Tra Scilla e Cariddi. Storia degli ebrei in Sicilia

"Free Ebrei", II, 1, marzo 2013

 

Shlomo Simonsohn, Tra Scilla e Cariddi. Storia degli Ebrei in Sicilia, Roma, Viella 2011, 646 pp., 65 €

 

di Massimo L. Adorno



Abstract
Shlomo Simonsohn's essay is the first comprehensive attempt to analyze the making of Sicilian Jewry during the Middle Ages and it concentrates on its particular juridical institutions..



Finalmente Shlomo Simonsohn è riuscito a proporci l’edizione sintetica (si fa per dire trattandosi di un volume di 646 pagine) del suo opus magnusThe Jews in Sicily, un opera in 18 volumi, vero e proprio punto di riferimento obbligato per qualsiasi studioso dell’ebraismo siciliano, apparsa tra il 1997 e il 2010. L’autore Professore emerito di storia ebraica all’università di Tel Aviv è sicuramente il più accreditato conoscitore vivente delle vicende storiche dell’ebraismo siciliano.

Nella sua introduzione al volume Simonsohn, mette in evidenza le innumerevoli difficoltà a livello di reperimento delle fonti primarie da egli incontrate nel corso della ricerca. Esemplificando ulteriormente , Simonsohn pone l’accento sul fatto che mentre il primo volume di The Jews in Sicily comprende tutte le carte sopravvissute nel primo millennio di storia ebraico-siciliano, gli altri diciassette volumi trattano dei rimanenti duecentocinquanta anni. Tale evidente sproporzione ha molto a che vedere con la difficoltà di reperire, come si è accennato in precedenza, fonti documentali chiare in merito alle vicende dell’ebraismo siciliano, in età araba e normanno-sveva.

Tale situazione è presente anche per quanto riguarda l’articolazione del volume in oggetto. Simonsohn infatti ci presenta un libro sostanzialmente diviso in due parti. Una prima parte comprendente i capitoli che vanno dal I al VII e una seconda che raggruppa i capitoli che vanno dall'VIII al XX. La prima parte è per forza di cose, necessariamente più breve e documentariamente povera, pur ricoprendo un arco di tempo maggiore, mentre la seconda, parte sia pur cronologicamente, più ridotta si presenta come maggiormente ricca di fonti documentarie. La difficoltà ma anche lo stimolo maggiore presente tanto nella realizzazione che nella lettura di questo volume, si deve essenzialmente al fatto che la storia degli ebrei in Sicilia è una storia di carattere materiale e in ciò si differenzia da altre comunità ebraiche medievali di dimensioni analoghe. Verso la fine del Medioevo gli ebrei viventi in Sicilia erano circa 25.000 , più della metà di tutti quelli complessivamente viventi all’epoca nella penisola italiana. Pur facendo tesoro di raccolte documentarie precedenti, come quelle curate dai fratelli Lagumina o di studi specifici, come quelli di Menachem Ben-Sasson sull'ebraismo siciliano durante il periodo Arabo, il libro di Simonsohn si presenta complessivamente come un contributo assai efficace, unitario e anche “agile” nella sua dimensione complessiva di riferimento, merito soprattutto oltre che della scrittura dell’autore anche della struttura da egli scelta per illustrare le vicende degli ebrei siciliani. Con un attenzione costante oltre alle vicende storiche di carattere generale dentro le quali inserire la Sicilia e la sua comunità ebraica, anche a figure specifiche dell’ebraismo insulare atte a riassumere in se stesse il segno delle e il carattere delle vicende complessive di tale ebraismo. Il volume si segnala anche per l’approfondimento di temi, raramente trattati da opere complessive di carattere generale sugli ebrei siciliani, e affidata tutt’al più a monografie specifiche. Ci riferiamo per esempio all’antisemitismo siciliano, un tema che anche in molti qualificati studiosi delle vicende del giudaismo insulare è stato confinato per troppo tempo all’ultima fase della permanenza ebraica in Sicilia (dal pogrom di Modica del 1376, sino all’espulsione del 1492), mentre invece Simonsohn ne pone in evidenza il carattere distintivo specifico connesso a tutta la vicenda complessiva dell’ebraismo siciliano. Le stesse considerazioni da un angolazione differente e meno drammatica valgono anche per l’organizzazione delle strutture interne di autogoverno delle comunità ebraiche siciliane (emblematica a questo riguarda la figura del diancalele)1, che pur nella differenziazione necessaria connessa con le differenti epoche e fasi in cui si articolò la lunga vicenda degli ebrei di Sicilia, ben si presta a costituire una sorta di “filo rosso” ideale che lega a se le vicende delle varie comunità ebraiche presenti in Sicilia lungo tutta l’epoca medievale. Il lavoro di Shlomo Simonsohn si segnala quindi come un punto di riferimento imprescindibile non solo per gli studiosi dell’ebraismo siciliano, o di ebraismo medievale, ma per tutti gli studiosi interessati a approfondire la storia delle minoranze- etnico-religiose in una contestualità dimensionale mediterranea e europea.

 

Note

1 Il diancalele, versione sicilianizzata dell ebraico dayan kelal , era "il giudice supremo" una figura magistratuale creata in epoca spagnola che in estrema sintesi rappresentava una specie di capo supremo dell' ebraismo siciliano, direttamente responsabile dell'osservanza di diritti e doveri delle comunità ebraiche dell' isola nei confronti delle autorità spagnole.



Casella di testo

Citazione:

Shlomo Simonsohn, Tra Scilla e Cariddi (recensione di Massimo Longo Adorno), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", II, 1, marzo 2013

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-ii-numero-1-gennaio-giugno-2013/tra-scilla-e-cariddi-storia-degli-ebrei-in-sicilia




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