Guri Schwarz, After Mussolini

"Free Ebrei", III, 1, giugno 2014

 

Guri Schwarz, After Mussolini. Jewish life and Jewish Memories in Post-Fascist Italy, London-Portland (Oregon), Vallentine Mitchell, 2012, 224 pp., £ 50

 

di Vincenzo Pinto


 

Abstract

Guri Schwarz's English edition of his essay on Jewish life and memories in Post-Fascist Italy offer to the English reader the possibility to understand the making of Italian first Republic and the role played by the Nazi-Fascist Holocaust and Israeli State in the creation of a new Italian Jewish identity.



La seconda edizione del saggio di Guri Schwarz (la prima in inglese) presenta a un pubblico più ampio gli esiti di una lunga ricerca storiografica e memorialistica dedicata all’identità ebraica italiana nel secondo dopoguerra. L’A., formatosi alla Scuola Normale Superiore di Pisa, è uno dei più valenti studiosi di ebraismo italiano dell’ultima generazione, attento a coniugare una sapiente acribia archivistica con gli spunti sollevati dalle recenti ricerche socio-antropologiche in tema di percezione identitaria. In particolare, i suoi temi d’interesse sono la lunga transizione tra la fine dell’epoca fascista e la nascita della c.d. Prima Repubblica, che ha espresso, oltre che in questo lavoro, nel saggio Tu mi devi seppellir (2010), dedicato al rapporto fra culto della morte e identità nazionale, e la formazione di una moderna individualità ebraica post-novecentesca. Si potrebbe dire che il conflitto inter-generazionale rappresenti il vero motivo conduttore della sua produzione storiografica e del suo afflato etico-politico, ove si considerino i temi della memoria e il suo rapporto con l’identità individuale.

La premessa all'edizione inglese esprime chiaramente la tesi che l’A. cercherà di dimostrare nel corso del suo saggio: la continuità tra la classe dirigente fascista e post-fascista espressa sotto l’usbergo del "mito del bravo italiano" (analizzato da David Bidussa nell'omonimo saggio del 1994). Quando si parla di mito è ben non utilizzare categorie come “vero” e “falso”, comune agli studiosi meno attrezzati, ma – come ci insegna Furio Jesi – studiarne il funzionamento e la valenza simbolica. L’A. sostiene che la classe dirigente ebraica abbia deliberatamente favorito la transizione fra l'Italia fascista e l'Italia repubblicana cercando di "eccezionalizzare" la parentesi antisemita e razzista e, in questo modo, di contenerne le implicazioni politiche e identitarie. Non è un caso che i primi lavori storiografici degni di nota sulla storia degli ebrei italiani in epoca fascista (come quelli di Renzo De Felice o Meir Michaelis) abbiano avuto il placet più o meno diretto della dirigenza ebraica italiana e che siano stati costruiti all'insegna dell'appeasement istituzionale, ricorrendo a un primato (temperato a dovere) della “politica estera” per evitare prese di posizioni troppo estreme contro la storia ufficiale del paese ospitante.

Il saggio è composto di due parti: la riorganizzazione della vita ebraica e percorsi della memoria. La prima, divisa a sua volta in cinque capitoli (Echoes of the Catastrophe; A “New” Leadership; A Zionist Awakening; Youth Movements; Italian Citizenship and Jewish Identities), si concentra sul percorso politico di reintegrazione degli ebrei italiani nei primi decenni post-bellici. L’A. sostiene che il cammino italiano fu lungo e tortuoso, quanto meno nei primi quindici anni dopo la fine della guerra, all'insegna della rimozione dolorosa della persecuzione. La classe dirigente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, dopo un’iniziale diffidenza, assunse un orientamento filo-sionista e filo-israeliano, all'interno del suo progetto di recupero delle radici ebraiche e di ristrutturazione dei vincoli comunitari. Il reintegro degli ebrei non fu solo all’insegna della continuità col passato, ma anche della rottura generazionale, come dimostra la vivacità postbellica dell’associazionismo giovanile (Hechalutz, la FGEI, ecc.). La ristrutturazione della coscienza ebraica proseguì di pari passo con il reinserimento nel corpo della nazione della maggioranza degli ebrei italiani. Nei primi tempi - osserva l’A. - ha prevalso una “memoria nostalgica”, incentrata sul culto di un passato “felice”, rispetto alla “memoria critica”, più attenta, impietosa e anche dolorosa.

La seconda parte del volume, divisa a sua volta in altri cinque capitoli (Memory Lapses; Public Uses of the Recent Past; Memory Politics during the Cold War; The Union of Italian-Jewish Communities and the Historiography on Fascist Anti-Semitism; For a Critique of Italian-Jewish Self-Representation), sposta la sua attenzione sull'elaborazione pubblica e privata della memoria ebraica nel secondo dopoguerra. I primi esempi sono tendenzialmente all'insegna dell’assoluzione o della minimizzazione della persecuzione, col chiaro obiettivo d’incontrare favore e consenso politico nello Stato "maggioritario". L’azione politica della dirigenza ebraica fu volta a occultare le radici italiane della persecuzione razziale: l'appeasement della memoria indusse molti ebrei a ritenere l’antisemitismo fascista un fenomeno d’importazione. Negli anni Cinquanta si fecero larghe le prime ricerche storiografiche sul fenomeno dell’antisemitismo italiano, strettamente legate al rapporto con la memoria ebraica veicolata, in particolar modo, dall'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane (come la Storia degli ebrei italiani di De Felice del 1961). La lettura assolutoria e parentetica dell’antisemitismo era il frutto dell’identità collettiva ebraica formatasi nell’età dell’emancipazione: molti ebrei italiani rimasero - per usare la tesi del saggio di Stuart Hughes - "prigionieri della speranza".

L’A. conclude il suo saggio cercando di delineare gli sviluppi identitari dell’ebraismo italiano negli ultimi decenni (in particolare, negli anni Ottanta e Novanta del Novecento). Il dibattito scientifico e giornalistico sulle persecuzioni razziali si è intensificato negli ultimi tre decenni proprio per la consapevolezza di un nuovo "anti-ebraismo" e per l’esigenza di superare vecchi paradigmi interpretativi e identitari ormai incapaci di racchiudere al meglio le rotture generazionali avvenute dopo la caduta dei due blocchi. Indirettamente, l’A. sembra indicare una via d’uscita all'immobilismo politico-istituzionale che ha finito per ingessare l’auto-percezione degli ebrei come minoranza nell'Italia repubblicana: quella di rileggere radicalmente il patto di cittadinanza e appartenenza. Ma si avverte quasi la sensazione che una vera via d’uscita alla “comunità di memoria” non ci sia e non ci possa essere: la reinterpretazione/reinvenzione dei propri modelli interpretativi è capace di modificare la coscienza degli ebrei italiani? Facendo un discorso più ampio e analogo, la coscienza degli italiani è veramente mutata nel secondo dopoguerra? Quanto il “mito del bravo italiano” non si è consolidato – per eterogenesi dei fini – nella prassi dell’italiano “e basta”?



Casella di testo

Citazione:

Guri Schwarz, After Mussolini (recensione di Vincenzo Pinto), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", III, 1, giugno 2014

url: http://www.freeebrei.com/anno-iii-numero-1-gennaio-giugno-2014/guri-schwarz-after-mussolini



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