Antisemitismo e altre fobie. Dall’ebraismo virtuale all’Israel’s never ending Holocaust

"Free Ebrei", I, 1, febbraio 2012

Antisemitismo e altre fobie. Dall’ebraismo virtuale all’Israel’s never ending Holocaust


di Andrea Giacobazzi


Abstract

Andrea Giacobazzi analyzes the recent book by Ariel Toaff ("Ebraismo virtuale") and the strumentalization of the Holocaust by Israeli political establishment.



Ebraismo virtuale di Ariel Toaff – scritto dopo le polemiche relative al suo “Pasque di Sangue” - non supera le 130 pagine e già dalla quarta di copertina rivela il suo contenuto storicamente scorretto. A caratteri cubitali si legge: “Sulla Shoah c’è stata troppa memoria? È stato un evento che ha alterato l’identità ebraica?”.

Sgombriamo subito il campo: chi spera di leggere un libro “revisionista” sulla Seconda Guerra Mondiale resterà deluso. In questo caso si va oltre, il problema è metastorico.

La prima volta che lo lessi era nel 2008. Stavo iniziando a scrivere la mia tesi specialistica sui rapporti delle organizzazioni ebraiche e sioniste con l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista: ci trovai diversi aspetti interessanti – per l’introduzione della mia ricerca – relativi alla storia ebraica medievale. Allo stesso tempo non furono poche le riflessioni di Toaff sull’attualità e sugli approcci allo studio della storia che mi colpirono.

Tre anni dopo l’ho riletto e ho trovato attualissimi alcuni passaggi che ho avuto modo - fatte le dovute proporzioni – di sperimentare e verificare.

Nella prefazione l’A. ci racconta di uno scambio di opinioni con un suo collega israeliano circa le aspre reazioni che aveva generato Pasque di Sangue, alla domanda relativa al perché di queste polemiche la risposta fu: “Sei stato imprudente! Perché sei andato ad impelagarti nella Shoah?”. “Ma in quel libro parlavo di omicidi rituali, infanticidi tutti avvenuti oltre cinque secoli fa […]. Cosa c’entra la Shoah?”. La sua replica fu immediata e di una franchezza quasi brutale: “In un modo o nell’altro la Shoah c’entra sempre. Ogni libro di storia ebraica si apre o si chiude – fa lo stesso – con un capitolo sulla Shoah, che viene usata in dosi massicce come fosse un deodorante”.

Nelle pagine successive del volume si aggiunge una riflessione circa l’ebraismo europeo, le cui comunità “si cullano nell’illusione che una storia edificante, monocolore e sempre eguale a se stessa, i cui protagonisti sono sempre buoni, innocenti e martiri, valga ad esorcizzare pericoli e ossessioni”. Difficile non essere d’accordo e ancor più difficile, a parer mio, non intravedere in questa storia preconfezionata la fonte di determinate strategie politiche. Una sorta di indispensabile mitopoiesi che raggiunge il suo apice nella descrizione del “male assoluto nazi-fascista” come trionfo e sintesi perfetta di ogni cattiveria e malvagità. Un male così totalizzante da essere in grado di elevare la controparte ad uno stato altrettanto assoluto ma di segno opposto. Non è un caso che ogni studio sulle relazioni positive e collaborative tra mondo ebraico e “fascismi” venga bollato come eretico: rischierebbe di far cadere il mito monotono, monolitico e monocolore.

Nel giugno 2011, quando presentai a Reggio Emilia il mio primo libro in una conferenza sul sionismo, alcuni guardiani di questa ortodossia si fecero sentire con gran solerzia. La sezione locale dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) arrivò a vergare un comunicato in cui si collegava la conferenza con il pericolo di diffusione di teorie – cito testualmente – “che insieme contribuiscono alla formazione di un magmatico brodo di coltura da cui possono scaturire, in fasi di crisi economiche e politiche come quella attuale, azioni violente di ogni tipo, anche quella che ha prodotto 93 vittime a Oslo”. Insomma, se a Reggio Emilia si faceva un convegno (con cinque interventi) in cui si parlava di sionismo c’era il rischio di armare moralmente la mano di qualche pazzo terrorista norvegese.

Una delle tante conferme dell’atteggiamento dogmatico appena accennato l’ho avuta anche qualche mese fa leggendo un articolo del quotidiano israeliano Haaretz, il titolo non lasciava spazio a fraintendimenti: Israel’s never ending Holocaust (30 gennaio 2012).

Il pezzo, firmato da Merav Michaeli, partiva da una riflessione circa gli atteggiamenti religiosi degli ebrei in Israele e basandosi su un indagine statistica faceva notare come “il principio guida della nazione e dello stesso giudaismo” fosse “il ricordare l’Olocausto”. Il 98% dei rispondenti lo considerava abbastanza o molto importante attribuendogli anche più peso che allo stesso vivere in Israele, al Sabato, al Sèder di Pesach e al sentimento di appartenenza al popolo ebraico”. Michaeli scriveva subito dopo: “L’Olocausto è la via primaria con cui Israele definisce se stesso”. Più avanti: “L'Olocausto è l'unico prisma attraverso il quale la nostra dirigenza, seguita dalla società in generale, esamina ogni situazione. Questo prisma distorce la realtà e porta inesorabilmente ad una conclusione scontata - al punto che l'ex rabbino capo Yisrael Meir Lau annunciò in una cerimonia del Giorno della Memoria di tre anni fa che Mosè è stato il primo sopravvissuto dell'Olocausto. In altre parole, tutte le nostre vite sono semplicemente una lunga Shoah”.

Ecco l'“ebraismo virtuale”. Una eterna, continua e unilaterale persecuzione sottolineata mirabilmente da uno dei principali quotidiani di quel Paese e indicata come uno dei riferimenti morali - forse il principale - dello Stato. Una critica serrata e pungente. “Ed è così che non abbiamo rivali, avversari o persino nemici. Ma solo Hitlers [Only Hitlers]”, continua Michaeli e arriva a concludere: “Our current leaders have made Israeli Judaism just a post-traumatic syndrome, while they lead us to self-destruction”. Lo traduco e ripeto: i nostri attuali dirigenti hanno fatto dell'ebraismo israeliano una "sindrome post-traumatica" mentre ci guidano all’autodistruzione.

Immaginate per un attimo se su un equivalente giornale italiano si fosse azzardata un’analisi del genere, tanto coraggiosa e schietta. Probabilmente staremmo già parlando di quanti anni di pena comminare al giornalista per “incitamento all'odio razziale”. Come minimo una sospensione dall'Ordine. Merav Michaeli ci parla senza mezzi termini di ciò che qui in Europa è una bestemmia impronunciabile, ovvero della Religio Holocaustica. Una religione, per la verità, più giovane di quanto si immagini. A questo proposito, a pagina 29 del suo libro, Toaff ci porta una testimonianza curiosa: “Quando nell’autunno del 1971 approdai all’Università Bar-Ilan di Ramat Gan in Israele per insegnar nel Dipartimento di storia ebraica, di Shoah si parlava poco. […] Pochi gli studenti che affrontavano il corso e ancor meno quelli che si cimentavano nella ricerca, scrivendo tesi per il master o per il dottorato”.

Dopo qualche anno la situazione era capovolta. Oggi “gli incentivi offerti agli studenti che intendono affrontare tali argomenti sono molteplici e considerevoli: dalle borse di studio ai premi finali in denaro. Qualche anno fa l’università, che stava attraversando una forte crisi finanziaria, si è vista costretta a chiudere tutti gli istituti di ricerca della facoltà di scienze ebraiche, l’unico ad essere risparmiato è stato l’Istituto per la ricerca sulla Shoah”.

Un altro articolo uscito pochi mesi fa sul sito di Haaretz, anche in questo caso con un titolo tutt’altro che conciliante (Israeli politicians, left and right, must lay Holocaust to rest, 20 aprile 2012), sottolineava come l’uso politico delle persecuzioni antiebraiche venga enfatizzato al punto di arrivare all'evocazione degli spettri (del passato) cui viene ordinato “di tormentare i vivi, senza riposo”: la stessa tendenza ad usare “la Shoah come analogia politica per spaventare e condannare può essere ritrovata in molte convinzioni politiche, non tutte di destra”. Eva Illouz arrivava a concludere il pezzo con questa dichiarazione: “Dobbiamo porre fine a questa commemorazione distorta delle vittime che le trasforma in cupi e inquietanti fantasmi che infestano la politica israeliana. Portare il lutto significa sentire il dolore dell’assenza, non la paura della presenza spettrale”.

Una parte di quella società chiede tregua. Non è un caso che da uno dei quotidiani più letti in Israele si lancino appelli - irripetibili in Europa - come quelli che abbiamo riportato.

Qui da noi la riflessione non è sostenibile, nemmeno in questi termini. Non appena si tenta di dire qualcosa di non perfettamente “ortodosso” sul tema, arriva subito la lettera scarlatta: “antisemita”.

Tralasciamo l’appunto che si potrebbe fare sulla discrasia tra l’uso comune di questa parola e la sua effettiva etimologia e andiamo alla sostanza: se, come si sosteneva nella prefazione di Toaff, la “Shoah viene usata in dosi massicce come un deodorante”, non sarebbe sbagliato sostenere che la parola “antisemita” sia usata, al contrario, come un antibatterico utile ad eliminare lo sviluppo di opinioni e dibattiti non troppo graditi.

L'“antisemitismo” qui descritto è un prodotto la cui etichetta cambia a seconda delle circostanze. Le varianti non sono poche, si va dall’“ebreo che odia se stesso” (self-hating jew, definizione usata normalmente per quelli di sinistra o per i non-religiosi), fino al “negazionista”, se si tratta di un gentile o di un ebreo che ha posizioni non del tutto allineate in campo storico. Abbondante è l’uso dei termini “nazista” e “fascista” considerati - per antagonismo metafisico - come la quintessenza dell'ormai noto “male assoluto”. La stessa definizione “antisemita” - sic et simpliciter - è comunque usatissima e va per la maggiore.

Anche in questo caso nulla di nuovo. L’accusa di hitlerismo, nazismo, fascismo è stata usata spesso in ambito intra-ebraico ed intra-sionista. Come ha confermato Norman Finkelstein, intervistato nel documentario Defamation (capolavoro di Yoav Shamir), gli stessi capi del movimento nazionale ebraico si lanciavano vicendevolmente attacchi al vetriolo usando queste definizioni. Rabin veniva dipinto dai suoi oppositori come nazista, Jabotinsky come hitlerista, Ben Gurion sentì chiamare il suo partito “svastica rossa”.

Nello stesso documentario si riflette sul ruolo strumentale del presunto “antisemitismo” per compattare l’opinione ebraica sotto una cappa di diffidenza e paura rispetto a tutto ciò che, spesso a torto, viene fatto passare come nemico mortale. A questo proposito, Toaff nel suo libro aggiunge: “Ci sono ebrei che, anche davanti al più insignificante fenomeno di antisemitismo (vero o presunto che sia), si sentono in dovere di proclamare lo stato d’allarme. Ecco quindi che ogni affermazione non in linea con la politica israeliana o – nel mio caso – con la storia edulcorata dell’ebraismo, rischia di essere interpretata come un imperdonabile insulto alla memoria della Shoah, se non come un’aperta minaccia all’incolumità degli ebrei di tutto il mondo. […]”. Più avanti aggiunge: “Abe Foxman, l’onnipotente direttore dell’Anti-Defamation League di New York, era chiamato ad intervenire e lo faceva con mano pesante, accusando il mio libro, che anch’egli non aveva letto, di essere illegittimo e senza fondamento e concludendo con la profezia apocalittica, la cui illogicità salta immediatamente agli occhi, che “i terroristi islamici useranno queste tesi per giustificare i loro attentati”.

Pur senza voler elaborare parallelismi tra situazioni chiaramente diverse permettetemi una piccola testimonianza autobiografica. Nel marzo scorso dopo che Repubblica lanciò (seguita da Il Giorno) la foto-notizia sulla copertina del mio secondo libro e sulla conferenza che si sarebbe tenuta a Milano, fu tutto un susseguirsi di allarmi e denunce di pericoli assortiti.

Il vice-presidente della Comunità ebraica di Milano chiese sulla stampa la rimozione delle locandine e l'annullamento della presentazione. Dopo poche ore, siti, blog e quotidiani online diffondevano notizie relative al pericolo antisemitismo. A metà pomeriggio vidi che l'AgenParl - l'Agenzia di stampa parlamentare - batteva il seguente comunicato, rilasciato dall'On. Fiano: ANTISEMITISMO: FIANO (PD), A MILANO EPISODIO GRAVISSIMO. Parlava del cartellone raffigurante la copertina de Il fez e la kippah e diceva: i manifesti “apparsi oggi nell’atrio dell’Università Cattolica di Milano rappresentano un episodio gravissimo, sul quale mi auguro ci saranno conseguenze in applicazione della cosiddetta legge Mancino. Auspico che gli inquirenti vogliano verificare la natura e le finalità di questo gruppo studentesco e il contenuto del convegno che in questi manifesti si annuncia. Nei prossimi giorni chiederò un incontro al ministro della Giustizia Severino per verificare la possibilità di una approvazione del disegno di legge presentato dal Pd per una revisione che renda più efficace la legge Mancino contro ogni forma di discriminazione e di intolleranza”. Il giorno dopo sul sito dell'Osservatorio sul pregiudizio antiebraico contemporaneo venivo menzionato in una apposita scheda (non era la prima volta). Di lì a qualche giorno il Coordination Forum for Countering Antisemitism, organo composto da rappresentanti del Governo israeliano, Anti-Defamation League, B’nei Brith, Agenzia Ebraica e altri, preparava una ulteriore scheda sui “fatti di Milano” tradotta in diverse lingue tra cui francese, spagnolo, ebraico, arabo e, credo, russo. A quanto pare mezzo mondo doveva essere informato. Ma di cosa? Che a Milano si faceva un incontro sui rapporti del mondo sionista con i Paesi che formarono l'Asse Roma-Berlino e che - scoop - come copertina del mio secondo libro avevo scelto un’immagine già riportata dal De Felice, peraltro molto simile ad altre usate per testi relativi allo stesso periodo storico (si veda, La difesa della Razza di Valentina Pisanty, prefazione di Umberto Eco, Bompiani).

Già l’anno prima Moni Ovadia, intervistato da un blog d’informazione circa una delle presentazioni che stavo facendo, aveva buttato lì – ammettendo di non aver letto il libro - un generico “il negazionismo è una forma di antisemitismo”. Verrebbe da domandarsi: “ma che c’entra?”. Dov’è l’inerenza tra questo fantomatico negazionismo e un libro che parla di relazioni tra organizzazioni ebraiche e governi in carica?

Vocabolo orribile, questo “negazionismo”: forse il peggiore tra quelli elencati prima. Tanto brutto quanto vuoto di significato e, allo stesso tempo, sintomatico di atteggiamenti tutt’altro che scientifici nei confronti la storia. Anche se lo si vuole far apparire, non si tratta di una questione di numeri. È quasi superfluo ribadire che una singola vita soppressa ingiustamente ha in sé un valore infinito. Se però, come accade puntualmente, le cifre vengono ripetute come fossero mantra, se chi osa discostarsi da esse viene ciclicamente trattato alla stregua di un criminale comune ed infine, se questa generica parola viene usata come un’arma tagliente, allora sì, può diventare anche una questione di numeri. Un’analisi storica che sia degna di questo nome deve parametrarsi anche con una possibile revisione di quanto affermato in precedenza, tanto nello studio dei rapporti internazionali quanto in quello delle persecuzioni. Chi pregiudizialmente non riconosce, nemmeno sul piano dialogico, gli avanzamenti e gli aggiornamenti effettuati in questi campi, decide liberamente di uscire dall’ambito storico per entrare in quello teologico, fatto di quei precetti, dogmi, canoni e liturgie che abbiamo brevemente descritto nelle righe precedenti. Non pare quindi fuori luogo la posizione di chi fa notare come questa progressiva mutazione porti indirettamente ed inevitabilmente a una “teologia della sostituzione”, in cui il “never ending Holocaust” citato dal quotidiano Haaretz sembra soppiantare l’Olocausto di cui si è parlato negli ultimi duemila anni, quello completo e volontario di Dio sulla Croce.




Citazione

Citazione:

Andrea Giacobazzi, Antisemitismo e altre fobie. Dall’ebraismo virtuale all’Israel’s never ending Holocaust, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", I, 1, febbraio 2012

url: http://www.freeebrei.com/anno-i-1-gennaio-giugno-2012/antisemitismo-ed-altre-fobie-dallebraismo-virtuale-allisraels-never-ending-holocaust



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