Simona Stillitano, Il progetto Maghen David


"Free Ebrei", VIII, 2, luglio 2019



Il progetto Maghen David

Intervista  a Roberto Rambaldini

di Simona Stillitano*

Abstract

Simona Stillitano interviews Roberto Rambaldini, an Italian painter who is living in Germany, on his projekt "Maghen David" (Star of David).



Se lo volete non sarà un sogno.”

Theodor Herzl


Per capire cosa abbia rappresentato il settantesimo anniversario dello Stato d’Israele occorre studiare la storia di questo popolo e, per condividere la gioia della ricorrenza, bisogna vivere una sincera relazione diretta con i “fratelli maggiori”. Tante le iniziative per questo evento: in particolare, “Il progetto Maghen David” dell’artista Roberto Rambaldini. Forse è più corretto sottolineare che tutto quello che leggerete è frutto di una lunga corrispondenza, che ha consolidato un’amicizia, accrescendo la stima reciproca e il fascino per la cultura ebraica.

Quando Roberto Rambaldini mi ha parlato di questa iniziativa, oltre a sentirmi investita di una grande considerazione, ho sentito l’esigenza di condividere questo invito; così un immediato passaparola - con chi come me e più di me ama Israele - ha trovato consensi da parte di alcune associazioni culturali, che hanno aderito e aderiscono a tale Progetto con entusiasmo per intensificare il dialogo giudaico-cristiano in Calabria: Tonino Nocera (Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo, AISG), Franca Carabotta (Centro Italiano Femminile, CIF) Daniela Scuncia (Anassilaos) e Anna Golotta (Virginia Olper Monis).

Chi ama l’arte in tutte le sue forme (dalla letteratura, all’architettura, dalla scultura alla pittura fino alla musica e alla danza), secondo me, ha una particolare sensibilità. Del resto, la società odierna necessita di cose belle e buone. Infatti, il pontefice Paolo VI nel suo Messaggio agli artisti sottolineava nel 1965 che: “Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione.”[1]

Per ricordare la storia dell’arte di Israele degli ultimi 100 anni è stata allestita la mostra “Israele: arte e vita”[2], un evento unico: presso il Palazzo Reale sono giunte oltre 150 opere.

Al Congresso sionista di Basilea del 1901, Achad Haam e Martin Buber avevano convinto i delegati che, per fondare una nazione, fosse necessario creare anche delle istituzioni culturali. Proprio da questa intuizione, Boris Schatz realizza un’Accademia in un quartiere piccolo e con pochissimi abitanti della Gerusalemme di quegli anni. Chiamò a insegnarvi artisti ebrei europei per trasmettere uno stile d’arte israeliana: “E così avvenne per altre città sviluppatesi attorno a poli culturali: basta guardare le prime foto di Tel Aviv, un insieme di piccole case bianche attorno a un grande edificio, il ginnasio Herzelia.[3] Il popolo d’Israele ricrea la sua istituzione nazionale partendo dalla sua stessa cultura, la stessa che ha permesso e garantito la sopravvivenza nella storia bimillenaria segnata da persecuzioni. L’arte contemporanea ebraica può essere definita “‘esistenziale’ (non ‘esistenzialista’) perché si occupa del rischio che lo Stato stesso sparisca con tutti i suoi cittadini. È estremamente influenzata dagli avvenimenti socio-politici interni, reagisce rapidamente e con forza a quello che avviene”[4]. Il timore dell’antisemitismo non è frutto di una fobia d’Israele: è conseguente piuttosto ai vari eventi sociali, politici, religiosi e non solo, succedutisi nella storia. Alla fine del secondo conflitto mondiale parlare dell’olocausto era un argomento proibito: i sopravvissuti non venivano facilmente creduti, i loro racconti agli ascoltatori sembravano surreali.[5] Quasi profetico l’ordine di Dwight D. Eisenhower di far filmare e fotografare i campi di sterminio e i superstiti: “Esattamente, come egli aveva previsto circa 60 anni fa è ora in corso una vergognosa campagna negazionista tesa a cancellare quella vergogna”.[6] Herzl affermava: “Dappertutto abbiamo onestamente tentato di integrarci nel tessuto sociale del popolo con cui convivevamo, e di conservare solo la fede dei nostri padri. Non ci viene permesso. Inutilmente siamo stati patrioti…sacrifichiamo i nostri beni e il nostro sangue come i nostri connazionali…ci sforziamo di contribuire ad aumentare la gloria delle nostre patrie nelle arti e nelle scienze…ci viene gridato in faccia che siamo stranieri…”.[7]

Una constatazione che ha portato l’autore a pensare che gli ebrei indesiderati in Europa dovessero trovare una loro entità politica[8]—non ha tratti messianici il suo sionismo. Questo movimento ancora oggi trova dissensi da parte degli ortodossi che lo vedono come una specie di alternativa all’aiuto di Dio.

Herzl era un liberale che aveva un sogno: immaginava uno Stato nel quale le tre religioni monoteiste convivessero in perfetta armonia, custodendo pacificamente sia i luoghi santi di culto che la società, l’economia, diventando un esempio di grande civiltà per le altre nazioni.

Yitzkhaq Epstein affermava: “È tempo che noi prendiamo coscienza del fatto che l’istruzione è uno strumento politico importante al quale dobbiamo dedicare il meglio della nostra azione pubblica…Non si tratta per noi di giudaizzare gli arabi, ma piuttosto di formarli a una vita più piena, a un’educazione più elevata, a una visione del mondo più ampia affinché possano…essere alleati leali, compagni, fratelli.[9]

Dopo questa piccola cornice storica iniziamo a scoprire che cosa sia il Maghen David, o Stella di Sion o Sigillo di Salomone. In realtà occorre spiegare che il termine maghen vuol dire “Scudo di David” pure per la sua forza capace di proteggere dalle negatività. La sua più antica traccia risale al VI secolo a.C. Otto secoli dopo, gli archeologi ne scoprono un altro nel fregio di una sinagoga a Cafarnao, come elemento ornamentale. Nel medioevo questo simbolo è raffigurato anche nelle chiese, quasi assente nelle sinagoghe nelle quali predomina invece la Menorah quale emblema ufficiale dell’ebraismo.

A differenza del famoso candelabro ebraico, la Menorah, voluto da Dio stesso e che Mosè ha fatto forgiare con oro puro, del Maghen David non c’è alcun passo biblico che parla di esso, come ribadisce in un breve saggio Gershom Scholem: non è un simbolo esclusivo ebraico. “Non è vero che il grande Rabbi Akiva l’abbia usata nel secondo secolo come simbolo messianico nella guerra di liberazione di Bar Kokhba contro l'imperatore Adriano, e ancor meno vero è che l’emblema compaia nello Zohar (letteralmente, Splendore, uno dei testi fondamentali della Cabbala, XIII secolo), né negli scritti del grande cabbalista cinquecentesco Yitzhak Luria.”[10] E ancora: “La ‘Everyman’s Judaica’, un dizionario enciclopedico curato da Geoffrey Wigoder, si esprime più o meno negli stessi termini e ricorda che lo Scudo di Davide ‘fu usato per scopi magici e decorativi da ebrei e non ebrei in tempi antichi, e dai cristiani nel Medioevo. Il suo uso ebraico risale soltanto al XVII secolo. Nel XIX secolo fu adottato dal movimento sionista e figura ora sulla bandiera nazionale dello Stato d’Israele’.[11] Giustamente è più corretto definire il Maghen David un simbolo identitario non religioso, nel momento in cui i nazisti obbligarono, dopo la promulgazione delle leggi razziali a tutti gli ebrei di cucire sui loro abiti la stella gialla con la parola Jude a mo’ di umiliazione e come segno di inferiorità. Nel 1948 la bandiera sionista con la Stella di David tra due fasce azzurre che rievoca i colori del tallit, lo scialle della preghiera ebraica, diventava la bandiera ufficiale dello Stato di Israele.

 

Simona Stillitano: Maestro Roberto Rambaldini, ci sono varie leggende riguardanti il Maghen David, vale a dire la stella a sei punte o esalfa. Ci spiega gentilmente cosa rappresenta questo simbolo?

Roberto Rambaldini: Due triangoli equilateri che formano il cosiddetto esagramma rappresentano i due simboli di genere maschile e femminile che si uniscono, e che diventano perfetti nell’unione: corpo e anima, spirito e materia. Lo Scudo di David è un simbolo molto antico, si trova pure in altre culture (Assiri, Fenici, Indiani, zoroastriani) e con significati esoterici, ad esempio, nell’Islam. Aristotele, nei suoi testi, lo usava per indicare la combinazione degli elementi basici raffigurati dai due triangoli.

 

Simona Stillitano: Scholem sottolinea che fino alla metà dell'800 non c’era un interesse verso il simbolo. A partire da quel periodo, in cui l’ebraismo pare avesse perso la propria forza religiosa, la Stella inizia a essere raffigurata nei cimiteri, nel ghetto di Praga, come stemma di nobili famiglie, nelle sinagoghe, sulle copertine di alcuni testi ebraici; come se fosse una necessità trovare un segno che rappresentasse l’identità ebraica. Per Scholem, le comunità ebraiche della diaspora avrebbero seguito l’esempio dei cristiani i quali avevano scelto come simbolo la croce per essere contraddistinti, così come la mezzaluna identificava il popolo islamico. Nell’immaginario collettivo la Stella di David viene associata a Israele. Perché solamente negli ultimi due secoli è stato riconosciuto lo status al simbolo come emblema degli israeliti?

 

Roberto Rambaldini: Si tratta di un simbolo che venne utilizzato da tutti i monoteisti, forse anche da altri. Maimonide criticò la pratica popolare di inserire all’interno dell’amuleto del Maghen David il nome di HaShem. (Colgo l’occasione per ricordare una mostra dedicata al Codice di Maimonide proprio in Italia).[12] Poi mi viene in mente Karl Goldmark, “le persone civili perdono rapidamente la loro religione, ma raramente la loro superstizione”.

Simona Stillitano: Come nasce la sua passione per l’arte?

Roberto Rambaldini: Un fatto personale. Nasco il 29 Novembre del 1958. Perdo mia madre l’11 Aprile del 1962. Questo lutto mi segna moltissimo, forse nasce così la mia passione per l’arte. Il mio non voler accettare la morte tiene in vita mia madre. Elaborare la perdita di un familiare ha sempre tempi lunghi e ciascuno convive con il dolore con modi del tutto singolari. Nel mio caso tutti i quadri si trasformano in “scudi” per tenere lontana la morte quasi per dimenticare quello che essa tende a portarsi via. Quest’anno hanno traslato la tomba di mia madre. I ragazzi che hanno compiuto il trasferimento mi hanno riferito: “Era completamente intatta”.

Simona Stillitano: Ci racconta un po’ le varie tappe di questo suo bellissimo progetto e chi sono i cooprotagonisti?

 

Roberto Rambaldini: L’idea nasce durante una conversazione con la scrittrice Dova Cahan per il settantesimo compleanno dello Stato d’Israele. Disegnai un Maghen David e lei ebbe l’intuizione di realizzare una mostra artistica per l’occasione. Queste le origini del progetto: uno scudo per ogni anno. Poi pian piano, lavorando, tutto ha iniziato a farsi più chiaro. Sto creando attorno al Progetto una struttura che coinvolga più persone e organizzazioni, associazioni capaci di interagire assieme per accogliere le opere con un usufrutto al 50%. Saranno loro a decidere come promuovere l’opera a loro affidata, per esempio, organizzando delle conferenze. Nessun compenso personale, nessuna pretesa di denaro. Le 70 opere sono realizzate e donate allo Stato d’Israele che ne tiene la nuda proprietà.

Certo, si può pensare a un prodotto commerciabile: alla realizzazione del Maghen David come logo di un accessorio (borse, per esempio). In tal caso, metà ricavato va al Fondo e l’altro 50% all’ideatore o produttore dell’oggetto. Il Fondo verrà gestito da professionisti.

Questo è il fine nel creare questo progetto: uno scopo di beneficenza che va al di là della ricorrenza del settantesimo anniversario del mio Paese. L’intero ricavato verrà interamente devoluto agli orfani di Tsahal. Sono loro a difendere lo Stato d’Israele, rischiando la vita ogni giorno. Nello Tsahal vi sono soldati ebrei e arabi, ma possono unirsi giovani anche di altre confessioni religiose e di diverse etnia. Ciascuno di questi ragazzi potrà accedere al Fondo in caso di disgrazia. Devono sapere che almeno i loro bambini saranno in parte sostenuti: sarà loro garantita un’educazione, non saranno mai abbandonati. Israele adotta ogni suo figlio che perde i genitori durante gli attentati. Qualsiasi contributo economico anche piccolo è un gesto importante. Unica premessa richiesta ai custodi delle Maghen David è di essere sionisti.

 

Simona Stillitano: Trovo che la Lettera agli Artisti di Giovanni Paolo II del 1999 sia importante non solo per i cattolici. Estrapolo qualche frase del documento: “Non tutti sono chiamati ad essere artisti nel senso specifico del termine. Secondo l’espressione della Genesi, tuttavia, ad ogni uomo è affidato il compito di essere artefice della propria vita: in un certo senso, egli deve farne un’opera d’arte, un capolavoro”[13]. Così inizia il secondo paragrafo sottotitolato “La speciale vocazione dell’artista”. Lei concorda con quanto esprime il pontefice?

 

Roberto Rambaldini: Ho letto questa bella lettera del Santo Padre e personalmente non trovo niente da togliere o da aggiungere. È una profonda riflessione che ha dedicato a noi artisti e all’arte in generale, per cui non può che farmi piacere tale sua grande considerazione. L’ebraismo vieta le immagini. Fermarsi a questo divieto però è piuttosto riduttivo. Infatti, come ogni ambito della vita di un ebreo, pure il campo artistico è regolamentatoindubbiamente è una tematica complessa. I divieti religiosi ci sono, anche se il parere di alcuni rabbini è più apertosi pensi a Rabbi Ben Nachman, secondo il quale, l’arte è vietata se intesa come strumento idolatrico. Altri rabbini, come Rambam, invece sono propensi all’arte. Il grande Marc Chagall amò tanto la sua arte da essere contrastato dai suoi correligionari, forse per essere stato l’autore delle più celebri “Crocifissioni” o semplicemente per aver scelto di fare l’artista.

Simona Stillitano: Le settanta opere del Progetto Maghen David saranno tutte in pittura oppure realizzate con qualche altra tecnica? Ciascuna deve raffigurare la Stella, esatto? A che cosa s’ispira per rendere uniche queste opere nonostante il soggetto sia appunto solo tale simbolo?

Roberto Rambaldini: Finora ho realizzato le Maghen David in olio su tela; ne ho però in progetto di materiali diversi, dedicate, ad esempio: Marina Militare, Air Force, Israele, Mossed, a Gerusalemme. Durante i miei viaggiqualcuna anche a matita su carta ho costruito in ferro una serie di Maghen David: le scaldavo su fuoco come un fabbro e poi sul legno applicavo appunto il simbolo, una sorta di stigma nella carne; in una si riconosce bene la divisa a strisce degli ebrei indossata nei campi di sterminio. Durante l’olocausto, in un campo c’erano 10 uomini che fecero il processo ad HaShem (accusatore, difensore, giudici e giurati), alla fine condannarono Dio, un giudizio unanime, per aver lasciato succedere tutto questo; per cui, dopo aver pronunciato il verdetto, “Silenzio”, dissero: “Ora, preghiamo”.

Simona Stillitano: Io indosso una piccola Stella che mi ha regalato una cara amica, Miriam Jaskierowicz Arman, anche lei artista israeliana. Mi sono chiesta se nei campi di sterminio le vittime siano state indotte a “odiare” lo Scudo di David. Credo che, per rialzarsi dopo l’Olocausto, il popolo ebraico abbia trovato la forza proprio nella fede e la Stella in quegli anni oscuri non ha perso la sua luce, come dimostrano le riflessioni di Anna Frank o di Hetty Hillesum. Le vorrei chiedere quindi quanto e se la l’olocausto influenza la sua arte. Grazie.

Roberto Rambaldini: L’Olocausto è stato terribile; solo ripensare che si sia potuto consumare fa stare male. Nessuno mi ha mai dato una risposta esauriente, neppure i tedeschi stessi, del perché. Ho cercato di escludere l’olocausto dal mio lavoro fino a quando dipinsi un quadro strutturato in tre tempi. Il primo: un sottofondo fatto di vita yiddish, (Shtetl),[14] spirito, wiz, costumi, etc. Il secondo: la struttura dell’ingresso di Auschwitz che si abbassa come una cortina sul mondo primo. Lo annienta completamente, non ci può essere assolutamente niente come prima. Terzo: Il rifiuto dell’immagine, volutamente propagandistica, violata dai sistemi totalitari (Fascismo, nazismo, comunismo, fondamentalismo religioso). Allora il rifugio, il passo indietro per proiettarsi nel futuro e l’astrazione informale espressiva: colore, colore, colore.[15] La struttura della seconda fase viene coperta con i colori. Quando Scholem scrive che “Il divenire quindi rese il Maghen David, segno inequivocabilmente ebraico: ‘il segno che ai nostri giorni è stato santificato dalla sofferenza e dal terrore è diventato degno di illuminare il cammino verso la vita e la ricostruzione” non è né stizzoso, come qualcuno ha criticato, né si contraddice con le sue precedenti riserve; dice la verità, decodifica la realtà storica senza alcuno stigma. Scholem si riconcilia con il simbolo magico d’origine scrivendo appunto: “Prima di ascendere, il cammino aveva condotto giù nell’abisso: dove il simbolo subì la sua estrema umiliazione, là conquistò la sua grandezza”[16].

Simona Stillitano: “La bellezza salverà il mondo”, diceva Dostoevskij. L’arte è anche fantasia, al tempo stesso si rivela pure una via di dialogo tra i popoli. Quale consiglio vorrebbe dare ai giovani che sembrano oggi essere dipendenti dalla realtà virtuale?

Roberto Rambaldini: “La bellezza salverà il mondo” mi piace questa frase. Ci sarebbero molti consigli da suggerire ai giovani di oggi, per quanto riguarda l’autore farei leggere loro un trattato dello stesso Dostoevskij: “I Fratelli Karamazov”, la parte del grande inquisitore. Dmitrij Karamazov confida a suo fratello Alëša: “La Bellezza è una cosa terribile. È la lotta tra Dio e Satana e il campo di battaglia è il mio cuore”. Va visto nel contesto in cui lo scrive. Non è un automatismo. Alëša parla a suo fratello in un locale di Mosca, si tratta di un dialogo/monologo. La sostanza par exellence di questo grande scrittore. Se vi lasciate prendere per mano, in queste pagine, trovo che dia il meglio di sé. Io mi sento molto vicino ai bambini, però quello che mi sento di suggerire, per rispondere alla domanda, è un ritorno alla semplicità, alla bellezza dei piccoli gesti che vanno a costituire i ricordi più significativi da adulti. Dare loro la possibilità di sporcarsi con la terra, nell'orto, nel giardino: la terra non sporca mai. Fare coltivare i fiori, le verdure le piante etc., tutto ciò che offre il clima. Contemporaneamente far studiare inglese e informatica. Questo è il mio consiglio per i bambini. La realtà virtuale sta danneggiando le nuove generazioni, costruisce un mondo inesistente, ciò non fa bene. I problemi nella vita reale ci sono, ed evadere non è certo la soluzione. Già dall’infanzia i bambini devono fare esperienza diretta della natura: è una grande soddisfazione. Si pensi, ad esempio, alla raccolta dei frutti, oppure alla realizzazione di un orto a scuola: è molto istruttivo. La scuola non solo dei saperi, ma anche esperenziale. Questi gesti del mondo contadino suscitano lo stupore negli occhi dei piccoli, insegnano a sviluppare meglio anche i cinque sensi e a capire l’importanza della pazienza, il rispetto, la cura per la natura che ha le sue leggi, lo spazio e il tempo necessari per poter ammirare ciò che essa può offrire. Mio padre era un grande ortolano. Ricordo da bambino che amava la natura: trascorreva in media circa due ore ogni giorno nel suo giardino. Delle volte andavo ad aiutarlo e ciò che mi piaceva fare prima di tutto era correre ad abbracciarlo. Aveva la mentalità dei kibbuzim: produceva verdure, insalate, vari ortaggi in abbondanza e che regalava poi ai bisognosi.

Il tempo che si trascorre con i propri cari è il bene più grande e si trasferisce nel quotidiano. Siamo responsabili e custodi del giardino che Dio ha donato per amore all’umanità. Tutto ciò che Egli ha fatto è bello e buono, l’uomo dovrebbe imitarlo.

Nel mio viaggio in Africa, per esempio, dovevo sedermi sempre sulla terra. Il gesto di toccare la terra e di sporcarsi fa riscoprire la bellezza di ciò che essa sembra nascondere: carote, fagioli, patate. Questi prodotti della terra, quando li hai tra le mani e li pulisci, allora ecco che si comprende il dono prezioso della natura. Golda Meir ripeteva spesso: “Ci sarà pace quando gli arabi ameranno i loro figli più di quanto odiano noi ebrei”.

 

Simona Stillitano: Grazie, Maestro Rambaldini.

 

Nel 2006 è stato pubblicato dal Pontificio Consiglio della Cultura il documento finale per l’Assemblea Plenaria, “La Via pulchritudinis”, nel quale si riprende quanto Aleksandr Isaevič Solženicyn, autore russo, sosteneva e cioè che la bellezza, la verità e il bene devono convergere. In un tempo di crisi che oggi investe quasi ogni ambito culturale e sociale, forse bisogna ripartire proprio dalla bellezza: quella vera e oggettiva.

Benedetto XVI infatti ribadisce che il bello è portatore anche di ciò che è buono—questo discorso non vale solamente per i cattolici, l’arte ha una valenza universale, essa cammina con la fede. L’arte, nell’antichità, per gli analfabeti, ha rappresentato una fonte di conoscenza, proprio attraverso le immagini è passata la cultura. La preghiera passa pure dall’arte, la bellezza è già una forma di preghiera, poiché l’uomo viene quasi elevato con lo spirito a contemplare l’infinito, si trascende. Simone Weil “approfondendo le sue riflessioni sul bello, nei suoi diari scritti tra il 1940-1942, dirà: ‘in tutto quello che suscita in noi il sentimento puro e autentico del bello, c’è realmente la presenza di Dio. C’è quasi una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno (...) e il bello è reale presenza di Dio nella materia’”.[17]

 

La via pulchritudinis è una via pastorale che non si può ridurre ad un approccio filosofico. Ma lo sguardo del metafisico ci aiuta a capire perché la bellezza è una via regale per condurre a Dio. Nel suggerirci chi Egli è, essa suscita in noi il desiderio di goderne nella pace della contemplazione, non soltanto perché Lui solo può soddisfare le nostre intelligenze e i nostri cuori, ma anche perché Egli contiene in se stesso la perfezione dell’Essere, fonte armoniosa e inesauribile di chiarezza e di luce. Per giungervi, è importante saper compiere il passaggio “dal fenomeno al fondamento”. È di nuovo l’appello del papa filosofo: “Ovunque l’uomo scopre la presenza di un richiamo all’assoluto e al trascendente, lì gli si apre uno spiraglio verso la dimensione metafisica del reale: nella verità, nella bellezza, nei valori morali, nella persona altrui, nell’essere stesso, in Dio. Una grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento. Non è possibile fermarsi alla sola esperienza; anche quando questa esprime e rende manifesta l’interiorità dell’uomo e la sua spiritualità, è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza spirituale e il fondamento che la sorregge”….

Percorrere la Via pulchritudinis implica impegnarsi a educare i giovani alla bellezza, aiutarli sviluppare uno spirito critico di fronte all’offerta della cultura mediatica, e a plasmare la loro sensibilità e il loro carattere per elevarli e condurli ad una reale maturità.[18]





Note

* Segretaria Gruppo Ricerca Informazione Socio-Religiosa (GRIS), Arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova, Italia.

[1] Paolo VI, “Chiusura del Concilio Vaticano II, Messaggio del Santo Padre Paolo VI agli artisti”, 8 Dicembre 1965, http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1965/documents/hf_p-vi_spe_19651208_epilogo-concilio-artisti.html.

[2] “Omanut. 100 anni di arte e vita. Israele: 1906-2006”, 9 Ottobre 2006, http://www.mosaico-cem.it/cultura-e-societa/arte/omanut-100-anni-di-arte-e-vita-israele-1906-2006.

[3] “Intervista a Amnon Barzel”, in Morashà, (2006), http://www.morasha.it/arte/.

[4] Ibidem.

[5] Judith M. Gerson and Diane L. Wolf, Sociology Confronts the Holocaust: Memories and Identities in Jewish Diasporas (Durham, NC: Duke University Press, 2007).

[7] Theodor Herzl, Lo Stato ebraico (Genova: Il Melangolo, 2003), 24.

[8] Michel Abitbol, Storia degli ebrei. Dalle origini ai nostri giorni (Torino: Einaudi, 2015), 552.

[9] Yitzkhaq Epstein, “La question disparue”, in Sionismes. Textes fondamentaux a cura di Denis Charbit (Paris: Albin Michel, 1998), 338-44. La citazione si legge in Vittorio Robiati Bendaud, La stella e la mezzaluna. Breve storia degli ebrei nei domini dell'Islam (Firenze: Guerini e Associati, 2018), nota 194.

[10] Susanna Nirenstein, “Nascita di un simbolo così la stella a 6 punte diventò di Davide”, in La Repubblica.it, 12 Agosto 2013, https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/08/12/nascita-di-un-simbolo-cosi-la-stella.html?refresh_ce.

[11] Sergio Romano, “Stella di Davide: come nasce un simbolo identitario”, https://www.corriere.it/solferino/romano/06-07-07/01.spm.

[12] “Dal 23 ottobre 2018 al 5 gennaio 2019 sarà visitabile la mostra Il codice Maimonide e i Norsa. Una famiglia ebraica nella Mantova dei Gonzaga. Banche, libri, quadri, ideata e curata da Gino Famiglietti e Salvatore Settis, presso la Sala Alessandrina del complesso borrominiano della Sapienza, sede dell’Archivio di Stato di Roma.

Durante il suo primo giorno di apertura al pubblico, il 23 ottobre, la mostra verrà arricchita da un convegno cui prenderanno parte esperti da tutto il mondo, fra i quali la studiosa newyorchese Evelyn Cohen e Johanna Weinberg dell’Università di Oxford. 

Una grande mostra, dunque, e una giornata internazionale di studi per celebrare un importante successo dello Stato italiano, esito felice di una contesa internazionale che ha coinvolto un collezionista americano e un magnate austriaco fin dal 2014: l’acquisizione, tramite acquisto coattivo, da parte della Direzione Generale degli Archivi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali nel 2017 di un manoscritto miniato del 1349 (e del connesso atto di vendita alla famiglia Norsa datato al 1513), contenente una delle più pregevoli copie della traduzione dall’arabo all’ebraico della Guida dei Perplessi del filosofo, medico e giurista Mosè Maimonide (1138-1204), fra i più importanti pensatori nella storia dell’Ebraismo e personalità di spicco nell’Andalusia dominata dagli arabi. La Guida, che propone una risposta al problema dell’incompatibilità tra teologia, pensiero ebraico e aristotelismo, ebbe enorme fortuna nel corso dei secoli. 

La mostra sarà inaugurata il 22 ottobre, alla presenza di Gino Famiglietti, Direttore Generale Archivi, Maria Letizia Sebastiani, direttrice dell'Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario (ICRCPAL), e del professor Salvatore Settis.” in Direzione Generale Archivi, Roma, “Il codice Maimonide e i Norsa,” 22/23 ottobre 2018 - 5 gennaio 2019, http://www.archivi.beniculturali.it/index.php/news-home/item/2342-roma-22-23-ottobre-2018-%7C-il-codice-maimonide-e-i-norsa.

[13] Giovanni Paolo II, “Lettera agli artisti”, 4 Aprile 1999, http://www.partecipiamo.it/angela_magnoni/beatificazione_giovanni_paolo_II/lettera_agli_artisti.pdf.

[14] Marie Gerard, “Skyways: Il cuore vede, l’occhio dipinge di Roberto Rambaldini”, trad. a cura di Francesca Sauli, Maggio 2017. (Testo rilasciato da Rambaldini, email, 24 Ottobre 2018).

Ieri: un’inquadratura dall’alto di una città vista dal cielo con la sua intricata rete di vicoli e i suoi raggruppamenti di abitazioni. Una delicata esplosione di colori riflette la luce delle stelle sotto la scura volta celeste: Lo Shtetl.

Oggi: un’inquadratura dal basso di una metropoli che si estende verso una moltitudine di scie che s’incrociano nella distesa azzurra del cielo e danno forma a nuove costellazioni: il corrispondente orizzontale delle dimore verticali. La City.

In questa mostra Roberto Rambaldini ci dà la sua propria visione di una città al di fuori del tempo e dello spazio. La sua pittura ci immerge in una urbanità atemporale che connette il passato col presente, unisce cielo e terra e risveglia la memoria genetica della pietra e dell’acciaio.

La luce pulsante al cuore dello Shtetl di notte rispecchia le illuminazioni abbaglianti di una metropoli il cui cielo è segnato all’infinito da una rete di linee che, come in una ragnatela, si allargano, si espandono sempre oltre, sempre più in alto fino a raggiungere le stelle.

Lo stesso bagliore sembra abitare i grattacieli che si allungano vertiginosamente verso il cielo come se, sorgendo dalle sue ceneri, la City vagheggiasse l’innocente azzurro di un paradiso perduto.

Una visione onirica o una dotta osservazione? L’opera di Roberto Rambaldini invita lo spettatore ad essere libero d’interpretare i suoi “Skyways”.

[15] Fabrizio Tenerelli, “La vita negli shtetl le favole degli ebrei, un tuffo nel passato”, in Vivi Israele, 14 Settembre 2017, http://viviisraele.it/2017/09/14/la-vita-negli-shtetl-le-favole-degli-ebrei-un-tuffo-nel-passato/: “Prima di tutto, però, cerchiamo di contestualizzare il momento storico e il luogo in cui vennero scritte. La “zona di residenza” è situata a cavallo tra Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Polonia e qualche governorato della Russia.

Ci troviamo negli shtetl, quei villaggi dove spesso gli ebrei lavoravano come fittavoli, curavano i rapporti dei possidenti (pan) con i cittadini; si occupavano del commercio, della produzione del vino, ma senza mai dimenticare lo studio, soprattutto quello della Torah. L’erudizione era molto più importante dell’immagine. Anzi, la cultura ortodossa, in alcuni casi, vietata pure la rappresentazione dei tratti umani nel disegno, in quanto poteva dar luogo a culti idolatri. Un ottimo sistema di aiuti e beneficenza, permetteva agli studenti, anche quelli poveri, di frequentare la scuola.

Tuttavia, le scuole religiose dell’obbligo: kheyder, talmud-torah e yeshive, indottrinavano gli allievi soltanto nelle sacre scritture. L’assistenzialismo comunitario, dunque, è vero che protegge l’ebreo—secondo Samojlovič—ma da un certo punto di vista lo schiavizza pure, anche se non sempre appare così. La vita religiosa che si svolgeva nello shtetl è raccontata bene dal poeta e letterato Abram Paperna della metà del XIX secolo, il quale descrive le quattro chiese a disposizione degli ebrei: sinagoga, bes-medresh, kloyz e oratorio dell’albo dei sarti. La sinagoga veniva gestita dal khazn, il cantore, che per sopravvivere doveva fare anche quattro lavori.

Ad esempio, il macellaio rituale, lo scriba della comunità (soyfer) o il notaio per i contratti matrimoniali, testamenti e documenti di compravendita. C’era anche la tamud-torah, scuola gratuita per i poveri. C’erano anche la prigione, il cimitero. Vicino al bes medresh c’era la casa del rabbino chiamato a risolvere problemi rituali, ma anche a dare consigli o a risolvere dissidi economici e rituali. A lui si rivolgevano pure i cristiani del luogo se avevano conflitti con ebrei.”

[16] Cristiana Dobner, “Antisemitismo in libertà al festival rock”, http://www.carmelitanescalze-concenedo.it/index.php?option=com_content&task=view&id=442&Itemid=24

[17] Rosa Indellicato, Attenzione all’altro e rispetto dell’essere umano nella pedagogia di Simone Weil (2017), 208, n.10, http://edizionidjsge.uniba.it/phocadownloadpap/2017/Annali_6_2017_estratto_Indellicato_R.pdf.

[18] Benedetto XVI, “Documento Finale dell'assemblea plenaria: La Via pulchritudinis, Cammino privilegiato di evangelizzazione e di dialogo”, 24 Aprile 2005, http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/cultr/documents/rc_pc_cultr_doc_20060327_plenary-assembly_final-document_it.html, nota 10. La citazione riportata dalla nota 10 del Documento è di Giovanni Paolo II e si legge in Fides et ratio.



Casella di testo

Citazione:

Simona Stillitano, Il progetto Maghen David. Intervista a Roberto Rambaldini, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VIII, 2, agosto 2019

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-viii-numero-2-luglio-dicembre-2019/simona-stillitano-il-progetto-maghen-david





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