Dalla Romania "con furore". Gli ebrei (post-bellici) di Emil M. Cioran

"Free Ebrei", I, 2, settembre 2012


Dalla Romania "con furore". Gli ebrei (post-bellici) di Emil M. Cioran




Abstract
Vincenzo Pinto edits and comments Emil Cioran's writing on Jews, which was published after the end of the Second World War and where Rumanian philosopher shows a total re-evalutation of Jewish identity.



Friedrich Schiller, Friedrich von Hardenberg (detto Novalis) e Ludwig van Beethoven: la poesia filosofica An di Freude (Inno alla gioia, 1785), lo scritto teologico-filosofico Christlichkeit oder Europa (Cristianità ovvero Europa, 1799) e la Nona Sinfonia in re minore op. 125 (1823). Abbiamo così costruito una breve serie che, nel 1972, condurrà il Consiglio d’Europa all’adozione del quarto tempo della sinfonia beethoveniana quale inno ufficiale europeo. Nel secondo dopoguerra, uno scrittore romeno trapiantato a Parigi partoriva uno dei più sublimi elogi del popolo ebraico. A circa sessant’anni dal saggio di Emil M. Cioran che cosa resta dell’Europa? È utile ripensare un’unità politica continentale cancellando con un tratto due secoli di naufragi senza speranza?


Non è nostra intenzione glossare l’opera di un apolide metafisico. Ci limitiamo a fornire alcune linee-guida di un progetto culturale che continua a mancare nel panorama editoriale italiano. Aspettando il proprio God(ot), la politica europea appare sempre meno pervasa da quell’anelito universal-particolare decantato da Schiller, Novalis e Beethoven. Lo scritto di Cioran può essere un’occasione propizia non tanto di rivalsa o di recrudescenza per agonie più o meno sbocciate e cicatrizzate. Colui che, provenendo dalla ortodossa Romania si impiantò nella Francia patria dei Lumi alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, alla ricerca, forse, di una lampada capace di illuminarlo nella selva oscura delle notti insonni, ha espresso al meglio quella che è una condizione, prima ancora che una affiliazione imposta, dell’umanità. Non pochi sono coloro che, oggidì, ritengono l’Europa bisognosa di radici o che, di contro, non ne abbia alcun bisogno. A questo dilemma senza una risposta, Cioran reagì di par suo: mostrando una profonda ammirazione, frammista di timore e di tremore, nei confronti di un mistero irresoluto e irrisolvibile come quello rappresentato dall’ebreo. Beninteso, non ci troviamo di fronte a un’apologia dell’esilio o, di contro, a una denigrazione della dispersione. Negli anni in cui venivano gettate le basi politico-economiche di un’Europa unita, utopia che era stata già coltivata dalle destre e dalle sinistre dei secoli precedenti, un apolide per eccellenza si chiedeva se avesse ancora senso parlare di un assolutamente altro rispetto al cristianesimo. Alle facili schermaglie di coloro che ironizzavano sul masochismo ebraico o sul sadismo cristiano, a tutti coloro che odiavano il cielo cercando in tutti i modi un’ancora terrena, opponendo idealismo e materialismo come la luce alle tenebre, alla sterile diatriba intorno all’umanesimo dopo Auschwitz (Adorno, Sartre, Heidegger e così via), all’eterna domanda se l’ebreo fosse un uomo (Primo Levi), la risposta fornita da Cioran era: un ebreo, forse?

Un’altra domanda. Cioran lancia il proprio guanto di sfida a un lettore privo di energie vitali. D’altro canto, non è certo in grado di rispondere con chiarezza a un interrogativo di tale risma. Non potendo ascendere alle altezze di un Giobbe, si limita a registrare melanconicamente un grande vuoto sopra la terra. L’Europa deve essere cristiana o ebraica? L’Europa ha bisogno dell’ebraismo. Questa è la sola constatazione che trapela dalle righe di Un popolo di solitari. Un’esigenza religiosa, metafisica, intrisa di pathos cristiano, traspare dall’ansia di assolutamente altro. Misticismo, fanatismo, facile rivalsa di fronte alla bestia nazista? No, Cioran mostra una pietas tutta cristiana per la Senhsucht (nostalgia) tedesca. Per una motivazione piuttosto semplice: tentato dall’esistenza, come il suo grande amico Samuel Beckett, lo scrittore rumeno non è stato in grado di compiere quella risoluzione dell’eternità nell’attimo di cui – a suo giudizio – è in grado solo l’eletto. È dunque un paradosso che un figlio del nichilismo europeo abbia tessuto le lodi dell’ebraismo dando voce agli sconfitti della e nella storia? Se l’ebreo è di questo mondo pur non essendovi totalmente a casa, come giudicare l’ansia di radicamento perseguita vuoi dai sostenitori dell’integrazione ebraica sul territorio europeo, vuoi dai nostalgici di un mondo che fu, vuoi – infine – dai fautori di un ricongiungimento con Israele? Che ne è del monito lanciato da un filosofo ebreo nietzschiano come Theodor Lessing, che, alla vigilia dell’ascesa del nazismo, cercò di aggirare l’imperativo categorico post-emancipatorio (cristiano) lanciato dall’ebraismo al mondo (cristiano): «amami come tu vuoi», rintanandosi nel popolo eterno? Morto l’ebraismo è dunque morto l’eterno? È questa la risposta fornita a loro modo da Marx, Freud e Einstein?1

Alcuni anni prima che Cioran intraprendesse la propria personale via crucis, uno scrittore ebreo tedesco, morto paralizzato al termine degli anni Venti, andò probabilmente incontro con fierezza al proprio destino pubblicando un libro a cavallo tra filosofia e teologia: Die Stern der Erlösung (La stella della redenzione, 1921). Franz Rosenzweig è un ebreo di ritorno. Rifiutata la conversione al cristianesimo o la scelta sionista del suo grande amico Martin Buber, egli portò a compimento un’operazione assolutamente totalizzante negli anni weimariani: sintetizzare la struttura metafisica dell’essere nella stella a sei punte (maghèn David). Due triangoli, sei essenze: quelle statiche (Dio, mondo, uomo) e quelle dinamiche (creazione, rivelazione, redenzione). Che cosa significhi (non)essere ebreo, ce lo fornisce nelle toccanti parole della chiusa (Ciò che è primo):

 

Camminare in semplicità con il tuo Dio: qui non si richiede nulla più della completa presenza della fiducia. Ma fiducia è una parola grande. È il seme da cui crescono fede speranza e amore ed il frutto che da essi matura. È la cosa più semplice di tutte e proprio per questo la più difficile. Ad ogni istante essa osa dire “è vero!” alla verità. Camminare in semplicità con il tuo Dio. Le parole stanno scritte sulla porta, sulla porta, sulla porta che dal misterioso-miracoloso splendore del santuario di Dio, dove nessun uomo può restare a vivere, conduce verso l’esterno. Ma su che cosa si aprono i battenti di questa porta? Non lo sai? Sulla vita2.

 

Rosenzweig è forse il prodotto più compiuto dell’ebraismo novecentesco nel suo tentativo di umanizzare l’ebraismo e di ebraizzare l’umanità, cercando di stringere tra le braccia sia l’ebraismo sia il cristianesimo, giunti entrambi alle proprie colonne d’Ercole nichilistiche in uomini come il sionista Vladimir Jabotinsky e l’assimilato Franz Kafka3. Tentativo fallito nell’anelito a unire via e vita, movimento e forma? Cioran non è stato in grado di fornire una risposta esistenziale alla domanda se l’ebraismo sia di questo mondo o dell’altro. Ha invece lucidamente espresso l’importanza che l’ebraismo ha rivestito per un’intera generazione di sradicati cristiani alla vana ricerca del cielo stellato (ebraico?). Che cosa possa essere oggi l’Europa è una domanda che non può prescindere da un’analisi di ciò che è successo dopo la poesia filosofica di Schiller, vale a dire la fine dell’Illuminismo e dell’umanesimo, e con questi dell’utopia di ancorare a terra un Signore creatore. Il che significa addentrarsi negli abissi dello sforzo titanico e prometeico volto a unire cielo e terra, distruggendo le specificità dell’uno e quelle dell’altra, compiuto dai totalitarismi novecenteschi e da tutte le coeve forme di orgogliosa rivendicazione identitaria (figlie del principio hegeliano d’identità), per giungere forse a una sintesi distruttrice? Oppure, piuttosto, per giungere alla conclusione che cristianesimo ed ebraismo non sono due principi antitetici, ma due condizioni sempiterne dell’essere? E dunque è possibile un’Europa senza un ideale? Ma chi o che cosa mai potrà porgerle tale ideale?

 

 

 

 

Un popolo di solitari4

Tenterò una divagazione sulle vicissitudini di un popolo, sulla sua storia che sconcerta la Storia, sul suo destino che sembra emanare da una logica soprannaturale dove l’inaudito si mescola all’evidenza, il miracolo alla necessità. Alcuni lo chiamano razza, altri nazione, altri ancora tribù. Poiché è restio alle classificazioni, quel che di preciso se ne può dire è inesatto; nessuna definizione gli si addice. Per meglio comprenderlo, dovremmo ricorrere a qualche categoria particolare, giacché tutto è insolito in lui: non è stato forse il primo ad avere colonizzato il cielo, ad avervi posto il suo dio? Tanto impaziente di creare miti quanto di distruggerli, si è forgiato una religione di cui si vanta, di cui si vergogna… Malgrado la sua chiaroveggenza, sacrifica di buon grado all’illusione: spera, spera sempre troppo… Congiunzione bizzarra di energia e analisi, di sete e sarcasmo. Con un numero così grande di nemici, chiunque al posto suo avrebbe deposto le armi; ma questo popolo, inadatto alle dolcezze della disperazione, incurante della sua fatica millenaria, delle conclusioni che gli impone la sua sorte, vive nel delirio dell’attesa, fermamente risoluto a non trarre un insegnamento dalle sue umiliazioni, né a dedurne una regola di modestia, un principio di anonimato. Prefigura la diaspora universale: il suo passato riassume il nostro avvenire. Più intravediamo i nostri giorni a venire, più ci avviciniamo ad esso, e più lo fuggiamo: tutti noi tremiamo al pensiero di doverlo un giorno uguagliare… «Seguirete presto i miei passi» sembra dirci, mentre taccia sopra le nostre certezze un punto interrogativo…

 

Essere uomo è un dramma; essere ebreo, un altro ancora. Così l’Ebreo ha il privilegio di vivere due volte la nostra condizione. Egli rappresenta l’esistenza separata per eccellenza, o, per usare un’espressione con cui i teologi qualificano Dio, l’assolutamente altro. Cosciente della propria singolarità, vi pensa ininterrottamente, e non dimentica mai se stesso; da qui quell’aria compresa, contratta, o falsamente sicura, così frequente in coloro che portano il fardello di un segreto. Invece di inorgoglirsi per le proprie origini, di ostentarle e di proclamarle, le camuffa: eppure la sua sorte, a nessun’altra simile, non gli conferisce forse il diritto di guardare con alterezza la turba umana? Vittima, reagisce a suo modo, da vinto sui generis. Per più di un aspetto assomiglia a quel serpente di cui fece un personaggio e un simbolo. Non si creda per questo che anch’egli abbia sangue freddo: sarebbe ignorare la sua vera natura, i suoi trasporti, la sua capacità di amore e di odio, la sua inclinazione a vendicarsi o le eccentricità della sua carità. (Certi rabbini chassidici in nulla sono da meno dei santi cristiani). Eccessivo in tutto, emancipato dalla tirannia del paesaggio, dalle sciocchezze del radicamento, senza legami, acosmico, è l’uomo che non sarà mai di qui, l’uomo venuto da altrove, lo straniero in sé e per sé, e che non può parlare se non per equivoco a nome degli indigeni, di tutti. Tradurre i loro sentimenti, rendersene interprete, se vi ambisce, che impresa! Nessuna folla che possa trascinare, condurre, sollevare: la voce stentorea non gli si addice. Gli verranno rinfacciati i suoi genitori, i suoi antenati che riposano lontano, in altri paesi, in altri continenti. Senza tombe da mostrare, da sfruttare, senza possibilità di essere il portavoce di alcun cimitero, egli non rappresenta nessuno se non se stesso, null’altro che se stesso. Si appropria dell’ultimo slogan? Si trova all’origine di una rivoluzione? Si vedrà rifiutato proprio quando le sue idee trionferanno e le sue parole avranno forza di legge. Se serve una causa, non potrà avvalersene fino alla fine. Verrà il giorno in cui dovrà stare a guardarla da spettatore, da disingannato. Poi ne difenderà un’altra, con delusioni non meno clamorose. Cambia paese? Il suo dramma ricomincia: l’esodo è il suo sostrato, la sua certezza, la sua dimora.

 

Migliore e peggiore di noi, l’Ebreo incarna gli estremi a cui aspiriamo senza riuscire a raggiungerli, è noi oltre noi stessi… Poiché il suo coefficiente di assoluto supera il nostro, egli offre nel bene come nel male l’immagine ideale delle nostre capacità. La sua scioltezza nello squilibrio, la disinvoltura che vi ha appreso, ne fanno uno squinternato, esperto in psichiatria come in ogni sorta di terapeutica, un teorico dei propri mali: non è, come noi, anormale per caso o per snobismo, ma per natura, senza sforzo, e per tradizione. Questi i vantaggi di un destino geniale su scala collettiva. Ansioso proteso verso l’atto, malato incapace di mollare la presa, nell’avanzare trova la sua terapia. I suoi rovesci non assomigliano ai nostri; persino nella disgrazia rifiuta il conformismo. La sua storia: un interminabile scisma.

 

Vessato in nome dell’Agnello, senza dubbio resterà non cristiano sino a quando il cristianesimo si manterrà al potere. Ma è così attratto dal paradosso – e delle sofferenze che ne derivano – che forse si convertirà alla religione cristiana non appena questa sarà universalmente vilipesa. Lo si perseguiterà allora per la sua nuova fede. Titolare di un destino religioso, è sopravvissuto ad Atene e a Roma, così come sopravviverà all’Occidente, e proseguirà il suo corso, invidiato e odiato da tutti i popoli che nascono e muoiono…

 

Quando le chiese saranno per sempre disertate, gli Ebrei vi faranno ritorno o ne costruiranno di nuove, o più probabilmente isseranno la croce sulle loro sinagoghe. Nel frattempo, aspettano con impazienza il momento in cui Gesù sarà abbandonato: vedranno allora il lui il loro vero Messia? Lo si saprà alla fine della Chiesa… giacché, a meno di un imprevedibile abbrutimento, disdegneranno di inginocchiarsi a fianco dei cristiani e di gesticolare con loro. Il Cristo lo avrebbero riconosciuto se non fosse stato accettato dalle nazioni e se non fosse diventato un bene comune, un messia d’esportazione. Sotto la dominazione romana furono i soli a non ammettere nei loro templi le statue degli imperatori; e quando li si obbligò, si sollevarono. La loro speranza messianica fu meno un sogno di conquistare le altre nazioni che di distruggerne gli dèi per la gloria di Yahweh: sinistra teocrazia innalzata contro un politeismo dagli atteggiamenti scettici. Poiché si tenevano in disparte nell’impero, li si tacciava di scelleratezza: non si comprendeva il loro esclusivismo, il loro rifiuto di sedersi a tavola con gli stranieri, di partecipare ai giochi, agli spettacoli, di unirsi agli altri e di rispettarne i costumi. Non si fidavano che dei propri pregiudizi: da qui l’accusa di «misantropia», delitto che gli imputavano Cicerone, Seneca, Celso, e con loro tutta l’antichità. Già nel 130 a.C., quando Antioco cinse d’assedio Gerusalemme, i suoi amici lo consigliarono di «impadronirsi a viva forza della città, e di annientare completamente la razza ebraica: ché, sola fra le nazioni, si rifiutava di avere alcun rapporto di società con gli altri popoli e li considerava tutti nemici» (Posidonio di Apamea). Piacque loro la parte di indesiderabili? Volevano fin dal principio essere soli sulla terra? Quel che è certo è che furono visti per lungo tempo come l’incarnazione stessa del fanatismo e che la loro propensione all’idea liberale è piuttosto acquisita che innata. Il più intollerante e il più perseguitato tra i popoli unisce l’universalismo al più stretto particolarismo. Contraddizione di natura: inutile tentare di risolverla o di spiegarla.

Consumato fino all’osso, il cristianesimo ha smesso di essere una fonte di stupore e di scandalo, di scatenare crisi o di fecondare intelligenze. Non mette più a disagio lo spirito né lo costringe al minimo interrogativo; le inquietudini che suscita, come le sue risposte e le sue soluzioni, sono fiacche, soporifere: nessuna lacerazione promettente, nessun dramma può più aver origine dal cristianesimo. Ha fatto il suo tempo: ormai la Croce ci fa sbadigliare… Quanto a tentare di salvarlo, di prolungarne il corso, non ci pensiamo neppure; semmai suscita la nostra… indifferenza. Dopo aver occupato il nostro intimo più profondo, è già tanto se riesce a mantenersi alla nostra superficie; ben presto, messo in disparte, andrà ad aumentare il numero delle nostre esperienze mancate. Osservate le cattedrali: perduto quello slancio che ne solleva la massa, ridiventate pietra, rimpiccioliscono e s’accasciano; lo stesso pinnacolo che una volta puntava insolentemente verso il cielo, subisce la contaminazione della gravità e imita la modestia della nostra lassitudine.

Quando per caso entriamo in una cattedrale, pensiamo all’inutilità delle preghiere che vi sono state proferite, a tutti quegli accessi febbrili e folli sperperati invano. Presto il vuoto vi regnerà. Più niente di gotico nella materia, più niente di gotico in noi. Se il cristianesimo conserva una parvenza di reputazione, lo deve a quei ritardatari che, perseguitando con un odio retrospettivo, vorrebbero polverizzare i duemila anni in cui esso ha ottenuto, chi sa con quali trucchi, l’acquiescenza degli animi. Ma poiché quei ritardatari, questi esecratori si fanno sempre più rari, e il cristianesimo non si rassegna alla perdita di una così lunga popolarità, si volge da ogni parte a caccia di un avvenimento capace di ricondurlo alla ribalta dell’attualità. Per farlo ridiventare «interessante», occorrerebbe innalzarlo alla dignità di una setta maledetta; solo gli Ebrei potrebbero farsi carico di ciò: essi proietterebbero nel cristianesimo sufficiente stranezza per rinnovarlo e ringiovanirne il mistero. Se gli Ebrei lo avessero adottato a suo tempo, avrebbero condiviso la sorte di tanti altri popoli di cui la storia conserva a malapena il nome. Fu per risparmiarsi una tale sorte che essi lo rifiutarono. Lasciando ai Gentili gli effimeri vantaggi della salvezza, optarono per i durevoli inconvenienti della perdizione. Infedeltà? È ciò che da San Paolo in poi non si smette di rimproverare loro. Rimprovero ridicolo perché la loro colpa sta proprio in una troppo grande fedeltà a se stessi. Accanto agli Ebrei i primi cristiani fanno la figura di opportunisti: certi della loro causa, attendevano allegramente il martirio. E del resto non facevano altro, esponendosi al martirio, che conformarsi ai costumi di un’epoca in cui il gusto per le emorragie spettacolari rendeva facile il sublime.

Completamente diverso è il caso degli Ebrei. Non accettando di seguire le idee del tempo, la grande follia che si impossessava del mondo, sfuggirono provvisoriamente alle persecuzioni. Ma a che prezzo! Per non aver condiviso le tribolazioni momentanee dei nuovi fanatici, dovettero in seguito sopportare il peso del terrore della croce, giacché è per loro e non per i cristiani che la croce diventò simbolo di supplizio.

Durante tutto il Medioevo gli Ebrei si fecero massacrare perché avevano crocifisso uno dei loro… Nessun popolo ha pagato così caro un gesto sconsiderato ma comprensibile, e tutto sommato naturale. O per lo meno tale mi sembrò il giorno in cui assistetti alla rappresentazione della «Passione» a Oberammergau. Nel conflitto tra Gesù e le autorità, è evidentemente con Gesù che il pubblico si schiera con molte lacrime. Sforzandomi inutilmente di fare altrettanto, mi sentii solo nella sala. Che cosa era accaduto? Assistevo a un processo dove gli argomenti dell’accusa mi toccavano per la loro giustezza. Anna e Caifa incarnavano ai miei occhi il buon senso stesso. Impiegavano dei procedimenti onesti, dimostravano interesse verso il caso che era stato loro sottoposto. Forse non domandavano altro che d’essere convertiti. Condivisi la loro esasperazione di fronte alle risposte approssimative dell’accusato. Irreprensibili sotto ogni aspetto, non usavano alcun sotterfugio teologico o giuridico: un interrogatorio perfetto. La loro probità mi conquistò: passai dalla loro parte, e approvai Giuda pur disprezzando i suoi rimorsi. Da quel punto, lo svolgimento del conflitto mi lascio indifferente. E uscendo dalla sala pensai che il pubblico perpetuava con le sue lacrime un malinteso due volte millenario.

Per quanto gravido di conseguenze sia stato, il rifiuto del cristianesimo rimane il più bel gesto degli Ebrei, un no che fa loro onore. Se prima procedevano da soli per necessità, lo faranno ormai per risoluzione, da reprobi muniti di un grande cinismo, unica precauzione che abbiano adottato contro il loro avvenire…

 

Impregnati delle loro crisi di coscienza, i cristiani, ben contenti che qualcun altro abbia sofferto per loro, si adagiano all’ombra del Calvario. Talvolta s’adoperano a ripercorrerne le tappe, ma quali vantaggi ne sanno trarre! Con un’aria da profittatori si abbandonano al gaudio in una chiesa e, quando ne escono, dissimulano a stento quel sorriso che dà una certezza ottenuta senza fatica. La grazia sta dalla loro parte, non è così?, grazia a buon mercato, sospetta, che li dispensa da qualsiasi sforzo. Dei «salvati» da baraccone, dei fanfaroni della redenzione, dei gaudenti solleticati dall’umiltà, dal peccato, dall’inferno. Se tormentano le loro coscienze è solo per procurarsi delle sensazioni. E altre se ne procurano tormentando la vostra. Se solo scoprono in essa qualche scrupoli, qualche strazio o la presenza ossessiva di una colpa o di un peccato, non vi lasceranno più, vi obbligheranno a esibire il vostro tormento o a gridare la vostra colpevolezza, mentre loro assisteranno da sadici allo spettacolo del vostro smarrimento. Piangete se potete: è quello che aspettano, tanto sono impazienti di ubriacarsi delle vostre lacrime, di sguazzare caritatevoli e feroci nelle vostre umiliazioni, di godersi i vostri dolori. Tutti questi uomini, che hanno delle convinzioni, sono così avidi di sensazioni ambigue che ne cercano dovunque e se non le trovano all’esterno si avventano su se stessi. Lungi dall’essere ossessionato dalla verità, il cristiano si stupisce dei propri «conflitti interiori», dei propri vizi e virtù, del loro potere tossico; esulta attorno alla Croce, e come un epicureo dell’orrido associa il piacere a sentimenti che non lo implicano affatto: non ha forse inventato l’orgasmo del rimorso? È così che si ha sempre un tornaconto in ogni occasione…

Gli Ebrei invece, benché scelti, non dovevano acquisire con questa elezione alcun vantaggio, né pace né salvezza… Al contrario, l’elezione fu loro imposta come una prova, come un castigo. Degli eletti senza la grazia. Le loro preghiere sono quindi tanto più meritorie in quanto si rivolgono a un dio senza perdono.

Non che si debbano condannare in massa i Gentili. Ma in fin dei conti essi non hanno motivo di essere così fieri: fanno semplicemente parte del «genere umano»… Proprio quello che, da Nabucodonosor a Hitler, non si è voluto accordare agli Ebrei; purtroppo questi ultimi non ebbero il coraggio di trarne un motivo di vanità. Con l’arroganza di un dio avrebbero dovuto vantarsi delle proprie differenze, proclamare di fronte all’universo che non avevano simili né volevano averne, sputare sulle razze e sugli imperi, e in uno slancio autodistruttivo sostenere le tesi dei loro detrattori, dare ragione a coloro che li odiano… Ma abbandoniamo i rimpianti, o il delirio. Chi oserebbe riprendere in propria difesa gli argomenti del nemico? Un tale ordine di grandezza, a stento concepibile in un essere, è inconcepibile in un popolo. L’istinto di conservazione deteriora sia gli individui che le collettività.

Se gli Ebrei dovessero affrontare soltanto l’antisemita di professione, il loro dramma sarebbe notevolmente sminuito. Ma, alla prese con quasi tutta l’umanità, essi sanno che l’antisemitismo non rappresenta il fenomeno di un’epoca, ma una costante, e che i loro carnefici di ieri hanno impiegato gli stessi argomenti di Tacito… Gli abitanti del globo si dividono in due categorie: gli Ebrei e in non Ebrei. Se si valutassero i meriti degli uni e degli altri, senza dubbio gli Ebrei avrebbero la meglio, avrebbero cioè sufficienti titoli per parlare a nome dell’umanità e per stimarsi suoi rappresentanti. Non si decideranno a ciò finché conserveranno qualche rispetto, qualche debolezza per il resto degli uomini. Che idea voler esserne amati! Vi si ostinano senza riuscirci. Dopo tanti tentativi infruttuosi non farebbero meglio ad arrendersi all’evidenza, ad ammettere infine la fondatezza delle loro delusioni?

 

Non c’è evento, misfatto o catastrofe di cui i loro avversari non li abbiano resi responsabili. Omaggio insensato. Non che si debba sminuire il loro ruolo; ma, per essere giusti, dobbiamo prendercela solamente con i loro torti reali: il più considerevole resta quello di aver prodotto un dio la cui fortuna – unica nella storia delle religioni – ha di che lasciarci perplessi; nulla in lui che legittimasse una simile riuscita: attaccabrighe, rozzo, lunatico, verboso, poteva al massimo soddisfare le necessità di una tribù; che un giorno diventasse l’oggetto di sapienti teologie, il patrono di raffinate civiltà, questo no, nessuno l’avrebbe mai potuto prevedere. Se non ce lo hanno imposto, hanno pur sempre la responsabilità di averlo concepito. È una macchina sul loro genio. Potevano fare di meglio. Per quanto vigoroso, per quanto virile possa sembrare, questo Yahweh (di cui il cristianesimo ci presenta una versione emendata) non smette di ispirarci una certa diffidenza. Invece di agitarsi, di volersi imporre, sarebbe dovuto essere, date le sue funzioni, più composto, più distinto, e soprattutto più sicuro. È roso dalle incertezze: grida, imperversa, tuona… È questo un segno di forza? Dietro le arie che si dà, scorgiamo le apprensioni di un usurpatore che subodorando il pericolo teme per il suo regno e terrorizza i suoi sudditi. Comportamento indegno per chi non smette di invocare la Legge e ne esige il rispetto. Se, come sostiene Moses Mendelssohn, il giudaismo non è una religione ma una legislazione rivelata, si troverà strano che un simile Dio ne sia l’autore e il simbolo, lui che non ha proprio nulla del legislatore. Incapace del minimo sforzo di obiettività, distribuisce la giustizia a suo piacimento, senza che alcun codice venga a limitare le sue elucubrazioni e i suoi capricci. È un despota tanto codardo quanto aggressivo, saturo di complessi, un soggetto ideale per la psicanalisi. Disarma la metafisica, che non ravvisa in lui alcuna traccia dell’essere sostanziale che riposa in sé, superiore al mondo e contento dell’intervallo che lo separa da esso: buffone che ha ereditato il cielo e vi perpetua le peggiori tradizioni della terra, si serve di grandi mezzi, stupito del suo potere e fiero di farne sentire gli effetti. Eppure le sue veemenze, i suoi sbalzi d’umore, la sua sguaiataggine, i suoi slanci spasmodici finiscono per attirarci se non per convincerci. Nient’affatto rassegnato alla sua eternità, interviene in tutti gli affari, li ingarbuglia, vi semina confusione e scompiglio. Sconcerta, irrita e seduce. Per quanto squilibrato sia, conosce le proprie attrattive e le usa come meglio gli aggrada. Ma a che pro enumerare le tare d’un dio quando queste fanno mostra di sé in tutti quei frenetici libri dell’Antico Testamento, accanto ai quali il Nuovo sembra una misera commovente allegoria? La poesia e l’asprezza del primo, invano le cercheremo nel secondo, dove tutto è sublime amenità, racconto per «anime belle». Agli Ebrei ripugnò riconoscervisi: avrebbe significato cadere nella trappola della felicità, spogliarsi della propria singolarità, optare per un destino «onorevole», tutte cose estranee alla loro vocazione. «Mosè, per meglio legare a sé la nazione, istituì nuovi riti, contrari a quelli di tutti gli altri mortali. Lì, tutto quello che noi riveriamo è schernito; in compenso, tutto ciò che presso di noi è impuro è ammesso» (Tacito).

«Tutti gli altri mortali», questo argomento statistico di cui l’antichità ha abusato, non poteva sfuggire ai moderni: è servito, servirà sempre. Nostro compito è ribaltarlo in favore degli Ebrei, impiegarlo nell’edificare la loro gloria. Troppo presto si dimentica che furono cittadini del deserto, che lo custodiscono ancora in se stessi come loro spazio intimo, e lo perpetuano attraverso la storia, con grande stupore di quegli alberi umani che sono gli «altri mortali».

Forse conviene aggiungere che di quel deserto non fecero solamente un loro spazio intimo, ma lo prolungarono fisicamente nel ghetto. Chi ne abbia visitato uno (preferibilmente nei paesi dell’Est) non avrà potuto fare a meno di notare che la vegetazione ne era assente, che nulla vi fioriva, che tutto era secco e desolato: isolotto bizzarro, piccolo, universo senza radici, che ben si adattava ai suoi abitanti, tanto lontani dalla vita sulla terra quanto gli angeli o i fantasmi.

«I popoli provano verso gli Ebrei» osserva un loro correligionario «la stessa animosità che deve provare la farina contro il lievito che le impedisce di riposare». Il riposo, è questo tutto ciò che domandiamo; anche gli Ebrei, forse, lo domandano: a loro è negato. Il loro stato febbrile vi pungola, vi sferza, vi travolge. Modelli di furore e d’amarezza, essi fanno contrarre il gusto della rabbia, dell’epilessia, delle aberrazioni che stimolano, e vi prescrivono la sventura come eccitante.

Se sono degenerati, come comunemente si pensa, augureremo questa forma di degenerazione a tutte le vecchie nazioni… «Cinquanta secoli di nevrastenia» ha detto Péguy. Sì, ma una nevrastenia da spericolati e non da spossessati, da valetudinari. La decadenza, fenomeno inerente a tutte le civiltà, essi non la conoscono molto, tanto è vero che il loro cammino, pur svolgendosi nella storia, non ha affatto un’essenza storica: la loro evoluzione non comporta né crescita né senescenza, né apogeo né caduta; le loro radici affondano in non si sa quale terreno; sicuramente non nel nostro. Niente di naturale, di vegetale in loro, nessuna «linfa», nessuna possibilità di avvizzire. Nella loro perennità qualcosa di astratto, ma non di esangue, un’ombra di demoniaco, dunque d’irreale e di effettivo allo stesso tempo, un alone inquietante e come un’aureola alla rovescia che li individualizza per sempre.

Se sfuggono alla decadenza, a maggior ragione sfuggono alla sazietà, piaga che non ha risparmiato nessuno dei vecchi popoli e contro la quale ogni terapia si rivela inefficace: non ha forse roso più di un impero, più di un’anima, più di un organismo? Gli Ebrei ne sono miracolosamente indenni. Di cosa avrebbero potuto essere sazi se non hanno conosciuto alcuna tregua, alcuno di quei momenti di pienezza, propizi al disgusto ma nefasti per il desiderio, la volontà, l’azione? Non potendo fermarsi in alcun luogo, sono costretti a desiderare, a volere, ad agire, a mantenersi nell’ansietà e nella nostalgia. Si legano a qualcosa? Non durerà: ogni avvenimento non sarà per loro che una ripetizione della Distruzione del Tempio. Ricordi e prospettive di crollo! L’anchilosi di una tregua non incombe sugli Ebrei. Mentre a noi risulta penoso il perdurare di uno stato di avidità, essi, per così dire, non ne escono mai, e in esso provano una sorta di benessere morboso, che è proprio di una collettività in cui la trance è endemica e il cui mistero concerne la teologia e la patologia, senza che del resto gli sforzi combinati di entrambe riescano a elucidarlo.

Costretti alla loro profondità che pure temono, tentano di sviarla, di eluderla appigliandosi ai cavilli della conversazione: e parlano, parlano… Ma la cosa più facile al mondo – restare alla superficie di sé – essi non la raggiungono. La parola è per loro una evasione; la socievolezza un’autodifesa. Non riusciamo a immaginare senza un tremito i loro silenzi, i loro monologhi. Le nostre calamità, le svolte della nostra vita in loro diventano sciagure abituali, consuetudine; il loro tempo: crisi superata o crisi imminente. Se per religione s’intende la volontà della creatura di elevarsi per mezzo del suo malessere, essi hanno tutti, devoti o atei, un fondo religioso, una pietà accuratamente spogliata di ogni dolcezza, compiacenza, raccoglimento, e di tutto ciò che seduce gli innocenti, i deboli, i puri. Una pietà senza candore, poiché nessuno di loro è candido, come d’altronde nessuno di loro è sciocco. (La sciocchezza infatti non prospera presso gli Ebrei: quasi tutti sono svegli; quelli che non lo sono, le rare eccezioni, non si fermano alla stupidità, vanno più lontano: sono dei semplici di spirito).

Che la preghiera passiva, strascicata non sia di loro gusto è cosa facile a capirsi; e non piace del resto neanche al loro dio, che al contrario del nostro mal sopporta la noia. Solo il sedentario prega in pace, con calma; i nomadi, i braccati devono fare presto, e affrettarsi anche quando si prosternano. Il fatto è che invocano un dio a sua volta nomade, a sua volta braccato, che comunica loro la sua impazienza, il suo affanno.

Quando si sta per capitolare, la lezione, che antidoto la loro perseveranza! Quante volte mentre rimuginavo sulla mia fine non ho pensato alla loro ostinazione, alla loro confortante tenacia, alla loro ostinazione, alla loro confortante quanto inesplicabile brama di essere! Sono loro debitore di molti voltafaccia, di molti compromessi con la non-evidenza del vivere. Forse che per questo ho sempre reso loro giustizia? Tutt’altro. Se a vent’anni li amavo a tal punto da rimpiangere di non essere uno di loro, qualche tempo dopo, non potendo perdonarli per avere avuto una qualche parte di primo piano nel corso dei tempi, presi a detestarli con la rabbia di un odio-amore. Lo splendore della loro onnipresenza mi faceva meglio percepire l’oscurità del mio paese, votato, lo sapevo, all’asfissia e forse alla scomparsa; mentre essi, lo sapevo altrettanto bene, sarebbero sopravvissuti a tutto, qualunque cosa avvenisse. In quegli anni del resto avevo solamente una commiserazione libresca per le loro sofferenze trascorse e non potevo immaginare quelle che li attendevano. In seguito, pensando alle loro tribolazioni e alla fermezza con cui le sopportarono, giunsi a cogliere il valore del loro esempio e ad attingervi qualche ragione per combattere la mia tentazione di abbandonare tutto. Ma quali che siano stati, in diversi momenti della mia vita, i miei sentimenti nei loro confronti, su un punto non sono mai mutato: riconosco la mia affezione per l’Antico Testamento, il culto che ho sempre tributato al loro libro, come provvidenziale per i miei furori o per le mie amarezze. Grazie a esso comunicavo con loro, con la migliore delle loro afflizioni; grazie a esso e alle consolazioni che ne traevo, tante mie notti, per quanto inclementi, mi parvero tollerabili. Questo non potevo dimenticarlo, anche quando mi sembravano meritare la loro ignomia. Ed è il ricordo di quelle notti, nelle quali essi furono così spesso presenti con le strazianti espressioni di Giobbe e di Salomone, che legittima le iperboli della mia gratitudine. Che sia qualcun altro a offenderli tenendo su di essi discorsi sensati! Quanto a me, non posso risolvermi: misurarli col nostro metro significa spogliarli dei loro privilegi, farne dei semplici mortali, una varietà insignificante del tipo umano. Fortunatamente essi sfidano i nostri criteri, così come le indagini del buon senso. Se riflettiamo su questi domatori dell’abisso (del loro abisso), intravediamo quali vantaggi offre il non lasciarci travolgere, il non cedere alla voluttà di andare alla deriva e, meditando sul loro rifiuto a naufragare, ci ripromettiamo di imitarli, pur sapendo che è vano pretenderlo, che la nostra sorte è di colare a picco, di rispondere al richiamo del baratro. Ciò non toglie che distogliendoci sia pure temporaneamente dalla nostra velleità di precipitare, essi ci insegnino a venire a patti con un mondo vertiginoso, insostenibile: sono dei maîtres à exister. Tra tutti quelli che conobbero un lungo periodo di schiavitù, gli Ebrei soltanto sono riusciti a resistere ai sortilegi dell’abulia. Dei fuorilegge che accumulavano forze. E quando la Rivoluzione Francese diede loro uno statuto, si trovarono a possedere riserve biologiche superiori a quelle delle altre nazioni. Quando infine liberi, nel XIX secolo, apparvero in piena luce, stupirono il mondo; dall’epoca dei conquistadores non si erano più visti una tale audacia, un tale impeto. Imperialismo curioso, inatteso, folgorante. Così a lungo repressa, la loro vitalità esplose; e proprio loro che sembravano così modesti, così umili, li si vide in preda a una sete di potere, di dominio e di gloria che spaventò la società disingannata in cui cominciavano ad affermarsi e alla quale, questi indomiti vegliardi, avrebbero infuso nuovo sangue. Avidi e generosi, si insinuarono in tutte le branche del commercio e del sapere, in ogni sorta di impresa, non per risparmiare, ma per potere, fanatici del tutto per tutto, spendere, sperperare; affamati in piena congestione, esploratori d’eternità perdutisi nel quotidiano, dediti all’oro e al cielo, mescolando incessantemente lo splendore dell’uno e dell’altro – promiscuità luminosa e sbalorditiva, turbinio d’abiezione e trascendenza – possiedono nelle loro contraddizioni la loro vera fortuna. Ai tempi in cui vivevano d’usura, forse che non approfondivano in segreto la cabbala? Denaro e mistero: ossessioni che hanno conservato nelle loro attività moderne, complessità impossibile a sciogliersi, fonte di potenza. Accanirsi contro di loro, combatterli? Solo chi è insensato, vi si arrischia: lui solo osa affrontare le armi invisibili di cui sono muniti.

Nella storia contemporanea, inconcepibile senza di loro, hanno introdotto una cadenza accelerata, un ansimare sostenuto, un respiro superbo, come anche un veleno profetico la cui virulenza non ha smesso di sconcertarci. Chi può, di fronte a loro, rimanere neutrale? Non li si avvicina mai inutilmente. Nella diversità del paesaggio psicologico, ciascuno di loro è un caso. E se per certi aspetti li conosciamo, ci resta da fare ancora un lungo cammino per giungere all’interno dei loro enigmi. Incurabili che intimoriscono la morte, che hanno scoperto il segreto di un’altra salute, di una salute pericolosa, di un male salutare, vi ossessionano, vi tormentano e vi obbligano a elevarvi al livello della loro coscienza, delle loro veglie. Con gli Altri, tutto cambia: accanto a questi ci si addormenta. Che sicurezza, che pace! Si è immediatamente «tra noi», si sbadiglia, si russa senza timore. Frequentandoli si è vinti dall’apatia del suolo. Anche i più raffinati sembrano dei contadini, degli zoticoni finiti male. Si trascinano, poveretti, in una fatalità confortevole. Avessero anche del genio, rimarrebbero insignificanti. Una vile fortuna li perseguita: la loro esistenza è altrettanto evidente, altrettanto ammessa di quella della terra o dell’acqua. Degli elementi sopiti.

Non esistono esseri meno anonimi. Senza di loro le città sarebbero irrespirabili; essi vi mantengono uno stato febbrile, senza il quale ogni centro urbano diventa provincia: una città morta è una città senza Ebrei. Efficaci come il fermento e il virus, ispirano un duplice sentimento di fascino e di disagio. La nostra reazione nei loro riguardi è quasi sempre incerta: con quale preciso comportamento possiamo accostarci a loro se si pongono contemporaneamente al di sopra e al di sotto di noi, a un livello che non è mai il nostro? Da qui un malinteso tragico, inevitabile, di cui nessuno è responsabile. Che follia la loro, di attaccarsi a un dio speciale, e che rimorsi devono provare quando considerano la nostra insignificanza! Nessuno sceglierà mai l’inestricabile in cui siamo tenuti gli uni verso gli altri. Correre in loro aiuto? Non abbiamo nulla da offrire. E ciò che essi ci offrono è al di là di noi. Da dove vengono? Chi sono? Avviciniamoli con la più grande perplessità: chi assume nei loro confronti un atteggiamento preciso, li misconosce, li semplifica, e si rende indegno dei loro estremi.

Cosa da non trascurare: solo l’Ebreo mancato ci assomiglia, è dei «nostri»: sarà come regredito verso di noi, verso la nostra umanità convenzionale ed effimera. Si deve forse dedurne che l’uomo è un Ebreo non giunto a compimento?

 

Amari e insaziabili, lucidi e appassionati, sempre all’avanguardia della solitudine, gli Ebrei rappresentano l’insuccesso in movimento. Se non accondiscendono alla disperazione quando tutto cospira a spingerveli, è perché essi progettano come altri respirano, perché hanno la malattia del progetto. Nel corso di una giornata ognuno di loro ne concepisce un numero incalcolabile. A differenza delle razze paralizzate, essi si aggrappano all’imminente, s’immergono nel possibile: automatismo del nuovo che spiega l’efficacia delle loro elucubrazioni, come pure l’orrore che hanno per ogni facilità intellettuale. In qualunque paese abitano, sono i primi per ingegno. Riuniti, costituirebbero una moltitudine di eccezioni, una somma di capacità e di talenti senza pari in qualsiasi altra nazione. Praticano un mestiere? La loro curiosità non ne è tutta assorbita; ciascuno possiede delle passioni o delle manie che lo portano altrove, ampliano il suo sapere, gli permettono di abbracciare le professioni più disparate, così che la sua biografia implicherà una folla di personaggi uniti da una sola volontà, anch’essa senza pari. L’idea di «perseverare nell’essere» fu concepita dal loro più grande filosofo, e questo essere l’hanno conquistato a prezzo di un’ardua lotta. Non è difficile capire la loro ossessione del progetto: al presente che è soporifero essi oppongono le virtù afrodisiache del futuro. E fu ancora uno di loro a fare del divenire l’idea centrale della propria filosofia. Nessuna contraddizione tra le due idee, poiché il divenire si riduce all’essere che progetta e che si proietta, all’essere disintegrato dalla speranza.

Del resto, non è del tutto futile affermare che in filosofia siano questo o quello? Se tendono al razionalismo è meno per inclinazione che per bisogno di reagire a certe tradizioni che li hanno esclusi e a causa delle quali hanno dovuto soffrire. Il loro genio in realtà si adatta a qualunque forma di teoria, a qualunque corrente di idee, dal positivismo al misticismo. Mettere l’accento unicamente sulla loro propensione all’analisi significa impoverirli e far loro una grave ingiustizia. E sono tuttavia persone che hanno enormemente pregato. Lo si intuisce dai volte, più o meno sbiancati dalla lettura dei Salmi. E poi soltanto tra loro si incontrano dei banchieri pallidi… Dovrà pur significare qualcosa. Finanze e De profundis! – incompatibilità senza precedenti, chiave forse del mistero di tutti loro.

Combattenti per vocazione – è il più guerriero fra i popoli civili – negli affari si comportano da strateghi, e mai si dichiarano vinti, benché spesso lo siano. Sono dei dannati… benedetti, nei quali l’istinto e l’intelligenza non si neutralizzano; tutto, perfino le tare, serve loro da tonico. Come potrebbe la loro corsa, con i suoi smarrimenti e le sue vertigini, essere capita da un’umanità pantofolaia? Anche se su questa vantassero solo la superiorità di uno scacco inesauribile, di una maniera più compiuta di non riuscire, ciò basterebbe ad assicurare loro una relatività immortalità. La loro molla resiste bene: si rompe perennemente.

Dialettici attivi, virulenti, colpiti da una nevrosi dell’intelletto (la quale invece di ostacolarli nelle imprese, li stimola, li rende dinamici, li obbliga a vivere sotto pressione) sono affascinati, malgrado la lucidità, dall’avventura. Nulla li fa indietreggiare. Nel tatto, vizio terreno, pregiudizio delle civiltà radicate, istinto del protocollo, essi non eccellono: la colpa è del loro orgoglio da suppliziati, del loro spirito aggressivo. La loro ironia, che non ha niente a che vedere con un divertimento a spese di altri, con una forma di socievolezza o un capriccio, sa di fiele represso; è un’asprezza di lunga data; venefica, le sue frecciate uccidono. Essa partecipa non già del riso che è tensione e rivincita di umiliati. Ora, riconosciamo, gli Ebrei sono imbattibili nel ghigno. Per capirli o intuirli bisogna aver perso a nostra volta più d’una patria, essere come loro cittadini di tutte le città, combattere senza bandiera contro tutti, sapere, sul loro esempio, abbracciare e tradire le cause. Compito difficile, poiché al loro fianco noi siamo, quali che siano le nostre sventure, dei poveretti impantanati nella felicità e nella geografia, dei neofiti dell’avversità, dei raffazzonatori di ogni tipo. Se non detengono il monopolio della sottigliezza, ciò non toglie che la loro forma di intelligenza sia la più inquietante, la più antica; si direbbe che sanno tutto da sempre, fin da Adamo, fin da… Dio.

 

Che non li si accusi di essere dei parvenus: come potrebbero esserlo dal momento che hanno attraversato e segnato tante civiltà? In loro, nulla di recente, d’improvvisato: la loro promozione alla solitudine coincide con gli albori della Storia; i loro stessi difetti sono imputabili alla vitalità della loro vecchiezza, agli accessi della loro astuzia e perspicacia, alla loro troppo lunga esperienza. Non hanno mai conosciuto la comodità di un confine: se possiedono una saggezza, è la saggezza dell’esilio, quella che insegna come trionfare di un sabotaggio unanime, come credersi eletti quando si è perduto tutto: saggezza della sfida. Eppure li si tratta da vili! È vero che non possono esibire alcuna vittoria spettacolare: ma la loro esistenza non è forse una, ininterrotta, terribile, senza che ci sia la minima possibilità di vederne un giorno la fine?

Negare il loro coraggio significa misconoscere il valore, l’alta qualità della loro paura, che in loro è un moto non di contrazione ma di espansione, inizio d’offensiva. Perché di questa paura essi hanno fatto, al contrario dei pavidi e degli umili, una virtù, un principio d’orgoglio e di conquista. Essa non è fiacca come la nostra, ma corposa e invidiabile, e costituita da mille sgomenti trasfigurati in atti. Seguendo una ricetta che si sono ben guardati dal rivelarci, le nostre forze negative diventano in loro positive, i nostri torpori migrazioni. Quel che ci immobilizza, li fa camminare e scattare: non c’è barriera che il loro panico itinerante non possa superare. Nomadi ai quali lo spazio non basta e che di là dai continenti perseguono chissà quale patria. Guardate la naturalezza con la quale percorrono le nazioni! Il tale nasce russo, ed eccolo diventare tedesco, francese, poi americano, o di qualsiasi altra nazionalità. Malgrado queste metamorfosi egli conserva la sua identità; ha carattere, tutti loro ne hanno. Come spiegare altrimenti la capacità di ricominciare una nuova esistenza dopo le più atroci delusioni, di riprendere in mano il proprio destino? Ciò ha del prodigioso. Si resta meravigliati e stupefatti quando li si osserva. Già in questa vita devono fare l’esperienza dell’inferno. Questo è il prezzo della loro longevità.

Quando iniziano a decadere, e li crediamo ormai perduti, si riprendono, si rialzano e si ribellano alla quiete del fallimento. Cacciati dal proprio paese, apolidi nati, non hanno mai avuto la tentazione di abbandonare il campo. Ma noi, apprendisti dell’esilio, sradicati di nuova data, impazienti di giungere alla sclerosi, alla monotonia del tracollo, a un equilibrio senza orizzonti né promesse, strisciamo dietro le nostre sventure; la nostra condizione è al di là di noi stessi; inadatti al terribile, eravamo fatti per qualche Balcania di sogno e non già per condividere la sorte di una moltitudine di Unici. Ingozzati di immobilismo, prostrati, stravolti, come potremmo con i nostri sonnolenti desideri e le nostre ambizioni sgretolate avere la stoffa di cui è fatto l’errante? I nostri avi, chini sulla terra, dove infatti sarebbero potuti andare? La loro velocità era quella dell’aratro: velocità dell’eterno… Ma entrare nella Storia presuppone un minimo di precipitazione, d’impazienza, di vivacità, tutte cose opposte alla lenta barbarie dei popoli agricoli, rinserrati nella Consuetudine – regolamentazione non già dei loro diritti, ma delle loro tristezze. Rischiando la terra per potervi in ultimo riposare meglio, conducendo una vita che era tutt’uno con la tomba, una vita dove la morte sembrava una ricompensa e un privilegio, i nostri antenati ci hanno lasciato in eredità il loro sonno senza fine, la loro desolazione muta e quasi inebriante, il loro lungo sospiro di semivivi.

Siamo degli inebetiti; la nostra maledizione agisce su di noi come fosse un narcotico: ci intorpidisce; quella degli Ebrei ha il valore di una molla: li spinge in avanti. Si ingegnano a sottrarsi alla maledizione? Domanda delicata, forse senza risposta. Quel che è certo è che il tragico degli Ebrei differisce da quello dei Greci. Un Eschilo tratta della sventura di un individuo o di una famiglia. Il concetto di maledizione nazionale, come quello di salvezza collettiva, non è ellenico. L’eroe tragico raramente chiede risposta a un destino impersonale, cieco: fa parte della sua fierezza accettarne i decreti. Morirà dunque, lui insieme ai suoi. Ma un Giobbe assilla il suo Dio, esige che si spieghi: ne risulta un ultimatum, di un cattivo gusto sublime, che avrebbe certo inorridito un Greco, ma che ci tocca e ci sconvolge. Come potremmo restare insensibili a quegli eccessi, a quelle invettive di un appestato che pone le sue condizioni al Cielo e lo sommerge di imprecazioni? Più siamo prossimi ad abdicare, più queste urla di scuotono. Giobbe appartiene proprio alla sua razza: i suoi singhiozzi sono una dimostrazione di forza, un assalto. «La notte trafigge le mie ossa» si lamenta. E il suo lamento culmina in un grido e quel grido traversa le volte e fa tremare Dio. E quando, di là dai nostri silenzi e debolezze, osiamo proclamare il nostro patire, siamo tutti discendenti del grande lebbroso, eredi della sua desolazione e del suo rigurgito. Ma troppo spesso le nostre voci tacciono; e benché egli ci mostri come elevarci ai suoi accenti, non riesce a scuotere la nostra inerzia. Sì, però, lui aveva buon gioco: sapeva chi vilipendere o implorare, a chi rivolgere degli attacchi o elevare preghiere. Ma noi, contro chi gridare? Contro i nostri simili? Ci sembra risibile. Le nostre rivolte, a malapena articolate, spirano sulle nostre labbra. Malgrado gli echi che Giobbe suscita in noi, non abbiamo il diritto di considerarlo nostro antenato: i nostri sono dolori troppo timidi, e così i nostri terrori. Senza la volontà né l’audacia di assaporare le nostre paure, come potremmo farne un pungono o una voluttà? Tremare è facile; ma saper dirigere il proprio tremito è un’arte: da qui derivano tutte le ribellioni. Colui che vuole evitare la rassegnazione deve educare, medicare i propri spaventi e mutarli in gesti e parole: vi riuscirà tanto meglio quanto più avrà frequentato l’Antico Testamento, paradiso del brivido.

Inculcandoci l’orrore delle intemperanze di linguaggio, il rispetto e l’obbedienza in tutto, il cristianesimo ha reso anemiche le nostre paure. Se avesse voluto legarci a sé per sempre, avrebbe dovuto maltrattarci e prometterci una salvezza perigliosa. Che cosa aspettarsi da una genuflessione durata venti secoli? Ora che siamo finalmente in piedi, la vertigine ci vince: schiavi emancipati invano, ribelli dei quali il demonio si vergogna o si burla.

Ai suoi Giobbe ha trasmesso la sua energia; assetati di giustizia come lui, non si chinano di fronte all’evidenza di un mondo iniquo. Rivoluzionari per istinto, l’idea della rinuncia non li sfiora nemmeno: se Giobbe, Prometeo biblico, ha lottato con Dio, essi lotteranno con gli uomini… Quanto più sono impregnati di fatalità, tanto più si levano contro di essa. Amor fati, formula per eroi dilettanti, non si addice a chi ha un eccesso di destino per aggrapparsi ancora all’idea di destino… Legati alla vita al punto di volerla riformare e di farvi trionfare l’impossibile, il Bene, essi si avventano su qualsiasi sistema che possa confermare le loro illusioni. Non c’è utopia che non li abbacini e non ecciti il loro fanatismo. Non contenti di aver esaltato l’idea di progresso, se ne sono addirittura impadroniti con un fervore sensuale e quasi impudico. Contavano forse, adottandola senza riserve, di approfittare della salvezza che promette all’umanità in generale, di beneficiare di una grazia, di una apoteosi universali? Che tutti i nostri disastri risalgano a quando abbiamo cominciato a intravedere la possibilità di un meglio, questa banalità essi non vogliono ammetterla. Se si ritrovano in una situazione senza via d’uscita, la rifiutano col pensiero. Ribelli all’ineluttabile, ribelli alle loro miserie, si sentono più liberi quando il peggio dovrebbe tenere avvinto il loro animo. Che cosa sperava Giobbe sul suo letamaio, che cosa sperano tutti loro? Ottimismo da appestati… Secondo un vecchio trattato di psichiatria, essi fornirebbero la più alta percentuale di suicidi. Se ciò fosse vero, proverebbe che per loro la vita merita lo sforzo di separarsene e che vi sono troppo legati per poter disperare fino alla fine. La loro forza: farla finita piuttosto che abituarsi o compiacersi nella disperazione. Gli Ebrei si affermano perfino quando si distruggono, a tal punto hanno in odio il cedere, l’abdicare, il confessare le proprie debolezze. Un tale accanimento deve giungere loro dall’alto. Non riesco a spiegarmelo altrimenti. E se mi confondo nelle loro contraddizioni e mi smarrisco nei loro segreti, capisco almeno perché dovevano incuriosire gli animi religiosi, da Pascal a Rozanov.

 

Si è riflettuto abbastanza sulle ragioni per le quali questi esiliati eliminano dai loro pensieri la morte, idea che domina ogni esilio, come se tra loro ed essa non vi fosse alcun punto di contatto? Non che la morte li lasci indifferenti, ma a forza di tenerne lontano il sentimento essi sono giunti ad avere nei suoi confronti un atteggiamento deliberatamente superficiale. Forse in tempi lontani le consacrarono troppe attenzioni perché essa li tormenti ancora, forse non vi pensano perché sono quasi imperituri: solo le civiltà effimere rimuginano volentieri l’idea del nulla. Comunque sia, gli Ebrei non hanno che la vita davanti a sé… E questa vita che per noi si riassume nella formula «Tutto è impossibile», e la cui ultima parola si riferisce, per lusinga, alle nostre confusioni, alla nostra debolezza o alla nostra sterilità, questa vita risveglia in loro il gusto dell’ostacolo, l’orrore della liberazione come di ogni forma di quietismo. Questi lottatori avrebbero lapidato Mosè se avesse parlato loro con il linguaggio di un Buddha, linguaggio della stanchezza metafisica, dispensatore di annullamento e di salvezza. Nessuna pace né beatitudine per coloro che non sanno praticare l’abbandono: l’assoluto, in quanto soppressione di ogni nostalgia, è una ricompensa che può essere goduta solo da chi si costringe a deporre le armi. Un tal genere di ricompensa ripugna a questi rissosi impenitenti, a questi volontari della maledizione, a questo popolo del Desiderio… Per quale aberrazione si è mai potuto parlare del loro gusto per la distruzione? Distruttori loro? Si dovrebbe piuttosto rimproverarli di non esserlo abbastanza. Di quante nostre speranze non sono responsabili! Lungi dal concepire la demolizione in se stessa, se sono anarchici mirano sempre a un’opera futura, a una costruzione, impossibile ma auspicata. E poi si avrebbe torto a minimizzare il patto, unico nel suo genere, che hanno concluso con il loro dio e di cui tutti, atei e non, conservano il ricordo e il segno. Contro questo dio possiamo pure accanirci, ma non per questo egli è meno presente, meno tangibile e relativamente efficace, così come si conviene a ogni dio tribale, mentre il nostro, più universale e dunque più anemico, è lontano e inoperante, come ogni spirito. L’antica Alleanza, ben più solida della nuova, se permette ai figli di Israele di avanzare di concerto con il loro turbolento Padre, in cambio preclude loro la possibilità di apprezzare l’intrinseca bellezza della distruzione.

 

Quanto all’idea di «progresso», se ne servono per combattere gli effetti dissolventi della loro lucidità: è la loro fuga calcolata, la loro mitologia voluta. Perfino loro, perfino queste menti chiaroveggenti indietreggiano di fronte alle conseguenze estreme del dubbio. Si è veramente scettici solo se si ci pone al di fuori del proprio destino o se si rinuncia ad averne uno. Essi sono troppo immersi nel loro per potervisi sottrarre. Nessun indifferente illustre tra gli ebrei: non hanno introdotto l’interiezione in religione? Anche quando si permettono il lusso di essere scettici, il loro è uno scetticismo da esulcerati. Salomone evoca l’immagine di un Pirrone sconvolto e lirico… Così il loro avo più smaliziato, così tutti loro. Con quale compiacenza mettono in mostra le proprie sofferenze e aprono le proprie piaghe! Questa mascherata di confidenze non è che una maniera di nascondersi. Indiscreti e tuttavia impenetrabili, non li avrete afferrati quand’anche vi avessero rivelato tutti i loro segreti. Di un essere che ha sofferto, potete ben enumerare, classificare, spiegare le vicissitudini, ma quel che egli è, la sua sofferenza reale, è al di là di voi stessi. Più lo avvicinerete, più vi sembrerà inaccessibile. Potete scrutare a vostro piacimento le reazioni di quelli che appartengono a una collettività colpita, vi ritroverete nondimeno di fronte a una massa di sconosciuti.

 

Per quanto luminoso sia il loro spirito, un elemento sotterraneo risiede in esso: insorgono, irrompono, questi esseri lontani ovunque presenti, sempre sul chi vive, che fuggono il pericolo e lo provocano, che si precipitano su ogni sensazione con un panico da condannati, come se non avessero il tempo d’aspettare godimenti. Alla felicità si avvinghiano e ne approfittano senza ritegno né scrupolo: si direbbe che stiano usurpando il bene altrui. Troppo ardenti per essere epicurei, avvelenano i loro piaceri, li divorano, mettono in essi una fretta e un furore che impedisce loro di trarne la minima consolazione: degli esagitati, in tutti i sensi della parola, dal più volgare al più nobile. L’ossessione del dopo li tortura; mentre l’arte del vivere – appannaggio di epoche non profetiche, di quelle di Alcibiade, di Augusto o della Reggenza – consiste nell’esperienza integrale del presente. Niente di goethiano in loro: l’istante, anche il più bello, non cercheranno minimamente di fermarlo. I loro profeti che incessantemente invocano le folgori di Dio, che vogliono vedere annientate le città del nemico, questi profeti hanno davvero parole di cenere. È alle loro follie che san Giovanni ha dovuto ispirarsi per scrivere il libro più mirabilmente oscuro dell’antichità. Frutto di una mitologia di schiavi, l’Apocalisse rappresenta il regolamento di conti meglio camuffato che si possa concepire. Tutto nell’Apocalisse è vendetta, bile e avvenire malsano. Ezechiele, Isaia, Geremia avevano ben preparato il terreno… Abili nel valorizzare i loro disordini o le loro visioni, divagano con una abilità mai più uguagliata: in ciò la loro mente potente e imprecisa li aiutava. L’eternità era per loro un pretesto di convulsione, uno spasmo; vomitando imprecazioni e inni, si torcevano sotto gli occhi di un dio mai sazio di isterie. Ecco una religione in cui i rapporti dell’uomo col suo creatore si riducono a una guerra di epiteti, a una tensione che impedisce loro di meditare, di dilungarsi sulle controversie e di porvi rimedio, una religione a base di aggettivi, di effetti di linguaggio, e in cui lo stile costituisce il solo legame tra cielo e terra.

 

Questi profeti, fanatici della polvere, poeti del disastro, se predicevano sempre catastrofi era perché non potevano legarsi a un presente rassicurante o un avvenire ordinario. Col pretesto di distoglierlo dall’idolatria, scaricavano sul loro popolo tutta la rabbia, lo tormentavano, lo volevano a loro immagine, altrettanto sfrenato, altrettanto terribile. Occorreva dunque pungolarlo, renderlo unico attraverso la prova, impedire che si costituisse e si organizzasse in nazione mortale… A forza di grida e di minacce, riuscirono a fargli acquisire quell’autorità nel dolore e quell’aspetto di folla errante, insonne, che irrita gli autoctoni e ne disturba il russare.

Se mi si obiettasse che gli Ebrei non sono eccezionali per la loro natura, risponderei che lo sono per il loro destino, destino assoluto, destino allo stato puro, il quale conferendo forza e dismisura li eleva al di sopra di se stessi e li priva di ogni facoltà di essere nulli. Mi si potrebbe ugualmente obiettare che non sono i soli a essere definiti dal destino, che avviene altrettanto per i Tedeschi. Non v’è dubbio; tuttavia si dimentica che quello che i Tedeschi, seppure ne hanno uno, è recente e si riduce a un dramma d’epoca; in realtà a due disfatte ravvicinate.

Questi due popoli, segretamente attratti l’uno verso l’altro, non potevano intendersi: come avrebbero potuto i Tedeschi, questi arrivisti della fatalità, perdonare agli Ebrei un destino superiore al loro? Le persecuzioni nascono dall’odio, non dal disprezzo; ora, l’odio equivale a un rimprovero che non si osa muovere a se stessi, all’intolleranza di veder incarnato in altri il nostro ideale. Quando si aspira a uscire dalla propria provincia e a dominare il mondo, ci si scaglia contro coloro per i quali una frontiera conta poco: si ha del risentimento per la loro facilità a sradicarsi, per la loro ubiquità. I Tedeschi detestavano nell’Ebreo il loro sogno realizzato, l’universalità che non potevano raggiungere. Si volevano anch’essi eletti: nulla li predestinava a questo stato. Dopo aver tentato di forzare la Storia, col fine recondito di uscirne e di scavalcarla, i Tedeschi finirono per sprofondarvi ancora di più. Da allora, avendo perso ogni possibilità di mai più elevarsi a un destino metafisico o religioso, dovevano precipitare in un dramma monumentale e inutile, senza mistero né trascendenza e che, lasciando indifferenti il teologo e il filosofo, interessa soltanto lo storico. Fossero stati più esigenti nella scelta delle loro illusioni, ci avrebbero offerto ben altro esempio che quello della più grande, della prima fra le nazioni mancate. Chi opta per il tempo vi si inabissa e vi seppellisce il proprio genio. Si è eletti; non lo si diventa né per risoluzione né per decreto. E ancor meno perseguitando coloro di cui invidiamo le complicità con l’eterno. Né eletti né dannati, i Tedeschi si accanirono contro coloro che a buon diritto potevano pretendere di esserlo: il momento culminante della loro espansione sarà ricordato, nei tempi futuri, soltanto come un episodio dell’epopea degli Ebrei… Ho detto bene: epopea, non è infatti un’epopea questa successione di prodigi e di abilità, questo eroismo di una tribù che dal fondo delle sue disgrazie non cessa di minacciare il suo Dio con un ultimatum? Epopea di cui non si riesce a indovinare l’epilogo: è altrove che si concluderà? O assumerà la forma di un disastro che sfugge alla perspicacia dei nostri terrori?

 

Una patria è un soporifero continuo. Non possiamo invidiare – o compiangere – abbastanza gli Ebrei per non averne una o per possederne solo di provvisorie, Israele per prima. Qualunque cosa facciano o dovunque vadano, la loro missione è di vegliare; così sta scritto nel loro immemoriale statuto di stranieri. Soluzioni per la loro sorte non ne esistono. Restano gli accomodamenti con l’Irreparabile. Finora non hanno trovato nulla di meglio. Questa situazione durerà fino alla fine dei tempi. Ed è a questa situazione che gli Ebrei dovranno la sventura di non perire…

 

Insomma, benché legati a questo mondo, essi non ne fanno veramente parte: c’è un qualcosa di non terrestre nel loro passaggio sulla terra. Furono in un lontano passato testimoni di uno spettacolo di beatitudine di cui conservano la nostalgia? E che cosa allora dovettero vedere che si cela alle nostre percezioni? La loro inclinazione all’utopia non è che un ricordo proiettato nel futuro, vestigio tramutato in ideale. Ma è la loro sorte, mentre aspirano al Paradiso, urtare contro il Muro del Pianto.

Elegiaci a loro modo, si drogano di rimpianti, credono in essi, ne fanno uno stimolante, un aiuto, un mezzo per riconquistare, attraverso l’espediente della storia, la loro primordiale, antica felicità. È sulla felicità che si gettano, è verso di essa che corrono. E questa corsa conferisce loro un’aria spettrale e trionfale insieme, che ci spaventa e ci seduce, ritardatari come siamo, rassegnati in anticipo a un destino ordinario e per sempre incapaci di credere nell’avvenire dei nostri rimpianti. 

 

Note

1 Su tutte queste tematiche si veda T. Lessing, L’odio di sé ebraico, traduzione di M. Pirro, Nardò (LE), Besa, 2002; J. Golomb, Nietzsche e Sion. Motivi nietzschiani nella cultura ebraica di fine Ottocento, traduzione e postfazione di V. Pinto, Firenze, La Giuntina (di prossima pubblicazione).

2 F. Rosenzweig, La stella della redenzione, edizione italiana a cura di G. Botola, Genova, Marietti, 2000, p. 454.

3 Id., Ebraismo, Bildung e filosofia della vita, a cura di G. Sola, traduzione di S. Franchini, Firenze, La Giuntina, 2000.

4 Contenuto in E.M. Cioran, La tentazione di esistere, traduzione di L. Colasanti e C. Laurenti, Milano, Adelphi, 1984, pp. 63-93.




Casella di testo

Citazione:

Vincenzo Pinto, Dalla Romania "con furore". Gli ebrei (post-bellici) di Emil M. Cioran, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", I, 2, settembre 2012

url: http://www.freeebrei.com/anno-i-2-luglio-dicembre-2012/dalla-romania-con-furore-gli-ebrei-post-bellici-di-emil-m-cioran
 




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