Emanuele Calò, Gite ad Auschwitz

"Free Ebrei", VIII, 2, settembre 2019







Abstract

Alessandro Matta reviews Emanuele Calò' surreal novel "Gite ad Auschwitz" and connects it to the problem of "banalization of Shoah".

 

«Vede, signora, io sono anche il capo delle forze armate tedesche

e, se si guarda attorno, vedrà che qui non ho dei giornali,

perché so già quel che accadrà nei prossimi giorni e non glielo

voglio dire. Ma è vero che lei non è ebrea? In quel caso, la faccio

ricondurre in Italia, così, quando sarò io il Führer, potrò

ospitarla in una dimora più comoda di questa».


Questo è un pezzo del curioso dialogo, ambientato nel campo di sterminio di Birkenau, tra un soldato di guardia al lager e una donna finita in esso all’interno del demenziale romanzo di Emanuele Calò “Gite ad Auschwitz”, edito quest’anno in Italia per i tipi della David and Matthaus.

Immaginate ora un futuro non molto lontano, in cui la comunità ebraica di Roma abbia finito con l’assistere ad una eterna competizione tra due fratelli gemelli, di cui uno un gran genio, l’altro un po meno, e che quest’ultimo abbia finito col divenire presidente della CERR, ovvero la Comunità Ebraica Rifondazionista di Roma, comunità riformata , ovviamente da uomo sposato con una donna non ebrea, protagonista del dialogo che abbiamo appena letto poco sopra.

Ed è proprio la moglie non ebrea che sarà la compagna di viaggio di Alberto Procena, questo il nome del nostro protagonista, in un viaggio a ritroso nel tempo, praticato però nel più dissacrante, storicamente parlando, dei modi. Ed il tutto attraverso un manoscritto che Lea, questo  il nome della moglie, scopre tra gli oggetti del marito, e legge.

Infatti, i due viaggiano a ritroso nel tempo, andando fino agli anni delle leggi antiebraiche del 1938, del ricatto dell’oro (anzi, Alberto, da presidente della comunità, finisce proprio con l’essere lui il presidente della comunità ebraica che viene ricevuto a Villa Wolkonsky da Kappler per il ricatto dei 50 kg d’oro!) e della retata del 16 ottobre 1943. Sembrerebbe un po una ambientazione cinematografica alla “The Devil’s Arithmetic” di Donna Deitch, ma in realtà siamo molto più vicini a un “Bastardi senza gloria” di Tarantino, dal momento un cui Alberto si salva, ma la moglie non ebrea, vedendo la situazione e le poche possibilità di riuscire a salvarsi … finisce col prendere l’iniziativa di portarlo lei stessa ad Auschwitz Birkenau, con tanto di ambulanza!

Ma una volta li, complice una collanina con la stella di David, è Lea a finire scambiata per ebrea e ad entrare nel campo di sterminio, e Alberto se ne scappa con l’ambulanza…

Basta puramente questa demenziale scena, per illustrare il contenuto di questo libro. Spregiudicato, irriverente, ma a tratti comico nell’illustrare una fanta-storia fuori da ogni realtà.

Più che concentrarci sulla sua trama, bisognerebbe però chiedersi: come mai una visione così dissacrante da parte di questo autore? Cosa lo ha spinto a fare un libro di questo genere?

Uno dei motivi è sicuramente quello che lo stesso autore ci da nella presentazione di questo suo lavoro, quando scrive: “Ad Auschwitz si va oggi in gita; taluni - i negazionisti - coi pesanti loro silenzi e con le loro elucubrazioni, considerano ancora che fosse lo stesso durante il nazismo. Quale senso può avere la memoria di un Olocausto se continua a incombere come un incubo sia su chi non riesce a sottrarsene, ancorché non l'abbia vissuto, sia su chi lo nega?”

È questo il punto, credo, alla base della decisione dell’autore di fare un lavoro così carico di spregiudicatezza: il farci riflettere bene su cosa stia diventando, a lungo andare, una memoria della Shoah fatta di troppa retorica, di troppa celebrazione, e di poca elaborazione storica, mentre invece si continua a voler fare di un argomento storico “un incubo” da parte di chi non vuole sentirne mai parlare, forse perché eccessivamente sottoposto nelle settimane immediatamente precedenti o successive al 27 gennaio, al continuo sovrapporsi di trasmissioni tv e documenti e film sulla tematica.

Ed è in fondo una conferma anche quando si guarda con profondità, al suo interessante lavoro, svolto di recente, nel moderare la tavola rotonda  svoltasi a Roma il 16 gennaio 2019 su “Usi e Abusi della Shoah” ed in particolare nelle domande da lui poste. Tutte domande che invitano molto alla riflessione sull’abuso della memoria, ed anche sul fatto, come ha fatto lui stesso sottolineare, che: “la legge 20 luglio 2000, n. 211, recante “Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”, la quale prevede che “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico e le leggi razziali, è stata seguita da altre leggi istitutive di Giornate della Memoria riguardanti le vittime della strada, i Giusti dell’Umanità, le vittime delle mafie, le vittime civili delle guerre, le vittime dell’immigrazione, le vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall'incuria dell'uomo, le vittime del terrorismo, i marinai scomparsi in mare e le vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati. Come dire che la Shoah è, per l’ordinamento giuridico italiano, un ricordo paragonabile a qualsiasi altro. È giusto oppure no? Abbiamo messo insieme un po’ di dati, ma le conclusioni (com’è giusto che sia) le dovrebbe trarre ciascuno di noi.” 

Non gridiamo quindi allo scandalo, leggendo questo romanzo così forte nella sua eccessiva demenzialità, ma piuttosto riflettiamo.  Vogliamo realmente una memoria retorica, che a lungo andare consente anche banalizzazioni esattamente come questa, o è il caso veramente di fare “più storia, meno memoria” e di capire che, per lavorare bene su certi temi, si può anche fare a meno di una giornata istituzionale, o perlomeno prenderla solo come un punto di un ben più complesso lavoro?




Casella di testo

Citazione:

Emanuele Calò, Gite ad Auschwitz (Recensione di Alessandro Matta), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VIII, 2, settembre 2019

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-viii-numero-2-luglio-dicembre-2019/emanuele-cal-gita-ad-auschwitz





Steegle.com - Google Sites Like Button

Steegle.com - Google Sites Tweet Button





Comments