Claudio Vercelli, Punire e penare

"Free Ebrei", II, 2, settembre 2013


Punire e penare

 

di Claudio Vercelli

 


Abstract

Claudio Vercelli replied to Andrea Giacobazzi on so-called "negationism" and the limits of political jurisdiction


In linea di massima mi riesce difficile dissentire dall’opinione espressa da Andrea Giacobazzi. Ci sono due estremi, che si articolano su una medesima linea retta, a volte senza immediata soluzione di continuità anche se si pongono agli antipodi. Da un lato i fatti storici nella loro conoscibilità che è, per definizione, oggetto di costante intervento e quindi, laddove ciò può risultare necessario, lecita revisione. Dall'altro la deliberata falsificazione, che può avvenire in molto modi, in qualche caso (anche se assai raro) addirittura per buona fede. Ovviamente di quest’ultimo aspetto non è il caso di occuparsi poiché la massa critica è data dalla falsificazione consapevole. Detto questo, subentra il vero punto problematico: dove finisce la revisione/interpretazione legittima e dove subentra il processo involutivo di stravolgimento? Le cose non sono così ovvie come invece a uno sguardo superficiale potrebbero apparire. Infatti, se di negazionismo dobbiamo parlare – che è cosa da distinguere dai fenomeni revisionisti che hanno attraversato gli anni Ottanta e sono pervenuti nella loro eco fino a oggi – è allora bene metterlo al plurale. I negazionismi sono molteplici. L’elemento comune è l’intenzionalità di negare l’evidenza di un fatto storico, sia nella sua attualità sia, soprattutto, nella rilevanza assunta sul piano civile e morale a distanza di tempo. L’attacco negazionista verte prevalentemente su questo secondo punto. Per raggiungere il suo obiettivo gli occorre mettere in discussione il primo elemento, quello della concretezza di un fatto/evento. Si tratta, va da sé, di un agire non solo irritante ma anche offensivo perché colpisce (per orientarlo) il senso comune della verità storica, mettendo a pregiudizio il linguaggio stesso della comunicazione intergenerazionale. Proprio per questo, ossia per la sua assoluta rilevanza sociale, a me pare, prima ancora che discutibile, ancor più velleitario pensare che si possa porre un arginamento alla negazione ricorrendo alla (sola) sanzione penale. Nei negazionismi abbiamo a che fare, tra gli altri, con non pochi apologeti del nazifascismo. Non credo che il dispositivo giuridico e legale garantito dalla legislazione italiana difetti di opportunità nel punire chi nega per esaltare ciò che è stato (tra l’altro, con una vera e propria capriola logica; ma è questo altro tema). Mentre anche non riconoscendo ai negazionisti (altri) un fondamento scientifico, mi pare una strada non solo impervia ma anche pericolosa quella che si intraprenderebbe se si sancisse che alcuni fatti sono non solo verità acclarate poiché condivise bensì tutelate, ovvero soggette a una vera e propria curatela rinforzata di legge. Quali verità, tra l’altro? Secondo quale principio, o premessa, certi aspetti del passato andrebbero tutelati in tal modo mentre altri potrebbero (o dovrebbero) costituire territorio per così dire "libero"? Non di meno, dove finirebbe l’ambito della tutela e dove inizierebbe quello della libera espressione? In cosa consisterebbe, allora, l’esercizio storico, a tale punto della situazione? (Al riguardo, non basta dire che il negazionismo non è esercizio storico.) Qual è la garanzia, se così la si vuole chiamare, che fa sì che il timore della punizione non si tramuti in immediata autocensura? Inutile richiamare una parola inflazionata – e quindi troppo stiracchiata – quale «libertà». La quale, ben sappiamo, ha senso se si coniuga a responsabilità. E tuttavia, al di là dell’opinabilità di certa etica del convincimento, come possiamo pensare che l’etica della responsabilità per parte dei moderni debba ridursi a qualcosa che saprebbe molto di ragione di Stato? In realtà credo che la discussione sulla punibilità del negazionismo – quindi, la definizione giuridica stessa di una fattispecie penale in tal senso – ruoti intorno ad altri motivi meno facilmente identificabili ma proprio per questo estremamente cogenti. Il primo di essi è il processo di vittimizzazione che sta connotando il dibattito politico. È un fenomeno complesso, che rimanda al fatto che in una società dove la fruizione dei diritti universalistici viene contraendosi subentra la negoziazione particolaristica per il tramite del proprio gruppo di appartenenza. Si tratta di corporativizzazione sociale, dove l’individuo ha tanta più voce quanto maggiormente è affiliato a un gruppo di pressione e quest’ultimo è tanto più forte quanto può meglio presentarsi come vittima di qualcosa o di qualcuno. Da ciò deriva l’istanza di risarcimento. Siamo in presenza di un modello tipicamente anglosassone, che sta prendendo piede anche nell'Europa continentale, rimodellando le identità sociali e rinegoziando la cittadinanza. Da ciò, tra l’altro, e non dai negazionismi deriva il maggiore pericolo per una storia condivisibile (che è cosa ben diversa dalla cosiddetta «memoria condivisa», vero e proprio falso ideologico). Un secondo aspetto è la contaminazione tra il lavoro del giudice e quello dello storico, su cui Carlo Ginzburg ha scritto pagine illuminati. La storia è perennemente convocata in giudizio, sia pure solo come teste, perlopiù a favore dell’accusa. A essa, e alla comunità scientifica (ovvero all'insieme di persone che si definisce titolata a parlare a suo nome) è richiesta una prestazione che avvalori un costrutto morale piuttosto che un altro. Lontano dal pensare che fare storia sia esentarsi dal problema delle sue ricadute sociali, rimango comunque dell’avviso che l’idea tribunalizia della sua funzione sia quanto di più deteriore possa darsi, quasi che il comprendere si riducesse nel giustificare o nel condannare. Non sono un relativista e tuttavia non mi sfugge la pericolosità di tale traiettoria, che disintegra non tanto l’olimpica separatezza corporativa degli studiosi quanto proprio la fruibilità sociale, collettiva del loro lavoro. Dentro questa inserisco quindi la querelle sulla punibilità del negazionismo. Poiché qualsiasi valutazione di merito non può astrarre dal contesto socioculturale in cui si va a inserire, interagendovi.



Casella di testo

Citazione:


Claudio Vercelli, Punire e penare, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", II, 2, settembre 2013

url: http://www.freeebrei.com/anno-ii-numero-2-luglio-dicembre-2013/claudio-vercelli-punire-e-penare


 

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