Non nominare il suo nome. Appunti per una discussione seria e matura sull'identità ebraica contemporanea

"Free Ebrei", I, 1, aprile 2012


Non nominare il suo nome

Appunti per una discussione seria e matura sull'identità ebraica contemporanea







Abstract
Vincenzo Pinto replied to Andrea Giacobazzi's essay on the use and abuse of the Holocaust memory.


L'intervento di Andrea Giacobazzi dedicato all'ebraismo virtuale di Ariel Toaff ha suscitato non poche riserve tra i lettori e i collaboratori (ancorché potenziali) di questo sito. Provenienti in larga parte dalla sinistra politica italiana e confondendo impegno intellettuale e appartenenza politica in un'ottica poco laica (alcuni hanno sostenuto l'assenza di strumenti metodologici nel loro interlocutore), essi hanno ritenuto di cattivo gusto la pubblicazione sul nostro sito di un intervento polemico nei confronti della vulgata politica e storiografica che ritiene lo sterminio sistematico perpetrato dai nazisti una sorta di tabù storico e storiografico, l'esempio del "male" umano applicato alle vicende storiche novecentesche. L'olocausto (o Shoah, secondo alcuni) non è in discussione perché, se così fosse, bisognerebbe riscrivere la storia novecentesca, magari discriminando tra chi ha collaborato attivamente e chi no, tra chi l'ha provocato e chi l'ha realizzato, finendo sul crinale dell'esistenza o meno di tale olocausto (come sostengono gli studiosi negazionisti).

Vi sono alcuni elementi che rendono questo intervento emblematico di un certo malessere della ricerca italiana, anche fra i più giovani: quella di aver ereditato le pesanti tare del passato novecentesco per via di una cultura familistica egemone e poco aperta al dialogo, che ha contribuito in maniera rilevante alla formazione della coscienza civica italiana, ma che ha finito per trasformarsi – per una sorta di eterogenesi dei fini – nella sua nemesi: il "negazionismo" della conoscenza. Di qui il proliferare di centri della memoria ufficiale di coloro che hanno "agito" e combattuto dalla parte giusta, la condanna di coloro che hanno "sbagliato" e hanno perpetrato il "male" e l'incapacità di discutere in termini pacati, seri e maturi gli eventi storici nella loro totalità. La ricerca storiografica diventa memoria politicizzata: non si possono dire o fare alcune affermazioni, previa la formazione di un archivio dei termini leciti o quelli meno leciti (secondo l'orwelliana tesi del giovane studioso veneziano Simon Levis Sullam).

La produzione storiografica ha finito così per infognarsi in una sorta di "eterno ritorno del medesimo", dove per medesimo s'intende l'iterata ripetizione di un lessico e di una sintassi assolutamente meritevoli sul piano dei principi (rispetto, integrazione, lotta contro la discriminazione, sostegno delle minoranze oppresse, lotta contro i regimi totalitari, preferibilmente se di destra), ma che ha finito per scollarsi progressivamente da quello che è il "paese reale". Insomma, si sono prodotti tanti libri di storia senza storie, ovvero la lotta politica e ideologica ha finito per creare appartenenze così rigide e dogmatiche (spesso subdolamente tali) da impedire qualsiasi spazio alla libera espressione individuale e all'effettiva ricerca, sempre ancorata a un apparato di fonti e a dettami scolastici. Di qui il sistema della "cooptazione" culturale e morale al quale abbiamo assistito negli ultimi decenni. Principio, peraltro, caro anche alle parti politiche resistenziali di centriste e di destra o border-line (come i democristiani e i liberali di tutti i colori): l'università è diventata una delle istituzioni più politicizzate d'Italia, autoreferenziale, priva di controlli terzi (d'altronde, come può un "non professore" valutare la produzione di uno studioso?), dove i soliti discorsi si sono accavallati ai soliti nomi, dove il denaro pubblico è stato sperperato per autopromuovere spesso sonore nullità storiografiche e scientifiche e dove il criterio di selezione risiedeva in una medievale cooptazione dall'alto.

Tutto questo discorso si lega in qualche modo alla recensione di Andrea Giacobazzi. Giovane studioso emiliano, cattolico integralista e vicino alla destra culturale italiana "nazional-popolare", Giacobazzi ha pubblicato recentemente due volumi, l'uno dedicato ai rapporti tra sionismo e movimenti totalitari di destra nel Novecento, mentre nell'altro ha raccolto i documenti di attori ebrei che hanno apprezzato o sostenuto lo Stato e la dottrina fascista. Molto si potrebbe dire sul primo libro, dove traspaiono qua e là riferimenti a una sorta di "vetero-giudaismo sanguinolento" (quella che Furio Jesi aveva definito la reversione del mito del sangue: il cristianesimo, religione per antonomasia del martirio e del sacrificio, accusa eternamente gli ebrei di aver ucciso Cristo, pur contemplando fra i suoi sacramenti la pagana transustanziazione eucaristica, ovvero l'eterno ripetersi del sacrificio rituale). Molto anche si potrebbe dire della seconda raccolta (che tanti strali ha provocato presso la comunità ebraica milanese per la scelta della copertina e della sede di presentazione), non foss'altro per la scelta dei documenti e per la mancata esegesi della fonte utilizzata (quella diplomatica e politica di "uno" Stato).

Tutto questo non è stato detto o è stato del tutto ignorato. La stessa chiusa di Giacobazzi all'intervento su "ebraismo virtuale" sembra andare nella direzione di una lettura religiosa dell'identità ebraica contemporanea: quella di ritenere improprio e strumentale la "religio holocaustica" ebraica e di riconoscere come unica vera "religio holocaustica" quella cristiana, dove Dio (o Cristo, suo figlio, generato e non creato della sua "stessa sostanza") fu mandato in croce per la remissione di tutti i peccati. In altre parole, Giacobazzi critica la vulgata olocaustica per aver "sostituito" al Cristo Gesù una sorta di "popolo-Cristo" fatto di martiri, di riti e di un apparato culturale e politico consolidato. Questo "popolo-Cristo" non ha riconosciuto quindi il messaggio redentivo del cristianesimo, ma l'avrebbe anzi strumentalizzato per ergersi a pericoloso neo-cristianesimo, dove la redenzione non avviene per via di una parusia celeste alla fine dei tempi, ma in una terra riconquistata qui e ora. Il messianismo ebraico si è dunque "realizzato" in Israele attraverso il martirio del popolo ebraico diasporico. Che ne è invece del messianismo cristiano tradizionale?

Il tema del messianismo cristiano si lega indissolubilmente a quello dell'antisemitismo contemporaneo. Giacobazzi è stato accusato di velato antisemitismo cattolico per aver criticato la posizione religiosa assunta da alcuni sostenitori politicizzati dell'Olocausto ebraico: il "cavallo di Troia" sarebbe rappresentato dalla critica di una certa sinistra ebraica che non ama particolarmente la politica etnica dello Stato d'Israele e non intende fossilizzarsi sul culto delle vittime-martiri del passato. Di qui la sensazione che l'autore abbia voluto "parlar male" degli ebrei ricorrendo agli "ebrei che odiano loro stessi". In che senso? Nel senso che non accettano né la cristianizzazione olocaustica, né la redenzione israeliana. Di qui il "nuovo" antisemitismo di una certa destra tradizionale: gli ebrei non si criticano più per il controllo occulto del potere mondiale oppure per la loro "diversità", ma per aver "assimilato" tematiche cristiane e per averle utilizzate al fine di sostenere la "deificazione" del loro popolo. Al Cristo-messia subentra il popolo-Cristo, ovvero la negazione-superamento del cristianesimo. Questa è una religione politica secolarizzata che non riscuote le simpatie del giovane studioso.

Un altro tema sollevato dall'intervento di Giacobazzi consiste nella critica velata alla politica culturale di una parte del mondo ebraico e nella costruzione della sua religione politica. La "Religio holocaustica" (ovvero "Holocaustica Religio" secondo il titolo del libro di Gianantonio Valli, posizionato su una visione decisamente revisionistica e – per alcuni – negazionistica) è un problema assai dibattuto nell'arena pubblica israeliana. Riguarda le basi culturali su cui fu ed è costruito il nuovo Stato d'Israele. Molto è stato scritto (e si scrive) sulla strumentalizzazione a fini politici della tragedia ebraica (alcuni cercano di negarla o di minimizzarla, alcuni di desacralizzarla) e molto si potrà scrivere se lo Stato d'Israele continuerà ad autoproclamarsi l'unico difensore armato del popolo ebraico e se la diaspora ebraica continuerà a reggersi sul culto dei martiri "cristiani" della religione della morte (pagana). Questo è un fatto incontrovertibile. Altro dato incontrovertibile è la possibilità o meno che la critica a un comportamento che potremmo definire etnico-religioso-nazionale venga ritenuto foriero di antisemitismo o antigiudaismo.

Perché gli ebrei possono criticare gli ebrei e i non-ebrei no? Per rispondere a questa domanda bisogna far riferimento alla storia plurimillenaria del popolo ebraico e alla sua conformazione comunitaria. L'ebraismo si è sempre considerata una religione nazionale (più religione per gli "occidentalisti", più "nazione" per gli orientalisti), a stretto contatto con un mondo ostile e minaccioso: quello islamico in Oriente, quello cristiano in Occidente. La storia dei rapporti tra mondo ebraico e mondo cristiano e islamico è fatta di continue frizioni, di persecuzioni, di momenti di pace e di soventi momenti di guerra. È stato il "normale" rapporto tra una maggioranza e una minoranza, tra un corpo forte basato sulla "parola di Dio" o sulla "volontà di Allah" e un corpo coeso e più debole basato sulla legge rivelata e sulla sua interpretazione. L'ostilità cristiana verso il popolo ebraico è di chiara ascendenza romano-pagana: eliminati con Paolo e con gli ultimi nazareni ogni rapporto con la legge rituale ebraica, i pagani riuniti sotto il nome del Cristo redentore (ben altra cosa dal Gesù ebreo), i pagani cristianizzati hanno finito per ritenere la loro radice etico-normativa come il "male" da abbattere. Non più la legge rivelata da Dio ma il figlio-generato disceso in terra che si è sacrificato per la remissione dei peccati. Gli ebrei diventano i nemici, mentre la romanità pagana e la filosofia ellenistico-orientaleggiante finiscono per cancellare le ultime vestigia ebraiche del cristianesimo. L'idea del complotto ebraico si alimenta della mancata risoluzione di questo conflitto culturale tra le radici giudaiche e quelle pagane del cristianesimo. La sua trasformazione nell'antisemitismo scientifico, politico e culturale dell'età contemporanea ne è solo un corollario.

Vi sono naturalmente molte questioni da discutere, come l'esistenza di una questione ebraica e il suo superamento contemporaneo in un'identità ebraica più fluida e meno rigida, più pluralistica e meno "religiosa". Questi temi non rappresentano però il fulcro del nostro intervento, che può sintetizzarsi così: quanto è possibile parlare di identità ebraica? Quanto pesano i recinti politici, storiografici ed esistenziali? Ogni recinto delinea l'identità di un gruppo e di una sensibilità: per i cultori della memoria della Shoah non è possibile parlare in un certo modo e con un certo lessico dell'identità ebraica, se non si riconoscono alcuni punti basilari (l'esistenza di una strategia del genocidio, l'avvenuto genocidio, il bisogno di renderlo unico e universale allo stesso tempo ecc.); per i "revisionisti vegetariani" bisogna criticare le fonti storiografiche e integrarle con altre, onde restituire al presente un quadro più completo possibile degli eventi passati, che tengano conto anche delle sensibilità dei carnefici; per i "revisionisti carnivori" l'Olocausto semplicemente non c'è stato, ma si è trattato di un'operazione politica ebraica (anglosassone, comunista, mondialista) volta a riscrivere la storia dell'Occidente cristiano (e, aggiungiamo noi, pagano). Il "frutto" dell'Olocausto sarebbe lo Stato d'Israele e la sua politica imperialistica.

All'interno di questi recinti gli spazi di analisi critica sono necessariamente limitati. Da che cosa? Dal riconoscimento fiero e pacifico delle rispettive sensibilità politiche e intellettuali, dal riconoscimento di un'unica esegesi delle fonti e dalla condivisione di valori democratici pur nelle rispettive concezioni politiche e ideologiche. Questo è quello che cerca di fare il nostro sito, che si chiama non a caso "free ebrei", ovvero ebrei liberi: rappresentare una piattaforma di confronto su tutti i temi dell'identità ebraica contemporanea. Cercare di smussare i confini disciplinari, le barriere accademiche e confrontare le proprie idee con quelle altrui, per uno scambio veramente proficuo e non pregiudiziale su questi temi. Il nome "ebreo" lo si può nominare e lo si può discutere. Per far ciò è necessario mettere fra parentesi l'idea che la cultura e la conoscenza siano a esclusivo uso e consumo della politica o di una religione politica laica e secolarizzata; che, pur alla presenza di diverse sensibilità, è lecito e giusto il confronto fra le parti. È possibile che un uomo di destra cristiano accetti anche l'identità ebraica? È possibile che un uomo di sinistra ateo accetti l'idea di uno stato ebraico?

Abbiamo parlato di conformazione comunitaria. Questo è un problema serio per chiunque in Italia voglia occuparsi di temi legati all'ebraismo. Per ragioni storiche, il familismo è fortemente presente e connaturato nelle comunità diasporiche. Le peculiarità universali si mescolano con quella locali: l'ebraismo italiano ha assorbito la "lieve indifferenza" della popolazione italiana, che si è riflessa in un rispetto formale della tradizione e in una sostanziale inosservanza. Lo studio degli ebrei è sempre stato privilegio degli studiosi ebrei per ragioni etniche e sentimentali. I cosiddetti “non ebrei” (per famiglia) hanno dovuto sottostare ad alcune condizioni molto chiare e nette: "onorare" l'Olocausto o Israele in maniera formalmente rigida e sostanzialmente elastica. Chi non ha compiuto né l'uno né l'altro passo è stato necessariamente emarginato o – nei casi peggiori – accusato di antisemitismo (di sinistra o, più spesso per ragioni “costituzionali”, di destra). La presenza di una logica familistica all'interno degli esponenti della cultura ebraica nel panorama italiano ha fatto in modo che si rendessero difficili e ardue le strade di chiunque volesse occuparsi con passione, coraggio e in buona fede di questi temi. La scelta chirurgica di coloro che partecipano a convegni, incontri o scrivono sulla stampa sono la cifra di questa visione familistica della cultura.

Il fondatore del sito è uno studioso di sionismo relativamente giovane. Non essendo cresciuto in un ambiente intellettualmente schierato, mi sono formato liberamente le mie idee sulla questione ebraica, su Israele e sull'antisemitismo. Ho sempre cercato di vagliare criticamente le posizioni altrui, ma non ho mai voluto "rifugiarmi" in una posizione ideologica salda e sicura (che mi avrebbe probabilmente permesso di trovare padrini nel mondo universitario ed editoriale italiano). Non sono ebreo, e questo non mi ha affatto aiutato nella mia decennale attività: non ho accettato le vulgate maggioritarie come “dati di fatto inoppugnabili”. Non mi sono mai legato a lobby familistiche, non sentendo il bisogno politico-emotivo di un rifugio dello spirito. Ho sempre pensato che fosse mio dovere occuparmi di questo tema con spirito libero e buona volontà: fuori dagli schieramenti, fuori dalle conventicole italiane di tutti i colori politici. Ho anche la convinzione di aver contribuito a gettare alcuni semi della libera ricerca in Italia sui temi dell'ebraismo, occupandomi di sionismo e di antisemitismo senza pregiudizi ideologici e senza famiglie. Occupandomi soprattutto di ciò di cui nessuno (o quasi) voleva occuparsi: i "cattivi" ovvero gli ebrei che hanno accettato, compreso e talora flirtato con le destre novecentesche. Questo ha indubbiamente significato comprensione, simpatia, ma mai giustificazione o negazione dei fatti.

Il sito nasce fuori dai blocchi: questa è la sua forza ma anche – nel breve periodo – la sua debolezza. Convincere gli scettici o gli “strutturati” a non ritenere questa impresa intellettuale un ennesimo tentativo “ad personam”, un blog storiografico oppure un'utopia, sarà la grande sfida dei prossimi mesi e, forse, anni. Convincere tutti gli scettici che criticare una posizione (un'idea) non significa accettare meccanicisticamente l'altra, come se esistano due poli (A e B) autoescludentesi: quindi se scrive un tizio A, vuol dire che il sito è A, o viceversa. Insegnare la dura fatica del lavoro di ricerca e di “rischiaramento” che prescinde dal consenso (e riconoscimento) immediato da parte delle “famiglie” che controllano la cultura e l'informazione, ma che arricchisce lo spirito del singolo e, forse, dell'umanità tutta intera: questo è lo scopo alto e nobile di questo sito. Viviamo in un'epoca di “democrazia della conoscenza”, dove tutti possono esprimere le proprie opinioni (finalmente!), ma dove si corre anche il rischio del qualunquismo. Bisogna imparare a veicolare le aperture democratiche con una visione della cultura seria e matura, per ovviare agli artifizi dei vecchi sacerdoti delle caste intellettuali e consentire ai giovani di avvicinarsi a un tema scottante come l'identità ebraica senza doversi sorbire pesanti paternali.

Questo sito nasce fuori dai blocchi ed è aperto a tutti, soprattutto ai giovani, che intendano esprimere liberamente e consapevolmente le proprie idee sul tema dell'identità ebraica al di fuori delle logiche familistiche. Stiamo attraversando un passaggio epocale, dove i cambiamenti sociali e politici riguarderanno, forse, anche il "Medioevo" intellettuale italiano. Mi auguro che tutti i giovani più o meno coraggiosi, che per prudenza, pudore o quant'altro (appartenenza familistica e politica), hanno dovuto ingurgitare l'amaro calice della "cooptazione culturale e morale", sappiano approfittare di questo spazio di discussione e di ricerca e la smettano di attendere un riconoscimento sociale, culturale e politico che arrivi dalla vecchia generazione di studiosi, ma puntino invece a una rottura col passato in senso culturale e morale. Perché, se c'è un messaggio ebraico veramente universale, non è l'appartenenza a una famiglia etnica, religiosa o linguistica, ma il legame tra etica e umanità, tra il vero rispetto della pluralità e l'accettazione della diversità in noi e fuori di noi.







Casella di testo

Citazione:

Vincenzo Pinto, Non nominare il suo nome invano. Appunti per una discussione seria e matura sull'identità ebraica contemporanea, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", I, 1, aprile 2012

url: http://www.freeebrei.com/anno-i-1-gennaio-giugno-2012/non-nominare-il-suo-nome-appunti-per-una-discussione-seria-e-matura-sullidentit-ebraica-contemporanea



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