probabilmente, l’etimo è discusso, anche se in questo caso risulta fascinoso) quella giacca che gli ebrei tedeschi fuggiti dalla Germania hitleriana (o saliti in Palestina anche prima, come nel caso dello stesso Scholem), si erano portato dietro, insieme alla loro lingua cerimoniosamente tedesca e alla cultura altrettanto orgogliosamente tedesca; e che ora indossavano, sempre con orgoglio, come se le strade polverose di Tel Aviv o di Gerusalemme fossero sempre quelle alberate della Charlottenburg della buona borghesia ebraico-berlinese (su questo specifico argomento di sociologia intellettuale cfr. ora il godibile Thomas Sparr, Grunewald im Orient. Das deutsch-jüdische Jerusalem, Berenberg, Berlin 2018).

La biografia di Scholem, quindi, con tutti i suoi addentellati storico-sociali, filosofici (come è noto fu uno degli amici più stretti di Walter Benjamin), storico-religiosi (Scholem viene spesso indicato, con buone ragioni, come il fondatore degli studi accademici dedicati alla mistica ebraica) e personali, tuttavia non è solo quella di uno “Jeckes” berlinese a Gerusalemme: perché – proprio in questo senso – rappresenta il precipitato complesso e affascinate del “secolo breve” ebraico-tedesco.

Amir Engel, che insegna al German Department della Hebrew University di Gerusalemme, ha consegnato alle stampe uno studio che si presenta come “biografia intellettuale” di Scholem, e che in tutto sommato poche pagine concentra con notevole acume e lucidità le numerose issues di storia intellettuale che attraversano la vita del biografato.

Engel infatti, presentando la vita di Scholem per molti versi come quella canonica dell’intellettuale ebreo-tedesco nel XX secolo, non si ferma però alla semplice riproposizione del vieto stereotipo che attraversa tanti studi che si dedicano a questa affascinante costellazione – quello cioè secondo il quale prima vi erano degli ebrei tedeschi assimilati, che dopo riscoprono la loro identità ebraica rideclinandola in vari modi (studi che spesso cioè assumono ipostaticamente identità tedesca ed identità ebraica come inamovibili strutturazioni mentali) –, bensì mantiene questi due aspetti all’interno di una tensione dialettica in cui le due identità continuamente si rimescolano e si sovrappongono, in un permanente e reciproco percorso biunivoco.

In questa biografia, infatti, Engel sottolinea intensamente e con precisione gli sviluppi del pensiero scholemiano dopo la scoperta della Qabbalah e della mistica ebraica, inserendolo nel contesto storiograficamente concreto dei Jewish studies postbellici e al contempo alla luce delle peculiari prospettive scholemiane: “Scholem’s study is the result of a novel historiography, a synthesis of history and mythology that seeks […] to produce a concise representation of the complex development of Jewish modernity” (p. 70). Come già peraltro ampiamente sottolineato dalla critica, Scholem ha trovato nella mistica una sorta di “controstoria” per la (ri)costruzione dell’identità ebraica, ritrovandola nei momenti della storia ebraica maggiormente sottoposti a tensione e a sospetti di eresia – come è il caso esemplare del sabbatianesimo.  I suoi studi intorno al “falso messia” ebraico del XVII secolo, che trova infine la sua vocazione messianica addirittura nell’apostasia musulmana, costituiscono il nucleo più problematico – eppure quanto saldo – dell’impostazione storiografica scholemiana, incardinata sull’idea che la modernità ebraica, con tutti i suoi tesi paradossi, nasca proprio là, nella testa di un erudito ebreo suddito dell’impero ottomano che si convince di essere il messia tanto atteso. Un’idea storiografica che secondo Engel è “a direct continuation of his [Scholem’s] ambitions as a young political activist in the Zionist circle of Berlin before and during World War I” (p. 92).

In questo modo il sabbatianesimo diventa l’autobiografia segreta sia di Israele che dello stesso Scholem; il quale – come il falso messia trecento anni prima – si trova a doversi confrontare con le contraddizioni e i fallimenti del sionismo degli anni ’30 e ’40, con – sullo sfondo – la tragica distruzione dell’ebraismo europeo perpetrata dai nazisti. E tutto questo nonostante il fatto, anzi forse proprio grazie ad esso, che Scholem non abbia portato sino in fondo questo parallelismo storiografico (come invece ha fatto, sia detto di passata, un suo allievo “divergente” come Jacob Taubes), sino cioè a considerarsi come una sorta di “eretico” nella storia israeliana. Al contrario, la polemica con Hannah Arendt intorno al processo Eichmann testimonia la Realpolitik scholemiana, pronta a scendere a patti con la realtà geopolitica e geoculturale più di quanto non sia disposta a fare la colta intellettuale ebreo-tedesca ormai newyorkese; su questa ben nota diatriba Engel scrive cose molto convincenti, almeno per quanto riguarda l’autorappresentazione che offre Scholem (cfr. p. 194).

In conclusione, il libro di Engel segue il percorso evocato all’inizio, da Berlino a Gerusalemme, integrandolo con quello, più accademico, "from fringe to mainstream” (p. 203). Prese insieme, queste due traiettorie portano a una rappresentazione piuttosto articolata – con Benjamin potremmo chiamarla una immagine dialettica – della vita di Scholem, tra la sua “professione” di storico (e non sfugga qui l’eco weberiana del Beruf) e la vocazione più intima e segreta, orientata al futuro e consapevole dei problemi che tale orientamento reca con sé: “He claimed to be a mere historian because he genuinely felt that he was not a prophet. If this is true, the discrepancies in Scholem’s historiographical texts are not part of a calculated attempt to conceal a more controversial truth but rather exactly what they appear to be: an indication of perplexity and puzzlement” (p. 211).

Certo, questa “immagine dialettica” che attraversa la parabola esistenziale di Gershom Scholem non costituisce di per sé una radicale scoperta: gli studi precedenti l’avevano già sottolineata con precisione e dovizia di argomenti. La novità – novità problematica, va detto – di questa biografia tuttavia risiede proprio nelle conclusioni del suo autore, per cui quella di Scholem sarebbe una sorta di Odissea moderna che si conclude a Gerusalemme (p. 214); conclusioni che – al di là del dato biografico indubitabilmente vero – sembra voler in qualche modo “chiudere” una parabola umana e filosofica, nella misura in cui pare prediligere ostentatamente uno dei due poli di questa immagine dialettica. Al netto di qualsiasi considerazione “realpolitica” personale, di qualsiasi giudizio accademico o culturale sulla sua figura, invece, quello di Scholem è un profilo destinato a restare costitutivamente aperto, in cui “fringe” e “mainstream” continuano a sovrapporsi. Anche in Israele, quando ormai è un professore riverito in tutto l’ambiente accademico internazionale, cioè, Scholem continua a restare il figlio di quella generazione ribelle di ebrei tedeschi dei primi decenni del XX secolo che, in nome dell’imperativo di costruzione di una nuova identità, la trova solo negli spazi interstiziali tra quelle identità salde e preformate che hanno contraddistinto il tragico “secolo breve”: la sua è una esistenza che dunque continua a oscillare “tra Berlino e Gerusalemme”.



Casella di testo

Citazione:

Amir Engel, Gershom Scholem (Recensione di Gabriele Guerra), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VIII, 1, maggio 2019

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-viii-numero-1-gennaio-giugno-2019/amir-engel-gershom-scholem





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