Massimiliano De Villa, Una Bibbia tedesca

"Free Ebrei", II, 1, maggio 2013


Massimiliano De Villa, Una Bibbia tedesca. La traduzione di Martin Buber e Franz Rosenzweig, Venezia, Ca' Foscarina, 2012, 497 pp., € 26


di Vincenzo Pinto



Abstract

Massimo De Villa's essay analyzes the making of a German Bible (the so-called "Verdeutschung der Schrift") by German Jewish philosophers Martin Buber and Franz Rosenzweig in the interwar period.



Il ponderoso saggio di Massimiliano De Villa, che rielabora la tesi di dottorato in filologia moderna discussa presso l'Università degli studi Ca' Foscari di Venezia nel 2010, illustra un capitolo poco noto alla storia della cultura tedesca: la cosiddetta Verdeutschung der Schrift, ovvero la “tedeschizzazione della Scrittura” (una Bibbia tedesca), operata dagli ebrei tedeschi Martin Buber e Franz Rosenzweig fra il 1926 e il 1938. L'autore, giovane studioso della cultura tedesca novecentesca, e in particolare del rapporto tra radici cristiane e radici ebraiche nel mondo tedesco d'inizio Novecento, ha voluto fornire la storia dell'elaborazione dell'ultimo e – forse – principale prodotto della “simbiosi ebraico-tedesca” novecentesca: il tentativo di ebraicizzare la Bibbia luterana, ovvero di conferire ritmo, movimento e oralità a un testo considerato rigido, immobile e verbale.

La storia della gestazione e della pubblicazione della Bibbia tedesca si trasforma, in realtà, in quella dei percorsi intellettuali e umani dei due grandi artefici: il traduttore Martin Buber e il revisore Franz Rosenzweig. L'A. delinea inizialmente una storia dell'ebraismo post-assimilatorio nella Germania ottocentesca, mettendone in evidenzia le problematiche principali, spostandosi poi sulla figura di Martin Buber attraverso la genesi del sionismo politico herzliano, l'esistenza al suo interno di una corrente culturalista, la formazione di un editore ebraico-tedesco (lo Jüdischer Verlag), l'attività pubblicistica e conferenziera (cioè orale) di Buber nell'area ebraica mitteleuropea, in particolare l'elaborazione dei cosiddetti discorsi di Praga, l'assimilazione della terminologia “popolare” e “segreta” della fin de siècle (di mito, in particolare) e il rapporto con l'ebraismo orientale espresso e perorato nella riscoperta del chassidismo e nella rivista “Der Jude”. In questo crescendo di convergenze culturali, spirituali, politiche e sociali, l'A. cerca di delineare la figura di Buber all'indomani della Prima guerra mondiale e cerca di spiegare come abbia potuto accettare la proposta di una nuova Bibbia tedesca a seguito della preparazione del suo saggio filosofico Io e tu (1919).

Accanto al Buber sionista vi era però anche la figura per certi versi meno lineare e più tormentata di Franz Rosenzweig, l'intellettuale ebreo sradicato, liberale, alla ricerca di una sorta di quadratura del cerchio capace di dare nuova speranza e “vita” all'ebraismo tedesco novecentesco. In tal senso va considerata la redazione della Stella della redenzione (1921) e l'esigenza di trascendenza esposta nel libro, che l'A. sembra ricondurre a una sorta di analitica esistenziale ante litteram, ma che forse è più facilmente spiegabile nel tentativo di conferire una sorta di “guida” cristiana storica alla cieca eternità ebraica, di fuoriuscire dal grembo ebraico materno per vedere finalmente la luce del “sole”. L'opera di Rosenzweig, infatti, è prodromica a un'azione educativa su vasta scala, che si estrinseca nella creazione del Freies Jüdisches Lehrhaus di Francoforte, nell'intento di superare il gap tra “alta” erudizione e “bassa” istruzione, per creare esseri umani ebrei su suolo tedesco. Questo tentativo, stroncato dalla malattia che coglierà il filosofo, gli ha permesso di entrare in contatto con un mondo ebraico forse minoritario nella Germania weimariana, ma culturalmente vivo e “terzo” rispetto all'assimilazionismo e al sionismo.

La convergenza dei due percorsi umani si realizza pienamente nel coinvolgimento da parte di Buber nella nuova traduzione in tedesco della Bibbia ebraica, alla quale parteciperà come correttore, confermatore e confutatore Rosenzweig. L'A. cerca di cogliere gli aspetti salienti della Verdeutschung, da lui definita come il “frutto maturo della post-assimilazione”, “culmine della jüdische Renaissance”, luogo della realizzazione e dell'esasperazione di ogni aspetto (p. 267). Mentre la traduzione di Moses Mendelssohn di fine Settecento accompagnava l'ingresso degli ebrei nelle dinamiche assimilazioniste, quella di Buber-Rosenzweig li accompagna verso l'uscita: la consapevolezza di un proprio separato carattere culturale. L'azione dei traduttori è finalizzata, da una parte, a trovare un nuovo accesso alla voce autentica dell'ebraico e, dall'altra, un nuovo accesso alla lingua tedesca. L'approccio dei traduttori consiste nel fornire ritmo e oralità al tedesco biblico: la parola non può esser scissa dall'organo fonatorio, dal corpo (di qui l'abolizione dei versetti e dei capitoli a favore dei Kolen). La lingua della Verdeutschung è insieme l'invenzione di un tedesco primordiale e un'ebraicizzazione del tedesco.

A questo punto l'A. si sofferma sulla prima ricezione dell'opera (1926). Gli interventi principali sono quattro: quelli di Siegfried Kracauer, di Gershom Scholem, di Walter Benjamin e di Albrecht Schaeffer. Il primo, uno scrittore e filosofo tedesco d'origini ebraiche, all'epoca collaboratore con la “Scuola di Francoforte”, non critica la fedeltà al testo ma l'esito linguistico e lessicale fornito al tedesco, nonché la mancata considerazione dell'evoluzione diacronica dei termini. Il secondo, noto studioso della mistica ebraica emigrato in Palestina, fornisce un responso maggiormente positivo, pur sottolineando le altezze melodiche delle espressioni, la mancanza di misura tipica degli esordi della lingua biblica. Il terzo, studioso ebreo tedesco vicino alle posizioni politiche di Kracauer, politicizza la Verdeutschung der Schrift: la sua traduzione è inattuale, perché finisce per favorire le forze politiche di destra (entusiasmo religioso, predominio dell'irrazionale, immediatezza del sentire, mistica dell'esperienza, ecc.). Per il quarto, studioso della mitologia germanica, la Verdeutschung ha il merito di essere rimasta fedele all'originale, di aver riconosciuto il primato della poesia, della creatività e dello spirito, che non ha compreso l'ebreo “sradicato” Kracauer.

L'A. si sofferma a questo punto sulla traduzione della Verdeutschung della Genesi e dell'Esodo, attraverso una comparazione serrata con la Bibbia luterana e con la traduzione mendelssohniana, per cogliere quanto ci fosse di innovativo e di conservatore nella nuova resa di Buber e di Rosenzweig. L'A. sottolinea come la Verdeutschung sia l'invenzione di un tedesco primordiale e un'ebraicizzazione del tedesco. L'effetto della Verdeutschung – commenta l'A. al termine del suo lavoro - è proprio la germanizzazione, l'allontanamento del testo dal luogo originale, l'estraniazione dal contesto. È l'esito della ricerca spasmodica di una lingua originaria. Ma è anche l'esito, nel senso di fine e d'uscita, della Renaissance ebraica e della simbiosi ebraico-tedesca. È un testo che non si può aggirare, contro cui finisce la strada e si compie la storia degli ebrei di Germania. Oltre a questo testo “non c'è niente, solo lo sterminio” (p. 467).

La conclusione dell'A. è anche una summa della sua posizione personale su quest'opera, pervasa in qualche modo dal senno del poi storico. Si tratta, in altre parole, del frutto più maturo e conclusivo di quella simbiosi ebraico-tedesca che, stando agli eventi storici successivi, si sarebbe liquefatta di fronte alla crisi economica, all'ascesa del socialismo nazionale hitleriano e alla ricerca di capri espiatori negli ebrei “sradicati”. Lo “sterminio” pone fine a questa simbiosi, che la Verdeutschung ha in qualche modo testimoniato nel suo lessico e nel suo linguaggio. Nell'estremo tentativo di “radicare” l'identità ebraica sul suolo tedesco, la Verdeutschung ha segnato la fine della storia ebraica? No, visto che uno dei due autori (Martin Buber) avrebbe proseguito la propria azione filosofica, educativa anche in Palestina e, successivamente, nel nuovo Stato d'Israele. La “tedeschizzazione” si è dunque spostata lì, verrebbe da chiedersi? A questa domanda è possibile dare una risposta negativa se si considera il diverso contesto storico, oppure positiva se si considera la lotta continua che lo Stato d'Israele deve fronteggiare per salvare la propria struttura etnica.

Un secondo problema importante e sollevato ripetutamente dall'A. è quello dei limiti della traduzione. Qual è il compito della trasmissione di un testo da una lingua all'altra? Qual è la sua utilità? Nel caso della Schrift, per esempio, la critica di sinistra ha sostenuto la sua inattualità e la sua pericolosità: quest'operazione di rinascita popolare avrebbe potuto prestare il fianco alla perpetuazione di un lessico e di una sintassi “pericolosi”, forse troppo “vitali” per la ragione umana. La critica di destra, invece, ha apprezzato il tentativo operato dai due intellettuali ebrei di dar vita a una nuova versione delle scritture che tenesse in considerazione le mutate condizioni ambientali, che proseguisse sulla falsa riga luterana e rendesse popolare (nel senso letterale e metaforico del termine) la parola di Dio. Quello che è in gioco, dunque, non è solo la possibilità di tradurre un testo in un'altra lingua così diversa e così distante geograficamente e culturalmente parlando, ma anche la presenza di una lingua originaria portatrice di un'essenza spirituale. È possibile ricostruire il legame tra pensiero e azione, tra Dio e uomo, tra via e vita, attraverso l'Ursprache? E, secondariamente, cui prodest?



Casella di testo

Citazione:

Massimiliano De Villa: Una Bibbia tedesca (recensione di Vincenzo Pinto), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", II, 1, maggio 2013

url: http://www.freeebrei.com/anno-ii-numero-1-gennaio-giugno-2013/massimiliano-de-villa-una-bibbia-ebraica




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