Giuliana Iurlano, Lincoln e gli ebrei

"Free Ebrei", VIII, 2, luglio 2019



Lincoln e gli ebrei



Abstract

Giuliana Iurlano explores Abraham Lincoln's view of a Jewish homeland in Palestine.




Il 14 aprile 1865, il presidente Abraham Lincoln venne assassinato da John Wilkes Booth. La grande partecipazione degli ebrei americani al dolore della società americana appena uscita da una sanguinosa guerra civile mette in luce una tappa importante della vicinanza dell’ebraismo d’oltreatlantico alle massime istituzioni statunitensi. In tutte le sinagoghe d’America, durante lo Shabbath, la bandiera a stelle e strisce, listata a lutto, fu issata a mezz’asta, mentre veniva recitata l’Hashkabah, la preghiera per i defunti, dedicata per la prima volta – come scrisse il «Jewish Messenger» – ad un non ebreo, mentre in tutte le città americane si svolgevano lunghe marce funebri, alle quali parteciparono moltissimi ebrei appartenenti a diverse congregazioni. Quale rapporto, allora, c’era tra Lincoln e gli ebrei americani? Intanto, c’è da dire che l’intera vita di Lincoln coincise con l’emergere sulla scena nazionale dell’ebraismo americano. Dal 1809, l’anno di nascita del futuro presidente degli Stati Uniti, al 1865, quando fu assassinato, gli ebrei americani passarono da circa 3000 a più di 150.000 individui, soprattutto a seguito dei flussi migratori legati ai moti rivoluzionari europei. Si rafforzò soprattutto la componente tedesca, che ben presto sarebbe diventata un punto di riferimento importante nella società americana, un gruppo perfettamente integrato e in grado di costituire una forza di pressione sull’amministrazione statunitense per la difesa dei diritti degli ebrei non soltanto sul suolo americano, ma anche nel Vecchio Mondo, dove le discriminazioni e le persecuzioni antiebraiche erano purtroppo pane quotidiano. Su Lincoln è stato scritto moltissimo, ma studi sul suo rapporto col mondo ebraico sono veramente pochi. Dopo il lavoro seminale di Isaac Markens del 1909, non vi è stato altro per molto tempo, finché, nel 2015, non è stato pubblicato l’eccellente saggio storico di Jonathan D. Sarna e Benjamin Shapell, dal titolo Lincoln and the Jews: A History (New York, St. Martin’s Press, 2015). Si tratta di un volume edito in occasione dei 150 anni della fine della guerra civile americana, ma che si sofferma proprio su aspetti inediti della vita e della personalità del 16° presidente degli Stati Uniti, utilizzando anche fonti poco note, lettere personali e immagini ad alta definizione a corredo di una ricostruzione storica focalizzata proprio sul rapporto di Lincoln con l’ebraismo americano.

     Il primo impatto di Lincoln con gli ebrei fu quello che egli ebbe con la Bibbia. Del resto, né ad Hardin Country, nel Kentucky, dove nacque, né nelle terre selvagge in cui sorse il villaggio di Spencer County, in Indiana, dove la famiglia Lincoln si trasferì nel 1816, vi erano ebrei. Della loro storia Abraham venne a conoscenza dallo studio delle Sacre Scritture nelle “blab schools”, le scuole in cui si leggevano e ripetevano a voce alta brani della Bibbia e dei Salmi, e sin dall’inizio manifestò un profondo orgoglio per il nome che portava, che era anche quello di suo nonno. Ma sin da giovane rifiutò sempre di condividere l’idea di molti cristiani – soprattutto appartenenti all’American Society for the Evangelizing the Jews – della necessità di convertire gli ebrei, ritenendo invece che ogni individuo avesse il diritto di professare la religione che preferiva, così come sancito dalla Costituzione americana. Gli ebrei, infatti, godevano dei diritti politici a livello federale, avendo partecipato alla Rivoluzione americana e avendo ottenuto da George Washington un riconoscimento ufficiale della loro cittadinanza piena nella nuova nazione americana, ma a livello statale il percorso sarebbe stato ancora molto lungo per loro. In tale percorso, si sarebbe inserito proprio Lincoln. Sono note, infatti, le prese di posizione del presidente in due occasioni durante la guerra civile: la prima, quella della mancata nomina dei rabbini tra le file dei due eserciti; la seconda, invece, relativa all’emanazione del noto Order n. 11 del generale Ulysses S. Grant. Riguardo al primo aspetto, gli ebrei fecero capire sin da subito che si aspettavano di essere trattati esattamente come tutti gli altri partecipanti al conflitto e, per questo, esercitarono delle pressioni sui rispettivi governi, sia al Nord che al Sud, affinché venissero estesi anche ai rabbini gli stessi benefici garantiti al clero cristiano per la funzione di cappellano militare, funzione che – secondo la normativa vigente – doveva essere ricoperta da “un ministro regolarmente ordinato di una denominazione cristiana”. Mentre il comando confederato provvide prontamente a cancellare la parola “cristiano”, dimostrando, almeno in teoria, di non adottare misure discriminatorie nell’esercito, all’interno dell’Unione la modifica legislativa venne varata solo nel luglio del 1862 e dopo un iter controverso, talvolta ostacolato anche dal rifiuto di “to preach politics” sostenuto dall’editor di “The Israelite”, Isaac Mayer Wise, un importante rabbino riformato dell’Ohio. E, tuttavia, anche l’impegno di non fare politica dal pulpito fu accantonato nel momento in cui i diritti e l’onore degli ebrei furono messi in discussione. L’altro aspetto riguardò il generale Grant, comandante del dipartimento del Tennessee, che stava per assediare Vicksburg, una roccaforte dei confederati ritenuta strategicamente molto importante e da cui passava il commercio illegale di cotone e di oro destinato ai secessionisti. Poiché la proibizione di tale trasporto da parte di molti speculatori (alcuni dei quali ebrei) non aveva avuto successo, Grant operò un’artificiale generalizzazione, emettendo un decreto di espulsione degli ebrei da Cincinnati e da Paducah, una città del Kentucky alla confluenza del Tennessee e dell’Ohio. Probabilmente Grant non era né un vero antisemita, né un pervicace giudeofobo (tant’è vero che, diventato presidente, nominò proprio un ebreo, Benjamin Peixotto, come console americano in Romania e il generale Edwin S. Salomon come governatore del Territorio di Washington), ma sicuramente sul suo decreto influì il pregiudizio antiebraico, che, soprattutto in momenti di crisi e di tensione, riappariva regolarmente in tutte le società, compresa quella liberale americana. Il decreto, che colpiva gli ebrei in quanto “classe”, provocò la reazione immediata della comunità, i cui rappresentanti chiesero e ottennero un incontro con Lincoln, da loro definito “padre Abramo”, che fece immediatamente revocare il decreto.

     Ma gli aspetti più interessanti dell’incontro tra Lincoln e gli ebrei furono quelli di natura personale, aspetti che mettono in evidenza come il presidente fosse veramente in grado di andare al di là dei pregiudizi, al tempo ancora molto diffusi, nei confronti del popolo ebraico. È qui che Lincoln mostra nei fatti la sua capacità di considerare gli ebrei non degli outsiders, ma dei cittadini a tutti gli effetti, colmando quel divario tra l’“ebreo mitico”, immaginario, e l’ebreo “della porta accanto”, sul quale si riversavano frequentemente sospetti e pregiudizi atavici. Era questa la realtà del suo tempo: l’ebreo biblico era parte di un immaginario collettivo, fatto proprio soprattutto dal puritanesimo delle origini, ma nella realtà quotidiana l’ebreo – esattamente come accadeva in Europa – era il bersaglio di violenti attacchi antisemiti, soprattutto relativi allo stereotipo dell’ebreo “maneggiatore di denaro”, che ben presto si sarebbero saldati al tema della “doppia lealtà”.

     Ebbene, Lincoln rimase sempre lontano da questo tipo di valutazioni; anzi, si sforzò – sia nella vita privata, che in quella pubblica – di abbattere tale pregiudizio che gravava sulla comunità ebraica d’America. Le sue stesse frequentazioni, in particolare quella con Abraham Jonas, da lui considerato “one of my most valued friends” – lo dimostrano. Era stato proprio Jonas – con cui aveva condiviso il mestiere di postmaster – che il 16 settembre del 1854 gli aveva chiesto di parlare pubblicamente contro il “Kansas-Nebraska Act”, che permetteva ai proprietari di schiavi di portarseli dietro nella colonizzazione dei nuovi territori, aumentando così il peso decisionale dei Territori schiavisti al Congresso. Così come fu sempre Jonas a sostenerlo nella campagna elettorale di due anni dopo e a condividere con lui le principali tematiche politiche che animavano la società americana del tempo. Una volta eletto presidente, Lincoln – nel pieno della guerra civile che divideva il paese – nominò molti ebrei agli alti vertici dell’esercito, come, per esempio, Alfred Mordecai, Jr., che sarebbe diventato in seguito generale, o promosse col grado di capitano l’eroico tenente Ephraim M. Joel, alla fine della campagna di Vicksburg, o invitò a parlare davanti al Congresso, nel 1861, il rabbino Morris Raphall, uno dei quattro più importanti rappresentanti della comunità ebraica con cui si incontrava spesso alla Casa Bianca.

     Anche sulle prime idee, sostenute da molti cristiani, di “restaurare” la Terra Promessa in Palestina, Lincoln non era contrario. Una volta incontrò Henry Wentworth Monk, un canadese che si era autoproclamato “profeta” e che aveva elaborato un progetto di pace, all’interno del quale era contemplato anche il ritorno degli ebrei nella Palestina. Alla domanda di Monk, del perché non facesse seguire all’emancipazione dei neri anche quella degli ebrei, il presidente candidamente rispose: “Gli ebrei? Perché gli ebrei? Non sono già liberi?”. Monk replicò: “Certamente, signor presidente, l’ebreo americano è libero, così come l’ebreo inglese, ma non quello europeo. In America siamo così lontani da non vedere ciò che accade in Russia, in Prussia e in Turchia. Non ci potrà essere una pace permanente nel mondo finché le nazioni civilizzate guidate, io spero, dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, non facciano ammenda per ciò che hanno fatto agli ebrei in duemila anni di persecuzioni, restituendo loro la loro patria in Palestina e rendendo Gerusalemme la capitale della cristianità riunita”. La risposta di Lincoln fu questa: “Si tratta di un nobile sogno, signor Monk, condiviso da molti americani. Io stesso ho molta considerazione per gli ebrei. Il mio podologo è un ebreo ed egli mi ha ‘rimesso così tante volte in piedi’, che non avrei alcuna obiezione a dare ai suoi compatrioti un appoggio. Ma purtroppo, in questo momento gli Stati Uniti sono una casa internamente divisa. Noi dobbiamo per prima cosa portare a termine vittoriosamente questa terribile guerra, senza alcun compromesso, e poi, signor Monk, possiamo di nuovo avere dei progetti e dei sogni. E allora, vedrete quale leadership l’America mostrerà al mondo!”.


Casella di testo

Citazione:

Giuliana Iurlano, Lincoln e gli ebrei, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VIII, 2, luglio 2019

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