Martin Heidegger-Fritz Heidegger, Carteggio 1930-1949

"Free Ebrei", VIII, 1, maggio 2019






Abstract

Daniele Nuccilli reviews the correspondence of Heidegger's brothers and tries to deal with the problem of any metaphysical Antisemitism.



La pubblicazione dei Quaderni Neri di Heidegger ha riacceso in tutta Europa un vecchio dibattito inerente il possibile coinvolgimento politico e ideologico del filosofo di Meβkirch nelle vicende hitleriane e del nazionalsocialismo.

La produzione abbondante di letteratura secondaria e il moltiplicarsi di conferenze che hanno accompagnato l’uscita in Italia dei volumi, tradotti per Bompiani dalla Iadicicco, ha dato vita negli ultimi anni a uno scontro dialettico non sempre leale e oggettivo. La questione dell’antisemitismo heideggeriano è diventata terreno di speculazioni teoretiche che malcelano spesso interessi personali e dinamiche editoriali e accademiche totalmente estranee alla dimensione storico-culturale del possibile coinvolgimento heideggeriano nelle atmosfere più cupe della Germania nazista.

Contro queste strumentalizzazioni è intervenuto nel 2015 von Herrmann, ultimo assistente di Heidegger e attuale curatore della Gesamtausgabe, il quale ha chiesto al suo collaboratore Alfieri di occuparsi dell’analisi filologica dei passi più controversi dei Quaderni neri. I risultati di questo lavoro sono stati pubblicati nella monografia Martin Heidegger. La verità sui Quaderni neri (Morcelliana 2016). Quest’ultima rappresenta un tentativo di decostruzione dell’impianto ideologico costruito da diversi interpreti attorno ad alcune affermazioni sugli ebrei presenti nei Quaderni neri, secondo il quale in essi vi sarebbe un tentativo da parte di Heidegger di fondazione metafisica e ontologica dell’antisemitismo.

Curando la pubblicazione della traduzione italiana di una parte decisiva del carteggio tra Martin Heidegger e il fratello Fritz, quella che si dispiega lungo un arco temporale che va dall’ascesa del nazionalsocialismo ai primi anni della ricostruzione (1930-1949), Alfieri e von Herrmann intendono dare seguito, nella maniera più diretta ed eclatante, a quanto già avviato con la monografia del 2016. Calando il velo sulle pagine più intime della corrispondenza heideggeriana si ha finalmente accesso in forma non mediabile ai più remoti e inconfessabili scorci del pensiero e della Stimmung del filosofo di Meβkirch durante il periodo pre- e post-bellico. Nelle righe rivolte al fratello scorgiamo un Heidegger allo specchio, in contatto diretto con la fatticità più terrigna della contingenza storica. Se nelle pagine dei Quaderni neri egli cerca rifugio nella chiamata dell’essere svuotando di senso il susseguirsi degli eventi bellici, per deferirlo ad un nuovo inizio oltre il declino dell’occidente e della metafisica, nelle lettere al fratello egli viene sempre di nuovo ridestato da una realtà che coinvolge i suoi affetti più cari, il fratello, i figli Jörg ed Hermann al fronte, la moglie Elfride.

Da parte dei curatori è stata operata una scelta chiara: selezionare le lettere più attinenti agli argomenti socio-politici, mentre sono state omesse le parti stesse di queste lettere che riguardano persone ancora in vita. Risulta un totale di 116 lettere delle più di 300 che compongono il carteggio presente nell’archivio di Marbach. Di queste, 8 sono di Fritz al fratello, le restanti sono invece in direzione contraria. L’avvertenza ci educe inoltre sul quadro che il carteggio restituirebbe dell’Heidegger immerso nella realtà bellica tedesca. Un uomo sferzato da continue avversità di carattere accademico legate al suo rettorato e isolato dal resto degli intellettuali tedeschi, incastrati nelle panie della decadenza culturale del tempo. Questo isolamento forzato e le asperità quotidiane, aggiungono i curatori, non avrebbero tuttavia distolto Heidegger dalla sua via di pensiero, lungo la quale egli incontra Hölderlin, nume tutelare della vera germanicità e profeta di un futuro avvento dell’essere che unico potrà condurre ad una vera ricostruzione socioculturale della Germania. L’immagine suggerita da Alfieri e von Herrmann i quali, va detto, non vogliono strumentalizzare in nessun modo i contenuti delle lettere e tantomeno offrire soluzioni semplicistiche alla questione, restituisce solo una parte del chiaroscurale rapporto di Heidegger con la politica e la società del tempo.

A questo riguardo, evitando di cedere al canto di sirene ermeneutiche, sempre così potente nei pressi del pensiero di Heidegger,  è doveroso invitare il lettore ad approcciarsi con mente sgombra ma occhio vigile a ogni riga di questo carteggio. Ogni pagina compone, in pieno stile heideggeriano, un tornante della ripida via di pensiero che egli percorre in quegli anni. All’inizio essa si dirige pericolosamente verso un’assonanza ideologica con il nazionalismo hitleriano e la sua politica di affermazione del popolo tedesco (lett. 40), al punto che Heidegger consiglia al fratello di leggere il Mein Kampf (lett. 38); poi attraversa l’esperienza del rettorato, nel quale l’appoggio al nazionalsocialismo diviene anche politico e a tratti anche idealizzante (lett.e 47-49), fino a proiettare sulla figura di Hitler l’immagine di Fritz (l. 47); e va pian piano scostandosi dalle scelte politiche del Führer e dal panorama generale della politica e della cultura tedesca ed internazionale degli anni che precedono e attraversano la guerra. A quest’ultima fase corrisponde una scoperta più intima e profonda della storia dell’essere (lett. 141) che impone al filosofo la responsabilità di isolarsi dal fragore della guerra e della mondanità per disporsi all’ascolto dell’essere e custodirlo per i venturi, coloro che verranno dopo il tramonto degli ideali nazisti e del degrado in cui la politica di Göbbels ha gettato la cultura tedesca (lett. 47). In questa nuova dimensione di raccoglimento l’ombra di Fritz rimane fedele compagna nel cammino attraverso le sofferenze verso il nuovo inizio per quello “spirito tedesco” che così limpido risplende nella poesia di hölderliniana (lett. 129). Si sviluppa a partire da qui una dialettica tra storia e storiografia (lett. 91) che si sovrappone in larga misura con l’opposizione tra dentro e fuori, tra azione politica e bellica e atto di pensiero del singolo. Laddove la Germania nazista sta fallendo, profondendo tutti i suoi sforzi sul piano inessenziale dell’ente, Heidegger lotta per mantenersi all’ascolto dell’unica cosa grande ed essenziale, il nuovo inizio di cui l’essere (Seyn) è custode, e invita il fratello, che intanto sta lavorando alla copiatura e al salvataggio di tutti i suoi manoscritti, a caricarsi dello stesso fardello (lett. 116), convinto che solo nell’ascolto dell’essere possa risiedere una possibilità per il futuro del popolo tedesco.

Lo scoppio della Guerra amplifica il sentimento heideggeriano di responsabilità e di isolamento, il 3 Settembre dalla baita di Todtnauberg egli scrive: «Ora si può soltanto […] mantenere la calma per senso di responsabilità personale ed erigere la dignità come misura del proprio atteggiamento. Tutto il resto manifesta la sua vuotezza e sradicatezza» (lett. 100). Al disimpegno politico fanno seguito anche alcuni contrasti con la censura di regime e si fa più alto il livello di attenzione nei confronti del filosofo di cui comincia anche ad essere controllata la corrispondenza.

Un ruolo centrale viene svolto in questo quadro personale e politico dal concetto di Heimat per come viene rinvenuto dal filosofo nella poesia di Hölderlin. La Heimat diviene quel luogo d’incontro nella geografia della memoria fra terra natia e pensiero originario, tra lo sciabordare dei ricordi personali d’infanzia, dei quali Fritz è interlocutore primario, e il destino intero della Germania. In alcune righe decisive, nel mezzo dell’imperversare della guerra, Martin scrive a Fritz: «[…] Il decadimento sfreccia verso l’assoluta assenza di meta. Il pensiero insistente sta già nella determinazione verso il familiare (Heimisches). Prepara ciò che è unico, che diveniamo familiari nella dolcezza d’animo, la quale accoglie il suo elemento dalla leggiadria dell’essere. Il rabbuiarsi della storia del mondo è il segno della sua profonda incapacità, che è impotente di fronte al non-diritto (Un-fug), perché non è in grado di saperne niente. Anche il rabbuiarsi vive ancora della muta luce dell’essere e non è in grado di consumarla e neppure solo di offuscarla. Noi dobbiamo ascoltare la voce della luce». (lett. 102).

Il destino di Heidegger dopo la caduta del regime nazista è noto, venne inserito nella lista nera e indotto a rassegnare le dimissioni con immediata sospensione a tempo indeterminato da qualsiasi attività d’insegnamento. Le pagine del carteggio mostrano tutta l’amarezza del filosofo, il quale si rammarica più per la mancata comprensione del suo pensiero che non per il danno arrecato alla sua persona (lett. 267). Da quel momento la domanda sulla misura del coinvolgimento di Heidegger nel nazionalsocialismo e l’ipotizzata diffusione dei suoi ideali stende un’ombra cupa su tutta l’opera del filosofo. Questo carteggio illumina alcune zone poco chiare, pur non riuscendo a diradare le nubi fosche che incombono sul periodo del rettorato. Dal punto di vista politico permane, anche dopo la fine della guerra, un filo-germanismo da parte del filosofo, il quale, a seguito della sospensione, si rifiuta ad esempio di pubblicare in lingua francese (lett. 265). Esso non sfocia tuttavia in un becero nazionalismo come si evince chiaramente dalla lettera del 30 Giugno 1945, laddove egli invoca la necessità di un «Occidente pacifico» (p. 144). Per quanto riguarda invece la scottante questione dell’“antisemitismo heideggeriano”, il carteggio non offre molti spunti di riflessione. L’unico accenno si può trovare nella lettera del 13 Aprile del 1933 ove Heidegger parla della sparizione di tre ebrei dal suo istituto (p. 40), senza assumere tuttavia posture pregiudiziali.

L’ultima lettera del carteggio riporta la decisa affermazione heideggeriana di non colpevolezza: «Ho ricevuto l’avviso di denazificazione, seguace senza misure di espiazione; l’aggiunta è particolarmente pungente. Seguace dell’essere lo sono sempre stato e lo vorrei anche rimanere. Per il resto denazificazione significa qualcosa come: si è ormai definitivamente bollati come nazisti; si diventa così qualcosa che non si era affatto nel senso in cui il mondo intende ciò» (lett. 357, p. 175).

Alle questioni irrisolte dal punto di vista teoretico e ai tanti ulteriori quesiti che il carteggio solleva (ben più numerosi di quelli che hanno trovato risposta), i curatori promettono di dare risposta in altra sede. 





Casella di testo

Citazione:

Martin Heidegger-Fritz Heidegger, Carteggio 1930-1949, a cura di F. Alfieri e F. W. von Herrmann (Recensione di Daniele Nuccilli), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VIII, 1, maggio 2019

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