Alessandro Matta, La resistenza ebraica nel cinema (1944-2020)

"Free Ebrei", X, 1, aprile 2021

La resistenza ebraica nel cinema (1944-2020)




Abstract

Alessandro Matta reconstructs Jewish resistance at the cinema from 1944 to 2020 (in occasion of the 25th April celebration, Italian liberation day) 



Prime visioni, prime ricostruzioni (1944-1961)

Paradossalmente, il cinema americano ha trattato il tema della Resistenza ebraica al Nazismo nel corso stesso della Shoah. Del 1944 è la pellicola di Andrè de Toth “Nessuno Sfuggirà”, ambientata in “un futuro non precisato” nel quale la Germania ha perso la guerra, mostra un processo contro un criminale nazista polacco, durante il quale sono ripercorsi tutti gli itinerari della sua carriera di assassino di migliaia di persone. In particolare, è degna di nota la scena in cui si ricorda un rastrellamento da lui condotto in uno Shtetl (villaggio ebraico) della Polonia. In questa scena, gli ebrei che stanno per essere caricati su carri merci destinazione sterminio, incitati dal rabbino a “morire con dignità” si ribellano ai loro carnefici! Quindi non solo De Toth fa vedere cosa avverrà dopo la guerra con una specie di “processo di Norimberga”, ma addirittura, forse reduce dalle notizie fresche relative alle insurrezioni del ghetto e della città di Varsavia, il regista parla di Resistenza ebraica al Nazismo. E non è cosa di poco conto, tenendo conto del fatto che la resistenza ebraica tornerà in tutto il cinema occidentale a essere trattata solo alla fine degli anni ’70.

Alla fine della II guerra Mondiale, la Resistenza ebraica è stata oggetto di scarso interesse da parte di storici e studiosi. L’interesse nello specifico iniziò a emergere solo negli anni ’70-80 circa e il dibattito su di essa continua anche oggi. Non fa eccezione la rappresentazione della Resistenza ebraica sul grande schermo che ben pochi film hanno rappresentato e spesso nemmeno in maniera corretta.

La più grande dimostrazione di forza fu la rivolta del ghetto di Varsavia, dall'aprile al maggio del 1943, mentre stava per iniziare la liquidazione totale del ghetto con le ultime deportazioni verso i campi di sterminio. La ŻOB e altre organizzazioni più piccole resistettero ai nazisti per ventisette giorni, prima di essere tutti sterminati. Ci furono anche molte altre insurrezioni armate nei ghetti, di cui però nessuna ebbe successo.

 

Ci furono tentativi anche nei campi di sterminio. Un esempio è dato da rivolte come quella di Sobibor del 14 ottobre 1943 o la rivolta dei sonderkommando di Birkenau dell’ottobre 1944 .

Il cinema occidentale ha iniziato a rappresentare la Resistenza ebraica al Nazismo in maniera si può dire definitiva solo a partire dagli anni ’80. Fino allora poche pellicole si erano addentrate in tale argomento.

Negli anni del II dopoguerra, soprattutto in certi tipi di cinema come quello italiano, incomincia a diffondersi lo stereotipo della "passività ebraica", in base al quale gli ebrei si sarebbero lasciati portare "al macello come le pecore".

Un’unica eccezione, possiamo dirlo, è rappresentata dal film di Carlo Lizzani “l’Oro di Roma” del 1960, nel quale abbiamo un personaggio, quello del coraggioso Davide, teso fin da subito a non cedere alla richiesta nazista della consegna di 50 kg d’oro ai nazisti e a usare magari piuttosto l’oro raccolto per organizzare fughe e nascondigli per tutte le famiglie della comunità, rappresentativo di quell’idea di resistenza sia spirituale (Amidah), fatta di trovare ai perseguitati conforto e luoghi sicuri nei quali scampare alle persecuzioni, sia la partecipazione degli italiani ebrei alla resistenza (Davide sceglierà di unirsi al movimento partigiano poche ore prima della retata nazista contro gli ebrei della capitale).

Da ricordare, inoltre, come un forte ruolo della partecipazione ebraica alla resistenza in Italia venga dato attraverso un personaggio di un film inglese diretto da Ralph Thomas nel 1960: “la Guerra segreta di Suor Katryn”, dove la suora protagonista del film e a capo di un convento toscano negli anni della Repubblica Sociale Italiana, organizza per i bambini ebrei che ha nascosto nella struttura una cerimonia per lo Yom Kippur con la presenza di un rabbino per l’appunto arruolato nei partigiani. Nel 1962, invece, sempre restando sul cinema angloamericano, sarà il film di Philip Dunne “l’Ispettore”, a fare un breve accenno (forse addirittura il primo in assoluto nella storia del cinema) alla Brigata Ebraica, nella parte in cui la giovane protagonista racconta per l’appunto di come, appena libera dopo una marcia della morte da un campo di sterminio, incrociò come primo carro armato alleato proprio un carro armato “con la stella di David” per scoprire poi appunto che si trattava del primo carro armato di una brigata arruolata nel costituendo stato di Israele.

A parte casi come questo di Lizzani o degli altri film, non sono diffuse le notizie sull’eroica resistenza opposta dagli ebrei, disarmati, nei ghetti della Polonia, dei paesi baltici, della Bielorussia e dell’Ucraina, non è posta alcuna attenzione alla partecipazione della popolazione ebraica alla Resistenza nei vari paesi dell’Europa occidentale, anzi, è taciuto il fatto che quando scoppiava l’insurrezione del ghetto di Varsavia non esistesse ancora un solo maquis in tutta la Francia.

Il cinema dell’Est costituisce invece una particolare eccezione, specie per alcune pellicole. Tuttavia, una distinzione va fatta tra il cinema della Russia sovietica e il cinema del resto dell’est Europa. Se infatti in Urss la rappresentazione della Shoah è quasi sempre appiattita e il destino degli ebrei è amalgamato a quello degli antifascisti e dissidenti politici, nel resto dell’Europa dell’est assistiamo a produzioni differenti:

nel 1947, la futura Germania Est vede la nascita di una curiosa pellicola di Fredersdorf Herbert "Lang ist der Weg" - "La stada è lunga" recitato in yiddish, in tedesco e in polacco (e anche per questo il film non circola in tutte le sale ma solo in circoli ebraici soprattutto Ashkenaziti). E’ il primo film in cui si parla abbondantemente di Auschwitz; si fa riferimento al "vissuto" ebraico delle vittime, ai rapporti conflittuali tra ebrei e polacchi e alla Resistenza ebraica al Nazismo.

Nel 1948, Aleksander Ford, l’uomo forte del cinema polacco, il direttore del "Film Polski", colui che aveva dato alla luce il famoso documentario sulla liberazione del KL-Majdanek, realizza un’opera fondamentale "Fiamme su Varsavia" – "Ulica Graniczna", ovvero il primo film sul ghetto di Varsavia. E sulla rivolta in esso avvenuta nel 1943.

 

Del 1961 è invece un’altra fondamentale pellicola Polacca che contiene un ampio racconto della rivolta del ghetto di Varsavia , firmata dal maestro del cinema Europeo Andrzej Wajda: Samson . Nel film si racconta la storia di un giovane ebreo Polacco che passa da una vita “normale” di universitario nella Varsavia degli anni ’30 a una vita di privazioni e umiliazioni nel Ghetto . Davanti all’orrore il giovane troverà la forza di ribellarsi fino a partecipare alla rivolta del ghetto . Utile da questo punto di vista l’accostamento che il film sembra fare a un messaggio biblico . Il personaggio di Samson è un po’ come l’Ebreo Davide , piccolo ma capace di ribellarsi contro Golia , anche se questa volta la battaglia contro Golia non porta a sopravvivenza , ma a morte certa , tuttavia , una morte con dignità .

Nello stesso anno , assistiamo in Europa occidentale a una produzione degna d’interesse. La Francia vede infatti la produzione del I documentario sulla storia del ghetto di Varsavia: Le temps du Ghetto (vincitori alla sbarra) di Frederic Rossif, racconta, o meglio, mostra per la prima volta le immagini girate dagli stessi tedeschi all’interno del Ghetto di Varsavia (che saranno poi riprese da Yael Hersonski nel 2010 alla base del suo documentario “a film unfinished”), alternate a interviste ai superstiti.

Quest’opera , molto cupa ed essenziale nel suo insieme , presenta per la I volta in modo abbastanza preciso riferimenti alla rivolta nel ghetto . Il film di Rossif è un’opera fondamentale e utilissima per la durata (76 minuti) e il taglio molto “didattico” , e si distingue in quanto non è come tutte le pellicole e i documentari prodotti in occidente negli anni ’60 , che risentono (in quei pochissimi casi nei quali si parla di Shoah) di quella visione sbagliata degli ebrei “totalmente vittime” che si fanno sterminare senza opporre resistenza .

Il 1961 è anche l’anno nel quale, nella allora Jugoslavia, abbiamo la realizzazione di un film dal titolo “Nebeski odred”. Distribuito anche col titolo in lingua tedesca “Himmelskommando” (il “kommando” del cielo), si tratta della prima opera realizzata sui temi dei Sonderkommando, ovvero le squadre di deportati ebrei che nel campo di sterminio di Auschwitz Birkenau,erano costretti all’accoglienza delle ignare vittime delle camere a gas, e della distruzione dei cadaveri dopo le procedure di messa a morte.

Basato su una pièce teatrale di Djordje Lebovic e Aleksandar Obrenovic, il film racconta le vicende di sette deportati ebrei che decidono, in modo alla fine fortunato, di prendere parte a un tentativo di fuga.

Si tratta indubbiamente di una visione della storia molto poco realistica rispetto a come si verificò nella realtà la rivolta dei sonderkommando di Birkenau il 7 ottobre 1944, eppure il film, diretto dalla coppia di registi Boskovic-Nikolic, ha il merito di aver aperto per la prima volta uno sguardo cinematografico sui Sonderkommando e sulla loro rivolta e tentativi di resistenza.


 

Secondo periodo “Non come pecore al macello” (1961-2010)

 

Il periodo immediatamente successivo al 1961, con quel momento spartiacque importante costituito dal processo Eichmann e dall’inizio di quella che storici come Annette Wieviorka definiscono “era del testimone”, porta indubbiamente molte nuove produzioni, che prendono seriamente in considerazione anche tutti gli aspetti della resistenza ebraica, non solo armata, ma anche una rappresentazione di tutti quei casi di resistenza “spirituale” nei ghetti e non solo, in quella definizione, che inizia proprio a circolare a partire dagli anni 60, di “Amidah”.

Ma anche la resistenza ebraica armata inizia a essere rappresentata in modo maggiormente corretto. Non una resistenza per sopravvivere, ma un combattere per ritrovare la propria dignità davanti ai carnefici e non morire come pecore al macello, o morire perlomeno dimostrando una non passività.

Il cinema cecoslovacco ce ne regala una prima dimostrazione nel 1968 con la produzione televisiva del film “Modlitba pro Katharina Horovitzovou” (una preghiera per Katharina Horowitz).

Tratto dall’omonimo racconto di Arnost Lustig, per la regia di Antonyn Moskalik, il film narra la vicenda di un gruppo di ebrei con passaporto americano fermati in Italia nel 1943 e destinati a essere scambiati con prigionieri tedeschi in mano alleata, e a essere imbarcati da Amburgo per gli Stati Uniti. Lo scambio è però una grande menzogna, e prima che esso sia effettuato, i nazisti vogliono farsi consegnare dalle loro vittime i loro codici bancari allo scopo di derubarli. Una ragazza polacca, salvata dalla deportazione grazie all’intervento del principale esponente di questo gruppo di americani che la sposa per poterla salvare dandole la cittadinanza americana, intuisce l’inganno, e quando il gruppo si ritrova negli spogliatoi delle camere a gas di Birkenau, disarma una SS assassinandola. Moriranno tutti di lì a pochi secondi, ma dopo aver dimostrato di non morire passivamente. La scena finale del racconto di Lustig, si ispira senza ombra di dubbio alla vicenda reale di Franziska Mann, la ballerina polacco-ebrea che, nel Krematorium II di Birkenau il 23 ottobre 1943, disarmò una delle SS uccidendone una e ferendo l’altra. Il 23 ottobre 1943 giunse a Birkenau anche il convoglio degli ebrei romani partiti il diciotto dalla stazione tiburtina della capitale, e senza ombra di dubbio Lustig, nell’ambientare le parti iniziali del suo racconto in Italia, ha voluto rendere un omaggio anche agli ebrei della penisola e ai romani, giunti nella stessa data di questo episodio di ribellione nel campo di sterminio.

Del 1977 è invece la produzione del film di Aleksander Ford “Sie sind frei Doktor Korczak” (siete libero Dr. Korczak) film realizzato in coproduzione tra Germania Federale e Israele, narrante le ultime ore di vita del famoso pedagogo polacco ebreo che, nonostante potesse aver salva la vita, decise di seguire tutti gli orfani affidati alle sue cure dal ghetto di Varsavia a Treblinka. L’orfanotrofio di Korczak è senza dubbio uno dei più enormi esempi di Amidah in un ghetto nazista che oggi si possa ricordare.

 

Serie Tv drammatica di grande successo realizzata per la televisione americana alla fine degli anni '70, "Olocausto" (Holocaust, 1978) di Marvin J. Chomsky, si caratterizza per la grande cura storica con cui le vicende (assolutamente realistiche) sono state trattate e per avere consentito a un tema drammatico ma storicamente fondamentale un "accesso" televisivo. E’ la I volta nella storia del cinema e della televisione che la storia della Shoah entra con un effetto dirompente davanti agli occhi di miliardi di telespettatori in tutto il mondo.

Lo sceneggiato tv ha un secondo merito spesso taciuto: quello di aver mostrato con spirito critico il dovere di sfatare il mito degli ebrei che “si sarebbero fatti sterminare come pecore al macello”. Il film infatti mostra attraverso il personaggio di Rudi Weiss un esempio di ebreo che si rifiuta di accettare in toto il destino dello sterminio o della deportazione nei ghetti e nei campi di sterminio. Il personaggio di Rudi è ben particolare, si tratta di un giovanotto alto e prestante, un atleta, abituato a rendere sempre colpo su colpo e a non tirarsi mai indietro davanti a risse o aggressioni dove sia lui la parte lesa per difendere se stesso o i suoi familiari o amici. 

 

Già all’inizio dello sceneggiato, con la scena dell’espulsione di Rudi dalla sua squadra di calcio, provocata da antisemiti presenti nella stessa, abbiamo la caratterizzazione netta del personaggio Rudi. Rappresenta le migliaia e migliaia di ebrei che si sono ribellati alle barbarie, che hanno avuto la forza di dire no. E come tale, Rudi, quando inizieranno le prime restrizioni contro gli ebrei, deciderà di scappare. Vivrà nello sceneggiato le esperienze più disparate, tra cui: l’entrata a far parte di un gruppo di partigiani ebreo-ucraini, la deportazione nel campo di sterminio di Sobibor e la messa in atto della rivolta e della fuga collettiva dei deportati dal campo di sterminio (rivolta veramente avvenuta). Infine, unico superstite, non è un caso che proprio a questo giovane dal carattere esteriormente duro e marmoreo ma protettivo verso i suoi fratelli e compagni di sventura, saranno affidati, nell’ultima parte del film, un gruppo di bambini superstiti dello sterminio, allo scopo di accompagnarli nel nascente stato di Israele. 

 

Un eroe, quindi. Ma Rudi non è l’unico eroe ebreo dello sceneggiato: anche lo zio di Rudi, Moses Weiss, è un eroe anche senza quell’evidenza che Rudi sprizza da tutti i pori. Egli è infatti uno degli ideatori della rivolta del ghetto di Varsavia, episodio più celebre in assoluto della resistenza ebraica.

Per la I volta, quindi, nella storia della cinematografia della Shoah occidentale, abbiamo un prodotto che non solo abbatte un muro di silenzio fino allora parso insormontabile sulla tragedia, ma per la prima volta, lo sceneggiato, seppur in una visione generica e non priva di eccessive stereotipizzazioni all’inverso, da una visione di quella che è stata la resistenza ebraica al Nazismo. I risultati di ciò non si faranno attendere, tenuto conto che tra le successive fiction prodotte da Hollywood e anche dal cinema europeo, moltissime conterranno riferimenti o narreranno episodi della resistenza ebraica durante la Shoah.

 

Un esempio di tale risveglio è rintracciabile in un’altra pellicola per la televisione del 1987: "Fuga Da Sobibor" (escape from Sobibor) di Jack Gold. La miniserie, in due parti, racconta un episodio ripreso già nello sceneggiato di Chomsky , ma qui raccontato con più dovizia: la rivolta del campo di sterminio di Sobibor del 14 Ottobre 1943, quando circa 300 ebrei deportati nel campo e ancora non assassinati, riuscirono a evadere dopo aver ucciso le SS di guardia. In questo film, è utile un' analisi dei due personaggi principali: da un lato il personaggio interpretato da Alan Arkin, dall’altro quello interpretato da Rutger Hauer. Il primo interpreta Leon, un comune civile ebreo deportato nel campo di sterminio, dove tutta la sua famiglia è stata uccisa. L’altro, che fa il suo ingresso nella II parte del film, interpreta il personaggio realmente esistito del Comandante dell’Armata Russa Sascha, ebreo deportato a Sobibor insieme a tutti gli ebrei suoi commilitoni, e divenuto la reale mente della rivolta.

 

Se Leon Cerca fin dall’inizio di organizzare una fuga dal campo, tuttavia non avendo una mentalità tattico-militare ampia, né un carattere forte come quello di un soldato, non riesce a mettere in piedi la rivolta prima dell’arrivo del comandante Sascha. Ed ecco quindi che questo film ci da una nuova versione della resistenza ebraica, cercando di rispondere anche alla domanda di chi ancora oggi si chiede come mai da parte ebraica pochi siano stati i casi di rivolta. Il regista Gold fa capire con questi due personaggi che ci sarebbero voluti più personaggi forti come quello di Sascha per poter organizzare più rivolte nel loro insieme “riuscite” come quella di Sobibor.

Valutando il cinema europeo, gli anni ’80 vedono la comparsa di varie opere con ampi riferimenti alla resistenza ebraica al Nazismo. Ne citerò solo due:

"In Nome dei Miei" (au nom de Tous les miens) di Robert Enrico , girato tra la Francia e il Canada nel 1983 e poi rigirato nel 1984 per la televisione in una versione lunga oltre otto ore (rispetto ai 140 minuti della versione per il cinema), è basato su una storia vera.

 

''In nome dei miei''E’ la storia di Martin Gray, eccezionale testimone dello sterminio tuttora in vita. Il film parte negli anni ’70 . Martin Gray sta per uccidersi. E' un ebreo polacco cinquantenne, che vive nel Midi della Francia, il quale ha perso moglie e bambini in un furioso incendio scoppiato nella propria villa. Martin decide di registrare un messaggio, per lasciare a chi voglia ascoltarlo il racconto della propria tormentata vita. Adolescente nel 1940 nella natia Varsavia, trascorre ore di angoscia e di avventura nel ghetto, unitamente ai genitori e a due fratellini, dandosi al mercato nero per sopravvivere con i suoi cari. Deportato a Treblinka, vede sparire la madre con i bambini in quel terribile lager di morte, da dove poi riesce fortunosamente a evadere. Raggiunto di nuovo il ghetto di Varsavia, partecipa con il padre ritrovato (e che poi morirà) alla Resistenza, e poi, scampato, si arruola nelle file dell'esercito russo, diventando Tenente dell'N.K.V.D.

 

''In nome dei miei''Finita la guerra, Martin emigra negli Stati Uniti, dove incontra la vecchia nonna, fa fortuna con il proprio lavoro, si sposa e si trasferisce con moglie e figli in Francia. Ora ha riepilogato tutta una vita di dolori e di lutti inenarrabili. Ma troppi altri sono stati assassinati: Martin comprende che non è con il suicidio che egli può raggiungere le ombre. Egli continuerà dunque a vivere e a rendere testimonianza anche a nome di tutti i suoi.

Come scrisse Tullio Kezich: Martin Gray si può considerare un eroe della sopravvivenza ebraica. La sua paradossale odissea, narrata nel libro scritto a quattro mani con lo storico Max Gallo (Rizzoli), include anche un tremendo capitolo in tempo di pace. Seguiamo giorno dopo giorno le cronache del ghetto, dall'imprigionamento degli ebrei nel '39 alla rivolta dell'aprile '43; Le immagini sono reali, tremende, come nemmeno "Holocaust" di Chomsky aveva finora mostrato (si pensi alla tremenda sequenza della camera a Gas del campo di sterminio di Treblinka). Ma Martin vuole sopravvivere per la sua gente, per far capire anche ai “suoi” che si deve resistere e sopravvivere. Non è un caso che Martina, appena tornato dall’inferno di Treblinka dal quale è scappato, saputo che nel ghetto di Varsavia si sta finalmente organizzando una rivolta, decide di ritornarvi! Lui “deve prendere le armi, deve vendicarsi , ribellarsi” non può restare con le mani in mano. Il messaggio del film, da questo punto di vista, è qualcosa di straordinario.

 

Altra pellicola europea degli anni ’80 è il film olandese "Il prezzo della vittoria" (In de schaduw van der overwinning) di Ate De Jong, del 1986. Nel film, in realtà una fiction per la tv olandese in due parti per la durata di circa 160 minuti di durata in tutto, condensate per l’edizione italiana in un film di appena 100 minuti, si racconta la resistenza all’occupante nazista in una cittadina olandese di due uomini di differente estrazione sociale e religione. Da un lato: Peter Vaijk, eroe della resistenza, lotta con la violenza in nome della libertà; dall’altro lato, abbiamo Blumberg, fine intellettuale ebreo, che è costretto a utilizzare le armi del sotterfugio e della menzogna perché si è prefisso il disperato compito di salvare il maggior numero di correligionari dalla deportazione nei campi di sterminio.  Il film è nel suo insieme poco chiaro, e non a torto diversi critici e storici l’hanno accusato di trattare la questione della resistenza ebraica in modo ambiguo, addirittura dipingendo in certi momenti gli ebrei come una sorta di collaborazionisti disposti a tutto pur di aver salva la vita. Il film di De Jong resta una piccola delusione, ma è anche probabile che la mancata circolazione all’infuori dell’Olanda della versione lunga in due parti abbia contribuito a falsare diversi personaggi e vicende riprese nel film.

Del 1985, guardando alla cinematografia israeliana, è "Piccoli soldati" (Little Soldiers) di Didi Kedem che mette in luce, con l’ausilio di preziose testimonianze, un episodio trascurato della Seconda Guerra Mondiale: uno sparuto gruppo di ebrei dell’Europa orientale si ribella e resiste, in condizioni indescrivibili, all’oppressione nazista. Una piccola opera  semisconosciuta e poco circolata fuori dallo stato ebraico.

 

Gli ultimi dieci anni hanno  visto l’uscita di due belle pellicole sulla resistenza ebraica al Nazismo. Del 2001 è "La Rivolta" (Uprising) di Jon Avnet,  8 gennaio 1943. Le truppe naziste irrompono nel ghetto di Varsavia per una missione già ripetuta in precedenza: raggruppare gli ebrei per la deportazione nel campo di concentramento di Treblinka. Ma questa volta la situazione è diversa. Uomini e donne armati appartenenti alla Jewish Fighting Organization si intrufolano nella folla dei deportati. Quando viene dato il segnale, si rivoltano contro gli oppressori. La miniserie, andata in onda in due puntate ma anche diffusa in unico film per i cinema,  racconta per la prima volta  con una dovizia di particolari precisa, anche se pur sempre hollywoodiana , la rivolta del ghetto di Varsavia. Il film inizia con l'occupazione della Polonia da parte dei nazisti che creano il ghetto.

 

Capo del consiglio del ghetto è Adam Czerniakow. Il 22 luglio 1942,  Adam Czerniakow viene convocato dai nazisti e gli viene ordinato all'indomani, per ogni giorno, avrebbe dovuto fornire 6.000 persone da deportare. Adam Czerniakow si suicida e il giorno dopo cominciano le deportazioni. Gli ebrei, comandati da Mordechai Anielewicz e da Yitzak Zuckermann, decidono di rivoltarsi. Il 18 Gennaio avviene il primo atto di resistenza. La battaglia continuerà fino a quando gli ultimi combattenti sopravvissuti dovranno cercare una via di fuga dal ghetto. Per la prima volta, la più famosa delle rivolte accadute durante la Shoah viene ben raccontata in un film tutto dedicato a lei,  ed entra nel linguaggio comune dei telespettatori.

Del 2008 è  il film "Defiance" (id.) di Edward Zwick. Nella Ucraina occupata dai nazisti, i  fratelli Bielski, agricoltori bielorussi, sopravvivono al massacro dei genitori e trovano riparo nei boschi dell'entroterra, dove giocavano da bambini.

Qui incontrano altri fuggiaschi, ai quali Tuvia, il fratello maggiore, offre spontaneamente protezione. La notizia della loro resistenza e del furore con cui cercano vendetta, richiama nella foresta molti altri ebrei, che hanno bisogno di essere curati e sfamati. Zus, impulsivo e competitivo, non ci sta e si arruola tra i partigiani armati, mentre Tuvia e il giovane Asael lottano contro il freddo e la fame per costruire il villaggio che li ospiterà fino alla fine della guerra. Grazie all'impresa degli sconosciuti fratelli Bielski, più di 1200 ebrei scamparono allo sterminio." Defiance – I giorni del coraggio" recupera la loro straordinaria vicenda dal passaparola dei sopravvissuti che ispirò il libro omonimo di Nechama Tec. una storia di ebrei combattenti, che sfugge alla retorica del popolo-agnello sacrificale marcando la differenza tra passività e impotenza, come scriverà il giornalista  Gad Lerner  dopo aver visto il film. Una storia premiata dagli alti incassi al botteghino, nelle settimane di uscita del film, coincidenti con la Giornata della Memoria 2009.


 

Terzo periodo (2010-2020) Tra imparare a sopravvivere e far sapere al mondo:

 

Negli ultimi dieci anni, le pellicole che hanno parlato delle resistenze degli ebrei durante gli anni della Shoah, si sono concentrate prettamente su due aspetti: l’arte del saper imparare a sopravvivere, spesso nelle città o nei luoghi maggiormente impensabili per un ebreo nella Germania nazista, e il dover far sapere al mondo la realtà del genocidio in atto, con una serie di azioni anche esse classificabili come resistenza.

Intorno alla prima tematica, sono da segnalare il film di Rudolf Van den Berg del 2012 “Suskind-le ali dell’innocenza”, sulla storia di Walter Suskind, membro di punta dello Judenrat (consiglio ebraico) di Amsterdam negli anni bui del genocidio, che grazie alla sua attività riuscì, con sotterfugi e inganni, a mettere in salvo parecchi bambini ebrei, ma soprattutto il film di “Gli invisibili” di Claus Rafle, realizzato in Germania nel 2017, ed incentrato su storie di sopravvivenza e resistenza quotidiana degli ultimi ebrei ancora presenti a Berlino dal 1943 fino alla liberazione.

Sulla seconda tematica, sono invece numerosissimi i film e i documentari che negli ultimi anni sono stati dedicati alla figura di Rudolf Vrba, l’ebreo slovacco che insieme a Alfred Wetzler scappò da Birkenau nel 1944 per avvertire gli alleati di quanto stava accadendo nel campo di sterminio, e della sicura imminente deportazione della comunità ebraica ungherese, l’unica rimasta fino a quel momento del tutto intaccata dalle deportazioni. Negli ultimi anni, la vicenda di Vrba è stata trasposta in film come “Colette” di Milan Cieslar del 2013 (anche se come vicenda secondaria rispetto alla principale, e tuttavia proprio a Vrba e Wetzler è dedicato il film, come riportato da una didascalia nel suo incipit) la docu-fiction “bombe su Auschwitz” del 2019, e soprattutto il recente film “the Auschwitz report” del 2020 di Peter Bebjak. 




Casella di testo

Citazione:

Alessandro Matta, La resistenza ebraica nel cinema (1944-2020), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", X, 1, aprile 2021

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-x-numero-1-gennaio-giugno-2021/alessandro-matta-la-resistenza-ebraica-nel-cinema-1944-2020






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