Alessandra Cambatzu, I ponti di carta di Wlodek Goldkorn

"Free Ebrei", V, 2, settembre 2016


I ponti di carta di Wlodek Goldkorn

Considerazioni su “Il bambino nella neve”


di Alessandra Cambatzu (a sua imperitura memoria)


Abstract

Alessandra Cambatzu discusses Wlodek Goldkorn's memoir and tries to link the Yiddish world and the Yiddish word through the figure of Kadya Molodowsky, probably the best Yiddish poetess of the last century.


                                                                           Oggi è passata sui miei ponti di carta
                                                                       (proprio quelli che mi conducono alla felicità) 

una signora di sessant’anni,

sicuramente sui sessanta,

con i piedi gelati e nudi. 

Kadya Molodowsky

 

Uno dei tanti meriti del piccolo (come numero di pagine, beninteso) memoir di Wlodek Goldkorn è quello di richiamare frequentemente  lo yiddish e il mondo che si esprimeva in quella lingua e che quella lingua usava anche come strumento politico: il Bund, il partito socialista ebraico, incarnato nel testo dalla presenza di Marek Edelman. C’è però un’altra presenza fondamentale ed è quella della grande poetessa yiddish Kadya Molodowsky, pressoché sconosciuta in Italia, che Goldkorn cita e con cui ci sembra ci sia più di un punto di contatto con l’autore.
Il testo si apre con il ritorno, faticoso come tutti i ritorni, nella natia Katowice: l’immagine più forte è quella del vuoto, il vuoto che i genitori emigrati in Russia nel 1939 e tornati in Polonia hanno trovato al loro rientro, quel vuoto che viene retoricamente celebrato ogni 27 gennaio, era reale: parenti, amici, conoscenti, inghiottiti, kaputt. Su questo vuoto si cerca fiduciosamente di ricostruire la vita, i bambini giocano  (“Facciamo che una SS ti comandava di mangiare la cacca...”), il nostro ha dei genitori amorevoli e presenti, una vita non difficile nella Polonia comunista del dopoguerra. La zia, “ciocia” Itka, reduce dai campi di concentramento, è simbolica rappresentante di questo vuoto:  inquieta e “alla ricerca di un posto dove stare” – è una  vandermejdl, “una vagabonda” come recita una bellissima lirica di Molodowsky – finirà con lo stabilirsi in Israele, in mezzo al rumore delle botteghe dei fabbri. E poi gli zii del migliore amico Adam, Srulik e Lajcia che parlavano “uno yiddish più fluente del polacco”, raccomandando al piccolo Wlodek, il cui padre era un appassionato yiddishista: “Non raccontare in giro che tuo padre sa lo yiddish”. La frase subito ci introduce in un mondo in cui l’ebreo polacco, ormai ridotto a numeri risibili, è di volta in volta tollerato, qualche volta ben accetto (il padre di Wlodek è un funzionario del partito), ma c’è sempre una sorta di sospetto, di sfiducia nei suoi confronti, meglio non mostrarsi e non parlare yiddish, segnale chiaro di un’appartenenza. Attenzione, però, i riferimenti allo yiddish non hanno alcun richiamo nostalgico allo shtetl prebellico, luogo di sporcizia, miseria e sottomissione femminile. Chi pensa di trovare descrizioni alla Gimpel l’idiota di singeriana memoria, non troverà pane per i suoi denti.

 

Per i polacchi  gli ebrei sono gente infida, “Żydokomuna”, ebreo-comunisti, né carne né pesce: attraverso un documentario del regista Łoziński, Wlodek ricostruisce la vicenda terribile del pogrom di Kielce, avvenuto il 4 luglio 1946. Un bambino, Henio, sparisce, la popolazione con la complicità della polizia locale, non ci mette molto ad accusare la comunità ebraica, come nella migliore tradizione dell’accusa del sangue: la popolazione “gentile” si scatena. Uomini e donne gettati dalla finestra, lapidati, fatti scendere dai treni e trucidati. Da qui alla prese di posizione antisemite di Gomułka, che non avrebbe tollerato una “quinta colonna” amica di Israele in seno alla sua nazione, non ci vorrà molto, con il crollo conseguente e definitivo delle speranze di rafforzare i ponti faticosamente costruiti. La famiglia di Wlodek parte dalla Polonia: “Stiamo partendo per non tornare mai più”, dichiara il padre alla frontiera. 

Israele, terra nuova. La famiglia dell’autore vi si trasferisce, dopo una lunga sosta a Vienna, ma anche lì non sembra esserci la possibilità di costruire ponti: l’autista di un bus che in piazza Jenin terrorizza e quasi uccide un piccolo arabo, l’ufficiale che comanda al soldato Goldkorn di puntare il fucile contro un bambino. Non sono buoni presupposti per costruire dei ponti. E allora, l’Italia,  dopo un passaggio infelice in Germania. “Pensai che se ero condannato a non avere una casa, avrei vissuto nel paese più bello del mondo”. E in Italia l’autore trova un ubi consistam e contemporaneamente viene a conoscenza di Marek Edelman, rappresentante del Bund e organizzatore dopo la morte di Anielewicz della rivolta del ghetto di Varsavia. La figura di Edelman, coincide per ammissione dello stesso autore con la riscoperta della Polonia, con la riscoperta del Bund, con il rifiuto della retorica degli ebrei “come pecore al macello”, ma anche col rifiuto delle stanche celebrazioni della Shoah. Appartenenza non identificazione, questa è la chiave.

Ma l’espressione “pecore al macello” richiama a un altra fondamentale questione, come può Dio aver permesso tutto ciò?

 

Dio misericordioso,

scegli un altro popolo

per il momento.

Siamo stanchi di soccombere e morire

non abbiamo più preghiere

scegliti un altro popolo.

 

Sono parole di Molodowsky nella lirica “Dio misericordioso” esprimono bene il sentimento che ci pare di cogliere tra le righe.

La parte conclusiva  del testo – meravigliosamente priva di retorica che chiunque, anche involontariamente, vi avrebbe fatto scivolare – è dedicata al visita dei Lager: Auschwitz, con il suo errore esibito (impudico?) delle migliaia di occhiali, capelli, denti d’oro, dietro teche di vetro; Bełżec, per raggiungere il quale si attraversa la Galizia terra di fiorenti comunità ebraiche, in cui lo yiddish era la lingua d’uso. Qui è rimasto ben poco del Lager: né forni, né torrette di guardia... gli schiavi ebrei hanno bruciato migliaia di corpi, è la montagna nera che incombe. Bełżec è il posto dove il Male, il piacere di vedere soffrire è stato evidente; il comandante del campo Christian Wirth, “era un uomo sadico e perverso” che incuteva paura persino ai suoi sottoposti. Ma se è facile definire Wirth un mostro, come definire chi, dopo la guerra, rovistava tra le rovine del Lager per dissotterrare i cadaveri alla ricerca di denti d’oro? Nel 1963 fu inaugurato a Bełżec un monumento: non si faceva però riferimento al fatto che le vittime erano quasi tutte ebree.

Il viaggio prosegue: Sobibór, Treblinka, Varsavia. Nella capitale il bel museo Polin, dedicato alla presenza ebraica in Polonia, sembra di nuovo offrire la possibilità di costruire dei ponti: gli ebrei non sono solo pecore al macello, ma costruttori, ingegneri, figure forti e attive. Ma è l’intensità della vita culturale fino all’arrivo dei nazisti a colpire, la musica, il cinema e la letteratura yiddish, come in yiddish era una delle più belle riviste letterarie d’Europa, i “Literarishe Bleter”.

Infine le figure di Bruno Schulz, il grande scrittore ebreo che scrisse in polacco, e Frank, che si autoproclamò Messia e convertitosi al cattolicesimo, fu il fondatore della corrente che da lui prese il nome, frankismo, e che ebbe un’enorme influenza in Polonia. Non è, almeno per me, un caso che il bellissimo testo di Goldkorn si concluda con due figure-ponte, tra due culture e tra due religioni. Laddove non è possibile costruirli fisicamente i ponti, possono tornare utili quelli di carta: parlare, scrivere, entrare in contatto, una risposta alla torre di Babele dell’incomprensione e dell’odio.

 



Casella di testo

Citazione:

Alessandra Cambatzu, I ponti di carta di Wlodek Goldkorn. Considerazioni  su "Il bambino nella neve", "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", V, 2, settembre 2016

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-v-numero-2-luglio-dicembre-2016/alessandra-cambatzu-i-ponti-di-carta-di-wlodek-goldkorn





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