Shul

"Free Ebrei", VIII, 1, gennaio 2019



Le parole dello yiddish



Abstract

Alessandra Cambatzu explains the semantic sphere of "Shul" in yiddish language, starting from the origin and the meaning of the word, and tries to show the deep ties between school, house, and God.



4. Shul (שׁול)


Shul. Termine yiddisch utilizzato dalle comunità askhenazite nella Germania medievale prima e nell’Europa orientale fino alle persecuzioni naziste poi, per designare la Sinagoga. Viene generalmente preferito all’ebraico bet ha-midrash (lett. “casa di studio”) e alla sua variante yiddisch besmedresh.

Questa è la definizione più breve che si può dare della shul. Ma una formula asettica non può rendere l’idea di quel centro insieme religioso e culturale che essa era, non può esprimere “the great(er) warmth of shul[1].

 

                “Un giorno d’estate il rabbino apparve alla Casa di Studio.

                Parecchi ragazzi e giovani vi stavano studiando, mentre

un paio di vecchi, due parassiti, stavano meditando.

[…] regnava un silenzio tale che si poteva udire l’acqua gocciolare

nella bacinella e le mosche ronzare intorno alle candele. La pendola

con le lunghe catene e i melograni sul quadrante, cigolò e batté le tre.

Attraverso le finestre aperte facevano capolino gli alberi da frutto nel frutteto e si udivano cinguettare gli uccelli[2].

 

La shul è per le comunità ebraiche un luogo in cui discutere, anche accanitamente, di ogni argomento e ogni evento che riguardi la vita della comunità e i suoi rapporti con i “gentili”[3] e in questo elemento noi ritroviamo alcuni significati della σχολή – schola greco-latina, “discussione, luogo di studio, associazione” che corrispondono all’ebraico midrash, “studio, discussione”, ma anche “ricerca”.

La shul è però anche il porto sicuro dopo le fatiche del giorno, il luogo in cui ci si ritrova per le funzioni, in cui si sta con i propri correligionari e si “incontra” Dio: essa è il bayit (bet stato costrutto[4], “casa”, ebr. בית).

Ci si potrebbe chiedere come mai, visto che la shul è soprattutto una Sinagoga, non venga utilizzata la parola ebraica corrispondente, bet ha-midrash (ebraico שרדמה תיב) o la variante yiddish besmedresh; come anche in altri casi il termine ebraico viene sentito come “alto”, estremamente sacrale, per poter essere abitualmente e familiarmente utilizzato. Una “casa di Dio” che incute soggezione e mette in subordine l’elemento umano[5].

Il significante tedesco, più “mondano”, appare dunque il più adatto a rendere questo insieme di sacro e profano. Non bisogna infatti dimenticare che la shul non è appannaggio dei soli uomini, ma è aperta anche ai bambini e alle donne che, dal matroneo, seguono le funzioni[6].

Se il significante di shul e alcuni tratti semantici rimandano all’antichità greco-latina, il significato più emotivamente caricato, il cuore della parola è, però, strettamente legato alla sfera del bayit e attraverso essa alla bet, intesa in questo caso come seconda lettera dell’alfabeto ebraico “la bet [ב] grazie alla sua forma chiusa su tre lati e aperta nel senso della scrittura indica l’origine dello spazio e del tempo[7]. Nel principio (be – reshit, תישארב) Dio creò il cielo e la terra (Gen. I,1).

La bet è anche rappresentazione stilizzata di un tetto sorretto da due pareti ed ecco il bayit luogo chiuso, protezione per l’uomo: “C’è posto per noi in casa di tuo padre (bet abiq, ןיבא - תיב) per passarvi la notte?”, chiede il servo di Abramo a Rebecca in Gen. 24,23.

Dal concetto di “casa” contrapposto a un “fuori” che può anche essere minaccioso e pericoloso per l’uomo, il bayit inizia ad acquisite anche un significato sacrale: “Perché la mia casa (beti, תיב) sarà casa di preghiera”, dice il Signore in Isaia 56,7; sino a diventare sinonimo della “casa di Dio”, il Tempio di Gerusalemme, il bet ha-miqdash (lett. “casa del luogo consacrato”, הםקדשׁ תב) che Salomone fa erigere a gloria di Dio [allora Salomone disse] ho costruito per te una casa (banah baniti bet, יתב תינב הנב) una sede quale tua perpetua dimora […] affinché […] tutti i popoli della terra […] possano […] riconoscere che il Tuo nome viene invocato in questa casa (hal ha – bayt, תיבה לע) che io ti ho costruito (I Re 8,13,43).

Dunque, attraverso un climax ascendente, dalla casa dell’uomo, piccolo costruttore, si arriva alla casa di Dio, Ha – boneh, il Costruttore per eccellenza. L’atto del costruire, da parte dell’uomo, non ha si badi bene mai fine: è, tornando con percorso circolare alla shul, midrash, “ricerca”[8]; è grande quindi la sua densità semantica, visibile anche dai pochi esempi succitati.

Abbiamo già in precedenza menzionato l’aspetto associativo della shul, il suo fungere da centro di incontro (e di scontro verbale) in cui oltre alle prese di posizione politico-religiose pro o contro il rabbi (lett. “il mio maestro”), non sono certo rare le chiacchierate superficiali e piacevoli che sfociano anche in veri e propri duelli verbali in cui con abilità retorica e sottigliezza argomentativa vengono rovesciate le posizioni dell’avversario[9], soprattutto se l’oggetto del contendere sono passi della Torah, base per incredibili costruzioni mentali e verbali pilpulistisch (ebr. pilpul, “pungente”).

Questa abilità che non di rado sfiora l’assurdo[10] diviene ancora più importante, ed estremistica nelle yeshivot, i collegi dove si formano intellettualmente i maschi celibi. Istituzione, questa della yeshivah, in cui viene coltivato e ripreso un altro significato della σχολή: l’otium, il tempo libero dedicato alle attività intellettuali, all’occupazione studiosa.

Impossibile, in conclusione, non dare spazio a quella che ci pare la più sentita e calda descrizione di una shul tedesca: quella della Sinagoga di Francoforte ne Il Rabbi di Bacherach di Heine.

 

“… dietro alti legii stavano gli uomini nei loro neri mantelli, con le barbe aguzze che spiccavano sulle gorgiere bianche […].

Le pareti della Sinagoga erano imbiancate uniformemente e non vi si vedeva altro che una cancellata dorata attorno al pulpito quadrangolare e l’Arca Santa […] uno scrigno di fine fattura […] ricoperto da una tenda di velluto color fiordaliso […]

[…] Quando di sotto, nella Sinagoga, si leggono i brani dei libri di Mosè relativi alla Legge, il raccoglimento tende ad allentarsi. Qualcuno si mette comodo e si siede, un altro scambia col vicino qualche parola sulle questioni profane, qualcun altro esce in cortile a prendere una boccata d’aria. I ragazzini infatti si prendono la libertà di fare una visitina alle mamme nella sezione riservata alle donne, dove il raccoglimento è ancora più diminuito: lì, infatti, si chiacchiera, si spettegola, si ride…”[11].

 



[1] Weinreich, History of the yiddisch language, 1980.

[2] I.B. Singer, Gioia, da L’ultimo demone, 1998.

[3] Sarebbe un grosso errore credere che le comunità ebraica e cristiana fossero rigidamente separate: fino al 1200 in territorio germanico, all’interno delle città, vi erano Judengassen e Judenstrassen, ma non ghetti; gli ebrei vivevano appartati, ma non segregati.

I rapporti tra i due gruppi dovevano essere sì burrascosi ma anche fecondi: non erano infrequenti controversie e dispute religiose che miravano spesso alla reciproca conversione, ma la cui esistenza permetteva, comunque, una comunicazione tra le due parti.

Ricordiamo ancora, che durante i secoli XI e XII gli ebrei diventano servi camerae dell’imperatore (anticipatori di quegli Hofjuden del ‘600 e ‘700 descritti da Feuchtwanger nel suo Süss l’ebreo) e che i medici ebrei erano i primi a essere chiamati al capezzale di ricchi malati gojim.

[4] Nello stato costrutto il mutamento vocalico indica il genitivo: se bayit, stato assoluto è casa, bet, st. costr., è “casa di…”.

[5] La scelta operata a favore della shul testimonia la reverenza del parlante yiddisch verso i termini che appartengono allo leshen koydesh (lett. lingua sacra, ebr. שדק קדשל) e non è certo l’unico caso v. reynikeyt vs seyfer – toyre per “rotolo della Torah”.

[6] Lo yiddisch ha un termine estremamente icastico e suggestivo per designare le donne pie non lontane dal bigottismo: tzitzit-shpinerin lett. “filatrici di tzitzit (le frange degli scialli da preghiera)”.

[7] Busi, Mistica ebraica, 1995.

[8] Non resistiamo alla tentazione di ricordare che la bet è anche iniziale di binah (intelligenza, הניב) e berakh (benedizione, הכרב): per ogni costruzione, letterale o metaforica, è indispensabile, oltre alle risorse umane, il favore di Dio.

[9] È Aristotele a mettere in relazione la retorica, il pensiero e la sua esplicitazione, verbale: “Per quanto concerne il pensiero […] è l’oggetto più proprio di quella disciplina [la retorica]. Appartiene al pensiero tutto quel che si deve presentare con la parola (έστι δέ κατά τήν διάνοιαν ταυτσ, οσα του λογου δει παρασκευασθηναι)”.

 

[10] Questi ragionamenti ricordano tanto le esercitazioni che l’oratore doveva affrontare per affilare le sue armi retoriche: le Controversiae e le Suasoriae di Seneca padre, nella Roma del I secolo a.C., cioè esercitazioni di genere giudiziario su fatti di carattere privato oppure su fatti mitici o storici.

[11]Dort, hinten hohen Betpulpen, standen die Männer in ihren schwarzen Mänteln, die spitzen Bärte herabschiessend über die weissen Halskrausen […]

Die Wände der Synagoge waren ganz einförmig geweisst, und man sah dort keine andere Zierrat als etwa das vergüldete Eisengitter um die viereckige Bühne […] und die heilige Lade, ein kostbar gearbeiteten Kasten […] bedeck mit einem Vorhang von kornblauem Sammet.

[…] Während nun unten in der Synagoge die Gesatzabschnitte aus den Büchern Mosis vorgelesen worden, pflegt dort die Andacht etwas nachzulassen.

Mancher macht es sich bequem und setzt sich nieder flüster auch wohl mit einem Nachbar über weltliehen Angelegenheiten, oder geht hinaus auf dem Hof um frische Luft zu schöpfen. Kleine Knaben nehmen sich unterdessen die Freiheit ihre Mütter in der Weiberabteilung zu besuchen, und hier hat alsdann die Andacht wohl grössere Rückschritte gemacht: hier wird geplaudert, geruddelt, gelacht…”.

  


Casella di testo

Citazione:

Alessandra Cambatzu, Le parole dello yiddish, V: Shul, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VIII, 1, gennaio 2019

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-viii-numero-1-gennaio-giugno-2019/shul





Steegle.com - Google Sites Like Button

Steegle.com - Google Sites Tweet Button

Comments