Eugenio Mazzarella, Il mondo nell'abisso

"Free Ebrei", VIII, 1, giugno 2019





Abstract

Francesco Pisano reviews Eugenio Mazzarella's essay on Heidegger's "Black Notebooks" and the gnostic turn of the last 1930s.



Una nota difficoltà del discorso filosofico consiste nell’esigenza di contemperare argomenti attuali e riflessioni astratte. I primi dovrebbero garantire un riferimento all’esperienza comune, e in particolare ai suoi aspetti di volta in volta rilevanti appunto per una comunità storica. Le seconde dovrebbero liberare l’enunciato filosofico dal rischio di restare catturato in una prospettiva parziale, legata soltanto ad un certo “oggi”. La cifra di una teoria filosofica starebbe proprio in questa libertà. Piuttosto che procedere da un fatto all’altro, essa vorrebbe guardare (riflessivamente) al margine di possibilità strutturali che ogni esperienza contingente porta implicitamente in sé.

Se una filosofia teoretica è in generale possibile, la sua concretezza – la sua efficacia e il suo senso come discorso filosofico, entro un certo contesto culturale – consisterebbe, probabilmente, nella radicale integrazione di queste due tensioni. Un’integrazione non limitata all’accostamento dei due estremi o al mantenimento di un equilibrio conciliatorio. Quindi un’integrazione caratteristica: una mobilità prettamente filosofica, che descriverebbe una dimensione insieme antecedente alle astratte distinzioni fra essere e storia (fra idea e fatto, fra possibile ed effettivo) e necessaria per un’analisi dei rapporti concreti fra questi termini.

Ciò che in prima battuta colpisce, del più recente libro di Eugenio Mazzarella, è proprio l’esercizio esperto di questa mobilità: né scritto d’occasione, né studio tecnico di temi heideggeriani, Il mondo nell’abisso offre una concisa e ragionata presa di posizione sulla questione dell’antisemitismo di Heidegger. E lo fa tenendo insieme la recente querelle sul tema (con i sottesi processi editoriali e pubblicitari) e la posta in gioco del senso dell’ontologia heideggeriana. Il testo prova a seguire le intime tensioni e discontinuità di questo progetto filosofico, prestando particolare attenzione a ciò che esso ha indicato per la sua epoca e a ciò che può indicare, a noi, oggi. Ne risulta un saggio agile e puntuale, che solleva questioni d’interesse tanto per lo studioso di Heidegger, quanto per chi volesse indagare un aspetto dei rapporti tra antisemitismo e cultura tedesca.

Dal primo al quarto capitolo, un’argomentazione sempre più densa esplora margini problematici 1) della politica culturale ed editoriale filosofica odierna (Teatro filosofico. Un cartellone in disuso) 2) della posizione di Heidegger in questa cultura e in quella del suo tempo (Arbeit macht frei) 3) della posizione di ebraismo e cristianesimo nel suo discorso filosofico (Diciannove passi nella filologia) 4) del tormentato movimento di questo discorso entro differenti configurazioni del rapporto tra essere e storia (La crisi della domanda dell’Essere nei Quaderni neri).

Questa esplorazione risulta in una tesi articolata, che risponde a diversi problemi. Il primo di questi problemi, nella questione di Heidegger filosofo e antisemita, sta nell’appiattimento dei due piani. Da un lato, l’ontologia heideggeriana è stata spesso schiacciata sul nesso tra antisemitismo e nazismo: importanti parti del lavoro di Heidegger sarebbero profondamente condizionate da convinzioni antisemite e filonaziste (Trawny), fino all’estremo di una filosofia integralmente “nazista” (Faye). Dall’altro lato, il pericolo è di dissolvere o aggirare due dati di fatto utili alla comprensione e alla collocazione storica del lavoro heideggeriano: l’adesione al partito nazionalsocialista (con la breve parentesi del rettorato) e la documentabile persistenza di un tormentato, problematico e talvolta dogmatico confronto con cristianesimo ed ebraismo. Per la filosofia, il punto – e questo è l’aspetto metodologico della tesi presentata dall’Autore – è separare criticamente dal dato biografico ciò che di questi fatti appartiene alla dinamica sopra descritta, cioè quanto dice qualcosa della correlazione tra essere e storia: quanto c’è di filosofia, insomma, nel problema dell’antisemitismo e del nazismo di Heidegger.

Un secondo ostacolo è rappresentato dalla mole e dalla storia editoriale complessa dei testi a cui è possibile fare riferimento, nel tentativo di definire un senso unitario dell’ontologia heideggeriana. Solo una volta determinato questo senso, infatti, diventa possibile ricomprendere e spiegare nel loro sviluppo gli elementi prima criticamente distinti, e farlo a partire da una comune radice filosofica (se appunto Heidegger è ancora in questione per la filosofia, cioè come filosofo).

Questa radice è rappresentata dall’idea di una storia dell’essere. Riprendendo un’impostazione già presentata in importanti studi tematici (raccolti in E. Mazzarella, Storia metafisica ontologia. Per una storia della metafisica tra Otto e Novecento, Morano 1987), l’Autore riporta costantemente questa idea alla sua correlazione con l’essere della storia: cioè con l’effettività storica della domanda sul senso dell’essere, così come della comprensione e configurazione di questo senso. In questa chiave, l’antisemitismo heideggeriano si rivela un sintomo del generale dogma “antiepocale” dello Heidegger dei Quaderni neri, che per motivi eterogenei (biografici, storici e teoretici) interpreta il rapporto tra essere e storia in senso completamente negativo: vale a dire, come assoluta perdita reciproca, e come sprofondamento unilaterale della storia in un buio indistinto (cioè incomprensibile e immobile, e perciò refrattario a ogni ulteriore parola filosofica). L’essere – la possibilità che salva, il margine di novità e comprensibilità che la storia porgerebbe a chi in essa vive e agisce – si ritira, dal canto suo, nel lavoro isolato del filosofo che annota sui suoi quaderni e prova a resistere disperatamente contro la rovina del proprio tempo.

In breve: una parte del lavoro filosofico di Heidegger sarebbe sì anticristiana e antisemita, ma secondo un senso traslato, poiché interno ai termini peculiari dell’ontologia heideggeriana. E lo sarebbe comunque entro una storia tortuosa, poiché legata a una fase specifica della vita e dell’opera di Heidegger. Una fase quasi ventennale, in cui l’analitica esistenziale appare arenata e finanche futile, e però il pensiero della tecnica è ancora soltanto un pensiero contro la tecnica (che, rigettata, resta incombente perché non compresa).

Nel testo, questa parte “scomoda” del pensiero di Heidegger non è dissolta o nascosta, ma appunto criticamente scomposta. Da un lato resta il dato biografico di uno Heidegger con connivenze naziste – generate tanto dal pregiudizio piccoloborghese dell’uomo Heidegger, conservatore tedesco, quanto dall’astratta e breve illusione del filosofo Heidegger di poter attivamente riformulare e “guidare” il movimento. È un fatto, del resto, anche il deciso rifiuto, da parte di Heidegger, di un antisemitismo su base biologista e razziale (dacché il biologismo non sarebbe che un’altra forma di comprensione ontica dell’uomo). Dall’altro lato, comunque, resta ciò che è importante per la filosofia: un percorso ragionato e radicale tra grecità e cristianesimo, che sboccia (dopo il momento dell’ontofania gnostica, dicotomica dei Quaderni) in una comprensione oikologica dell’essere. Essere che, scadendo e sottraendosi, apre comunque uno spazio ancora umano, entro il quale libertà e responsabilità di fronte all’epoca restano compiti difficili, ma possibili. Entro questo percorso, per un certo tempo, l’ebraismo diventa l’ultima espressione culturale di un tratto oscuro che attanaglia tutta l’epoca e che ha una storia antica, iniziata con la metafisica classica e proseguita col cristianesimo: un tratto che lega tecnica, sradicamento e dispersione di qualsiasi spazio umano, cioè di un qualsiasi oikos per l’uomo.

Questa la tesi portata avanti da Il mondo nell’abisso. Tesi che si costituisce sempre anche come una consapevole presa di posizione politica, politico-culturale, e infine etica (secondo un modo di fare filosofia caro all’Autore). Tagliente prosa polemica e densa prosa filosofica collaborano felicemente, risultando in uno studio difficilmente collocabile in una sola categoria bibliografica. Si potrebbe dire, forse, che questo è in sostanza un fecondo libro filosofico: cioè un discorso in cui essere e storia prendono corpi mobili, correlandosi tra loro e mostrandosi, in questa correlazione, un po’ più chiari e concreti al lettore che cerchi di guadagnare una prospettiva vera e ragionata su di essi.





Casella di testo

Citazione:

Eugenio Mazzarella, Il mondo nell'abisso. Heidegger e i "Quaderni neri" (Recensione di Francesco Pisano), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VIII, 1, giugno 2019

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-viii-numero-1-gennaio-giugno-2019/eugenio-mazzarella-il-mondo-nellabisso






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