Note su arredi ed espressioni della sfera sacra

"Free Ebrei", VIII, 2, luglio 2019



Le parole dello yiddish




Abstract

Alessandra Cambatzu reports on furnishings and expressions in the holy sphere, tracing a comparison between German and Hebrew words used in Yiddish language.




6. Note su arredi ed espressioni della sfera sacra

 

 

 Scendeva il buoi e il freddo si faceva più pungente. Nella salda di studio avevano acceso la stura di terracotta, ma le finestre erano arabescate dal gelo e dai loro telai pendevano file di ghiaccioli. Il custode aveva spento le lampade ad olio, ma sulla menorà davanti alla parete orientale ardevano ancora due candele in memoria dei morti, una lunga e una corta. […] Dicono che da quelle candele si possa capire la sorte di cooloro alla cui memoria sono dedicate. Se le loro anime non hanno trovato pace le fiammelle sfrigolano e vacillano e insieme a loro sembrano tremare le gambe del tavolo da lettura, le travi del soffitto, i lampadari sospesi alle loro catenelle e persino l’Arca Santa, coi Suoi intagli che raffigurano dei leoni o le Tavole della Legge[1].

 

 

Immaginiamo di entrare in una shul. Sia essa uno shtibl, un kloyz (ted. Stube, Klause, “casetta”) campagnoli o una ricca sinagoga cittadina, il suo cuore è l’Arca Santa, aron ha-kodesh (ארון הקדשׁ), “il punto verso cui si concentra il culto nella sinagoga”[2]: l’armadio contenente il Sefer Torah, posto sul muro rivolto a oriente, verso Gerusalemme. Davanti all’Arca il rabbi pronuncia il sermone ritto su una piattaforma (ebr. bimah, במה, yidd. shtender)[3] rivolto ai fedeli, ciascuno dei quali ha il proprio shtot[4] (ted. Statt, “luogo”). L’estrarre dall’aron ha-kodesh, il rotolo della Torah è oyshebn a seyfer toyre (ted. ausheben, “scavare, svuotare”); il rotolo però viene chiamato familiarmente reynikeit (ted. Reinheit, “purezza”)[5].

Essa è ricoperta dal mentele (ted. Mantel, “mantello”), un ampio scialle variamente riccamente decorato in cui prevale la raffigurazione del leone, simbolo della tribù di Giuda e di un potere e una forza usati intelligentemente. L’atto di guardare nella reynikeit, per cercarvi il kapitl (ted. Kapitel) da leggere è meayen zayn (meayen < ebr. min, מינע, zayn < ted. sein); richiamarsi, riferirsi alla Torah è oifrufen (ted. aufrufen, “chiamare qualcuno, fare appello a”); recitare i salmi è zogen tilim (zogen < ted. sagen, tilim < ebr. תלם, “lode, salmo”); riporre la reynikeit è aynhebn (ted. einheben, “indicare, incassare”). Ancora: makhn a brokhe (ted. machen, ebr. berakah, ברכה, “benedizione”) “benedire”; iberzehn di mezuzes (ted. übersehen, “avere una visione d’insieme, capire”; ebr. mezuzah, “stipite”, “esaminare le mezuzoth”)[6]. Ultimo oggetto, ma non meno importante, i teffilin (ebr. תפלין, “filatteri”), piccoli contenitori di pelle nera, al cui interno vengono conservati quattro passi biblici, che si legano con le rimen (ted. Reimen, “cinghia”) intorno al braccio sinistro o alla parte alta della fronte. Rimen che, secondo una tradizione talmudica Dio stesso indossa[7]; così, idealmente, “l’uso delle filatterie trasferiva, dunque, una parte della potenza divina a coloro che compivano il rito, infondendo in essi la forza del nome vergato sulle pergamene[8].

Lo yiddisch, come mostrano gli esempi riportati, annette, quindi, ad alcuni termini di derivazione germanica e all’unione di questi con ebraismi, un valore e un calore particolari, fissandone l’uso nella sfera sacra e creando una sorta di “aristocrazia” religioso-rituale: il meayen zayn visto in precedenza che, letteralmente, significa “guardare”, non può essere utilizzato per il semplice atto di “guardare, notare qualcuno o qualcosa”, traducibile solo con araynkukn (tedesco herein, “dentro”, e gucken, guardare”)… Fermo restando, beninteso, che questa “aristocrazia” deve talvolta cedere di fronte all’altezza siderale del leshon koydesh: per indicare, ad esempio, una pagina delle Scritture si userà daf (ebr. דאף, “pagina”), mai e poi mai blat (ted. Blatt, “foglio, pagina”.

Ancora. Lo shabes (modificazione yiddish dell’ebraico shabbat שׂבת, riposarsi), il sabato, festeggiato in sinagoga e casa, è parola che non viene utilizzata al di fuori della sfera sacrale; per tutti gli altri usi il Sabato è zuntik (ted. Sonntag, “domenica”: il giorno di riposo non è, ovviamente, lo stesso per ebrei e “gentili”) o der zibeter (ted. der siebte [Tag], il “settimo [giorno]).

 

Quale sia la regola per cui una parola appartenente alla German component venga elevata la rango dell’uso religioso, oscurando il più prestigioso corrispondente ebraico (è il caso di reynikeit e seyfer toyre) non lo sappiamo; è possibile, però, ipotizzare che questo fosse il trattamento riservato a oggetti o concetti familiari e quotidianamente utilizzati; comuni, dunque, al dotto come all’ignoramus[9] o alle donne.




Note

[1] I.B. Singer, Al lume delle candele da morti, 1998.

[2] A. Unterman, Dizionario di usi e leggende ebraiche, 1991.

[3] Il tedesco Ständer ha il significato generico di “supporto, piedistallo”, mentre il termine yiddisch ha solo ed esclusivamente quello di “posto da cui l’officiante parla ai fedeli”.

[4] Analogamente allo shtender, lo shtot ha un’accezione non generica, ma ristretta all’ambito sacrale.

[5] È interessante notare che, nonostante la divergenza dei due sostantivi yiddisch e tedesco, l’aggettivo corrispondente nelle due lingue, reyn e rein, ha sempre il significato di “puro, pulito”.

[6] Con uno slittamento semantico la mezuzah, letteralmente appunto, “stipite”, è passata a indicare la scatolina, appesa sulla parte destra dello stipite della porta di casa, che contiene un piccolo rotolo di pergamena su cui sono scritti a mano i primi due paragrafi dello Shema, la principale preghiera ebraica. Quando una disgrazia colpiva una comunità o una famiglia, le mezuzhoth venivano controllate per vedere se il testo fosse ancora integro.

[7] Vedi il racconto I teffilin di Dio, 1992: “Una volta, in mezzo a una preghiera, il Rabbi di Berditschew parlò a Dio: ‘Signore del mondo, tu devi perdonare a Israele i Suoi peccati. Se tu lo fai, va bene. Ma se tu non lo fai, io dirò a tutto il mondo che vai con i teffilin non validi. Quali sono le parole racchiuse nei tuoi teffilin. Sono le parole di Davide, il tuo Unto. E qual popolo è come il popolo di Israele, un popolo unico sulla terra? Ma se tu non perdoni a Israele i suoi peccati, allora esso non è più un popolo unico, menzognere sono le parole che portano i tuoi teffilin, non più validi i tuoi teffilin!’ Un’altra volta disse: ‘Signore del mondo, Israele è come i teffilin del tuo capo. Se a un semplice ebreo cadono per terra i teffilin, subito li solleva e li punisce e li bacia Dio, i tuoi teffilin sono caduti per terra!’”

[8] G. Busi, Simboli del pensiero ebraico, 1999.

[9] Con questo termine si indicavano le persone scarsamente alfabetizzate.  


Casella di testo

Citazione:

Alessandra Cambatzu, Le parole dello yiddish, VI: Note su arredi ed espressioni della sfera sacra, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VIII, 2, luglio 2019

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