Mattia Di Taranto, La retorica antisemita nella Vienna della Jahrhundertwende

Free Ebrei", VIII, 2, dicembre 2019


La retorica antisemita nella Vienna della Jahrhundertwende


di Mattia Di Taranto


Abstract

Mattia Di Taranto explores the different ways of Antisemitic rethoric in Vienna fin de siècle.

 

Vorrei prendere l’abbrivio da una citazione che, sebbene un po’ lunga, merita di essere riportata integralmente. Si tratta di un vero e proprio campionario, se non esaustivo, sicuramente alquanto riassuntivo della pletora di pregiudizi antisemiti largamente (e trasversalmente) diffusi all’indomani del collasso della monarchia asburgica: gli ebrei vi sono collettivamente identificati come capitalisti eccezionalmente ricchi e spregiudicati, che controllano virtualmente ogni ambito della vita pubblica e che profittano della loro posizione privilegiata ai danni della restante popolazione. Il brano è di notevole interesse anche e soprattutto per la struttura retorico-sintattica, particolarmente efficace sul piano comunicativo grazie all’impiego di una sequenza di domande retoriche, marcate dal sapiente utilizzo della figura dell’anafora (Wer) e aventi tutte un’unica e reiterata risposta (Der Jude).

 

«Sehen wir dieses kleine Österreich von heute an. Wer hat die Presse und damit die öffentliche Meinung in der Hand? Der Jude! Wer hat seit dem unheilvollen Jahre 1914 Milliarden auf Milliarden gehäuft? Der Jude! Wer kontrolliert den ungeheuren Banknotenumlauf, sitzt an den leitenden Stellen in den Großbanken, wer steht an der Spitze fast sämtlicher Industrien? Der Jude! Wer besitzt unsere Theater? Der Jude! Wer schreibt die Stücke, die aufgeführt werden? Der Jude! Wer fährt im Automobil, wer praßt in den Nachtlokalen, wer füllt die Kaffeehäuser, wer die vornehmen Restaurants, wer behängt sich und seine Frau mit Juwelen und Perlen? Der Jude!»[1]

 

Diamo un’occhiata a questa piccola Austria odierna. Chi ha in mano la stampa e con essa l’opinione pubblica? L’ebreo! Chi ha ammassato miliardi su miliardi dall’infausto anno 1914? L’ebreo! Chi controlla la mostruosa circolazione di banconote, siede ai posti di comando nelle grandi banche, chi sta alla testa di quasi tutte le industrie? L’ebreo! Chi possiede i nostri teatri? L’ebreo! Chi scrive le opere che vengono rappresentate? L’ebreo! Chi guida le automobili, chi sciala nei locali notturni, chi riempie i caffè, chi i ristoranti più eleganti, chi adorna sé stesso e la propria signora di gioielli e perle? L’ebreo!

 

Il brano è tratto da Die Stadt ohne Juden. Ein Roman von übermorgen (La città senza ebrei. Un romanzo di dopodomani), opera di Hugo Bettauer pubblicata nel 1922 per i tipi del Gloriette-Verlag che potremmo collocare nel sottogenere del romanzo satirico-distopico. Ne verrà tratto due anni più tardi l’omonimo film, diretto da Hans Karl Breslauer, uno dei capolavori del cinema espressionista. Il plot è, nelle sue linee essenziali, piuttosto lineare e facilmente riassumibile in poche battute: disoccupazione, inflazione e sperequazione sociale innescano una spirale di manifestazioni e proteste sempre più violente; una parte dei rappresentanti del governo e lo stesso cancelliere (le parole succitate sono tratte per l’appunto da un suo discorso) accusano gli ebrei di essere responsabili della situazione; viene votata e approvata l’espulsione di tutti gli ebrei da Vienna (da ciò il titolo del romanzo); naturalmente, la situazione non migliora dopo la cacciata degli ebrei e, anzi, peggiora rapidamente, essendo venuta meno una componente essenziale e fortemente produttiva della società viennese; infine, in un irenico happy ending, gli ebrei vengono richiamati in città mentre l’antisemita irrecuperabile viene escluso dal consesso sociale ed emblematicamente rinchiuso in manicomio, dove è tormentato da apparizioni del Magen David sulle pareti bianche della camera. Altamente significativa e degna di menzione è altresì la scritta che compare alla fine del lungometraggio: «Gottlob, daß der Traum vorbei ist wir sind ja alle nur Menschen und wollen keinen Haß. Leben wollen wir ruhig nebeneinander leben» (Grazie a Dio, il sogno è finito — siamo tutti solo esseri umani e non vogliamo odio. Vogliamo vivere — vivere in pace gli uni con gli altri). Vi si cela una replica convintamente pacifista e ottimisticamente conciliatrice all’opera antisemita di Josef Scheicher, Aus dem Jahre 1920. Ein Traum (Dall’anno 1920. Un sogno, 1900), che figura certamente fra le fonti polemiche del romanzo di Bettauer; ma è altresì un finale ironicamente amaro, se si pensa che l’autore sarebbe morto a seguito delle ferite riportate durante un attentato, compiuto il 10 marzo 1925 nella redazione della sua rivista Er und Sie (Lui e lei) da Otto Rothstock, già membro del partito nazionalsocialista e difeso in aula da avvocati vicini al movimento hitleriano, dichiarato infermo di mente e rinchiuso in un manicomio criminale da cui sarebbe stato rilasciato dopo solo diciotto mesi.

Ho voluto prendere proletticamente le mosse dal romanzo di Bettauer e dal film di Breslauer perché, sebbene opere di finzione, esse colgono certamente con profetico anticipo i possibili esiti di un morbo che contagiava la società austriaca già da tempo e che da decenni riaffiorava carsicamente nel dibattito pubblico, abilmente fomentato da politici e figure di primo piano della vita culturale, sia per convinzione ideologica sia per specifici interessi. Un morbo la cui origine remota si potrebbe facilmente far risalire all’antigiudaismo tradizionale di marca cristiana, che pure giocò un ruolo fondamentale nella costruzione degli stereotipi antiebraici in tutta l’area germanofona, ma che possiede altresì specificità che affondano le proprie radici nella realtà del finis Austriae, in quel fervente melting pot etnico-culturale degli ultimi decenni dell’Impero austro-ungarico idealizzato retrospettivamente da Stefan Zweig nella sua celebre opera autobiografica, Die Welt von Gestern (Il mondo di ieri, 1942). Lo stesso Zweig che seppe delineare tanto efficacemente in un suo racconto giovanile, Scharlach (Scarlattina, 1908), il terreno di incubazione costituito dalle associazioni studentesche ultranazionaliste, le cosiddette Burschenschaften, e che poi, in Eine Ansprache (Un discorso, 1936), illustrò e analizzò con lucida consapevolezza la graduale trasformazione dell’antigiudaismo di matrice religiosa in antisemitismo su base etnica e sociale. Zweig identifica peraltro, con limitati ma chiari cenni nelle pagine del suo capolavoro, la scaturigine di questa deriva: in primis, la Deutsche Nationalpartei (partito nazionale tedesco) e uno dei principali esponenti della corrente pangermanista, Georg von Schönerer, ferocemente antisemita, cui Hitler fu notoriamente debitore, fra le altre cose, della teorizzazione della superiorità della cosiddetta “razza ariana”, di un primo abbozzo di normative sui matrimoni “razzialmente puri” e dell’adozione del saluto nazista (“Heil”); in secondo luogo, la Christlichsoziale Partei (partito cristiano-sociale) e la figura di Karl Lueger, già eletto borgomastro di Vienna nel 1895 (elezione non confermata dall’imperatore Franz Joseph proprio in virtù del suo dichiarato antisemitismo), in carica dal 1897 al 1910.

A proposito dell’antisemitismo come elemento costitutivo della Christlichsoziale Partei ancora all’indomani del primo conflitto mondiale, si ricordino incidentalmente alcune frasi tratte da un discorso tenuto da un suo deputato viennese, Leopold Kunschak, il 9 ottobre 1919, in cui alla solita accusa di esercitare un controllo pressoché assoluto sulla finanza e sui mezzi di comunicazione, segue un appello che mescola sapientemente richiami alla tradizionale contrapposizione ebreo-cristiano a formule del moderno antisemitismo su base razziale. Si noti che anche qui, come altrove, gli ebrei sono sempre retoricamente indicati come corpo monolitico, non già una pluralità bensì un’entità unica.

 

«Eine der charakteristischsten Eigentümlichkeiten des Judentums ist sein maßloses Herrschaftsgelüste […] Wie ehedem, so hält auch heute das Judentum die ganze Finanz- und Kreditwirtschaft in seinen Händen und hat den größsten Teil der Presse in seinem Solde. […] Christiliches, deutsches Volk, sieh dich vor, sonst wirst du aus deiner Sorglosigkeit erwachen als Sklave im Judenstaate! (Lebhafte Zustimmung)»[2]

 

Una delle più distintive peculiarità dell’ebraismo è la sua smisurata brama di potere […] Come un tempo, così anche oggi l’ebraismo ha nelle proprie mani l’intera economia finanziaria e di credito e la maggior parte della stampa sul proprio libro paga. […] Popolo cristiano tedesco, fa’ attenzione, altrimenti ti ridesterai dalla tua spensieratezza come schiavo in uno stato ebraico! (vivace consenso)

 

Lo sforzo propagandistico è talmente efficace, affondando le sue radici in convinzioni diffuse cui veniva ora data sistemazione pseudoscientifica corredata da ampio bagaglio iconografico tramite la stampa periodica e la libellistica, che anche da parte ebraica se ne prende tristemente atto, invitando da più parti a rinunciare all’utopistico programma dell’Haskalah mendelssohniana e con esso a qualsivoglia vocazione assimilazionista. Già nel 1882 Leon Pinsker si rivolgeva peraltro agli ebrei di lingua tedesca, nel celebre pamphlet intitolato Autoemanzipation (Autoemancipazione), con parole inequivocabili e giustamente famose, in cui appare in tutta la sua paradossale contraddittorietà la gamma dei pregiudizi antisemiti e, al tempo stesso, proprio in virtù di ciò, la loro capacità di essere piegati a svariati discorsi ideologicamente connotati e di fare breccia così in ogni strato sociale:

 

«[…] so ist der Jude für die Lebenden ein Toter, für die Eingeborenen ein Fremder, für die Einheimischen ein Landstreicher, für die Besitzenden ein Bettler, für die Armen ein Ausbeuter und Millionär, für die Patrioten ein Vaterlandsloser, für alle Klassen ein verhaßter Konkurrent»[3]

 

Perciò l’ebreo è per i viventi un uomo morto, per i nativi uno straniero, per i residenti un vagabondo, per i proprietari un mendicante, per i poveri uno sfruttatore e un milionario, per i patrioti un uomo senza patria e per tutte le classi un concorrente odiato.

 

Un edificio propagandistico di tale efficacia, pur nell’incongruenza (e, verrebbe da dire, nell’aporia) delle sue accuse, fu in grado di lasciare traccia persino nel lessico dell’autorappresentazione identitaria ebraica. Su questo punto nodale mi limito qui a ricordare solo un breve passo di una lettera di Gustav Mahler, particolarmente significativo sia per la formulazione apodittica sia per la dimensione di scrittura privata in cui esso è inserito: «Ich bin dreifach heimatlos: als Böhme unter den Österreichern, als Österreicher unter den Deutschen und als Jude in der ganzen Welt»[4] (sono tre volte apolide: come boemo fra gli austriaci, come austriaco fra i tedeschi e come ebreo nel mondo intero).

Questo l’humus politico e socio-culturale in cui si sviluppo la lunga parabola di Karl Lueger. Già avvocato attivamente impegnato in difesa dei diritti delle classi subalterne, retore di sicuro carisma e raffinata eloquenza capace al tempo stesso di rivolgersi ai suoi elettori meno colti nel più schietto dialetto viennese, Lueger seppe presentarsi nelle vesti di tribuno del popolo e fu trasversalmente oggetto di una rispettosa deferenza e di un’istintiva simpatia che si mutò negli anni in un vero e proprio culto della sua persona, soprattutto da parte del cosiddetto “popolo dei cinque fiorini” (ovvero gli elettori più poveri, che raggiungevano appena la soglia per il diritto al voto).  Sul piano più propriamente programmatico, la ragione del suo irresistibile successo è forse da rintracciarsi nella sua capacità di farsi interprete del radicato conservatorismo dei viennesi e del diffuso bisogno di una figura di potere al comando che avesse una funzione per così dire catecontica, che arginasse cioè o almeno contenesse le trasformazioni economico-sociali di un mondo in rapido ed inesorabile mutamento. Lueger lo seppe certamente fare, conciliando in un’unica piattaforma programmatica antiliberalismo e antisemitismo e offrendo al pubblico irriducibilimente reazionario e sciovinista un’alternativa a Schönerer, il cui nazionalismo estremista e germanofilo — il suo motto “los von Rom” (via da Roma) è ricordato come marchio distintivo delle sue virulente campagne anticattoliche — sarebbe stato da ultimo punito sul piano elettorale. Egli comprese, in altri termini, che la Vienna del tempo non avrebbe potuto accettare alcuna proposta riformista che prescindesse dalla fedeltà alla corona, dal conservatorismo sociale e dal clericalismo.

Solo se debitamente collocato su tale sfondo è, dunque, possibile comprendere il carattere distintivo dell’antisemitismo luegeriano, parte integrante e fondante del suo programma ma al tempo stesso frutto di preciso calcolo politico, che pur nelle sue espressioni più platealmente feroci non tracimò mai negli eccessi della propaganda più ideologicamente connotata. Basti, in proposito, ricordare che continuò sempre a frequentare privatamente amici e conoscenti ebrei, il più noto dei quali è forse l’attivista liberale Ignaz Mandl, conosciuto negli anni in cui militavano entrambi nel Deutsch-Demokratischer Verein (Unione tedesco-democratica). Una propaganda antiebraica, dunque, non certamente meno pericolosa e deprecabile, ma altrettanto sicuramente determinata soprattutto dalle circostanze e dal calcolo opportunistico, magistralmente sintetizzata nell’espressione pronunciata in risposta a chi gli rimproverava questa apparente incoerenza e destinata a passare alla storia: «Wer Jude ist, bestimme ich»[5] (Chi è ebreo, lo decido io).

 

 

Note

[1] Hugo Bettauer, Die Stadt ohne Juden. Ein Roman von übermorgen, Göttingen 2019, p. 9.

[2] “Reichspost”, 10 ottobre 1919, p. 2.

[3] Leon Pinsker, Autoemanzipation, Berlin 1917, p. 17.

[4] Alma Mahler, Erinnerungen an Gustav Mahler/Alma Mahler-Werfel. Briefe an Alma Mahler/Gustav Mahler, a cura di D. Mitchell, Frankfurt 1971, p. 137.

[5] Cit. in Carl E. Schorske, Fin-de-Siècle Vienna: Politics and Culture, Cambridge 1981, p. 145. 

 

 


Casella di testo

Citazione:

Mattia Di Taranto, La retorica antisemita nella Vienna della Jahrhundertwende, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VIII, 2, dicembre 2019

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