Idel, Alte Welten neue Bilder

"Free Ebrei", II, 1, maggio 2013

 

Moshe Idel, Alte Welten Neue Bilder. Jüdische Mystik und die Gedankenwelt des 20. Jahrhunderts, Berlino, Jüdischer Verlag im Suhrkamp Verlag, 2012, 463 pp., € 34,95

 

 

di Gabriele Guerra

 

 

Abstract

Moshe Idel's essay is a bold attempt to show the problematic relationships between Jewish mysticism and contemporary Jewish philosophy, taking in account the different paths of Jewish intellectuals in front of nihilism and secularization.

 


Il grande studioso di mistica ebraica, già allievo del maestro degli studi sulla Qabbalah Gershom Scholem, ha pubblicato nel 2010 per il pubblico di lingua inglese una raccolta di suoi saggi, non direttamente inerenti al suo ambito primario di ricerca, cui aveva dato il titolo di Old Worlds, New Mirrors. On Jewish Mysticism and Twentieth-Century Thought. Adesso lo storico editore ebraico-tedesco Jüdischer Verlag, che a partire dagli anni ’90 è stato rilevato dal principale editore scientifico Suhrkamp, ne pubblica una traduzione in lingua tedesca. Mondi antichi – nuove immagini. La mistica ebraica e il pensiero del XX secolo: così potrebbe suonare una traduzione italiana del titolo del presente volume, che in effetti si sofferma sin da subito sul nesso, che Moshe Idel indaga a partire da diverse prospettive e prendendo in esame diversi autori, intrattenuto dal mondo intellettuale moderno con il complesso e articolato mondo della mistica ebraica. Nella importante “introduzione”, che apre il volume e che ha il compito di armonizzare i diversi saggi ivi contenuti (che peraltro presentano comunque una forma sostanzialmente omogenea), indicando al lettore i diversi fili rossi storico-analitici che l'A. intreccia, lo studioso israeliano sottolinea la profonda discontinuità, che pur tuttavia lega una tradizione millenaria ai suoi esiti e “ritraduzioni” moderni: mentre cioè le élites ebraiche antiche (profeti, sacerdoti, re e rabbini) esibivano un legame organico e sistematico con il corpus delle dottrine religiose e culturali che formavano l’identità ebraica, quel legame si è andato viepiù complicando, per quegli intellettuali moderni che viceversa hanno “riscoperto” la loro identità ebraica all’interno di un processo di “Selbstfindung” intellettuale che spesso – se non quasi sempre – prendeva le fattezze di un profilo intellettuale di tipo accademico. Il modello in tal senso è offerto proprio da Gershom Scholem, iniziatore degli studi sulla mistica ebraica, e da Leo Strauss, grande esperto di filosofia classica antica, oltretutto legati da rapporti di amicizia. Per entrambi il processo di “acculturazione” ebraica - sostiene l'A. - non è consistito solo nell’acquisizione “neutrale” di una metodologia accademica in ordine a uno specifico campo di saperi e di pratiche intellettuali, ma anche – e soprattutto – nell’assunzione tacita di una nuova assiologia ispirata – pur in tutte le difficoltà del caso e ovviamente tenendo conto dei paesaggi culturali radicalmente mutati – alla tradizione valoriale ebraica classica, e dunque attingendo a una vocazione spiccatamente minoritaria, di nicchia se non “nascosta” (secondo le procedure discorsive tipiche del dispositivo mistico classico). Questo atteggiamento spiega anche in ultima analisi, aggiunge l’autore, la posizione di coloro, come Franz Rosenzweig o Walter Benjamin, che ebbero una carriera intellettuale pressoché nulla in ambito accademico, ma che mantennero proprio quell’attitudine che ritroviamo in percorsi intellettuali maggiormente affermati in senso istituzionale e che si tradusse in una loro ancor maggiore influenza anche su quegli ambienti accademici da cui erano rimasti esclusi.

Una volta dunque dispiegata la panoplia metodologica di cui si è servito nei case-studies dei singoli saggi, l'A. offre al lettore, specie a quello specialistico, una serie di ricognizioni che offrono una panoramica ampia ma nient’affatto superficiale di questa storia intellettuale ebraica del XX secolo: da Arnaldo Momigliano a Eric Voegelin, da George Steiner a Jacques Derrida, da Martin Buber a Paul Celan tra gli altri trattati, l'A. mostra, in maniera sempre convincente, come e in che misura tali pensatori, intellettuali e letterati abbiano recepito e rielaborato il legato mistico-qabbalistico, che in questi casi, ovviamente, appare come un dispositivo multiforme e complesso, che va dalle prime rielaborazioni rabbiniche del corpus dottrinale tradizionale ebraico postesilico, al chassidismo orientale protomoderno, passando per le grandi architetture medievali della Qabbalah luriana e della mistica di Abulafia – di cui l'A. è forse il maggior studioso vivente; arrivando infine agli esiti estremi del messianismo radicale del sabbatianismo e del frankismo. In questo senso il vero filo rosso, il basso continuo che attraversa tutti i saggi contenuti nel volume fornendo loro l’unitarietà analitica e teoretica che l’autore auspica, è fornito proprio da Gershom Scholem: il quale, come è noto, declinava l’acutezza filologica delle sue ricostruzioni storico-religiose sempre in termini di passione e partecipazione profonda ai suoi oggetti di studio (i quali, non va mai dimenticato, non erano frutto di una scelta “accademica”, ma prima di tutto esistenziale). Scholem - aggiunge l'A. - era in sostanza un fenomenologo, ed in quanto tale, anche in parte perfino quando agisce come storico del pensiero religioso e appassionato cultursionista (per il quale cioè Sion rappresentava prima di tutto una metafisica esistenziale, prima ancora che una dottrina politica o geopolitica), e in questo senso esponente di un pensiero sostanzialmente antistorico, in cui cioè l’imperativo genericamente husserliano di tornare “alle cose stesse” funge in ultima analisi da antidoto alle catastrofi della storia. In effetti quella di Scholem è una figura affascinante nella storia intellettuale del XX secolo, sospesa com’è indefinitamente tra assimilazione guglielmina e dissimilazione cultursionista, impostazione politica rabbiosamente anarchica e atteggiamento intellettuale fondamentalmente conservatore, in una continua e feconda sovrapposizione dei piani accademico-scientifico e privato-esistenziale. In tal senso può essere tranquillamente assunto – come fa l'A. in questo libro – a epitome dell’intellettuale ebraico-tedesco (nel quale cioè il trattino che separa e unisce i due termini assume un significato cruciale) nel paesaggio doloroso e apocalittico del “secolo breve”.



Casella di testo

Citazione:


Moshe Idel, Alte Welten neue Bilder (recensione di Gabriele Guerra), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", II, 1, maggio 2013

url: http://www.freeebrei.com/anno-ii-numero-1-gennaio-giugno-2013/idel-alte-welten-neue-bilder




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