Giovanni Cecini, Il Piave mormorò anche per gli ebrei italiani

"Free Ebrei", VII, 2, luglio 2018


Il Piave mormorò anche per gli ebrei italiani




Abstract

Giovanni Cecini explores and discusses the main themes of the conference on “Jewish Italian soldiers, 1848-1948”, hold last May in Rome.


Nell’anno 2018 ricorre il centenario della vittoria alleata della Grande Guerra e al contempo il 70° della promulgazione della Costituzione Italiana e della creazione dello Stato d’Israele. Tuttavia, a ben vedere, vi sono altre ricorrenze a queste collaterali, che non possono passare inosservate. E difatti lo scorso 24 maggio (altra data storica) si è tenuto a Roma un convegno, che ha voluto ricordare l’ingresso e la successiva forzata uscita degli ebrei italiani dalle Forze Armate nazionali. Infatti fu nel lontano 1848 che il re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia autorizzò il proprio Esercito ad aprire le porte ai sudditi ebrei, mentre fu il suo bisnipote Vittorio Emanuele III che nel 1938 decretò l’espulsione razziale gli stessi ebrei dalle medesime Forze Armate.

L’evento romano, che ha ricordato questi fatti, dal significativo titolo Il rovescio delle medaglie. I militari ebrei italiani 1848-1948 è stato organizzato dall’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia e dalla Comunità ebraica di Roma. Esso ha visto l’intervento di 11 relatori. Questi – provenienti dal mondo dell’Università, delle Forze Armate, della Comunità ebraica e della ricerca indipendente – hanno offerto un interessante ed esauriente spaccato di come il Risorgimento italiano sia stato un elemento di grande leva socio-patriottica anche per gli italiani di religione ebraica. Al contempo le intercorse leggi razziali (e razziste) hanno invece rotto quel patto di emancipazione, adesione e partecipazione, che gli ebrei avevano sottoscritto e testimoniato senza riserve in favore dei destini della Patria italiana.

Si è iniziato con l’intervento di Pierluigi Briganti (autore tra l’altro del volume Il contributo militare degli ebrei italiani alla Grande Guerra. 1915-1918). Egli ha fatto un’esauriente carrellata della partecipazione degli israeliti della Penisola dal periodo napoleonico fino alla Prima guerra mondiale, soffermandosi su alcuni rilevanti esempi: indicativo il tal senso come sulle 5 medaglie d’oro al valor militare concesse durante la Grande Guerra ai combattenti ebrei, tra di essi vi fosse anche il più giovane (Roberto Sarfatti di 17 anni) e il più vecchio (Giulio Blum di 61 anni) decorato dell’intero Esercito italiano.

Ha seguito l’intervento del sottoscritto (autore tra l’altro del volume I soldati ebrei di Mussolini). Il proponimento del mio intervento è stato quello di inquadrare l’evoluzione normativa del Regno d’Italia, volta a integrare e poi espellere gli ebrei dalla vita militare del Paese. Se lo Statuto albertino e i decreti successivi del 1848 furono forieri della grande adesione risorgimentale, le Leggi razziali del 1938 furono inversamente proporzionali nel mortificare quel sorprendente senso patriottico. Si è voluto poi dare risalto alla malafede di Mussolini, volta subdolamente a rassicurare i decorati ebrei che i loro meriti patriottici li avrebbero salvati dal forzato congedo, oltre all’altrettanta ambiguità del Governo Badoglio, che impiegò oltre sei mesi per abrogare gli effetti della vergogna antisemita.

Si è passati poi alla relazione di Gerardo Severino (maggiore della Guardia di Finanza e direttore del Museo storico del corpo), autore di numerosi volumi legati a rilevanti figure di Fiamme Gialle ebree. Anch’egli ha ribadito il consolidato intreccio tra Risorgimento italiano e comunità ebraica nazionale, soffermandosi su alcuni finanzieri di religione israelitica, che diedero lustro al corpo militare d’appartenenza. Particolare interesse ha rappresentato l’esperienza della Grande Guerra, in cui la Guardia di Finanza operò come vera e propria arma combattente e non solo come polizia dedita alla lotta al contrabbando e ai reati tributari. Tra tutti va ricordata la figura del maresciallo Arrigo Procaccia, che dopo il congedo nel 1939 chiese e ottenne nel 1944 di rientrare nel corpo, tanto da meritare la successiva nomina a ufficiale.

A quel punto è stata la volta di Mario Toscano (professione di storia contemporanea all’università di Roma Sapienza), che ha illustrato il significato spirituale della partecipazione ebraica alla Prima guerra mondiale. Si è soffermato in particolare sul ruolo che i rabbini militari ebbero nel Regio Esercito e sull’adesione – seppur tra sensibilità differenti – dell’ebraismo italiano a un’esperienza così coinvolgente, ma anche così drammatica come la Grande Guerra. Non a caso proprio l’esiguo numero degli ebrei italiani rispetto alle comunità straniere pose l’accento sul controverso rapporto di presunta fraternità con le più numerose componenti austro-ungariche, di cui si veniva a contatto per esempio a seguito dell’imprigionamento dei nemici al fronte. Fu così che i rabbini militari furono sia un conforto per i militari correligionari, ma divennero anche l’inusuale occasione per riflettere sulla propria identità, inserita in un contesto così totalizzante come la guerra, dove i rischi maggiori erano l’assimilazione, il mimetismo religioso, se non addirittura la coatta conversione ad opera dei cappellani cattolici.

Proprio il tema della prigionia è stato quello poi trattato da Lauro Rossi (dirigente della Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma). Si è voluto così dare un contributo sulle differenze e sulle somiglianze dell’essere ebreo, rispetto alle altre confessioni religiose, anche dietro a un reticolato in territorio nemico. La triste vita dei prigionieri durante la Grande Guerra è stata quindi declinata nell’analisi di un rapporto ancora più oppressivo, che purtroppo per gli ebrei sarebbe stato caratterizzante durante la successiva guerra mondiale.

L’ultimo intervento della mattina è stato presentato dallo scrittore e filosofo Paolo Orsucci Granata (autore tra l’altro del volume Moisè va alla guerra). La sua esposizione ha elencato dieci parole ebraiche, volte a spiegare cosa volesse significare essere israeliti nel 1915. Attraverso una loro analisi filologica e poi ricontestualizzate nell’Italia liberale, le dieci parole hanno permesso di immergersi nel più intimo sentire morale e spirituale dei militari ebrei mobilitati nel conflitto, anche in rapporto con i precetti della propria tradizione religiosa. Non a caso, riprendendo il discorso sui rabbini militari, egli ha accennato anche al grande rischio che il contesto a maggioranza cattolica potesse trasformare il ruolo del rabbino da maestro d’Israele a quello più avvilente di semplice “prete israelita”.

Dopo il pranzo si è passati all’analisi delle fonti documentali, custodite presso la Comunità ebraica della Capitale. Ha preso la parola Lia Toaff (nipote del compianto rabbino Elio), curatrice della mostra dal significativo titolo Prima di tutto italiani, allestita nel 2014 e poi divenuta permanente nelle sale del Museo ebraico di Roma. L’intervento ha voluto così testimoniare non solo la crescente sensibilità della comunità verso la tematica del patriottismo dei propri correligionari, ma anche verso la conservazione e la valorizzazione del materiale documentale e fotografico posseduto o solo di recente acquisito proprio grazie alla mostra. Si è quindi voluto risaltare come – nonostante i romani fossero riuscire a liberarsi del proprio ghetto solo nel 1870 – tale ritardo non abbia inficiato sull’intensità della propria adesione alla Nazione comune. Preannunciando poi l’allestimento di una nuova mostra, questa volta legata all’80° anniversario della normativa antiebraica, si è colta l’occasione per illustrare alcune figure di spicco della comunità, che vissero nell’arco di un ventennio l’intensa esperienza bellica nella Grande Guerra e poi la mortificazione del congedo per motivi razziali.

Si è quindi passati a Silvia Haia Antonucci (responsabile dell’Archivio storico della comunità di Roma), che ha illustrato – attraverso la descrizione del patrimonio custodito – l’evoluzione dell’ebraismo cittadino dallo Stato della Chiesa al fascismo. Non è mancata l’occasione per fare il punto della situazione sugli studi effettuati e si è accennato anche a figure militari di spicco, che a vario titolo hanno avuto a che fare con Roma. Tra di essi il generale Emanuele Pugliese, che già eroico combattente in guerra fu tra l’altro il comandante della divisione di presidio, che fermò la Marcia su Roma e che poi permise di far entrare i fascisti, solo per averne ricevuto l’ordine dal Governo del re.

Chiuso il discorso sulle fonti documentali, si è dato spazio a due significative figure di militari ebrei. Si è iniziato con l’intervento di Mariano Gabriele (decano degli storici militari e grande esperto di Marina), che ha presentato la carriera di Umberto Pugliese, generale del genio navale e creatore di numerosi invenzioni marinare. L’episodio più significativo del personaggio è però il fatto che, dopo il congedo forzato per motivi razziali, egli fu ritenuto talmente insostituibile che nell’autunno 1940 fu richiamato in servizio per risollevare le sorti della Marina, mortificata dal micidiale attacco britannico a Taranto. Fu così che il fascismo fu obbligato a riesaminare la sua posizione, tanto da arianizzare Pugliese per meriti eccezionali e richiamarlo in servizio permanente.

Altrettanto significativa la figura di Massimo Adolfo Vitale, illustrata da Costantino Di Sante (professore e studioso delle tematiche legate alle occupazioni belliche e al colonialismo). Si è così dato spazio a un uomo eclettico e incredibile: Vitale passò senza soluzione di continuità da una mirabile e pionieristica carriera militare, espletata prevalentemente in Africa tra truppe cammellate e quelle aeree, a una meno avventurosa, ma altrettanto significativa come funzionario coloniale. Nel mezzo Vitale è stato anche saggista e novelliere, agente segreto per gli Alleati dopo l’espulsione dall’amministrazione pubblica e l’esilio, poi direttore del Museo coloniale di Roma e infine attento investigatore delle dinamiche della Shoah. Avendo perduta la madre e la sorella in un campo di concentramento, Vitale fu particolarmente sensibile al tema: volle combattere fino all’ultimo ogni forma di discriminazione e pregiudizio, ancora presenti nel secondo dopoguerra. Insomma una figura a tutto tondo, pienamente italiana e pienamente ebraica, anche al limite dell’incredibile.

Ultima relazione del convegno è stata quella di Daniela Roccas (medico e studiosa di storia sanitaria), che ha sintetizzato un lungo percorso d’indagine, volto a dare valore a una delle più tipiche professioni ebraiche: l’arte medica. Partendo dal convegno sul tema, organizzato a Trieste nel maggio 2016 dall’Associazione medica ebraica (a cui parteciparono oltre alla stessa Roccas, anche Briganti e il sottoscritto), si è voluto dimostrare come gli studi sanitari e le relative terapie fossero un’ennesima occasione per dimostrare l’attaccamento alla Patria dei cittadini ebrei, soprattutto degli ufficiali medici. Trieste come cerniera tra il mondo mitteleuropeo e quello mediterraneo – soprattutto in occasione della Grande Guerra – rappresentò uno dei centri più vitali di ricerca e valorizzazione del sapere sulle malattie e sulle rispettive cure. Non minore importanza l’apporto prettamente bellico, svolto sia negli ospedali da campo o territoriali, sia presso l’Università castrense di San Giorgio di Nogaro, vero e proprio istituto bellico di alta formazione per il personale sanitario del Regio Esercito.

Non sono poi mancati interventi del pubblico, che hanno voluto puntualizzare alcuni aspetti controversi e su cui è sempre meglio avere un confronto. In tale senso vanno riferite le diverse opinioni sulle varie motivazioni che portarono Mussolini all’antisemitismo di Stato. Rispetto alle motivazioni prevalenti (creazione del razzismo nell’Impero, volontà di avviare nel fascismo una seconda fase totalitaria, impulso a trovarsi in sintonia con l’alleato nazista anche nel campo antisemita) non sono mancati degli accenni alla politica fascista rivolta al Medio Oriente con relative implicazioni politico-diplomatiche a favore degli arabi e quindi a sfavore degli ebrei tout court, indipendentemente se essi fossero italiani o stranieri, sionisti o antisionisti.

Altro aspetto dibattuto – e per certi versi problematico – è stato quello relativo all’adesione degli ebrei ai “valori” del fascismo. E’ stato infatti puntualizzato che il termine “valori” avesse un significato neutro, nel senso di interessi o idee. Avendo gli ebrei combattuto con coraggio e temerarietà nelle trincee e visto che diversi di loro aderirono anche all’impresa fiumana di Gabriele D’Annunzio, fu naturale che altrettanti trovassero nel movimento e poi nel partito fascista un referente politico nella riaffermazione del reducismo.

Da citare infine alcune parole di saluto dalle istituzioni organizzatrici: Enzo Orlanducci e Anna Maria Isastia per conto dell’ANRP e di Claudio Procaccia per conto della Comunità ebraica di Roma. Con la promessa di pubblicare presto le relazioni in appositi atti, così da includere anche il mancato intervento di Gabriele Rigano sulla riproposizione del Rabbinato militare durante la guerra d’Etiopia, la conclusione della giornata di studio ha voluto certificare come molto è stato fatto, ma ancora molto sia ancora da fare, proprio perché le nuove generazioni non possano mai dimenticare gli insegnamenti della Storia.

In conclusione, si può sintetizzare come il convegno sia stata non solo l’occasione per descrivere un fenomeno come quello della piena integrazione degli ebrei nella Nazione italiana; è stata anche un’analisi a 360° su come una delle comunità israelitiche nazionali più piccole al Mondo potesse divenire così rilevante nella costruzione di uno Stato nazionale. Non va infatti trascurato un rilevantissimo dato statistico: sui 140 generali ebrei catalogati nel 1952 a livello mondiale da Eli Rubin, ben 50 erano italiani. Quando invece le comunità più numerose degli altri Stati ne annoveravano: 26 in Francia, 23 in Austria-Ungheria e negli Stati Uniti e solo 15 in Gran Bretagna.





Casella di testo

Citazione:

Giovanni Cecini, Il Piave mormorò anche per gli ebrei italiani, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VII, 2, luglio 2018

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-vii-numero-2-luglio-dicembre-2018/giovanni-cecini-il-piave-mormor-anche-per-gli-ebrei-italiani




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