Hermann Bahr, Antisemitismo

"Free Ebrei", VI, 2, ottobre 1917



Hermann Bahr, Antisemitismo. Un’intervista internazionale (1893), con un articolo di Ezio Mauro  e un saggio di Konstanze Fliedl, traduzione e cura di Erik Battaglia, Asti, Analogon,  2017

 

di Maria Teresa Dal Monte

 

Abstract

Maria Teresa Dal Monte reviews Hermann Bahr's international enquiry on anti-Semitism, which has been edited by Analogon Publisher (Asti).

 

La casa editrice Analogon ha pubblicato un documento storico d’eccezione, un piccolo capolavoro di intelligenza e finezza fin de siècle. Si tratta di un’inchiesta sull’antisemitismo, condotta nel 1893 in alcuni paesi europei dallo scrittore e giornalista austriaco Hermann Bahr per la liberale Deutsche Zeitung di Vienna mediante interviste a rappresentanti della cultura, edita come libro da Fischer nel 1894. Il ricco e avvincente campione umano, selezionato da un sensibile sismografo del suo tempo, va da studiosi come lo storico Theodor Mommsen e il biologo e filosofo Ernst Haeckel ad autori drammatici del calibro di Henrik Ibsen a figure singolari, irripetibili dell’epoca quali l’ufficiale e uomo politico Gustave Paul Cluseret, eletto deputato a Tolone nel 1888 dopo aver partecipato a tante campagne, dalla spedizione dei Mille alla guerra di Secessione alla Comune di Parigi, ad Annie Besant della Theosophical Society di Londra, passata dal materialismo marxista alla teosofia. L’ intervista è nel 1893 una prassi giornalistica d’avanguardia che fa ancora molto discutere e a cui alcuni preferiscono sottrarsi rispondendo per iscritto. All’economista tedesco Adolf Wagner che la definisce “la moda più disgustosa che ora scimmiottiamo dagli americani” Bahr ribatte che i suoi modelli sono francesi. Si riferisce a Jules Huret che nel 1891 aveva condotto un’inchiesta di grande successo sull’evoluzione della letteratura, interrogando i maggiori scrittori francesi. Né mancò chi temette che l’intervista potesse soppiantare la critica e rivoluzionare l’estetica[1]. Ma dall’agosto 1892 aveva cominciato ad apparire su Le Figaro di Francis Magnard, per Bahr “il nuovo maestro del giornalismo”, un’altra inchiesta dello stesso Huret sulla questione sociale in Europa [2], citata ancora ripetutamente nella Storia della Francia di Georges Duby nel capitolo sulla civiltà industriale di fine ‘800. Reduce da Berlino, dove aveva studiato da ultimo economia politica con Adolf Wagner, socialista della cattedra, e lavorato ad una tesi incompiuta su Marx, senza  trascurare la letteratura e la filosofia, Bahr, che nell’autobiografia si presenterà come un impressionista, “supera” il naturalismo, senza rinnegarne le conquiste, affascinato dall’impressionismo e dal simbolismo francesi, e teorizza un “nuovo psicologismo” che porti alla luce l’inconscio, l’“arte dei nervi”, delle sottili vibrazioni nervose[3]. Il suo periodo austro-franco-ebraico alla svolta del secolo, dopo aver ripudiato il pangermanesimo antisemita dei primi anni di università, è il più felice di una personalità complessa e contraddittoria, secondo Hofmannsthal “ingiusta, incoerente, stimolante come la vita stessa”[4], che subirà un’involuzione nazionalista e reazionaria, ben analizzata da Konstanze Fliedl. A fine secolo è portavoce dello Jungwien, un gruppo di scrittori contrassegnato da un irriducibile individualismo, programmaticamente senza una poetica comune, i cui esponenti di maggior rilievo sono ebrei come Schnitzler o di ascendenza ebraica come Hofmannsthal. Nel 1894 Bahr, che negli anni berlinesi aveva considerato l’economia politica un’”alchimia del futuro in grado di mutare il lavoro in oro”, pubblica  la raccolta di novelle Caph, dove per influsso del francese  Éliphas Lévy, studioso della cabbala, la lettera dell’alfabeto ebraico rimanda alla capacità della letteratura di trasformare in oro la realtà grazie alla magia della forma. Caph è anche lo pseudonimo con cui Bahr firma i suoi contributi prevalentemente sull’arte e la letteratura al settimanale social-liberale Die Zeit degli ebrei viennesi Isidor Singer e Heinrich Kanner, organo dell’elitario, avanguardistico gruppo dei Sozialpolitiker, secondo Bahr “l’unico giornale borghese di opposizione”. Il suo appoggio al sionismo di Herzl è condiviso da alcuni Jungwiener ebrei quali Richard Beer-Hofmann e Felix Salten che nella satira di Karl Kraus fondono col suo il nome del celebre eroe della rivolta antiromana in Hermann Bar-Kochba[5]. Non mancò tra i contemporanei neppure chi credette che anche lui, esegeta ai primi del ‘900 dell’“io insalvabile” di Ernst Mach, forse per la sua eterna inquietudine fosse un intellettuale ebreo.

Nel 1893 un Bahr europeo e cosmopolita percorre come intervistatore l’Europa passando con disinvoltura dalla Hohenzollernstrasse berlinese al parigino Bois de Boulogne al londinese Regentspark. Le interviste a tedeschi e francesi, le più ampie e numerose, sono per lo più colloqui, causeries, precedute come in Huret da una descrizione a volte minuziosa degli ambienti esterni o interni e dei personaggi intervistati, dei quali Bahr, lo psicologo, come si autodefinisce, vorrebbe cogliere la complessità nelle minime sfumature. A questo scopo con raffinata sensibilità fin de siècle attribuisce  grande importanza anche alla comunicazione non verbale, colta in un gesto, in un particolare dell’ambiente. Lo stile del “giornalista-poeta”, come lo chiamerà Raoul Auernheimer, è contrassegnato non di rado nelle presentazioni da pennellate impressionistiche, frasi senza verbo, ricco uso di sinestesie. Dal lirismo descrittivo iniziale si passa con un evidente stacco al dialogo che Bahr cerca di riprodurre in tutta la sua spontaneità. Ma se nella prefazione all’inchiesta si propone di essere un semplice registratore di opinioni, non manca a volte di chiosare, contraddire, provocare in modo lapidario ma incisivo gli intervistati.

Conformemente al “nuovo psicologismo”, alla Nervenkunst Bahr fa la propria diagnosi dell’antisemitismo definendolo “una particolare disposizione dei nervi, una passione isterica“, una “narcosi d’odio” volta a colmare l’assenza di ideali, il vuoto di valori. Ma che “i ricchi” secondo Bahr “si sorreggano con la morfina e l’hascisc e che chi non può permettersi le droghe diventi antisemita” è per Viktor Zmegac[6] ancora una considerazione di sapore marxista.  E non a caso Bahr non manca  di concludere che “forse è il socialismo l’unico medico dell’antisemitismo”. È una posizione opposta a quella di chi vuole reagire alla perdita dei valori con il nazionalismo, un rinnovato misticismo, la teosofia, l’occultismo. Sul diffondersi dell’irrazionalismo nel fine secolo Bahr si sofferma con efficacia presentando il tenente colonnello tedesco Moritz von Egidy divenuto riformatore religioso e sociale. Si tratta di un humus culturale che George Mosse ha studiato in Le origini culturali del terzo Reich. Bahr è percepito in verità da uno degli intervistati, Alejandro Sawa, senza smentirlo, come ormai lontano dalla politica. Ma era stato a Parigi alla svolta tra il 1892 e il 1893 quale inviato della Deutsche Zeitung per seguire il dibattito parlamentare sulla questione di Panama, l’affaire che coinvolge il mondo della finanza e della politica francese e in cui a parere di molti alcuni ebrei avrebbero avuto un ruolo di primo piano. Lo scandalo di Panama è un tema ricorrente nelle interviste anche come modello di scandali analoghi, ad es. di un caso Panama tedesco denunciato dal giornalista e politico antisemita Hermann Ahlwardt. Il mondo del progresso, della finanza, della civiltà industriale e metropolitana, del commercio mostra infatti nel fine secolo anche la sua faccia distruttiva, gli effetti negativi di corruzione e degrado. Ed è un mondo di cui gli ebrei divengono il simbolo e in quanto tali il capro espiatorio. L’ebreo come simbolo è l’autentico Leitmotiv delle interviste. Per la maggior parte degli intervistati la motivazione primaria dell’antisemitismo è dunque socio-economica, antiliberale. La parola ebreo è depurata altrimenti secondo Cluseret da qualsiasi connotazione religiosa ed etnica.

Nella postfazione Bahr si cimenta nel non facile compito di sintetizzare con estrema concisione le dichiarazioni degli intervistati. “L’antisemitismo tedesco è reazionario - scrive - una rivolta dei piccolo-borghesi contro lo sviluppo industriale, dell’antica virtù tedesca contro la libertà dell’epoca moderna”.  L’antisemitismo moderno si rivela dunque la negazione del concetto stesso di modernità che Bahr tra i primi aveva teorizzato e propugnato. Emblematica è la denuncia da parte del liberale tedesco Theodor Barth dell’antisemitismo dei piccoli Junker, rappresentanti dell’aristocrazia terriera prussiana, per i quali gli ebrei divengono il simbolo della civiltà industriale a cui non hanno saputo adeguarsi e che segna la loro fine. “L’antisemitismo parigino – ancora nel giudizio riassuntivo di Bahr - è rivoluzionario, rivolto contro l’accumulo del capitale e il predominio dei ricchi. L’ebreo è usato solo come comodo ed efficace esempio di capitalista”. Bahr e non pochi dei suoi colti intervistati sono già  ben consapevoli che l’antisemitismo prescinde dal suo oggetto, che non è l’esperienza - come dirà Sartre - che  produce  la nozione di ebreo. Se gli ebrei non ci fossero – osserva  Bahr – gli antisemiti dovrebbero inventarli.

Hanno un ruolo di primo piano nell’inchiesta tedeschi e francesi. É ai tedeschi che spetta del resto secondo il principe Heinrich Schoenach-Carolath  e  l’anarchico Mackay il triste primato dell’antisemitismo. E a dire il vero, se si eccettuano Mommsen, il liberale Theodor Barth e Mackay, non sono poche le riserve ambivalenti degli altri intervistati tedeschi tra cui  August Bebel e Ernst Haeckel. Ma i due antisemiti dichiarati dell’inchiesta sono francesi, a sorpresa il socialista avventuroso Cluseret e Henry Rochfort, il seguace di Boulanger, che Bahr incontra a Londra, dove si è rifugiato per evitare il carcere e al cui fascino ambiguo pare in qualche misura non sottrarsi. La maggior parte degli intervistati francesi sembra tuttavia non poter immaginare che l’ anno dopo sarebbe scoppiato il caso Dreyfus con cui si rivelano le molteplici facce, la diffusione, il radicamento dell’antisemitismo in Francia. Ne fu sconvolto Theodor Herzl, allora a Parigi come corrispondente della Neue Freie Presse, quando nel gennaio 1895 alla pubblica degradazione di Dreyfus sentì la folla gridare non tanto ”Morte al traditore“ quanto “Morte agli ebrei”, un grido che ancora dopo anni gli risuonerà nell’orecchio. 

 

 

Note


[1]  Ênquete sur l’évolution littéraire, Paris, 1891 cit. in H. Bahr, Die Zukunft der Litteratur, 1892, Studien zur Kritik der Moderne, Das Junge Wien, I, Tübingen,1976, p. 290.

[2] Jules Huret, Ênquete sur la question sociale en Europe, Paris, 1897.

[3]Cfr. La nuova psicologia (Die neue Psychologie,1890) in H. Bahr, Il superamento del naturalismo, a cura di G. Tateo, Milano, 1994, pp. 41-56.

[4] [ H.v.Hofmannstahl,”Die Mutter” (1891), Reden u.Aufsätze I 1891-1913, Frankfurt a.M.,101].

[5] [Karl Kraus, Una corona per Sion. Satira politica (1898) a cura di Vincenzo Pinto, Torino, 2015].

[6] [Viktor Zmegac, Hermann Bahr als sozialgeschichtlich interessierter Kritiker, in “Jahrbuch für internationale Germanistik” 17(1985), pp. 439-454; V.Z. (Hrsg.), Geschichte der deutschen Literatur vom 18.Jahrhundert bis zur Gegenwart Bd.II/2 1848-1918, p. 261].

 

 

 

Casella di testo

Citazione:

Hermann Bahr, Antisemitismo. Un'intervista internazionale (1893) (Recensione di Maria Teresa Dal Monte), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VI, 2, ottobre 2017

url: http://www.freeebrei.com/anno-vi-numero-2-luglio-dicembre-2017/hermann-bahr-antisemitismo






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