Daniela, Franceschi, Il PCI e Israele attraverso "L'Unità" (1946-48)

"Free Ebrei", VII, 1, gennaio 2018


Il PCI e Israele attraverso "L'Unità" (1946-48)

 

di Daniela Franceschi  

Abstract

Daniela Franceschi analyzes how two of the most important Italian-Communist newspaper faced the making of the State of Israel.



Lo studio dell’atteggiamento assunto dal Partito Comunista Italiano nei confronti della nascita dello Stato d’Israele, una delle più grandi novità derivanti dagli eventi della seconda guerra mondiale in ambito geopolitico, consente di studiare non solo il contesto storico dell’immediato secondo dopoguerra, ma anche le complesse dinamiche politiche nazionali e internazionali.

In un periodo storico in cui i giornali erano il maggiore mezzo di informazione, insieme alla radio, risulta di particolare interesse condurre questa ricerca attraverso “L’Unità”, organo di stampa ufficiale del Partito.

È opportuno soffermarsi sull’importanza che il contesto mediorientale aveva assunto con la fine della seconda guerra mondiale per le potenze continentali e i paesi europei. La questione delle fonti energetiche, quindi del petrolio, stava emergendo come il punto nodale intorno al quale si sarebbero sviluppati i destini di molti degli attori della scena internazionale. Tale tema, connesso con i desideri di autonomia maturati dai movimenti di indipendenza arabi, avrebbe costituito la base dei futuri conflitti. All’interno della società arabe emergevano, allo stesso tempo, quelle disuguaglianze sociali che ne caratterizzavano e vincolavano lo sviluppo.  La volontà di partecipazione degli strati più moderni e progressisti della società era frustrata dalle élite dirigenti locali, sostenute dalle potenze europee, le quali si avvantaggiavano della loro presenza per preservare i vecchi privilegi coloniali.

Secondo Bice Migliau e Franca Tagliacozzo “le grandi potenze favorirono la costituzione di governi oligarchi e si legarono a clan feudali che utilizzavano le nuove ricchezze provenienti dalla vendita del petrolio per accrescere il proprio potere. Furono così deluse le speranze degli strati più illuminati e progressisti della società locale che oltre al conseguimento dell’indipendenza si proponevano una crescita politico-sociale e una modernizzazione dei rispettivi paesi. Infatti gli obiettivi dei leader arabi detentori del potere non furono quelli di favorire un rinnovamento dell’economia, un progresso della società, un elevamento del tenore di vita della collettività, ma di mantenere lo status quo. A tale scopo si favorì lo sviluppo di una forma di nazionalismo, che in realtà si manifestò come strumento di condizionamento del popolo nelle mani delle classi dominanti legate a interessi stranieri”[1].

   La fine del conflitto mondiale fece emergere, inoltre, un sistema bipolare che condizionò sia l’Asia occidentale sia l’Africa maghrebina. È possibile notare come, mentre la Francia svolgeva già dall’anteguerra un ruolo secondario nel gioco degli equilibri mediterranei, l’Inghilterra, seppur ridimensionata e con una grave situazione economica, non intendesse abbandonare il ruolo di potenza, privilegiando il mantenimento del controllo del canale di Suez. I processi di indipendenza nelle colonie inglesi apparivano ormai inarrestabili, per questo la Gran Bretagna cercava di costruire delle relazioni preferenziali con le nuove leadership autoctone. In questo senso deve essere interpretata la nascita della Lega araba, avvenuta al Cairo il 22 marzo del 1945, sotto gli auspici di Londra, che tentava così di riaccreditarsi di fronte al mondo arabo.

In ragione di ciò, la politica del Governo laburista di Clement Attlee fu dichiaratamente antisionista, una politica che si estrinsecò principalmente nella ferrea regolamentazione dell’emigrazione ebraica in Palestina, con la concessione di solamente 1500 permessi di ingresso al mese. Nel periodo 1946-1949, l’emigrazione illegale in Palestina raggiunse le 39.000 unità, inoltre, tra l’aprile del 1945 e il gennaio del 1948, delle 63 navi clandestine che tentarono di avvicinarsi alle coste della Palestina 58 vennero bloccate. I passeggeri, profughi e sopravvissuti alla Shoah, furono catturati dai militari britannici e internati nei campi di raccolta di Cipro.

La fine della seconda guerra mondiale portava dei cambiamenti notevoli anche nella politica estera seguita dal movimento sionista in Palestina; infatti, nel Congresso sionista svoltosi a Basilea nel dicembre del 1946, la presidenza di Chaim Weizmann, propensa a mediare con la potenza mandataria, risultò ormai vacillante, fortemente osteggiata dal maggioritario sionismo palestinese, guidato da David Ben Gurion, che chiedeva di proseguire la lotta armata contro l’Inghilterra. Gli esiti del Congresso sancirono proprio tale indirizzo.

È importante rilevare che dopo il 1945 il confronto con gli inglesi si era già trasformato in un aperto scontro militare; la componente revisionista dell’Irgun, (Irgun Zvai Leumi, Organizzazione Militare Nazionale) sotto la direzione di Menachem Begin, insieme al Lehi (acronimo di Lochamei Herut Israel, combattenti per la libertà di Israele), aveva ripreso la lotta armata contro le autorità mandatarie, costituendo un fattore di forte preoccupazione per un’altra organizzazione militare, l’Haganah (Irgun haHaganah, Organizzazione di difesa), che temeva l’instaurarsi di una guerra civile. La modalità con cui condurre la lotta armata contro le autorità britanniche rimase il tema predominante nelle relazioni tra le tre organizzazioni militari.

Oltre alle scelte di politica estera della potenza mandataria, sempre più dirette verso i paesi arabi, era la rigidissima politica di emigrazione in Palestina a costituire una difficoltà imprescindibile per il sionismo palestinese.

È interessante osservare come proprio il tema dell’emigrazione clandestina ebraica fosse al centro delle preoccupazioni anche dell’Italia, rappresentando un problema sia di politica interna sia di politica internazionale. Per quanto concerneva quest’ultimo aspetto, il Governo italiano intendeva evitare ogni attrito con la Gran Bretagna per scongiurare ogni irrigidimento riguardo alle clausole del trattato di pace riguardanti le colonie e il confine orientale. In effetti, l’Inghilterra protestò veementemente con Roma per il crescente afflusso di profughi ebrei nel territorio italiano e la relativa facilità con cui raggiungevano la Palestina.

I problemi con la potenza mandataria non erano l’unica variabile che l’Esecutivo italiano stava considerando attentamente in quel preciso periodo storico, infatti, un deciso appoggio alla causa sionista avrebbe pregiudicato la possibilità per la nuova Italia sia di essere un’interlocutrice privilegiata del mondo arabo sia di esercitare su di esso una certa influenza, in linea con la sua tradizionale politica estera. I rapporti con gli arabi tornavano ad essere considerati, quindi, una direttrice fondamentale per la politica estera italiana.

Inoltre, il Governo italiano temeva che il sionismo fosse usato dal comunismo sovietico per espandersi nel Mediterraneo, agevolato dalla massiccia immigrazione di profughi ebrei provenienti dall’Europa orientale, tra cui, secondo la diplomazia italiana, si erano già affermate delle tendenze socialiste. Una maggiore conoscenza del sionismo avrebbe fatto comprendere che gli orientamenti socialisti facevano tradizionalmente parte dello spirito sionista.

Il timore di una penetrazione comunista in Medio Oriente attraverso l’affermazione dello Stato d’Israele permase nel Governo italiano fino agli inizi degli anni Cinquanta, quando, complice la situazione internazionale, Ben Gurion abbandonò la linea di politica estera denominata della non identificazione, finalizzata a mantenere buoni rapporti sia con gli Stati Uniti sia con l’URSS, per non compromettere i flussi migratori dai paesi del blocco comunista. Nei primi anni Cinquanta la politica estera dell’Unione Sovietica mutò, divenendo sempre più antisionista e antisemita, tanto da interrompere nel febbraio del 1953 i rapporti diplomatici con Israele, che si riavvicinò definitivamente all’Occidente, in particolare agli Stati Uniti.

L’atteggiamento favorevole dell’Unione Sovietica verso il sionismo era frutto di una precisa scelta politica da parte di Stalin, che intendeva assumere un ruolo chiave nel confronto internazionale in atto nella Palestina mandataria. Questa linea politica fu adottata da Mosca soltanto nel 1947, quando l’Inghilterra dichiarò di voler lasciare il mandato palestinese, infatti, in precedenza la posizione sovietica sul sionismo e sulla costituzione di uno Stato ebraico aveva subito delle fluttuazioni, rimanendo comunque sempre molto prudente. L’URSS pensava alla formazione di uno Stato indipendente, al cui interno vivessero sia arabi sia ebrei, governato in proporzione alla consistenza numerica dei due popoli. L’irrealizzabilità di un simile modello di Stato spinse l’Unione Sovietica a schierarsi dalla parte delle aspirazioni ebraiche, votando in sede ONU per la spartizione del territorio del mandato britannico il 29 novembre del 1947.

Il sostegno alle rivendicazioni del sionismo non ebbe un riflesso positivo sugli ebrei russi, che vedevano nel nuovo Stato una possibile meta di emigrazione, infatti, dal gennaio del 1948 Stalin intensificò l’oppressione verso i sionisti russi. Apparentemente la politica staliniana poteva apparire contraddittoria, tuttavia essa convergeva verso un duplice obiettivo: mantenere la compattezza interna del Paese e ergere l’URSS al ruolo di superpotenza mondiale.    

È interessante notare come, nonostante prima del 1947 l’Unione Sovietica si mostrasse molto misurata e attendista riguardo alla Palestina, “L’Unità”, l’organo di stampa ufficiale del Partito Comunista Italiano, assumesse già dal 1946 una posizione favorevole al movimento sionista e alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina.

La politica britannica era duramente messa sotto accusa dal quotidiano comunista che denunciava, attraverso degli articoli molto esemplificativi, non solo l’azione repressiva contro gli ebrei in Palestina[2], ma anche il trattamento dei profughi e dei sopravvissuti alla Shoah che volevano raggiungere la Terrasanta, catturati dalle autorità militari e internati a Cipro in campi di raccolta[3].

È significativo sia l’utilizzo del vocabolo rastrellamento per indicare l’arresto dei profughi ebrei, ricordando così esplicitamente il comportamento dei nazisti verso gli ebrei durante l’ultimo conflitto mondiale, sia la pubblicazione del contributo nella prima pagina del quotidiano.

Il giornale fece uso anche delle fotografie per illustrare visivamente la situazione dei profughi ebrei clandestini. Di notevole impatto fu la scelta, il 30 ottobre del 1947, di pubblicare una fotografia di una nave di profughi ebrei con la seguente didascalia: “le navi carice di emigranti ebrei clandestini vengono accolte al loro arrivo in porti controllati dagli inglesi con i gas lacrimogeni. Il cadavere di un neonato ucciso dai gas viene mostrato dai genitori alla indifferente sentinella britannica”. Il titolo della fotografia, Ancora gas contro gli ebrei?, rimandava volutamente alla Shoah.

È significativo che, molti anni dopo la nascita dello Stato d’Israele, un funzionario del PCI trovasse nell’archivio del Partito una locandina del 1948, “illustrata con lo stile di verismo zdanoviano tipico dell’epoca, sulla quale è disegnato un piroscafo che da Livorno fa rotta verso la Palestina: è una locandina per promuovere la raccolta di fondi a favore degli ebrei che vogliono fare l’aliyah[4]. [“l’ascesa”, ossia l’emigrazione in Palestina dalla terra di origine. N.d.A.]. Un’ulteriore prova, insieme ai rapporti intrattenuti con i partiti della sinistra israeliana e l’entusiasmo per l’esperienza del kibbutz, dell’atteggiamento positivo del PCI verso le aspirazioni ebraiche durante il periodo 1946-1948.    

Gli articoli de “L’’Unità” mettevano in evidenza la lotta di “liberazione” intrapresa dall’Haganah, “l’organizzazione clandestina degli ebrei che lottano per la liberazione del paese dall’oppressione britannica”. La vasta operazione di repressione condotta contro le “organizzazioni patriottiche ebraiche” era parte della strategia del Foreign Office, tesa ad alimentare disordini in Palestina ed attriti tra “il mondo arabo e quello ebraico per poter giustificare la permanenza in quelle terre delle truppe britanniche”.

Nel settembre del 1946 si tenne a Londra una Conferenza sulla Palestina, a cui non parteciparono né i delegati ebrei né i delegati arabi, come si poteva leggere in un brevissimo articolo pubblicato nelle pagine interne del quotidiano[5].

Di particolare interesse risulta il commento a margine della Conferenza del corrispondente Gabriele De Rosa. Nel suo contributo[6], il giornalista scriveva che entrambi gli assenti, l’Agenzia ebraica e la Lega araba, avevano presentato al Governo britannico delle richieste irricevibili. Da questa situazione di stallo potevano scaturire delle gravi conseguenze, tuttavia secondo il giornalista le due parti potevano trarne una lezione, cercando “una strada diversa al problema che li travaglia; esse dovrebbero aver capito che attraverso le mediazioni e i patteggiamenti col Governo britannico non è possibile arrivare a liberare la Palestina (…) una soluzione democratica del problema della Palestina è impedito soprattutto dalle autorità britanniche”.

Le intransigenze caratterizzanti entrambi gli schieramenti facevano il gioco esclusivamente della Gran Bretagna, una potenza imperialista che riusciva così a mantenere “la dittatura militare” sulla Palestina.

La collaborazione tra arabi e ebrei era l’unica strada per giungere ad una convivenza pacifica in Palestina, l’unico modo, secondo l’articolista, affinché l’Inghilterra non avesse più scusanti per l’occupazione di quel territorio. La tesi esposta dal giornalista rispecchiava pienamente la posizione assunta dall’URSS, che propendeva ancora per uno Stato unitario in cui convivessero arabi e ebrei.

Dall’esame di questi articoli del biennio 1946-1947 sulla Palestina emerge chiaramente la linea editoriale seguita dal quotidiano, dalla connotazione anti-imperialista e anti-inglese, infatti, la lotta degli ebrei per la creazione di un proprio Stato indipendente era considerata una guerra di liberazione di un popolo dall’oppressore imperialista.

L’appoggio del PCI alla causa sionista era talmente nota che in una relazione dei carabinieri si ipotizzava che l’attività dell’Irgun “fosse sostenuta dal PCI e dagli agenti segreti jugoslavi e russi che mirerebbero a far tramontare definitivamente l’influenza inglese in quella regione”.

In una relazione, il capo della polizia aggiungeva che “vari elementi starebbero però a confermare l’ipotesi, come per esempio il vivo interessamento della stampa di sinistra alla questione sionista, la recente interpellanza alla Camera dell’On. Terracini, a favore del riconoscimento dello Stato Palestinese, nonché il fatto che gli esponenti del movimento ebraico in Italia militano generalmente nelle fila dei Partiti di sinistra”[7].

Dal punto di vista del contesto internazionale, la situazione di impasse portò la Gran Bretagna a decidere di lasciare il mandato sulla Palestina nel febbraio del 1947, delegando all’ONU il compito di stabilire il futuro del territorio. L’UNSCOP, l’United Nations Special Committee on Palestine elaborò, tra la primavera e l’estate dello stesso anno, un progetto che prevedeva la fine del mandato, la costituzione di due Stati indipendenti, uno arabo e l’altro ebraico, e l’internazionalizzazione di Gerusalemme. Per la realizzazione di un simile progetto era necessario il voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Nel maggio del 1947, l’URSS si fece portavoce all’ONU, tramite il Ministro degli Esteri Gromyko, delle “aspirazioni degli ebrei a creare un proprio Stato”. Tale dichiarazione ufficiale fu il segnale del risolutivo cambiamento della linea politica sovietica, che abbandonava definitivamente la prudenza degli anni precedenti.

La proposta dell’UNSCOP, approvata dall’ONU il 29 novembre 1947 come Risoluzione N°181, prevedeva la formazione di due Stati indipendenti. Tale Risoluzione, che precisava anche i confini statuari, non ebbe mai una effettiva applicazione data l’ostilità dell’Inghilterra e dei Paesi arabi confinanti la Palestina, desiderosi di spartirsi il territorio del mandato. Questo comportamento fu duramente deplorato dal PCI, che sosteneva l’inevitabilità della convivenza tra arabi e ebrei in Palestina, tesi che divenne la posizione ufficiale del Partito Comunista Italiano. 

Dopo l’esplicito appoggio dell’URSS in sede ONU, la linea editoriale del quotidiano accentuò il suo sostegno alla causa degli ebrei in Palestina, deplorando vivamente, nel contempo, l’operato della potenza mandataria, specialmente del suo Ministro degli Esteri, Ernest Bevin, “il socialista che vuole la continuazione del massacro in Palestina. Il petrolio prima di tutto!”[8].

La storia del conflitto prima del maggio del 1948 si configura come uno stillicidio di violenze, a cui furono sottoposti soprattutto gli ebrei presenti negli insediamenti. Gli articoli sugli scontri[9] mettevano sempre in risalto “l’eredità di guerra e sangue che gli imperialisti inglesi”[10] lasciavano in Palestina, esaltando contemporaneamente la lotta per la libertà degli insorti ebrei. Le citazioni sopra menzionate, pubblicate nella prima pagina del quotidiano, non erano firmate ma probabilmente l’autore era Pietro Ingrao, il direttore del giornale.

Il direttore de “L’Unità” scrisse un articolo di fondo[11] molto importante pochi giorni dopo la proclamazione ufficiale della nascita dello Stato d’Israele.

Il giornalista intendeva richiamare l’attenzione dei lettori e degli italiani sul dibattito sulla Palestina[12] che si stava tenendo in quei giorni all’ONU, un dibattito “che aveva raggiunto ed ha rivelato posizioni le quali, oltre a preoccupare fortemente, non possono non suscitare la collera e l’indignazione di ogni persona saggia e amante della pace”.

Ingrao continuava scrivendo che le responsabilità per il massacro in atto in Palestina erano note, responsabilità inglesi e americane, ma non desiderava costruire una polemica con “quattro imbrattacarte che tentano di annegare tali responsabilità in un bizantino, camuffato elenco di intrighi e di mosse diplomatiche. La realtà, dolorosa e grave i nostri bizantini non possono certo cancellarla: la guerra c'è. Il flagello è in atto”.

Il momento si presentava, dunque, delicato e difficile non solo per l’Organizzazione delle Nazioni Unite, su cui gravava un impegno che era “la base della vita dell’ONU”, ma anche per le grandi potenze.

Ingrao si domandava retoricamente quale giudizio si potesse esprimere, dunque, sul rappresentante presso l’ONU della Gran Bretagna, Sir Alexander Cadogan, “il quale pure rappresentava nel Consiglio un governo che si autodefinisce socialista”.

Il giornalista si riferiva alla posizione assunta dalla Gran Bretagna di fronte alle proposte avanzate rispettivamente dagli Stati Uniti e dall’URSS; la proposta statunitense coincideva con quella sovietica di far intervenire l’ONU per riportare la pace, ma solamente dopo che entrambe le parti avessero compilato un questionario, ciò avrebbe fatto soltanto perdere tempo prezioso a parere del delegato sovietico Andrej Gromyko, poiché “la casa brucia, e qui si fanno chiacchiere oziose”.

A questo punto, scriveva Ingrao, era intervenuto il delegato britannico che aveva contestato la mozione presentata dagli stessi statunitensi e il diritto di intervento dell’ONU. Il giornalista continuava scrivendo con amaro sarcasmo che “questo redivivo Don Ferrante ha sostenuto che la situazione in Palestina non costituisce una minaccia o una rottura della pace internazionale! Continuassero pure a scannarsi gli arabi e gli ebrei, continuassero pure la distruzione delle città e i bombardamenti e gli incendi e l'avanzata di tre eserciti! Sir Alexander Cadogan non ritiene che ciò costituisca una minaccia per la pace internazionale. E l’ONU ha solo il diritto di rivolgere un appello, eccetera. Eccetera.” 

Nella parte conclusiva del suo editoriale, Ingrao focalizzava l’attenzione sul Ministro degli Esteri inglese Bevin impegnato al Congresso laburista di Scarborough, durante il quale non aveva mai pronunciato la parola Palestina, ma si era dilungato “nell’ennesimo, forsennato attacco contro l’Unione Sovietica”.

Il direttore argomentava con veemenza che Bevin non aveva minimamente accennato: dei suoi uomini all’ONU che ne sabotavano volutamente l’azione di pace; non aveva parlato degli ufficiali inglesi che guidavano gli arabi a massacrare gli ebrei; egli non aveva detto che “tutto ciò puzza terribilmente di petrolio”. L’azione dell’ONU per Bevin era meritevole solo quando impediva i negoziati tra Stati Uniti e URSS, non certo quando “minacciava il petrolio caro agli imperialisti”.

Questi era il “socialista Bevin” che se “infischia allegramente dei morti e delle stragi in Palestina. Questo è l’umanitario Bevin”.

Nella conclusione del suo editoriale, Ingrao si soffermava sulla socialdemocrazia che tornava a mostrare “uno dei suoi volti più tipici, che è quello di assumersi il compito odioso di aguzzino dei popoli e di organizzatore dei massacri per conto e nell'interesse della grossa borghesia. Chi si scandalizzò quando noi chiamammo costoro socialtraditori, rifletta sulla Palestina e sul dibattito in corso all’ONU”.

 Per quanto riguardava la posizione ufficiale del Partito Comunista Italiano, è interessante notare come, dopo la sconfitta alle elezioni politiche del 18 aprile del 1948, il tema del riconoscimento dello Stato d’Israele fosse al centro delle polemiche che l’opposizione conduceva contro la politica estera del Governo. L’Esecutivo, guidato da Alcide De Gasperi, mantenne per un lungo periodo una posizione incerta sul riconoscimento dello Stato ebraico, per non danneggiare i tradizionali buoni rapporti con il mondo arabo.

Sulle pagine de “L’Unità” del 27 maggio del 1948 si poteva leggere un comunicato stampa del Partito Comunista Italiano che seguiva con decisione la linea dettata dall’URSS, in altre parole riconoscimento dello Stato d’Israele in quanto espressione della volontà di un popolo mediorientale di liberarsi dal giogo del colonialismo delle potenze capitaliste europee. L’Unione Sovietica aveva riconosciuto de jure lo Stato ebraico il 17 maggio[13].

Indubbiamente, la coincidenza cronologica tra la presa di posizione della Direzione del Partito Comunista Italiano e la decisione dell’URSS di procedere al riconoscimento di Israele inserisce un nuovo elemento nel dibattito storiografico sulla dipendenza del Partito guidato da Palmiro Togliatti dalle scelte di politica internazionale dell’Unione Sovietica. 

La parte più significativa del comunicato recitava: “La Direzione del Partito attira l’attenzione di tutti i cittadini amanti della pace sulla tragedia delle popolazioni della Palestina, gettate nell’abisso di una guerra di sterminio per la criminale politica degli Stati imperialistici che perseguono in quelle regioni con brutalità i loro interessi. Nel momento in cui l’Unione Sovietica svolge efficacemente davanti a tutto il mondo la sua azione intelligente e tenace per una distensione dei rapporti internazionali e per la difesa della pace, gli avvenimenti della Palestina smascherano e denunciano la sanguinosa ipocrisia dei governi inglese e americano, responsabili diretti della guerra, da essi consapevolmente provocata e alimentata”. Il PCI era molto determinato nel chiedere il riconoscimento immediato di Israele in quanto “manifestazione di giustizia internazionale e segno di solidarietà con un popolo che eroicamente sta difendendo la propria esistenza, minacciato ieri dagli hitleriani, e oggi dai corifei delle democrazie occidentali”.

Secondo Antonio Rubbi vi era anche un’altra ragione, più psicologica, che spiegava il sostegno del PCI allo Stato d’Israele, “il fatto che i comunisti fossero stati, più di chiunque altro, compagni di sofferenza e di sventura degli ebrei durante il fascismo e nei lager nazisti”[14].

Il Partito Comunista Italiano aveva appoggiato la risoluzione dell’ONU del 29 novembre 1947, che aveva dato per la prima volta la possibilità alla popolazione ebraica di costituire sul territorio dell’ex mandato britannico un proprio Stato, giudicandola “un giusto risarcimento”. 

Il PCI non aveva intenzione di considerare la difesa di Israele un fatto prettamente formale, ma era risoluto nel porre il problema all’attenzione dell’opinione pubblica italiana. Per questa ragione, al termine della riunione della Direzione del Partito il 24-25 maggio, fu deciso di inserire il tema di Israele all’interno del “Piano di lavoro” che programmava l’azione politica del Partito per i mesi successivi[15]. La finalità di una simile iniziativa politica, che doveva sganciarsi dal generico motto “l’imperialismo prepara la guerra”, era quella di informare puntualmente l’opinione pubblica su ciò che “bisognava fare contro la guerra”. Il proposito del PCI era di mettere in difficoltà la politica estera del Governo democristiano, informando e coinvolgendo maggiormente l’opinione pubblica, affinché prendesse posizione contro la posizione assunta dall’Esecutivo.

In questo senso deve essere interpretata l’interrogazione[16] presentata il 25 maggio dal senatore comunista Umberto Terracini, di origine ebraica e figura di spicco del Partito dal percorso politico particolare, al Ministro degli Esteri Carlo Sforza, in cui si chiedevano le motivazioni del mancato riconoscimento di Israele.

“L’Unità” informò i lettori dell’interrogazione del senatore Terracini con un articolo[17] in prima pagina. L’interrogazione era finalizzata a chiedere “perché non abbiamo ancora provveduto al riconoscimento dello Stato d’Israele e se non ritengano di provvedervi senza ulteriore indugio, al fine di impedire che il silenzio e la passività della Repubblica italiana possano essere interpretati come approvazione della politica che ha stimolato e continua a sostenere la barbara guerra di aggressione che insanguina, tra l’orrore di tutto il mondo civile, la Palestina”.

Il Governo italiano aveva deciso di rinviare ogni passo diplomatico verso il nuovo Stato d’Israele, poiché in quegli anni stava cercando di mantenere il possesso delle ex colonie, il cui destino era ormai in mano all’ONU, all’interno del quale i Paesi arabi avevano una certa influenza. Il riconoscimento immediato dello Stato ebraico, su esempio degli Stati Uniti, avrebbe potuto compromettere un interesse che appariva vitale per la politica estera italiana.

La decisione, presentata in Senato il 7 giugno, era esibita, molto artificiosamente, come un modo per ristabilire la pace in Palestina.

Il riconoscimento de jure dello Stato ebraico da parte dell’Italia avvenne il 19 gennaio del 1950.

Il quotidiano comunista pubblicò quasi integralmente la risposta del Ministro Sforza all’interrogazione del senatore Terracini[18]: “nella sua posizione di Paese non membro delle Nazioni Unite, l’Italia non si è trovava finora nella necessità di dipartirsi nei confronti del problema palestinese dalla linea di amicizia con gli arabi e mussulmani del Levante come dalla simpatia per gli elementi ebraici del Mediterraneo Orientale. Del resto, l’Italia democratica ha anche di recente mostrato verso gli ebrei uno spirito di solidarietà in ripetute e non certo facili circostanze. Il Governo italiano non ritiene di doversi ancora allontanare da una linea di condotta apprezzata da entrambe le parti in contrasto. E pretende che un riconoscimento non richiesto della nostra speciale posizione potrebbe rendere più difficile domani un nostro intervento per il ristabilimento della pace in Palestina”.

L’articolo riportava anche il pensiero del senatore Terracini, che deplorava l’atteggiamento del Governo, prova della “volontà di conservare, di fronte alla tragedia palestinese, un atteggiamento di neutralità o meglio di indifferenza, che male nasconde la fondamentale parzialità pro-araba del nostro Governo”.

L’esclusione dell’Italia dall’ONU non vietava al nostro Paese, continuava Terracini, la possibilità di esprimere una propria opinione sugli avvenimenti internazionali, agendo di conseguenza, “specialmente quando quegli avvenimenti sconvolgono i problemi fondamentali di una convivenza pacifica fra le Nazioni e costituiscono il banco di prova dei principi di libertà e indipendenza dei popoli e di rispetto dei trattati”.

È interessante prendere in esame le considerazioni di Terracini riguardo alla stampa vaticana e a quella vicina alla Democrazia Cristiana; infatti, il senatore auspicava che il monito del Ministro degli Esteri potesse essere accolto anche “da quella stampa nostrana-specie ufficiale del Governo e più precisamente della Democrazia cristiana- che sotto pretesto di informazione va conducendo di fatto una subdola campagna antisemita nel nostro Paese. Basta leggere quotidianamente i titoli de “Il Popolo” per averne testimonianza”. La contrarietà della Santa Sede alla nascita dello Stato d’Israele era una tematica che il senatore Terracini avrebbe ripreso anche in seguito, accusando il Vaticano più o meno velatamente di posizioni antisemite[19].

In conclusione di questo studio de “L’Unità” risulta utile soffermarsi su un editoriale[20] di Pietro Ingrao, dalla marcata matrice ideologica, sul mancato riconoscimento italiano dello Stato d’Israele.

L’articolo iniziava affermando sarcasticamente che era davvero esemplare “la delicatezza con cui i galoppini italiani della diplomazia occidentale stanno trattando della questione palestinese. Camminano sulle uova, i poveretti”.

Il giornalista commiserava il fatto che, mentre in Palestina si stava consumando un massacro, i diplomatici italiani facevano attenzione “a non pestare i piedi all’Inghilterra e a non muovere un dito, se non proprio sicuri che ciò piaccia al Dipartimento di Stato”, riferendosi palesemente agli Stati Uniti. Ormai in pieno clima di Guerra fredda, gli Stati Uniti non potevano non essere catalogati come potenza imperialista, come si evince dagli articoli dedicati alla spartizione del Medio Oriente[21].

Ingrao proseguiva soffermandosi sulle considerazioni dei vari componenti della compagine governativa, secondo i quali il riconoscimento di Israele avrebbe compromesso la possibilità di conservare le colonie, quando era chiara a tutti la contrarietà al mantenimento delle colonie proprio degli Stati appartenenti alla Lega araba. In effetti, i governanti arabi non esitavano a definire il tema delle ex colonie italiane come “una questione sentimentale”[22], sulla quale conseguentemente mantenevano un atteggiamento alquanto rigido.

L’articolo proseguiva focalizzando l’attenzione sui veri responsabili della continuazione della guerra in Palestina, Stati Uniti e Inghilterra, che giocavano un ruolo nello scacchiere Mediorientale. Gli statunitensi vendevano armi sia agli arabi sia agli ebrei. Gli inglesi impiegavano propri ufficiali nell’esercito di re Abdallah di Giordania per esercitare, finito il mandato, un’influenza diretta sulla regione. La questione era “tutta qui, nel petrolio, nelle armi e nei piani strategici degli stati maggiori inglese ed americano”.

In conclusione, il direttore si domandava retoricamente perché “Terza Forza” e “Azione Cattolica” non “raccontano queste cose che sono scritte su tutte le gazzette mediocremente informate dei cinque continenti? Quanto ne guadagnerebbe la difesa dei Luoghi Santi e gli interessi della pace! Quanto ne guadagnerebbe la verità, la quale si avvantaggia sempre del fatto che le cose siano chiamate per il loro nome e si dica pane al pane e petrolio al petrolio”.

È opportuno soffermarsi brevemente sulla questione dei Luoghi Santi, accennata da Ingrao alla fine del suo contributo. In un articolo apparso su “L’Osservatore Romano” del 28 maggio del 1948, a pochi giorni dalla nascita dello Stato ebraico, si poteva leggere questa frase: “Terra Santa, Luoghi Santi, tali restano integralmente per il cristianesimo”[23]. L’assetto giuridico della città di Gerusalemme e i Luoghi Santi rappresentarono il fulcro, per l’intero secondo dopoguerra, delle rivendicazioni della Santa Sede, che premeva per una internazionalizzazione di Gerusalemme e una tutela dei Luoghi Santi da parte della Comunità internazionale.

Il Governo italiano era chiaramente favorevole alle rivendicazioni della Santa Sede, avendo svolto un’intensa attività diplomatica in aperto sostegno all’internazionalizzazione della città di Gerusalemme. È importante notare come la politica italiana avesse cercato tenacemente di conseguire un ruolo nell’eventuale amministrazione internazionale della Città Santa.

Il riconoscimento de jure di Israele da parte del Vaticano sarebbe avvenuto solamente nel 1993.

L’approccio favorevole del PCI verso Israele conobbe una brusca cesura con la crisi di Suez del 1956, quando lo Stato ebraico divenne “la testa di ponte dell’imperialismo occidentale all’interno del mondo arabo”[24]. Il crescente interesse del PCI per il mondo arabo coincise temporalmente con i nuovi orientamenti di politica internazionale dell’Unione Sovietica[25].

L’analisi delle pagine de “L’Unità” ha permesso di ricostruire non solo l’atteggiamento del PCI di fronte alla nascita di Israele, ma anche le posizioni di importanti attori sia della scena politica italiana, come la Santa Sede e il Governo De Gasperi, sia della scena internazionale, quale l’URSS, uno degli arbitri, insieme agli Stati Uniti, del contesto Mediorientale.



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Note

[1] B. Migliau, F. Tagliacozzo, Gli ebrei nella storia e nella società contemporanea, Firenze, La Nuova Italia, 1993, p. 414.

[2] Cfr. Anonimo, La repressione anti-ebraica scatenata dalle truppe britanniche in Palestina, “L’Unità”, 30 giugno 1946; Anonimo, Resistenza passiva agli inglesi adottata dagli ebrei palestinesi, “L’Unità”, 11 luglio 1946; Anonimo, Violenta reazione britannica in Palestina. Diciotto ebrei condannati a morte, “L’Unità”, 18 agosto 1946; Anonimo, Rappresaglie in Palestina. Cinque ebrei uccisi dagli inglesi a Tel Aviv, “L’Unità”, 2 agosto 1947.

[3] Cfr. Anonimo, Rastrellamento in grande stile di ebrei diretti in Palestina, “L’Unità”, 10 agosto 1946.

[4] Cfr. P. Fassino, Per passione, Milano, Rizzoli, 2003, p. 237.

[5] Cfr. Anonimo, Gli ebrei non parteciperanno alla conferenza sulla Palestina, “L’Unità”, 8 settembre 1946.

[6] Gabriele De Rosa, La conferenza sulla Palestina. Gli ebrei non sono andati a Londra. Gli antagonismi tra arabi e ebrei servono solo all’Inghilterra per mantenere il suo mandato, “L’Unità”, 15 settembre 1946.  

[7] Relazione dei carabinieri, 31 maggio 1948, e del capo della polizia, 17 giugno 1948, citate in M. Toscano, La porta di Sion. L’Italia e l’emigrazione clandestina ebraica in Palestina (1945-1948), Bologna, Il Mulino, 1990, p. 337.

[8] Cfr. Anonimo, Il socialista Bevin vuole la continuazione del massacro in Palestina. Il petrolio prima di tutto! “L’Unità”, 20 maggio 1948.   

[9] Cfr. Anonimo, Gli inglesi si preparano a riarmare gli arabi, “L’Unità”, 4 gennaio 1948; Anonimo, Sangue in Palestina, “L’Unità”, 24 febbraio 1948; Anonimo, La guerra in Palestina. Truppe e aviazione britanniche attaccano gli ebrei, “L’Unità”, 29 aprile 1948; Anonimo, Gli ebrei hanno occupato il centro di Haifa, “L’Unità”, 23 aprile 1948; Anonimo, La Palestina sotto l’imperialismo. L’Inghilterra intende restare nel Medio Oriente, “L’Unità”, 7 maggio 1948; Anonimo, Reparti egiziani entrano in Palestina, “L’Unità”, 9 maggio 1948; Anonimo, Gerusalemme città aperta da oggi. L’Haganah sbaraglia gli arabi nella gola di Bab el Wad, “L’Unità”, 12 maggio 1948; Anonimo, Alla mezzanotte di oggi l’Egitto invaderà la Palestina. Le responsabilità degli imperialisti angloamericani, “L’Unità”, 14 maggio 1948; Anonimo, Gli orrori della guerra rivivono in Palestina. Tel Aviv bombardata per la dodicesima volta. Si combatte in Gerusalemme assediata, “L’Unità”, 18 maggio 1948; Anonimo, Gerusalemme è un cumulo di macerie. L’Inghilterra impedisce l’intervento dell’ONU, “L’Unità”, 23 maggio 1948; Anonimo, Sul fronte del Giordano. Ragazzi con la dinamite attaccano i fortini arabi, “L’Unità”, 25 maggio 1948; Anonimo, Tragiche ore in Palestina. Gli arabi respingono la tregua. L’ONU paralizzata dagli angloamericani, “L’Unità”, 27 maggio 1948; Anonimo, L’eroica resistenza degli ebrei è stata piegata nella città vecchia, “L’Unità”, 29 maggio 1948; Anonimo, L’orrore della guerra del petrolio. Gli arabi investono Tel Aviv e si preparano a usare il gas, “L’Unità”, 1 giugno 1948; Anonimo, Ricevuti gli ordini da Bevin. La tregua di quattro settimane accettata con riserva dagli arabi, “L’Unità”, 2 giugno 1948; Anonimo, Petrolio inglese e americano, sangue ebreo e arabo in Palestina. La guerra finirà in 24 ore se le compagnie si accorderanno, “L’Unità”, 2 giugno 1948; Anonimo, A Bevin non basta il sangue versato in Palestina. Gli arabi continuano a sparare dopo aver accettato la tregua, “L’Unità”, 3 giugno 1948; Anonimo, Il martirio della Palestina. La data della tregua non ancora fissata, “L’Unità”, 4 giugno 1948; Anonimo, Janin espugnata dagli ebrei, “L’Unità”, 5 giugno  Anonimo, L’offensiva generale contro Israele è stata ordinata dall’esercito egiziano, “L’Unità”, 6 giugno 1948; Anonimo, Si spara ancora in Palestina. La tregua violata a Gerusalemme e Sejerah, “L’Unità”, 12 giugno 1948; Anonimo, Spartizione del Medio Oriente fra Stati Uniti e Inghilterra, “L’Unità”, 18 giugno 1948; Anonimo, La Palestina si prepara di nuovo alla guerra, “L’Unità”, 7 luglio 1948; Anonimo, La tregua in Palestina è finita. Arabi e ebrei ai posti di combattimento, “L’Unità”, 9 luglio 1948; Anonimo, Tel Aviv bombardata dagli egiziani. Due ragazzi uccisi e dieci feriti, “L’Unità”, 10 luglio 1948; Anonimo, Su tutti i fronti della Palestina infuria nuovamente la lotta, “L’Unità”, 11 luglio 1948; Anonimo, L’Inghilterra vuole mantenere il mandato sulla Palestina, “L’Unità”, 2 agosto 1948; Anonimo, Attentato in Palestina a un convoglio dell’ONU, “L’Unità”, 23 settembre 1948; Anonimo, Il governatore di Rodi accusa Wagener. Zattere di ebrei fatte saltare in aria con la dinamite, “L’Unità”, 5 ottobre 1948; Anonimo, L’Inghilterra chiede all’ONU un ultimatum contro gli ebrei, “L’Unità”, 29 dicembre 1948.     

[10] Cfr. Anonimo, Civiltà occidentale, “L’Unità”, 15 maggio 1948.

[11] Cfr. Pietro Ingrao, Questi è Bevin, “L’Unità”, 21 maggio 1948.

[12] Sul dibattito in corso all’ONU, Cfr. Anonimo, Vogliono la continuazione del massacro. Vergognoso sabotaggio inglese all’intervento dell’ONU in Palestina, “L’Unità”, 20 maggio 1948. 

[13] Cfr. Anonimo, L’Unione Sovietica riconosce lo Stato d’Israele, “L’Unità”, 18 maggio 1948.

[14] Cfr. A. Rubbi, Con Arafat in Palestina. La sinistra italiana e la questione mediorientale, Roma, Editori Riuniti, 1996, p. 18.

[15] Cfr. Partito Comunista Italiano. Direzione. Commissione Stampa e Propaganda. Obiettivi particolari della propaganda. Strumenti e iniziative per il loro conseguimento. Roma, 7/6/1948, Verbali Direzione 24-25 maggio 1948, allegato Piani di lavoro, pp. 5-6.

[16] Per il testo integrale dell’interrogazione si veda Appunto per la Dir. Gen. Affari Politici, 27 maggio 1948, Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, Segreteria Generale 1945-1949, b. 3.

[17] Cfr. Anonimo, Per la fine della guerra di aggressione. Interrogazione di Terracini al governo per il riconoscimento dello Stato d’Israele, “L’Unità”, 26 maggio 1948.

[18] Cfr. Anonimo, La tragedia della Palestina. Replica di Terracini alla risposta di Sforza. L’equivoco atteggiamento della stampa vaticana, “L’Unità”, 8 giugno 1948.

[19] Cfr. U. Terracini, Discorsi parlamentari, Roma, Senato della Repubblica, 1955, pp. 468-469.

[20] Cfr. Pietro Ingrao, Politica estera. Petrolio e Luoghi Santi, “L’Unità”, 29 maggio 1948.

[21] Sulla spartizione del Medio Oriente tra Stati Uniti e Inghilterra, Cfr. Henry Wallace, Sangue in Palestina. Bevin e Truman responsabili degli eccidi, “L’Unità”, 24 febbraio 1948; Anonimo, Spartizione del Medio Oriente fra Stati Uniti e Inghilterra, “L’Unità”, 18 giugno 1948.  

[22] A. Alessandrini a C. Sforza, 5 maggio 1948, in Documenti Diplomatici Italiani, Serie X, vol. VII, d. 646.

Sulla questione delle colonie italiane nel dopoguerra, Cfr. D. Franceschi, L’Italia e il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, http://www.storico.org/italia_boom_economico/trattato_pace.html, marzo 2012; G. Rossi, L’Africa italiana verso l’indipendenza (1941-1949), Milano, Giuffrè, 1980.

[23] Cfr. Anonimo, Nuove proposte per la soluzione del problema della Palestina, “L’Osservatore Romano”, 28 maggio 1948.

[24] Cfr. A. Shlaim, Il muro di ferro. Israele e il mondo arabo, Bologna, Il Ponte, 2003, p. 216.

[25] Cfr. A. Ulam, Storia della politica estera sovietica (1917-1967), Milano, Rizzoli, 1979, p. 839-840.





Casella di testo

Citazione:

Daniela Franceschi, Il PCI e Israele attraverso "L'Unità" (1946-48), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VII, 1, gennaio 2018

url: http://www.freeebrei.com/anno-vii-numero-1-gennaio-giugno-2018/daniela-franceschi-il-pci-e-israele-attraverso-lunit-1946-48



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