Emanuele Calò, Il caso Dreyfus



Free Ebrei", VIII, 1, settembre 2019



Il caso Dreyfus


di Emanuele Calò




Abstract

Emanuele Calò expresses his views on "Dreyfus Affaire" in occasion of the 160th anniversary of Alfred Dreyfus's birth, a warning to contemporary Jewish condition. 



Alfred Dreyfus (1859/1935)[1] è stato un ufficiale ebreo francese d’origine alsaziana, vittima, nel 1894, di un errore giudiziario, che scatenò una tempesta giudiziaria e politica, creando una cesura fra dreyfusards e anti- dreyfusards[2].

 

Era stato accusato di spionaggio, perché una spia francese che lavorava all’ambasciata tedesca aveva trovato un’informativa sui mezzi dell’esercito francese attribuita a Dreyfus, che però due anni dopo si scoprì essere del militare Ferdinand Walsin Esterhazy, il quale però fu processato e assolto, salvo poi dichiararsi autore della contraffazione, ma di averlo fatto eseguendo ordini superiori e non di sua spontanea volontà[3]. Dopo un lungo calvario giudiziario, Dreyfus è stato graziato nel 1899[4] e, nel 1906, la Cassazione lo prosciolse da ogni accusa[5]. Queste vere e proprie assurdità hanno portato la Arendt ad asserire che il caso Dreyfus fosse una commedia, ma non una tragedia[6]; queste asserzioni, però, gettano una minor luce su Dreyfus che sulla “yekke” Arendt, portata da sempre a trascurare la vittima, se non addirittura ad incolparla.

 

A suo tempo, quando l’Alsazia era stata assegnata alla Germania, dopo le guerre franco- prussiane, i genitori avevano optato per la cittadinanza francese e si erano trasferiti a Parigi. Pur essendo di famiglia agiata, Alfred scelse la carriera militare per via del suo ardente patriottismo francese. Mal gliene incolse, perché al tempo della condanna la folla invocò la morte degli ebrei[7]. Se fosse stato cristiano come la folla, non sarebbe stato verosimile che la folla invocasse la morte per sé stessa. Dopotutto, che importanza ha che fosse innocente? L’operato di un ebreo non dovrebbe riverberarsi sul resto del suo popolo, se non per un ragionamento anomalo, probabilmente dovuto, secondo Sigmund Freud, ad un fenomeno di regressione, agevolato da millenni di pensiero antiebraico[8]. Campione della sua causa fu lo scrittore Emile Zola, che pubblicò lo storico “J’accuse” in suo favore, un impegno che pagò col depauperamento del proprio patrimonio, per via delle cause intentategli, e forse con la morte, avvenuta in circostanze poco chiare, per l’ostruzione del camino della sua abitazione[9]. Il sionismo politico è nato per via dei ragionamenti di Teodoro Herzl, che capì l’anomalia dell’estensione a tutti gli ebrei delle colpe attribuite al solo Dreyfus, la cui vicenda, avvenuta in un Paese civile e libero come la Francia, lo persuase dell’impossibilità per gli ebrei di condurre una vita normale nella Diaspora[10]. Fra i dreyfusards vi fu Marcel Proust[11], malgrado nel suo capolavoro À la Recherche du temps perdu emergano passaggi discutibili sull’ebraismo[12].   Il quadro che ne viene fuori non depone in favore dello Stato francese dell’epoca, autore e vittima al contempo di un miserevole intrigo da feuilleton, intriso di approssimazione, mala fede e, soprattutto, di scarso senso sia della giustizia che delle istituzioni.  Un imbroglio che non è però ridicolo, perché il povero Dreyfus, un patriota ebreo innamorato e fedelissimo alla Francia fu mandato in prigione all’Isola del Diavolo nella Guyana, perché i conti, come vediamo, qualcuno finisce sempre per pagarli.

 

Contro Dreyfus si erano scagliati tre giornali antisemiti dove imperversavano altrettanti famosi polemisti. Esistono ancora dei giornali antisemiti e, se esistono, ve ne sono anche da noi? Seguendo la definizione d’antisemitismo dell’IHRA, ve ne sono di sicuro. Poi – ma è un dato folkloristico – non mancano mai gli ebrei antisemiti, che accusano le comunità di doppia lealtà, certi della loro impunità.

 

L’ammaestramento del caso Dreyfus è legato all’ebraismo come difficoltà aggiuntiva nella vita di tutti i giorni, ragion per cui taluni ebrei tentano di negare, di rinnegare o di attenuare la loro condizione. Essere ebreo non agevola la carriera, semmai la rende più difficile. Il caso Dreyfus è un esempio estremo, e non dei più gravi, ma vi è una pletora di eventi meno palesi, ma che nondimeno incidono sulla vita di tutti i giorni. Viceversa, vi è anche il caso opposto, di soggetti dal cognome ebraico ma che ebrei non sono, i quali possono godere di grandi simpatie come ebrei non ebrei. Su un diverso terreno, Zola, nel suo J’accuse, aveva asserito come fosse da criminali sfruttare il patriottismo per promuovere l’odio; in tal senso, scambiare la xenofobia per patriottismo è un fenomeno davvero attuale. La fine di Zola, le sue peripezie, forniscono un quadro eloquente della sorte che attende a chi si batte per la giustizia, una sorte tale da indurre a realistiche meditazioni.     




Note


[1] Norman H.Finkelstein, Captain of innocence. France & the Dreyfus Affair, New York, 1991.

[2] “Il comandante Bertin-Mourot, d’origine ebraica da parte materna, antisemita che lavorava per far dimenticare tale origine, aveva una viva animosità contro Dreyfus” (Joseph Reinach, Histoire de l’Affaire Dreyfus, Le procès de 1894, Paris, 1901, p. 58 ss.).

[3] Le Matin, 3 giugno e 18 luglio 1898

[4] Hanna Arendt attribuisce la concessione della grazia al timore di un possibile boicottaggio dell’Esposizione Universale (Le origini del totalitarismo, Ed. di Comunità, 1999,  p. 163).

[5] La sentenza era di dubbia legittimità, perché la Cassazione avrebbe dovuto ordinare la riapertura del procedimento (Arendt, Le origini del totalitarismo, cit., p. 125)

[6] Le origini del totalitarismo, cit., p. 166.

[7] “L’antisemitismo violento non si manifestò se non col caso Dreyfus, ma era latente”, (Harold March, The Two Worlds of Marcel Proust, New York, 1961, © 1948, p.20).

[8] Sigmund Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io, a cura di D. Tarizzo, Torino, 2013, p. 56.

[9] Pierre – Robert Leclercq, L’affaire Dreyfus, Èditions du Rocher, 1995, p. 122 ss.

[10]Il processo, che aveva visto gli ebrei francesi tanto passivi quanto atterriti, ma che aveva spinto all’azione i loro confratelli di altri Paesi, aveva portato Herzl a scrivere Lo Stato Ebraico, ed a convocare il primo Congresso Sionista. Questo Congresso, riunitosi a Basilea nell’estate 1897, ispirò a sua volta il mito terrificante dei “Savi di Sion”, anch’esso contraffatto a Parigi, questo grande laboratorio delle mode e delle idee di ogni tipo” ( Léon Polyakov, Histoire de l’antisémitisme. 2. L’âge de la Science, Calmann- Lévy, 1981, p. 300).

[11] “..l’affaire Dreyfus avrebbe fatto precipitare gli ebrei nell’ultimo gradino della scala sociale”(Marcel Proust, Le côté de Guermantes (À la Recherche du temps perdu)..

[12] Ella aveva, riguardo alle cose che si possono o non si possono fare, un codice imperativo, abbondante, sottile e intransigente nelle distinzioni inafferrabili od oziose (ciò che gli dava l'aspetto di quelle leggi antiche, le quali, accanto a prescrizioni feroci come il massacro di bambini poppanti, proibiscono con esagerata delicatezza di bollire il capretto nel latte della madre, o mangiare in un animale il nervo della coscia)”,  Marcel Proust, Du côté de chez Swann, (À la Recherche du temps perdu).. ; cfr Albert Sonnenfeld, “Marcel Proust: Antisemite? II.” The French Review, vol. 62, no. 2, 1988, p. 275.


 

 

 


Casella di testo

Citazione:

Emanuele Calò, Il caso Dreyfus, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VIII, 2, ottobre 2019

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-viii-numero-2-luglio-dicembre-2019/emanuele-cal-il-caso-dreyfus





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