Martin Axelrad: Il "grande alibi" di Auschwitz

"Free Ebrei", VII, 1, giugno 2018



Martin Axelrad: il "grande alibi" di Auschwitz

Note su marxismo e negazionismo


a cura di Vincenzo Pinto




Abstract
Vincenzo Pinto translates into Italian the article by Max Axelrad on the origins of Nazi death camps, wich was published by the French journal "Programme communiste" (11, April-June 1960), and tries to analyze which "Marxist" view of the Holocaust came into being.



Premessa del curatore

L’articolo di Max Axelrad (1960) è ritenuto uno dei testi fondanti del negazionismo francese (e non solo) del secondo dopoguerra, cioè di quel movimento ideologico che sosteneva (e sostiene) l’inesistenza di un genocidio coscientemente perpetrato contro il popolo ebraico da parte del nazionalsocialismo. Sull’uso e abuso di questo articolo si sono espressi negli anni recenti autori come Michel Dreyfus (all’interno del suo lavoro più generale sull’antisemitismo a sinistra in Francia)[1] e Francesco Germinario (nella sua sintesi dedicata al negazionismo a sinistra)[2]. Noi ci limiteremo a fornire alcune notizie biografiche sull’autore e alcune chiavi di lettura sulle principali tesi dell'argomentazione di Axelrad.

Nato a Vienna il 28 maggio del 1926 (naturalizzato francese dal 1950), Martin Axelrad (alias Maki, Enguerrand, Max Aplboïm, Pierre Dubois, Serge), ha vissuto a Parigi dal 1946. Figlio di genitori ebrei, arrivato in Francia all'età di 13 anni senza documenti, è stato salvato dalla deportazione e avviato agli studi superiori grazie a l’Œuvre de Secours aux Enfants (Ose). Dopo la laurea in Fisica alla Sorbona (1953), ha lavorato come ricercatore prima al Centre National de Recherche Scientifique (CNRS), poi come insegnante ricercatore di Fisica all’Università di Orsay. Appassionato dell'Italia ha trascorso gli ultimi anni della sua vita a Roma, dove è morto il 14 agosto del 2010. Axelrad, che ha militato per decenni all’interno del Partito comunista internazionale guidato da Amedeo Bordiga, ha collaborato con la rivista “Programme communiste”[3].

L’articolo di Axelrad (che avrà un seguito 36 anni dopo) sostiene la tesi che Auschwitz (cioè il sistema concentrazionario nazista) sarebbe il “sotto-prodotto” del capitalismo (industriale) internazionale, che avrebbe spinto la piccola-borghesia tedesca rovinata (cioè la classe dirigente nazista) a scagliarsi contro la controparte ebraica in una tipica logica del “divide et impera”. L’antisemitismo non sarebbe altro che l’esito “sovrastrutturale” di questo processo economico: una volta "alienato" tutto il plusvalore possibile, gli ebrei non sarebbero stati più utili al sistema capitalistico "guidato" degli "antisemiti" piccolo-borghesi tedeschi. Il "caso Brand” (vale a dire il mancato scambio di vite per armi alleate in chiave antisovietica) testimonierebbe lo scarso interesse “democratico” (capitalistico) per le vite dei prigionieri dei campi di concentramento nazisti.

La tesi di Axelrad ha l’obiettivo di criticare la “mercificazione” della vita umana prodotta dal capitalismo internazionale. L’autore, bordighista ortodosso, prende di mira l’impianto istituzionale e memorialistico antifascista postbellico che, sotto le vesti della democrazia (liberale e popolare), avrebbe obnubilato le menti della classe operaia occidentale e orientale (la differenza fra i due “blocchi” non è ideologicamente rilevante), rendendola mero strumento dell’oppressione capitalistica. Il paradigma antifascista della sinistra francese non sarebbe altro che uno strumento sovrastrutturale del dominio capitalistico in versione americana e sovietica.

Ci preme richiamare l'attenzione del lettore sul contesto storico e storiografico. L’articolo di Axelrad su “Programme communiste” viene alla luce nella primavera del 1960, cioè quasi contemporaneamente all’arresto-rapimento di Eichmann in Argentina da parte dei servizi segreti israeliani. Eichmann, qui citato nel caso Brand, sarà al centro del processo gerosolimitano del 1961, che segnerà un passaggio importante nella storiografia e memorialistica postbellica: d’ora in avanti lo sterminio degli ebrei (e il razzismo nazista) assumerà una propria specificità. Dieci anni prima, Hanna Arendt aveva spiegato il fenomeno politologico del totalitarismo novecento, sottolineando anche la specificità dell’antisemitismo nazista, che non era riconducibile alle categorie economicistiche (va peraltro notato che il testo della Arendt sarà disponibile in traduzione francese solo dai primi anni Settanta). Nel 1961 appare la prima edizione del saggio di Raul Hilberg sulla distruzione degli ebrei in Europa (tradotto nello stesso anno in francese, oltre che in italiano), dove emerge con chiarezza l’organizzazione dell’universo concentrazionario nazista.

Aggiungiamo un ulteriore aspetto, ignorato da Axelrad: ammesso e non concesso che il nazismo fosse "marxianamente" un fenomeno “piccolo-borghese”, lo studio dell’ampia letteratura nazista sul tema del complotto ebraico (a partire dal Mein Kampf di Hitler) dovrebbe indurre i critici e i lettori a non confondere il capitalismo industriale con quello finanziario. Non sono esattamente la stessa cosa, anzi. Come il lavoro di Rudolf Hilferding del 1910 dimostra (testo forse noto allo stesso Hitler, assai più del Capitale di Marx), il capitalismo finanziario è il prodotto della Seconda rivoluzione industriale. Petrolio, chimica ed elettricità sono le leve di una rivoluzione caratterizzata dall'intervento diretto delle banche a sostegno del "gigantismo" industriale. Non è quindi possibile assimilare il sistema industriale concorrenziale ottocentesco a quello finanziario monopolistico di inizio Novecento. Né è casuale che la tesi del “complotto ebraico” maturi una posizione antifinanziaria più che anti-industriale: è il sistema bancario, "erede" dell’istituto dell’usura, a essere richiamato in causa. L'esigenza di bloccare la circolazione della moneta (tipica della critica antispeculativa) cozza con la tesi marxiana classica della produzione industriale di plusvalore, che esige la circolazione della merce (D-M-D'). Ma, come detto, è la consapevolezza dell'impossibilità del crollo del capitalismo finanziario alla base dell'antimarxismo (e antisemitismo) nazista.

Quanto alla “fortuna” di questo articolo, che sarà utilizzato dal negazionismo francese per sostenere l’assimilazione tra ebreo e finanza "mondialista" (si badi bene, finanza, non industria, cioè “produzione”, bensì "speculazione") e l'Union sacré antifascista fra blocco occidentale e orientale (tutt’altro che adombrata da Axelrad), invitiamo a leggere il citato saggio di Francesco Germinario. La Shoah sarebbe quindi non un "falso", ma un'arma di distrazione di massa, perché il vero nemico della classe operaia non è la piccola borghesia senescente, ma il grande capitale. La replica di Axelrad del 1996, rivolta a tutti coloro (come Daniel LindenbergValérie Igounet e Pierre Vidal-Naquet) che l’hanno accusato di aver foraggiato (a torto o a ragione) gli ambienti negazionisti francesi (La Vieille Taupe di Pierre Guillaume), ci permetterà  di capire, forse, perché il rapporto tra “realtà” e “finzione” (cioè il nesso fra passato e “percezione della realtà") anche di fronte a eventi tragici come la Shoah sia tuttora argomento di discussione. 




Note

[1] Cfr. M. Dreyfus, L’antisemitismo a sinistra. Storia di un paradosso (1830-2016), a cura di V. Pinto, Torino, Free Ebrei, 2017, pp. 255-258.

[2] F. Germinario, Negazionismo a sinistra. Paradigmi dell’uso e dell’abuso dell’ideologia, Trieste, Asterios, 2017.







La stampa di sinistra ci mostra nuovamente che il razzismo – ed essenzialmente l’antisemitismo – costituisce in un certo senso il Grande Alibi dell’antifascismo: è la sua bandiera favorita e, al tempo stesso, il suo ultimo rifugio nella discussione. Chi resiste all’evocazione dei campi di sterminio e dei forni crematori? Chi non si inchina di fronte ai sei milioni di ebrei assassinati? Chi non freme di fronte al sadismo dei nazisti? Siamo però di fronte a una delle più scandalose mistificazioni dell’antifascismo, e per questo dobbiamo smontarla.

Un recente manifesto del MRAP[1] attribuisce al nazismo la responsabilità della morte di cinquanta milioni di esseri umani, di cui sei milioni di ebrei. Questa posizione, identica a quella del «fascismo guerrafondaio» dei sedicenti comunisti, è tipicamente borghese. Rifiutandosi di vedere nel capitalismo stesso la causa delle crisi e dei cataclismi che sconvolgono periodicamente il mondo, gli ideologi borghesi e riformisti hanno sempre preteso di spiegarli con la malvagità degli uni o degli altri. Si vede qui l’identità fondamentale tra le ideologie (se così si può dire) fasciste e antifasciste: entrambe proclamano che sono i pensieri, le idee, le volontà dei gruppi umani a determinare i fenomeni sociali. Contro queste ideologie, che noi chiamiamo borghesi perché sono le ideologie apologetiche del capitalismo, contro tutti questi «idealisti» passati, presenti e futuri, il marxismo ha dimostrato che sono, al contrario, i rapporti sociali a determinare i movimenti ideologici.

Questa è la base stessa del marxismo, e per rendersi conto di fino a che punto i nostri pretesi marxisti l’abbiano rinnegato è sufficiente constatare come per loro tutto passi attraverso le idee: il colonialismo, l’imperialismo, il capitalismo stesso, non sono che meri stati mentali. Cosicché tutti i mali di cui soffre l’umanità sono dovuti a malvagi fomentatori di miseria, oppressione, guerra, etc.

Il marxismo ha dimostrato che, al contrario, la miseria, l’oppressione, le guerre e le distruzioni, ben lungi dall’essere dovute a volontà deliberate e malefiche, fanno parte del funzionamento «normale» del capitalismo. Questo si applica in particolare alle guerre dell’epoca imperialista. Vi è un punto che svilupperemo più ampiamente a causa dell’importanza rivestita per il nostro argomento: quello della distruzione.

Anche quando i nostri borghesi e riformisti riconoscono che le guerre imperialiste si debbono a conflitti di interessi, essi restano largamente al di sotto della comprensione del capitalismo. Come avviene per loro incomprensione del significato della distruzione. Per loro il fine della guerra è la vittoria, e le distruzioni di uomini e di impianti dell’avversario non sono che mezzi per raggiungere questo fine. Tanto che alcuni ingenui prevedono delle guerre fatte a colpi di sonnifero! Noi abbiamo dimostrato che la distruzione è, invece, il fine principale della guerra. Le rivalità imperialiste che sono la causa diretta delle guerre, non sono che la conseguenza della sovrapproduzione crescente. Il motore della produzione capitalistica è costretto a «imballarsi» a causa della caduta del saggio di profitto e la crisi insorge dalla necessità di accrescere la produzione e dall’impossibilità di vendere i prodotti. La guerra è la massima soluzione capitalistica della crisi; la distruzione massiccia d’impianti, di mezzi di produzione e di prodotti, permette alla produzione di riprendersi, e la distruzione massiccia di uomini rimedia alla «sovrappopolazione» periodica che va di pari passo con la sovrapproduzione. Bisogna proprio essere un illuminato piccolo borghese per credere che i conflitti imperialistici potrebbero risolversi altrettanto bene con una partita a carte o attorno a una tavola rotonda, e che le enormi distruzioni e la morte di decine di milioni di uomini siano dovute soltanto all’ostinazione degli uni, alla malvagità degli altri e alla cupidigia di altri ancora.

Già nel 1844, Marx rimproverava agli economisti borghesi di considerare la cupidigia come innata invece di spiegarla e dimostrava perché gli avidi fossero costretti ad essere tali. Ed è sin dal 1844 che il marxismo ha dimostrato quali sono le cause della «sovrappopolazione»: «La domanda di uomini regola necessariamente la produzione di uomini, come di qualsiasi altra merce. Se l’offerta supera largamente la domanda, una parte dei lavoratori cade nella miseria o muore di fame», scrive Marx. Ed Engels: «Non vi è sovrappopolazione se non dove vi sono troppe forze produttive in generale» e «... [abbiamo visto] che la proprietà privata ha fatto dell’uomo una merce, la cui produzione e la cui distruzione dipendono unicamente dalla domanda; così la concorrenza ha ucciso e quotidianamente uccide milioni di uomini...»[2]. L’ultima guerra imperialista, lungi dallo smentire il marxismo e da giustificare la sua «revisione», ha confermato l’esattezza delle nostre analisi.

Era necessario ricordare questi punti prima di occuparci dello sterminio degli ebrei. Questo ha avuto luogo non in un periodo qualunque, ma in piena crisi e guerra imperialiste. È dunque all’interno di questa gigantesca impresa di distruzione che va spiegato. Così il problema si chiarisce; non dobbiamo più spiegare il «nichilismo distruttivo» dei nazisti, ma il motivo per cui la distruzione si è concentrata in parte sugli ebrei. Su questo punto nazisti e antifascisti sono d’accordo: è il razzismo, l’odio per gli ebrei, è una «passione», libera e feroce, che ha causato la loro morte. Ma noi marxisti sappiamo quanto non vi sia passione sociale libera, che nulla sia più determinato di questi grandi movimenti di odio collettivo. Vedremo come lo studio dell’antisemitismo dell’epoca imperialista non faccia che illustrare questa verità.

È, a ragion veduta, che noi parliamo di «antisemitismo dell’epoca imperialista»; poiché, nonostante gli idealisti di ogni tipo (dai nazisti ai teorici «ebraici»), considerino l’odio per gli ebrei uguale in tutti i tempi e luoghi, noi sappiamo che non è affatto vero. L’antisemitismo di oggi è totalmente differente da quello dell’epoca feudale. Qui non possiamo sviluppare la storia degli ebrei, che il marxismo ha interamente spiegato. Noi sappiamo perché la società feudale ha mantenuto gli ebrei come tali; noi sappiamo che se le borghesie più forti, quelle che hanno anticipato la loro rivoluzione politica (Inghilterra, Stati Uniti, Francia), hanno quasi interamente assimilato i loro ebrei, le borghesie più deboli non hanno potuto farlo. Qui non dobbiamo spiegare la sopravvivenza degli «ebrei», ma l’antisemitismo dell’epoca imperialista. E non sarà difficile spiegarlo se, invece di occuparci della natura degli ebrei o degli antisemiti, considereremo la loro posizione nella società.

Per via della storia, gli ebrei si trovano oggi essenzialmente nella media e piccola borghesia. Ora questa classe è condannata dall’avanzata irresistibile della concentrazione del capitale. È questo fatto che ci spiega come essa sia all’origine dell’antisemitismo, che non è, come ha detto Engels, «null’altro che una reazione di strati sociali feudali, votati a scomparire, contro la società moderna che si compone essenzialmente di capitalisti e di salariati. Serve soltanto a obiettivi reazionari sotto un velo apparentemente socialista».

La Germania del periodo interbellico ci mostra questa situazione a uno stadio particolarmente avanzato. Il capitalismo tedesco, scosso dalla guerra, dalla spinta rivoluzionaria del 1918-28, sempre minacciato dalla lotta del proletariato, subisce profondamente la crisi mondiale del dopoguerra. Mentre le borghesie vittoriose più forti (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia) furono colpite relativamente poco, e superarono facilmente la crisi di «riconversione all’economia della pace», il capitalismo tedesco cadde nel marasma più completo. Si può sostenere che furono la piccola e la media borghesia a patirne maggiormente, come in tutte le crisi che conducono alla proletarizzazione delle classi medie e a una maggiore concentrazione del capitale, attraverso l’eliminazione di una parte delle piccole e medie imprese. Ma qui la situazione era tale che i piccolo-borghesi rovinati, falliti, espropriati, liquidati, non potevano neppure cadere nel proletariato, colpito esso stesso duramente dalla disoccupazione (7 milioni di disoccupati al culmine della crisi): essi finirono dunque direttamente nello strato dei miserabili, condannati a morire di fame appena esaurite le loro riserve. È per reazione a questa terribile minaccia che la piccola borghesia ha «inventato» l’antisemitismo. Non già, come dicono i metafisici, per spiegare le disgrazie che la colpiscono, quanto per tentare di sopravviverne, concentrandole su uno dei suoi gruppi. All’orribile pressione economica, alla minaccia di distruzione estesa che rendevano incerta l’esistenza di ogni suo membro, la piccola borghesia reagiva sacrificando una delle sue parti, sperando così di salvare e di assicurare l’esistenza delle altre. L’antisemitismo non deriva né da un «piano machiavellico» né da «idee perverse»: scaturisce precisamente dalla costrizione economica. L’odio per gli ebrei è ben lontano dall’essere la causa prima della loro distruzione, non è che l’espressione del desiderio di delimitare e di concentrare su di loro la distruzione.

Succede a volte che gli operai stessi giungano al razzismo. Ciò avviene quando, minacciati da una disoccupazione massiccia, essi tentano di farla concentrare su certi gruppi: italiani, polacchi o altri méteques (stranieri), bicots (arabi), negri, etc. Ma, nel proletariato, queste tendenze hanno luogo solo nei peggiori momenti di demoralizzazione, e non durano. Nel momento in cui inizia a combattere, il proletariato vede chiaramente e concretamente dove è il suo nemico: il proletariato è una classe omogenea che ha una prospettiva e una missione storiche.

La piccola borghesia, al contrario, è una classe storicamente condannata. Nello stesso tempo essa è condannata anche a non poter comprendere nulla, a essere incapace di lottare: non può che dibattersi ciecamente nella macchina che la stritola. Il razzismo non è un’aberrazione dello spirito: è e sarà la reazione piccolo-borghese alla pressione del grande capitale. La scelta della «razza», vale a dire del gruppo sul quale si cerca di concentrare l’opera di distruzione, dipende evidentemente dalle circostanze. In Germania gli ebrei presentavano i «requisiti» del caso ed erano i soli ad averli: erano quasi esclusivamente piccolo-borghesi, e, in questa piccola borghesia, il solo gruppo sufficientemente identificabile. Solamente su di loro la piccola borghesia poteva incanalare la catastrofe.

Ma l’identificazione non doveva essere difficile: bisognava potere definire esattamente chi sarebbe stato distrutto e chi risparmiato. Di qui quella detrazione dal totale di coloro che avevano i nonni battezzati, che, in contraddizione flagrante con le teorie della razza e del sangue, sarebbe sufficiente a dimostrarne l’incoerenza. Si trattava proprio di logica! Il democratico che si accontenta di dimostrare l’assurdità e l’ignominia del razzismo come d’abitudine non coglie il problema reale.

Incalzata dal capitale, la piccola borghesia tedesca ha dunque gettato gli ebrei fra i lupi per alleggerire la propria slitta e, quindi, salvarsi. Naturalmente non in maniera cosciente, ma questo fu il significato del suo odio per gli ebrei e della sua soddisfazione per la chiusura e il saccheggio delle loro botteghe. Va da sé che, da parte sua, il grande capitale era felicissimo di quanto accadesse: poteva liquidare una parte della piccola borghesia con il consenso della piccola borghesia. Meglio ancora: era la stessa piccola borghesia a incaricarsi di questa liquidazione. Ma questa maniera «personalizzata» di presentare il capitale non è che una cattiva immagine: come la piccola borghesia, il capitalismo non sa ciò che fa. Subisce la costrizione economica e segue passivamente le linee di minor resistenza.

Non abbiamo nominato il proletariato tedesco. Questo perché non è intervenuto direttamente in questa faccenda. Esso era stato sconfitto e, va detto, la liquidazione degli ebrei è stata compiuta dopo la sua sconfitta. Ma le forze sociali che hanno condotto a questa liquidazione esistevano ben prima della disfatta del proletariato. Lasciando le mani libere al capitalismo, questa disfatta ha semplicemente permesso alle forze sociali di «realizzarsi».

È allora che è iniziata la liquidazione economica degli ebrei: espropriazione in tutte le forme, interdizione dalle professioni liberali, dall’amministrazione, ecc. Poco a poco gli ebrei sono privati di tutti i mezzi di sussistenza: possono vivere solo con le riserve che hanno potuto salvare. Durante tutto questo periodo, che va sino alla vigilia della guerra, la politica nazista verso gli ebrei si riassume in due parole: Juden raus! Fuori gli ebrei! Si cerca con tutti i mezzi di favorirne l’emigrazione. Ma se i nazisti cercavano solo di sbarazzarsi degli ebrei, non sapendo che farne, e se gli ebrei, dal canto loro, non domandavano altro che di andarsene dalla Germania, nessuno altrove li voleva accogliere. Ciò non è sorprendente, perché nessuno poteva farlo: non vi era un solo paese capace di assorbire e di mantenere diversi milioni di piccolo-borghesi rovinati. Solo una piccola parte di ebrei riuscì a partire. I più rimasero, loro malgrado e malgrado i nazisti. In un modo o nell’altro, con un’esistenza in bilico.

La guerra imperialista aggravò la situazione sia quantitativamente che qualitativamente. Quantitativamente perché il capitalismo tedesco, obbligato a ridurre la piccola borghesia per concentrare nelle sue mani il capitale europeo, intraprese la liquidazione degli ebrei di tutta l’Europa centrale. L’antisemitismo aveva fatto le sue prove: non c’era che da continuare. Ciò rispondeva, d’altronde, all’antisemitismo locale dell’Europa centrale, benché quest’ultimo fosse più complesso (un’orribile mistura di antisemitismo feudale e piccolo-borghese, nella cui analisi non possiamo qui entrare).

Al tempo stesso la situazione si era aggravata qualitativamente. Le condizioni di vita erano rese assai più dure dalla guerra; le riserve degli ebrei si esaurivano (erano condannati a morire di fame in breve tempo). In tempi «normali», e quando si tratta di un piccolo numero, il capitalismo può lasciar crepare da soli gli uomini respinti dal processo di produzione. Ma era impossibile fare ciò in piena guerra e per milioni di uomini: un tale «disordine» avrebbe paralizzato tutto. Bisognava che il capitalismo organizzasse la loro morte.

D’altronde non li uccise di colpo. Per cominciare gli ebrei furono ritirati dalla circolazione, raggruppati, concentrati. E li fece lavorare sottoalimentandoli, cioè sovra-sfruttandoli a morte. Uccidere il lavoratore è un vecchio metodo del capitale. Marx scriveva nel 1844: «Per essere condotta con successo, la guerra industriale esige numerose armate che si possano ammassare in un punto e abbondantemente decimare». Occorreva, d’altronde, che questa massa sostenesse le spese per la propria vita, finché ce la faceva, e quelle per la morte in seguito. E che producesse plusvalore fino a che fosse in grado di farlo. Perché il capitalismo non può procedere all’esecuzione di uomini che ha condannato se non ne ricava profitto. Ma l’uomo è coriaceo. Anche se ridotti allo stato di scheletro, gli ebrei non morivano abbastanza in fretta. Bisognava massacrare quelli che non potevano più lavorare, poi quelli di cui non si aveva più bisogno, perché gli sviluppi della guerra rendevano la loro capacità di lavoro inutilizzabile.

Il capitalismo tedesco si è, d’altra parte, rassegnato a fatica all’assassinio puro e semplice. Non certo per umanitarismo, ma perché non ricavava nulla. È così che è nata la missione di Joel Brand, di cui parleremo, perché mette bene in luce la responsabilità del capitalismo mondiale[3]. Joel Brand era uno dei dirigenti di un’organizzazione semiclandestina degli ebrei ungheresi. Quest’organizzazione cercava di salvare gli ebrei con tutti i mezzi: nascondigli, emigrazione clandestina, e anche corruzione di SS. Le SS del Juden-Kommando tolleravano queste organizzazioni che tentavano più o meno di utilizzare come «ausiliarie» per le operazioni di rastrellamento e di smistamento.

Nell’aprile 1944 Joel Brand fu convocato presso il Juden-Kommando di Budapest per incontrare Eichmann, a capo dell’ufficio per le questioni ebraiche delle SS. Eichmann, in accordo con Himmler, l’incaricò della missione di recarsi presso gli anglo-americani per negoziare la vendita di un milione di ebrei. Le SS domandavano in cambio 10.000 autocarri, ma erano pronte a qualsiasi mercanteggiamento, tanto sul tipo che sulla quantità delle merci. Inoltre, esse proponevano la consegna immediata di 100.000 ebrei al momento dell’accordo per dimostrare la loro buona fede. Era un affare serio.

Disgraziatamente l’offerta esisteva, ma non esisteva la domanda! Non solamente gli ebrei ma anche le SS si erano lasciate prendere dalla propaganda umanitaria degli Alleati. Gli Alleati non volevano questo milione di ebrei. Né per 10.000 autocarri, né per 5.000, né per altro.

Qui non possiamo entrare nei dettagli delle disavventure di Joel Brand. Egli partì per la Turchia e finì nelle prigioni inglesi del Medio Oriente. Gli Alleati rifiutarono di «prendere sul serio l’affare», facendo di tutto per screditarlo e soffocarlo. Finalmente Joel Brand incontrò al Cairo Lord Moyne[4], ministro di Stato britannico per il Medio Oriente. Egli lo supplicò di ottenere almeno un accordo scritto che, anche se non rispettato, avrebbe permesso almeno la salvezza delle 100.000 persone.

- «E quale sarà il numero totale?»

- «Eichmann ha parlato di un milione».

- «Come potete solo immaginare una cosa del genere, signor Brand? Che ne farò di questo milione di ebrei? Dove li metterò? Chi li accoglierà?»

- «Se la Terra non ha più posto per noi, non ci resta che lasciarci sterminare», disse Brand disperato.

Le SS furono più lente a capire: credevano agli ideali dell’Occidente! Dopo lo scacco della missione di Joel Brand e durante lo sterminio, esse tentarono ancora di vendere degli ebrei al Joint (organizzazione degli ebrei americani), versando persino un «acconto» di 1.700 ebrei in Svizzera. Ma, a parte le SS, nessuno ci teneva a concludere questo affare.

Joel Brand aveva invece compreso, o quasi. Aveva compreso dove portava la situazione, ma non perché. Non era la terra a respingerli, ma la società capitalistica. Non in quanto ebrei, ma perché respinti dal processo di produzione, inutili alla produzione.

Lord Moyne fu assassinato da due terroristi ebrei e Joel Brand apprese più tardi che costui aveva sovente pianto il tragico destino degli ebrei: «La sua politica era dettata dall’amministrazione inumana di Londra». Ma Brand, che citiamo per l’ultima volta, non aveva compreso che tale amministrazione inumana non è che altro che quella del capitale, che è il capitale a essere inumano. Il capitale non sapeva che fare di questa gente. E non ha neppure saputo che fare dei rari sopravvissuti, condotti alla condizione di «esuli» che non si sapeva dove ricollocare.

Gli ebrei sopravvissuti sono riusciti finalmente a trovarsi un posto. Con la forza, e approfittando della congiuntura internazionale, è nato lo Stato d’Israele. Ma anche questo è stato possibile solo mandando in esilio altre popolazioni: centinaia di migliaia di rifugiati arabi conducono da allora un’esistenza inutile (per il capitale!) nei campi profughi.

Abbiamo visto come il capitalismo abbia condannato a morte milioni di uomini respingendoli fuori della produzione. Abbiamo visto come li abbia massacrati estraendone tutto il plusvalore possibile. Ci resta da chiarire come li sfrutti ancora dopo la loro morte, come sfrutti la loro stessa morte.

Sono innanzitutto gli imperialisti del campo alleato che se ne sono serviti per giustificare la loro guerra e per giustificare, dopo la vittoria, il trattamento infame inflitto al popolo tedesco. Si sono precipitati sui campi e sui cadaveri diffondendone ovunque le raccapriccianti fotografie ed esclamando: guardate che porci sono questi crucchi! Come abbiamo avuto ragione di combatterli! E come abbiamo ora ragione a fargli passare la voglia di ricominciare! Quando si pensa agli innumerevoli crimini dell’imperialismo, quando si pensa, per esempio, che nello stesso momento (1945) in cui i nostri Thorez cantavano vittoria sul fascismo, 45.000 algerini (provocatori fascisti!) cadevano sotto i colpi della repressione; quando si pensa che il capitalismo mondiale è il responsabile di questi massacri, l’ignobile cinismo di questa soddisfatta campagna ci dà veramente la nausea.

Allo stesso tempo, anche tutti i nostri bravi democratici antifascisti si sono gettati sui cadaveri degli ebrei. E li agitano sotto il naso del proletariato. Per far sentire loro l’infamia del capitalismo? No, al contrario: per far apprezzare loro, per contrasto, la vera democrazia, il vero progresso, il benessere di cui esso gode nella società capitalistica. Gli orrori della morte capitalistica devono far dimenticare gli orrori della vita capitalistica e il fatto che essi siano indissolubilmente legati fra di loro. Gli esperimenti dei medici SS dovevano far dimenticare che il capitalismo compie la sua gigantesca «sperimentazione» quotidiana con i prodotti cancerogeni, gli effetti dell’alcolismo sull’ereditarietà, la radioattività delle bombe «democratiche». Se si mostrano le abat-jour di pelle umana è per far dimenticare che il capitalismo ha trasformato l’uomo vivente in abat-jour. Le montagne di capelli, i denti d’oro, i cadaveri divenuti merce, devono far dimenticare che il capitalismo ha mercificato l’uomo vivente. È il lavoro, la vita stessa dell’uomo, a essere la merce nel capitalismo . Ecco l’origine di tutti i mali. Utilizzare i cadaveri delle vittime del capitale per tentare di nascondere questa verità, servirsi di quei cadaveri per proteggere il capitale, è il modo più infame di sfruttarli sino in fondo.

 


Note


* “Programme communiste”, 11, aprile-giugno 1960.

[1] Movimento contro il Razzismo, l’Antisemitismo e per la Pace.

[2] K. Marx, Manoscritto economico-filosofici (1844).

[3] Joel Brand (1906-1964),  membro dell’Aid and Rescue Commitee ungherese, tentò di salvare gli ebrei ungheresi dalla deportazione ad Auschwitz nella primavera del 1944. Sulla vicenda raccontata da Axelrad vedi F. Amodeo, M.J. Cereghino, La lista di Eichmann. Il piano nazista per vendere un milione di ebrei agli alleati, Milano, Feltrinelli, 2013.

[4] Lord Moyne (1880-1944) , ministro residente britannico nel Vicino Oriente nel gennaio 1944,poi ucciso al Cairo dalla Banda Stern il 6 novembre.

 



Casella di testo

Citazione:

Martin Axelrad: il "grande alibi" di Auschwitz, a cura di Vincenzo Pinto, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VII, 1, giugno 2018

url: http://www.freeebrei.com/anno-vii-numero-1-gennaio-giugno-2018/martin-axelrad-il-grande-alibi-di-auschwitz





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