Vincenzo Pinto, "Forse un Dio ce l'ho"

"Free Ebrei", X, 2, ottobre 2021



"Forse un Dio ce l'ho". Lou von Salomé e la riscoperta spinoziana di D-Io


Abstract


Vincenzo Pinto explores the main features of the first Lou von Salomé's novel, devoted to the ménage-à-trois with Nietzsche and Rée and dealing with the searching for God.



Ho appena concluso la traduzione del primo romanzo di Louise von Salomé: Im Kampf um Gott (Lottando per D-Io). Siamo nel 1885. La ventiquattrenne intellettuale russo-tedesca ha metabolizzato la prima grande parentesi spirituale della sua esistenza: il rapporto con Friedrich Nietzsche e Paul Rée. E decide di sintetizzarlo in un romanzo filosofico che avvalora la tesi di chi, come il sottoscritto, la ritiene una mente e un’anima di gran lunga superiori ai suoi compagni “maschi” di viaggio: Nietzsche, Rilke, Freud e così via.

Lou von Salomé nasce e cresce nell’estrema propaggine della Russia europea (San Pietroburgo) da famiglia di origini ugonotte da parte di padre e tedesco-danesi da parte di madre. Le sue origini ebraiche (riscontrabili chiaramente dal cognome) sono state spesso trascurate e ignorate molto probabilmente per via degli epiteti antisemiti rivoltile dalla risentita sorella di Nietzsche (Elisabeth). E tuttavia, il marranesimo da parte di padre non è solo un residuo biologico, ma anche spirituale. Perché lei, la donna “che non deve chiedere mai”, è stata forse la principale e più originale interprete del pensiero di Spinoza nell’epoca della “morte di Dio”, dell’“istinto di morte” e dell’“ego irrecuperabile”.

Il romanzo narra la storia della lenta, faticosa e dolorosa riscoperta di Dio da parte del protagonista maschile. Il viaggio del protagonista Kuno (apparentemente assimilabile a quello di Nietzsche con la temporanea complicità di Rée) è un viaggio meta-temporale. Il protagonista non va da nessuna parte, erra (nel duplice senso del termine) dalla canonica paterna sino alla capanna sul laghetto montano della vecchiaia alla ricerca di qualcosa che lo spinga verso il cielo. Si tratta dell’eterno femminino, come diceva Goethe al termine del Faust? O, più propriamente dell’eterno mascolino, come scrisse ironicamente Nietzsche?

Il viaggio di Kuno si può raffigurare come un triangolo inscritto in un cerchio. Ha la punta rivolta verso l’alto e rappresenta il divino, il fuoco e il maschile. Il padre pastore, che è stato in India, ha raggiunto due dei tre punti apicali: è stato sacerdote e guerriero, è stato legislatore ed esecutore. Ma non è stato produttivo, creativo. Gli è mancata quella facoltà di giudicare che, unita alle altre due, gli avrebbe restituito l’armonia cosmica, la salute globale. Il compito spetta al figlio Kuno (da Corrado, cioè audace consigliere). Ma qual è il prezzo di quest’armonia?

Un viaggio che non si svolge da nessuna parte, se non nella propria mente, ha l’obiettivo di ricomporre un’unità, un’armonia che il protagonista non può, né deve avere. Non ce l’ha il padre, come abbiamo detto, che rinuncia al giudizio (crede a Dio senza se e senza ma). Non ce l’ha la madre amorevole, che è priva della capacità di “giudicare” (è un cerchio senza alcun triangolo inscritto). Non ce l’ha il fratello minore Rudolf, che respinge il modello paterno e tuttavia resta impigliato nel “femminino” materno, finendo per sposare un’etica buddistica della nolontà. Né tanto meno le figure femminili del romanzo, tutte destinate a morte certa.

Già, le figure femminili. Jane, Margherita e Fiaba (Mariuccia). Tre pezzi dell’anima del protagonista e dell’autrice, tre modi inadeguati di generare quel processo armonico ascensionale che riporti il (o la) protagonista verso Dio. L’una si accontenta di guidare, l’altra di essere guidata e, infine, la fiaba rinuncia alla realtà (razionalità) in un legame mai del tutto risolto con madre natura. Tre facce di una stessa medaglia, che l’autrice avrà tempo e modo di approfondire e rinverdire nella sua produzione letteraria, filosofica e psicanalitica degli anni successivi.

Ma questo non-viaggio dove conduce? Non certo all’eterno ritorno dell’uguale, né alla “morte di Dio”. Nemmeno al dualismo freudiano fra morte e amore, né alla ricerca rilkiana di un ego (di una direzione). E qui che spunta fuori la rielaborazione originale della giovane autrice. Sfuggita dalla Russia per studiare in Svizzera, dopo aver perso il Dio dell’infanzia e dell’adolescenza (dapprima l’anziano padre e poi il precettore Hendrik Guillot), Lou ha compreso in profondità tanto la religione riformata (nella sua variante calvinista), tanto il pensiero filosofico del grande marrano olandese.

Conosciamo così bene il significato di beatitudine nell’Etica di Spinoza per non accorgerci che l’amore intellettuale di Dio, geometricamente dimostrato, manca di profondità e di intensità. Manca di una forza, di una capacità esplorativa che solo l’eterno femminino (quell’indistinto primordiale) può donargli. Ed è questo che abbozza la giovane Lou nella storia giovanile di un filosofo mancato come Kuno: mente e corpo non si escludono (cartesianamente), né procedono paralleli (spinozianamente), ma sono un tutt’uno, un triangolo inscritto in un cerchio o un cerchio inscritto in un triangolo, se preferite.

 


Casella di testo

Citazione:

Vincenzo Pinto, "Forse un Dio ce l'ho". Lou von Salomé e la riscoperta spinoziana di D-Io, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", X, 2, ottobre 2021

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-X-numero-2-luglio-dicembre-2021/vincenzo-pinto-forse-un-dio-ce-lho





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