Arnold Zweig, La famiglia Klopfer

"Free Ebrei", VIII, 1, marzo 2019







Abstract

Maria Teresa Dal Monte reviews Arnold Zweig story "The Klopfer Family" and discusses the role played by it in Zweig's work and life.



È importante premettere che questa storia di quattro generazioni di una famiglia ebraica apparve nel 1911[1] e fu ripresa e rivista dall’ autore nel 1949, dunque dopo decenni  gravidi di due guerre mondiali, seguite dalla fondazione dello stato di Israele. Ne è nato un interessante esperimento letterario oltre che umano. Le due edizioni del racconto  si collocano infatti  in momenti chiave della vita e della produzione di Arnold Zweig: all’inizio della sua attività di scrittore e, dopo l’emigrazione in Palestina nel 1933, quando Hitler va al potere, al ritorno dell’autore, all’apice della maturità, in Germania, nella D.D.R., dalla appena rinata Israele. Nel 1911 un giovanissimo Zweig alla sua prima pubblicazione si è ispirato alla letteratura di fine secolo, a cui si possono ascrivere anche Buddenbrooks, uno dei suoi principali modelli. Notoriamente Thomas Mann voleva rappresentare il declino della borghesia europea. E Zweig si propone di descrivere la decadenza a cui è condannata una borghesia ebraica che nasce da un ceto  piccolo borghese, ricco di figure realistiche, per lo più laboriose e desiderose di integrazione, mai uniformi, quando passando in Palestina fa dei suoi ultimi rappresentanti, non senza tratti autobiografici, tragici outsider tra antisemitismo e sionismo, tra Europa e Asia, due culture, due lingue.  Stendono le memorie  alcuni  intellettuali  in realtà  antiborghesi.  Alla ricerca della propria complessa identità Heinrich, l’io narrante, ha rielaborato i diari, le lettere,gli appunti del padre, lo scrittore Peter, in uno stile elegantemente distaccato, perfettamente reso dalla traduzione di Enrico Paventi, e in un’ottica demistificante quale può essere la prospettiva di un medico che ha sottoposto ad analisi il proprio genitore e fa la storia di quattro generazioni come “la propria storia clinica”. Redattrice finale delle memorie, accantonate dal fratello da alcuni decenni, è la sorella Miriam, medico come lui, dopo il ’48 ormai ultima e unica Klopfer in vita. E’ lei che dà una lettura critica della narrazione di Heinrich inserendovi alcuni giudizi di carattere storico-sociale, conformi all’antimilitarismo, all’analisi dell’antisemitismo, all’orientamento socialista di Zweig dalla fine degli anni ’20 e all’esperienza vissuta del passaggio in Palestina. Ciò è palese in particolare nel Resoconto preliminare e nell’Epilogo di cui Miriam correda il racconto, creando un fragile ponte sull’abisso incommensurabile della shoah, apertosi tra le due edizioni. E’ un abisso che sembra aver inghiottito doppiamente il rabbino Martin Klopfer di cui si parla nel prologo come modello di dignità e coraggio per tutti nel campo di sterminio,ma del quale nelle memorie, cui si rimanda, non c’è traccia.

Resoconto preliminare ed Epilogo sono la parte più recente del racconto che non manca di alcuni passi della primissima introduzione, scritta dal romanziere e drammaturgo Peter quando a quaranta anni decise di non pubblicarle. Qui si rivela a pieno la sua patologica ipersensibilità, il suo sentirsi straniero sempre e dovunque, già in Germania da bambino nei confronti dei compagni di scuola e degli insegnanti antisemiti ma anche degli ebrei rigidamente osservanti. Continuamente lacerato da dubbi,si mette in discussione come può farlo chi non appartiene – un altro dei tanti echi manniani – ai felici, biondi, spensierati, già invidiati da Tonio Kröger. Come nei Buddenbrooks con l’elevarsi del livello culturale lo spirito uccide la vita, così l’esasperata sensibilità degli ultimi Klopfer genera pulsioni di morte e il terrore di una degenerazione psicofisica per evitare la quale Peter si suicida a 52 anni. In Palestina –apprendiamo dalle memorie di Heinrich – fratello e sorella si sentono gli ultimi europei, condannati dal padre amato-odiato  a un inesorabile isolamento, legati come sono a una iperraffinata cultura fin de siècle,di cui oltre alla protesta contro la falsità delle convenzioni sociali hanno recepito  un individualismo estremo, il relativismo nietzschiano dei valori, la perturbante esaltazione dello stesso sangue come elemento che davvero accomuna. Nella prima edizione questo mondo si autocondanna implicitamente, nell’ultima sono palesi la condanna e l’autocritica esercitata anche con l’elegante understatement di alcuni titoli dei brevi capitoli in cui, a differenza dell’edizione del 1911, le memorie sono suddivise, come Fin de siècle o Errare è umano. Si tratta in realtà di un’autocritica legata a una “conversione alla vita e alla sopravvivenza“, dunque di una maturazione umana prodotta in entrambi i fratelli già dalla prima guerra mondiale e dalle sue terribili conseguenze, come apprendiamo nel Resoconto preliminare. Ma la Shoah rimescola le carte, propone altri parametri etici, inaspettate, a volte opposte chiavi di lettura su cui incide forse anche un approfondimento da parte di Heinrich e Miriam delle teorie freudiane. Così gli incubi terrificanti che avevano oppresso Peter potrebbero venir ascritti- apprendiamo nel 1949 – al” presentimento oscuro del tragico destino di milioni di bambini” o alla inquietante” consapevolezza che le crisi economiche trapassano facilmente in guerre”. Vibranti diventano le accuse a una borghesia, incolpata di aver favorito le guerre e l’affermarsi del nazismo, un invito dunque a rileggere la storia proprio a cominciare dal fine secolo, seguendo un filo rosso che attraverso la prima terrificante guerra mondiale giunge alla barbarie della seconda. Già la mancata ascesa economica del nonno, singolare sintesi di patriota tedesco e sionista, di cui Heinrich porta il nome,viene associata nell’edizione del ’49 al funesto  antisemitismo politico del pastore Adolf Stöcker e del demagogo Hermann Ahlwardt che negli ultimi decenni dell’’800 persegue tra l’altro il boicottaggio dei commercianti ebrei.

In questo racconto in cui le varianti, le aggiunte, le sovrapposizioni  hanno prodotto anche cesure,  contraddizioni, “dissonanze”, non sempre facili da spiegare con le cesure, le  contraddizioni,le dissonanze  della vita stessa, continui sono gli auspici a  far diagnosi fuori dai cliché, a rifiutare facili auto-assoluzioni, a considerare gli sviluppi più imprevisti. Nel Resoconto preliminare si apprende per esempio dell’evoluzione sorprendente del caso patologico da manuale di Lina Klopfer, cugina di Peter, un’infermiera che ricade, nonostante le cure,in un erotismo morboso fino a prostituirsi. Finisce infatti vittima dei carnefici delle SS dopo aver aiutato eroicamente in Slesia numerosi perseguitati da Hitler a salvarsi. Nell’Epilogo infine ci si trova di fronte a un rovesciamento dell’immagine di fratello e sorella, due esistenze  che restano improntate per la maggior parte delle memorie   a una sensibilità decadente che  non può non richiamare i gemelli  incestuosi di Wälsungenblut (Sangue velsungo) di Thomas Mann. Il legame profondo e le affinità elettive che  contraddistinguono Heinrich e Miriam nelle diverse fasi della loro vita evocano non meno una delle più celebri coppie di fratello e sorella  della letteratura, Ulrich e Agathe nel Mann ohne Eigenschaften di Musil, dove Ulrich, l’uomo senza qualità  vede nella sorella “ una chimerica ripetizione e trasformazione di se stesso”.

Nel ’48 il  medico Heinrich muore  carbonizzato come ad Auschwitz, ma su un autobus che vuole portare soccorso a malati e feriti sul monte Scopus, una morte dignitosa dunque come l’auspicavano i combattenti del ghetto di Varsavia, una morte gloriosa per Israele che non tradisce il ruolo civile e le responsabilità di un medico. Miriam, che anni prima avrebbe acconsentito a seguirlo in un suicidio freddamente pianificato, dà alla rinuncia volontaria alla maternità  un senso e un riscatto catartico nella misura in cui sceglie di fare da madre-nonna a due dei tanti bambini rimasti soli nella Shoah. La vita, di cui anche l’ultima edizione delle memorie della famiglia Klopfer, presumibilmente non più destinate a essere distrutte, è un’affermazione, sembra prevalere ostinatamente  sulla morte, nonostante la shoah, anzi come reazione e sfida.

Nel momento in cui Zweig torna in Germania a Berlino Est, Epilogo diventa anche la sua professione d’amore nei confronti della rinascita di uno stato israeliano, che “non sarebbe dovuto esistere mai più”. Si tratta in realtà dell’amore complesso e ambivalente  di un sionista, nemico di ogni nazionalismo sciovinistico, deluso dal sionismo già al suo arrivo in Palestina, dove si era sentito presto un emarginato. È l’amore di un marxista freudiano, il cui interesse per la psicanalisi nella DDR verrà osteggiato, dunque di un eterno outsider  in analogia con gli ultimi Klopfer.


Note

[1] Arnold  Zweig,  Aufzeichnungen über eine Familie Klopfer  (Appunti  su una famiglia di nome  Klopfer), München, 1911. 


Casella di testo

Citazione:

Arnold Zweig, La famiglia Klopfer (Recensione di Maria Teresa Dal Monte), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VIII, 1, marzo 2019

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-viii-numero-1-gennaio-giugno-2019/arnold-zweig-la-famiglia-klopfer





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