Vladimir Ze'ev Jabotinsky, Gomorra

"Free Ebrei", X, 1, febbraio 2021

Vladimir Ze'ev Jabotinsky, Gomorra*




a cura di Vincenzo Pinto 

Abstract

Vladmir Ze'ev Jabotinsky's Russian novel "The Five" (Piatero, 1936) offers a Wenininger's dilemma when describing the end of Shereza, one of the Milgrom's son.


Nota del traduttore 

Uno dei capitoli più importanti del romanzo I Cinque (Piatero) di Vladimir Ze'ev Jabotinsky gioca sull'opposizione weiningeriana tra maschile e femminile per descrivere la tragica cecità del seduttore Shereza. Qui ci interessa rilevare il nesso fra il problema del limite (di ascendenza dostoevskiana) e la caratterizzazione weiningeriana dell'ebreo intimamente "femmina" che, anziché ritagliarsi uno spazio nel mondo "virile" esteriore con un lavoro borghesemente rispettabile, delinque e seduce, finendo vittima della sua stessa arma: lo sguardo magnetico. Vi sono naturalmente anche echi dell'epopea borghese per eccellenza (I Buddenbrook di Thomas Mann), dove arte e vita sono dicotomicamente contrapposte. L'etica borghese categorizza il maschile e il femminile in base al principio produttivo virile del lavoro "vero", "positivo": quello che esteriorizza oggetti e manufatti tangibili. Non è tale lo spirito, né tantomeno l'intelligenza che non si oggettivizzi in un prodotto "positivo", che non "manipoli" interiormente le emozioni, che estrinsechi l'oscurità a scapito della chiarezza. Il delinquente seduttore che rifugge dalla legge, che vive nella notte e per la notte, che distrugge i limiti normativi e trascorre la vita "giocando", è destinato a soccombere perdendo edipicamente "la vista". La verità non è nel fenomeno esterno, nella bellezza superficiale ammaliante e malefica della donna, ma è qualcosa che il vero uomo (borghese) acquisisce solo con la ragione interiore.



Gomorra* 


I turchi, mi sembra a tutt’oggi (me ne sono vantato in precedenza), si riferiscono a Odessa nei loro documenti ufficiali come Khodzha-bei, il nome antico di questo sito sulle coste del Mar Nero. Qui in città quel nome è stato conservato solo per designare un estuario: Khadzhibei. Su di questo, approssimativamente nell’estate del 1909, il mio amato Shereza andò incontro alla sua fine; cioè, restò vivo in senso tecnico e, dato che i suoi genitori erano ancora vivi, non fu naturalmente abbandonato; penso che non sarà mai abbandonato finché Torik sopravvivrà; ma non so se Anna Michailovna, Ignats Albertovic, Torik o Serezha siano ancora vivi. Sono tornato in Russia dal 1915, ma nessuno mi scrive dal 1917. In ogni caso, a quell’epoca, sull’estuario di Khadzhibei, egli era ancora tecnicamente vivo, ma era già morto per se stesso e per chiunque altro. Non lo vedo da allora. Per alcuni mesi dopo quell’episodio, restai nella casa del padre, ma lui non si mostrò a nessuno, neanche a me; poi se ne andò di casa e si nascose in qualche stamberga, che nessuno conosce, senza rapporti umani, senza libri, vivendo da solo nell’oscurità eterna. Se è ancora vivo, forse, si sta strappando i capelli o sta gemendo sommessamente, sospirando: se soltanto mi fossi spostato qualche centimetro a destra o a sinistra…

Un famoso avvocato di Odessa, quello che difese Rovensky[1] (e che, di fatto, gli assicurò una sentenza così indulgente – solo un anno e mezzo di bagno penale, se ricordo bene) era un mio stretto conoscente. Dopo il processo trascorsi una lunga serata a casa sua, quasi tutta la notte, lo interrogai intorno a una cosa che non riuscivo a comprendere. Non intorno al ruolo di Serezha, naturalmente: per Serezha, questo evento inusuale, finché non si concluse con quel terribile castigo, doveva essere stato solo un’altra curiosa esperienza tra le possibilità illimitate della vita; avendo vissuto quell’esperienza, probabilmente egli non fu né scosso né meravigliato dalla sua mostruosa disumanità. Serezha, molto probabilmente, si stava semplicemente divertendo un’altra volta; un’ora e mezza dopo l’inizio di questa “esperienza”, egli stava già reprimendo un leggero sbadiglio interiore. Ma le due donne? Come era potuto succedere? Conoscevo entrambe da molto tempo, sin dalla mia prima visita a Anna Michailovna; sapevo che tutta la nostra cerchia e la “città intera” ridevano dei loro capricci, delle loro accentuate similarità e dei loro abiti identici, perfino della loro infatuazione per Serezha, che, in fin dei conti, era diventata piuttosto ovvia; ma le conoscevo entrambe da molto tempo e pensavo di conoscerle completamente; ero consapevole del loro impeccabile e raffinato ritegno – e mi sembrava che mai (tranne che per quella notte ubriaca di “Potemkin” in parco Alexandrov vicino alla fortezza – ma in quel momento le basi di tutto il nostro mondo erano scosse), mai avrei visto perfino la più leggera confidenza da parte loro; finché, improvvisamente…

Non ci capivo niente.

«Il punto cruciale della faccenda è il gradualismo», non smise di sostenere l’avvocato. «Il gradualismo e un’altra piccola locuzione, una domanda composta di poche brevi parole. Avete già ammesso di aver sentito questa locuzione proferita da Sergei Milgrom stesso – quando era giovane e stavate cercando di dissuaderlo dall’avere rapporti con alcuni bari. La questione, tuttavia, non è tanto Sergei Milgrom; la questione è che questa locuzione è tipica, veramente tipica di tutta la sua generazione. La locuzione è “Ma perché è proibito?” Le assicuro che nessuna forza d’agitazione può essere paragonata a questa domanda nel suo impatto devastante. Da tempo immemorabile, l’equilibrio morale dell’umanità si è fondato sul fatto di preservare certi assiomi; alcune porte chiuse recavano l’iscrizione “Proibito”. Semplicemente “proibito”, senza spiegazione; questi assiomi erano solidamente validi, le porte erano chiuse, gli assi di legno del pavimento non scricchiolavano e i pianeti continuavano a girare intorno al sole in base all’ordine prestabilito. Ma se soltanto una volta voi ponete la domanda: “Ma perché è proibito?” – questi assiomi vengono a crollare. È sbagliato pensare che un assioma sia ovvio, che “non valga la pena” di dimostrarlo essendo chiaro a tutti; nessun assioma, amico mio, si definisce come una proposizione che sia inconcepibile da dimostrare; inconcepibile, quand’anche tutto il mondo si ribellasse e pretendesse: “Dimostratelo!” E, finché questa domanda non viene dimostrata, essa è dappertutto. Questa piccola locuzione è come un incanto; in sua presenza tutte le porte chiuse vengono ridotte in briciole. Non soltanto le norme della moralità convenzionale, come “Non rubare” o “Non mentire”, ma persino le reazioni più istintive, più innate (come in questo caso) della natura umana – vergogna, nausea fisica, il richiamo del sangue – tutto si polverizza. Per le nostre basi morali questa domanda è proprio come la bottiglietta d’acido solforico gettata sul viso e sugli occhi di qualcuno. Il nostro Sergei Milgrom ricevette semplicemente una dose di ciò che lui stesso aveva gettato in qualche posto in cui non doveva».

L’avvocato era un oratore eccezionale; sapevo che c’era bisogno di una notevole pazienza in conversazioni con persone del genere. Tali persone hanno sempre una scorta interiore di eloquenza inutilizzata a loro disposizione; a loro devono essere concesse le redini libere prima che la loro conversazione venga al sodo. Sono come i rubinetti d’acqua calda; all’inizio emettono acqua fredda, per molto tempo. Ma, forse, il fatto che amassi così tanto Sergei Milgrom non mi fece irritare particolarmente sentendo questa verità.

«E la seconda questione è il gradualismo», continuò l’avvocato. «Non c’è nessun ostacolo così irto che non possa essere superato con la chiave della pressione graduale. Bisogna semplicemente studiare attentamente il concetto di “difficoltà”, dividerla in componenti separate, non affrontarla improvvisamente, ma esaminare le cose ordinatamente, una alla volta: innanzitutto, spruzzare lo stesso acido su una cosa, attendere finché non agisca e non passi il dolore, poi passare alla seconda cosa, a sua volta. Consentitemi di porvi una domanda indiscreta, dato che siamo soli; non avete mai – sto cercando i termini esatti – déboucher une juene fille très pure?[2] Forse è meglio lasciar stare i nostri segreti personali e rivolgiamoci piuttosto alla letteratura: cosa fu soprattutto Don Juan? Non il personaggio di Byron[3], né quello ritratto da Tirso dé Molina[4] o persino più tardi da Zorrilla y Moral[5]: quell’individuo agisce con la forza, con lo charme; gli è sufficiente proferire un monologo – una fanciulla è colpita dopo una dozzina di righe o giù di lì. È assurdo. No, cercate di immaginarvi il Don Juan di oggi, “storico”: Juan Tenerio, figlio di un proprietario impoverito nei pressi di Siviglia, uno spendaccione e uno spaccone, ma per nulla al mondo un Adone. Come otteneva le sue conquiste? Mille e tre vittime solo in Spagna, per non contare quelle all’estero, e tra quella quantità una intoccabile come Doña Aña: come le conquistò, una dopo l’altra?»

(Il mio interlocutore conosceva bene lo spagnolo e pronunciò Donna Anna correttamente, ma noi non siamo obbligati a fare lo stesso).

«Vi assicuro; non era lo charme», continuò, «ma esclusivamente il gradualismo. Doña Aña dice: “Non ti voglio sentire. È proibito!” Don Juan chiede: “Ma perché è proibito?” Ed è abbastanza sicuro che dopo due giorni lei lo ascolterà. Ma lei ha una seconda strategia: “Non vi concedo un rendez-vous notturno per nulla al mondo – questo è veramente proibito!” Ancora una volta: “Ma perché è proibito?” E tre giorni dopo, al loro rendez-vous segreto, lui inizia a applicare la stessa magia per baciare le sue mani, le sue guance, poi ogni bottone e fibbia del suo intricato abbigliamento…»

Persi la pazienza e lo interruppi:

«Ma ci fu soltanto una Donna Anna, non due allo stesso tempo! E non madre e figlia!»

«La differenza, se ci pensate, sta nel fatto che due copie di orecchie stavano sentendo il sillogismo del suo amico invece di una; ma non è neanche difficile escogitare sillogismi su questo tema. Tanto più che entrambe erano indubbiamente innamorate di lui; ed ebbero così tanto tempo a disposizione. La loro amicizia durava da otto anni. È molto facile immaginarmi tutti gli stadi evolutivi di questo ménage à trois. All’inizio, diciamo, tutti e tre siedono insieme su una scogliera da qualche parte sulla costa al chiaro di luna, e così via; lui è nel mezzo; prende entrambe per mano, Mama Nyura nella sua mano destra, e sua figlia Nyuta nella sua mano sinistra; le tiene saldamente e non le fa andare via. La prima volta loro possono anche scostare le loro mani; Mama Nyura, probabilmente, gli agita il dito: è proibito! Lui è offeso, addolorato e imbronciato. Ma perché è proibito? Dimostratemelo. Naturalmente, è impossibile dimostrarlo; la volta successiva le loro mani restano nelle sue. In un mese – o in un anno, ebbero molto tempo – le sue braccia erano già avvolte intorno alle loro vite; dapprima, senza applicarvi alcuna pressione, poi con… Non vale la pena che continui, potete concludere da voi, mi fa male lo stomaco. Ma dovete comprendere una cosa: se tutto questo è fatto con attenzione, gradualmente, lentamente, di modo che entrambe le donne vi si abituino e cresca lentamente con l’aumento della loro triplice intimità, è naturale che gli estranei non avvertano alcunché. Prima vi siete meravigliato del modo in uno potesse essere colpito da qualcosa di inusuale per così tanti anni? Le persone sono “colpite” solo dai cambiamenti repentini, bruschi; gli unici che si tradiscono sono quelli che non si abituano a una nuova situazione; il gradualismo, d’altra parte, è una garanzia di completa compostezza. Probabilmente loro hanno trascorso insieme le notti ateniesi – le notti sodomitiche, se preferite – in vari alberghi, nelle stesse pose descritte in termini mozzafiato dallo sfortunato Rovensky… Brrr! E proprio il giorno successivo, in pubblico, in vostra presenza, non ebbe luogo alcuna implicazione impudica, alcun tocco superfluo, solo occhi femminili innocenti e affettuosi… il vostro Sergei stesso, naturalmente, non fu mai meno “innamorato”».

Iniziai a camminare per la stanza, cercando di formulare una domanda che, per un qualche motivo in quel frangente, mi sembrasse la più importante e la più atroce allo stesso tempo; ma non potevo immaginarmela, allora mi fermai e chiesi di punto in bianco.

«È vero che gli diedero del denaro?»

Egli rispose:

«Indubbiamente. È un fatto dimostrato. Proprio tra di loro – sebbene io consideri Rovensky una persona molto rispettabile – ho la netta impressione che per lui fosse precisamente quest’aspetto dell’intera faccenda a essere stata l’ultima goccia. Non come esito della sua taccagneria: lui non è affatto un taccagno, né uno spilorcio; è un tipico mercante ebreo di Odessa, che, a un certo punto, ebbe successo qui come un povero di Volegotsulovo, abbatté sulla nostra città portuale un uragano di conti da cento rubli color arcobaleno e di vaglia cambiari, di gente in arrivo e in partenza, e perse immediatamente la traccia del denaro. Dovete aver sicuramente notato che il nostro nonno Shylock morì molto tempo fa non aver lasciato sfortunatamente alcun erede? Non esiste, in tutto il mondo ortodosso, nonostante l’ampia distesa dello spirito slavo, un tale spendaccione senza speranza – o, come dicono a Odessa, “ciarlatano” – come quel genere di ebreo semi-russificato. Se le nostre Nyura e Nyuta lo spingessero a rovinare sui diamanti, Rovensky brontolerebbe semplicemente e firmerebbe i vaglia cambiari. Ma quello – brrr!»

A questo punto si ricordò di lanciare uno sguardo su di me e dovette aver notato che cosa mi stava succedendo dentro. Io mi stavo nascondendo nell’angolo più lontano della stanza; se avessi potuto, avrei strisciato sulla boiserie come risultato del mio dolore e della vergogna. È vero che una volta Serezha mi disse di se stesso, nella loro stanza da pranzo, nelle pause tra i distici di una canzone francese: Si vous le saviez, mesdames, vous iriez couper les joncs[6] – egli aveva anche aggiunto, o alluso, che non era meno spaventato da questi talenti femminili; e, a quell’epoca, io pensavo di credergli. Adesso è chiaro che non gli credei: credevo a qualsiasi cosa, ma non che…

Il mio interlocutore era un uomo sincero e cordiale; era ingiusto che così tanti commenti noiosi su di lui avessero preso piede in precedenza, come se fosse colpa sua che il mio favorito, Serezha, fosse impazzito. Iniziò a conversare in maniera diversa, simpateticamente:

«Guardatelo in un’altra luce. La stessa domanda e, probabilmente, lo stesso gradualismo, ma visti ora dal suo punto di vista. La prima volta che lui disse a Nyura e Nyuta con un riso sguaiato, “Ho perso tutto giocando a carte! Non mi resta che spararmi!” – loro si offrirono di aiutarlo immediatamente. Lui si prese gioco di loro, fors’anche tirando un po’ le loro orecchie, se erano già abbastanza vicine per un rimprovero del genere alla loro assurda proposta. A questo punto, o Nyuta o Nyura, oppure entrambe, riuscirono a chiedergli: “Serezha, se ti fa piacere, non è un problema – perché è proibito?” Proprio la sua arma, non vedete? Passarono un mese, o un anno, oppure tre, l’acido provocò i suoi effetti, il pregiudizio si attenuò (sapete, è soltanto un pregiudizio – che il denaro non odori; è una bugia olfattiva e chimica; ma, in realtà, il denaro non ha alcun genere). In una parola – arrivò inevitabilmente il momento in cui sembrò che ciò fosse davvero “permesso”… »

«Quella parola “permesso” è atroce», lui disse più tardi, quasi all’alba. «Ed ecco cosa voglio dirvi; se lo ripeterete, non me lo attribuite. Sapete che tempo fai cambiai la designazione della mia persuasione religiosa sul passaporto. In questo modo rinunciai al diritto di giudicare la mia precedente comunità; di principio, come sapete, non sono una persona che la pensa come voi; credo nell’assimilazione e deliberatamente la desidero. Ma è impossibile ignorare il fatto che gli stadi iniziali dell’assimilazione di massa siano molto difficili. La cultura russa è così grande e così profonda come l’oceano, e così pura; ma quando tu entri nell’acqua dalla costa, per un po’ devi nuotare tra la melma putrida, tra le scaglie di legno e le bucce di melone… L’assimilazione inizia precisamente con l’attenuazione dei vecchi pregiudizi; ma un pregiudizio è una cosa sacra, come una volta scrisse il poeta Baratynsky[7]: “È un frammento della verità archetipica”. Forse il significato genuino della moralità, persino il concetto di livello culturale, consiste in pregiudizi; ogni cultura ha i propri, i pregiudizi archetipici; durante un periodo di transizione si assiste a una lunga interruzione – i vecchi pregiudizi scemano, mentre quelli nuovi non sono ancora stati adottati; ci vuole molto tempo, forse nemmeno una o due generazioni, ma molto di più. E sapete una cosa? Non arrabbiatevi – siete un tale patriota – come me – ma è vero, ciononostante: in tutta la Russia non esiste un miglior esempio di tale interruzione nella successione culturale che nella nostra cara e felice Odessa. Non sto parlando soltanto degli ebrei: lo stesso vale per i greci, gli italiani, i polacchi, persino per i “russi” – anche loro, en masse, sono nati stupidi ucraini, che si “trasformano semplicemente in macellai russi”; questo si manifesta più chiaramente, ovviamente, tra gli ebrei. Probabilmente una conseguenza di tutto questo è l’ingegnosità provocante del milieu locale, di cui si beffe tutta la Russia, e che sia voi sia me amiamo così tanto: dopo tutto, accade spesso che periodi di basi in fase di disintegrazione siano considerati quelli di splendore. Ma la nostra segretezza deriva anche da questo nostro rapporto affezionato con le smaccate menzogne della vita di tutti i giorni e del commercio, e dal fatto che per ogni decade di fanciulle di famiglia rispettabile nove siano semi-vergini, e la decina non sia…; e anche il vostro Sergei proviene da questo milieu, così come Nyura e Nyuta».

«Come è potuto succedere?» chiesi. Il governatore della città aveva proibito ai giornali di descrivere i dettagli dell’affare sull’estuario di Khadzhibei; il processo ebbe luogo a porte chiuse; il reporter Shtrok del nostro ufficio editoriale conobbe ogni particolare, naturalmente, e cercò anche di raccontarmelo, ma io glielo impedii. Non so neanche perché lo chiesi in quel particolare momento; mi ricordo molto chiaramente la risposta dell’avvocato, ma non mi sento di esporla dettagliatamente; la esporrò semplicemente per grandi linee. Rovensky si era procurato una bottiglia di acido tre mesi prima; l’uomo aveva sofferto moltissimo, non parlava a sua moglie e a sua figlia da quasi un anno, cercava di tenersi lontano da casa per affari, molto spesso senza alcuna reale necessità. Quella sera egli disse alla figlia che stava lasciando la città, ma si nascose in una cafè di Via Langeron, diagonalmente dall’altra parte di casa sua; vide Sergei che si avvicinava nella sua focosa carrozza, e lo vide partire con le due donne. Lui li seguì all’estuario e poi all’albergo; aspettò sotto le finestre illuminate per un’ora e mezza, finché non si spense il kerosene della lampada. Allora suonò il campanello, prese in affitto una camera, percorse il corridoio senza scarpe con la bottiglia d’acido nella mano sinistra e un martello che aveva portato con sé in quella destra; con questo, lui schiacciò la serratura economica e traballante e fece irruzione nella stanza. Quelli avevano spento la lampada, ma una candela di stearina stava bruciando sul tavolo. Vedendo il martello e i suoi occhi insani, Serezha scattò in piedi e si avventò per afferrarlo; Rovensky non lottò; indietreggiò, ma spostò la fiala dalla mano sinistra a quella destra, e poi gettò l’acido sul viso di Serezha. Egli ammise di aver voluto fare lo stesso per sua moglie, mentre «voleva soltanto strangolare» sua figlia Nyuta, ma non ebbe la forza di alzare la mano; oppure, egli «improvvisamente divenne paralizzato», come ammise poi al processo.

Anna Michailovna[8] era già una donnina vecchia quando la vidi in seguito, sebbene avesse potuto essere scambiata per la sorella maggiore di Marusya[9] solo cinque anni prima. Mi sedetti intorno alla loro casa per un po’, come uno stupido, incapace di proferire verbo; anche lei era silenziosa. Ignats Albertovich[10], la cui presenza era del tutto mutata a seguito di questo stato d’animo, stava cercando il modo di far fronte alla situazione: cercò di sostenere una conversazione su materie periferiche e citò lunghi brani dall’Oberon di Wieland[11] e persino da Klopstock[12].

 


Note

* Capitolo XXV di Piatero.

[1] Il soprannome del marito di Nyura e del padre della figlia Nyuta.

[2] Corrotto una giovane ragazza molto innocente.

[3] L’eroe del poema Don Juan (1819-24) del poeta romantico inglese Lord Byron (1788-1824).

[4] Tirso de Molina (1571-1648) fu un drammaturgo spagnolo noto soprattutto per la trattazione della leggenda di Don Juan in Il seduttore di Siviglia (1635).

[5] Zorrilla y Moral (1817-93) fu un poeta spagnola la cui opera Don Juan Tenorio (1844) si basò anch’essa sulla leggenda nazionale.

[6] Se lo sapeste, signore, scappereste di corsa.

[7] Evgeny Baratynsky (1800-44), un contemporaneo di Pushkin, fu un importante poeta filosofico che combinò la melanconia spirituale con uno stile elegante.

[8] Madre di Serezha.

[9] Sorella maggiore di Serezha.

[10] Padre di Serezha.

[11] Una fiaba in versi (1780) del romanziere, poeta e traduttore tedesco Christoph Wieland (1733-1813).

[12] Friedrich Klopstock (1724-1803) fu un poeta lirico che contribuì a inaugurare l’età aurea della letteratura tedesca.

* Il testo, tradotto dallo svedese da Emil Schering, è apparso originariamente su “Die Fackel” di Karl Kraus (numero 144, 17 ottobre 1903, pp. 1-3).

 

Casella di testo

Citazione:

Vladimir Ze'ev Jabotinskyu, Gomorra, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", X, 1, febbraio 2021

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-x-numero-1-gennaio-giugno-2021/vladimir-zeev-jabotinsky-gomorra






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