I ponti di Alessandra (Berlino 2018)

“Free Ebrei", VII, 2, luglio 2018

 

I ponti di Alessandra 

 

Premio etico-didattico (Berlino 2018)

 

di Vincenzo Pinto


Abstract

Vincenzo Pinto summarizes the second German school competition of translation of Yiddish literature from German into Italian, which was held in Berlin.



 

 

L’edizione berlinese 2017-18 del concorso di traduzione letteraria I ponti di Alessandra ha visto come protagonista una delle più importanti opere teatrali del mondo yiddish: il Dibbuk di Sholem Anski.

Il Dibbuk (in ebraico דיבוק, cioè “attaccato”, “incollato”) è forse l’opera più nota del teatro yiddish, che ha raggiunto i suoi fasti tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. L’opera teatrale narra la storia d’amore finita tragicamente fra due ragazzi promessi sposi. Vi sono molti ingredienti tipici del mondo yiddish: il miscuglio tragico-comico fra morte e vita, gioia e dolore, giovani e anziani, esemplificato nel maldestro esorcismo rabbinico per staccare da Leyele il “fantasma attaccato” di Khonen; il rapporto fra Talmud e Cabala, fra pensiero razionale e pensiero mistico, cioè fra i diversi gradi interpretativi della sacra scrittura (come la leggenda del Pardes e le “quattro vie” alla comprensione della legge, cioè di Dio); una società tradizionale in fase di trasformazione (siamo alla vigilia della Prima guerra mondiale), dove l’amore “mercificato”, uscito dalla finestra, rientra dalla porta in modo così possente da mandare in crisi un assetto familiare consolidato.

Il Dibbuk, scritto da Anski durante la guerra, è il frutto di una ricerca antropologica biennale condotta personalmente fra le comunità ebraiche di Podolia e Volinia (regioni storiche corrispondenti all’Ucraina occidentale e meridionale). Scritta e redatta in varie lingue (russo, ebraico e yiddish), l’opera sarà rappresentata nel primo dopoguerra nei teatri di tutto il mondo. Il Dibbuk diverrà un’opera lirica grazie al torinese Lodovico Rocca (1928-30) e, infine, un noto film della cinematografia yiddish grazie al regista ebreo-polacco Michał Waszyński (1937).

La scelta di dedicare la seconda edizione de I ponti di Alessandra al Dibbuk è motivata dal fatto che, esattamente dieci anni fa, Alessandra aveva tradotto e doppiato i dialoghi del film di Waszyński per una rassegna cinematografica curata dal Goethe Institut e dalla comunità ebraica di Torino: I luoghi dello yiddish. Mi auguro che i testi somministrati ai ragazzi di 10E e 10F non siano stati troppo difficili e che i docenti abbiano compreso la difficoltà (ma anche la bellezza) dei brani.

La vincitrice del concorso di quest’anno è stata Emma Menghini, che si è cimentata nella traduzione di un importante passo del dialogo fra Khonen ed Enoch, due studenti della yeshiva (scuola religiosa ebraica, dove si studiava il Talmud, il commentario della “legge”). Il brano parla, fra le altre cose, del problema dei “giusti”. Che cosa significa essere giusti nel mondo di oggi? Che cos’è la giustizia? Le risposte, come sappiamo, sono tante e dipendono dai valori che ogni società decide di darsi. Il senso di “giustizia” di Khonen è strettamente legato al sentimento dell’amore nutrito per Leyele. Ci è stato insegnato che giustizia e amore non sempre sono compatibili in questo mondo, che anzi spesso sono agli antipodi. La storia del Dibbuk ha una morale profonda: chi è giusto, chi rispetta la “legge”, avrà come ricompensa l’amore.

Ringrazio tutti coloro che hanno reso possibile la seconda edizione berlinese: i docenti Stefano Avanzini ed Enrico Costa, tutto il personale dell’Einstein Gymnasium (dalla Dirigenza al Dipartimento di italianistica), l’Ambasciata (la consigliera Schlein, la dirigente Marzorati e il prof. Reitani, gentilissimo nelle sue pazienti lezioni sulla traduzione). Un ringraziamento anche agli editori che hanno fornito i testi per la premiazione: Giuntina, Adelphi, Voland e Belforte.

Speriamo l’anno venturo di poter continuare questo piccolo-grande viaggio nella cultura ebraica, che è anche e soprattutto una cultura del “libro” e dell’istruzione. Chi troppa sa, troppo soffre, ci dice una massima del libro biblico delle Ecclesiaste. L’istruzione ci permette non soltanto di capire noi stessi, ma anche di vedere il mondo da una prospettiva superiore e migliore. Nella sua “tragedia” romantica, la storia del Dibbuk è anche e sopratutto questo.





Galleria fotografica



Stefano Avanzini (alla destra di Anna Maria Marzorati) intento a leggere il messaggio di presentazione della gara















Casella di testo

Citazione:

Vincenzo Pinto, I ponti di Alessandra (Berlino 2018), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VII, 2, luglio 2018

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-vii-numero-2-luglio-dicembre-2018/i-ponti-di-alessandra-berlino-2018





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