Franz Kafka, Il discorso sulla lingua yiddisch / Rede über die jiddische Sprache

Discorso sulla lingua yiddisch (18 febbraio 1912)








Avanti la recita dei primi versi di poeti ebrei orientali vorrei ancora dirvi, egregi signori e signore, che voi capite molto più yiddisch di quel che pensiate.


Non è ch’io sia preoccupato dell’effetto che questa serata dovrebbe esercitare su ciascuno di voi, ma voglio che, se lo merita, quest’effetto si liberi immediatamente. Il che non può accadere finché alcuni di voi hanno, di questo gergo, una tal paura, che quasi gliela leggo in viso. Non parlo nemmeno di coloro che guardano allo yiddisch dall’alto in basso. Ma averne paura, una paura non priva di avversione, è una cosa in certo modo comprensibile, se vogliamo.


I nostri reciproci rapporti di europei occidentali sono assai ben regolati, se li consideriamo con occhio fugace e superficiale; tutto segue tranquillamente il suo corso. Noi viviamo in una concordia addirittura festosa: ci comprendiamo a vicenda, quando è necessario;  possiamo fare a meno l’uno dell’altro, se così ci garba, e ci capiamo anche allora;  chi potrebbe mai, inserito in un tale ordine di cose, comprendere l’intrico dello yiddisch o chi ne avrebbe anche solo la voglia?


Lo yiddisch è la più giovane lingua europea, non ha che quattrocento anni e in realtà è ancora più recente. Non ha ancora formato delle strutture linguistiche così nette come ci sono necessarie. Le sue espressioni sono brevi e nervose.


Non ha grammatica. Certi amatori tentano di scrivere delle grammatiche, ma lo yiddisch viene parlato senza sosta, e non trova pace. Il popolo non lo cede ai grammatici.


Esso si compone solo di parole straniere. Queste, però, non riposano nel suo seno, ma conservano la fretta e la vivacità con cui sono state accolte. Lo yiddisch è percorso da un capo all’altro da migrazioni di popoli. Tutto questo tedesco, ebraico, francese, inglese, slavo, olandese, rumeno e persino latino che vive in esso è preso da curiosità e da leggerezza, ci vuole una certa energia a tenere unite le varie lingue in questa forma. Perciò nessuna persona ragionevole penserà mai a fare dello yiddisch una lingua internazionale, benché l’idea si offra quasi da sé. Solo il linguaggio della malavita vi attinge volentieri, perché le occorrono non tanto nessi linguistici quanto singoli vocaboli. E  poi, perché lo yiddisch è stato a lungo una lingua disprezzata.


Ma in questo continuo fermentare della lingua vigono ugualmente dei frammenti di note leggi idiomatiche. Lo yiddisch ad esempio, nasce al tempo in cui il medio alto tedesco trapassò nel nuovo alto tedesco. Si ebbero, allora, delle forme doppie, a scelta: il medio alto tedesco ne prese una, lo yiddisch prese l’altra. Oppure lo yiddisch sviluppò delle forme medio alto tedesche in modo più conseguente dello stesso nuovo alto tedesco, così l’espressione yiddisch mir seien (noi siamo) è derivata più naturalmente dal medio alto tedesco sin che non l’espressione nuovo alto tedesca wir sind. Oppure lo yiddisch rimase fermo al medio alto tedesco, nonostante il nuovo alto tedesco. Ciò che entrava una volta nel ghetto, non ne usciva più tanto presto. Così sopravvivono forme come Kerzlach, Blumlach, Liedlach.


E  ora, in queste strutture linguistiche impastate di arbitrio e di norme fisse, si riversano ancora i dialetti. Perché tutto lo yiddisch non si compone che di dialetto, compresa la lingua scritta, anche se in massima parte ci si è accordati sulla grafia.


Con tutto ciò, signore e signori, penso di aver convinto, per ora, la maggior parte di voi che non capirete una sola parola di yiddisch.


Non vi aspettate un aiuto dalla spiegazione delle singole poesie. Se davvero non siete in grado di capire lo yiddisch nessuna illustrazione di dettaglio vi potrà mai aiutare. Nel migliore dei casi capirete la spiegazione e vi renderete conto che sta per venire qualcosa di difficile. Questo sarà tutto. Io posso dirvi, ad esempio:


Il signor Löwy vi dirà ora (come farà poi in effetti) tre poesie. La prima è Die Grine di Rosenfeld. Grine sono i “verdi”, i novellini, coloro che sono appena sbarcati in America. In questa poesia un piccolo gruppo di tali emigranti ebrei, carichi dei loro lerci bagagli, percorre una strada di New York. La folla, naturalmente, si ammassa, li sta a guardare, li segue e ride. Il poeta, esaltato al di là di se stesso da questo spettacolo, parla, trascendendo questa piccola scena in mezzo alla strada, agli ebrei di tutto il mondo e all’umanità. Si ha l’impressione che quel gruppo di emigranti si arresti, mentre parla il poeta, benché sia lontano e non lo possa udire.


La seconda poesia è di Frug e s’intitola Sand und Sterne (Sabbia e stelle).


È un’interpretazione amara di una promessa biblica. Si legge nella Sacra Scrittura che noi saremo come la sabbia del mare e come le stelle del cielo.


Ebbene, calpestati come la sabbia lo siamo di già, quando si avvererà dunque la promessa riguardante le stelle?


La terza lirica è di Frischmann e s’intitola Die Nacht  ist  still (La notte è silenziosa).


Una coppia d’innamorati incontra, di notte, un pio studioso, che va all’oratorio. Essi si spaventano, temono di essere scoperti, poi si rassicurano a vicenda.


Ora, come ben vedete, spiegazioni come queste non risolvono nulla.


Chiusi nel sacco di queste spiegazioni, più tardi, durante la recita, cercherete ciò che sapete già, e non vedrete quel che ci sarà veramente. Per fortuna, però, chiunque conosca il tedesco è anche in grado di capire lo yiddisch. Perché, visto da una distanza, sia pure abbastanza notevole, la comprensibilità esterna dello yiddisch è data dalla lingua tedesca;  e questo è un vantaggio che lo distingue tra tutte le lingue del mondo. Ma che importa altresì, tra tutte, un giusto svantaggio. Non si può, infatti, tradurre lo yiddisch in tedesco. I rapporti tra lo yiddisch e il tedesco sono troppo delicati e significativi perché non si spezzino immediatamente non appena si riporti lo yiddisch alla sua matrice tedesca, vale a dire che quello che si riporta non è più lo yiddisch, ma alcunché di inanimato.


Si può, ad esempio, far conoscere lo yiddisch ai francesi mediante una traduzione in francese, ma chi lo traduce in tedesco lo distrugge. Toit, ad esempio, non s’identifica con tot (morto), e Blüt è ben diverso da Blut (sangue).


Ma non è solo dalla distanza della lingua tedesca che voi, signore e signori, potete intendere lo yiddisch;  potete avvicinarvi di un altro passo. Ancora non molto tempo fa, almeno, la lingua parlata dagli ebrei nei loro rapporti familiari e quotidiani appariva, a seconda che vivessero in città o in campagna, più a oriente o più a occidente, una premessa più o meno remota dello yiddisch e ne sono ancora rimaste molte sfumature. Lo sviluppo storico di questo idioma, perciò, si sarebbe potuto seguire sul piano del presente quasi altrettanto bene che nelle profondità della storia.


Vi avvicinerete moltissimo allo yiddisch se poi considererete che in voi, oltre che nozioni, ci sono delle energie e degli agganci a energie che vi rendono adatti a capirlo per via d’intuizione. Solo a questo punto l’illustratore può esservi utile, rassicurandovi in modo che non vi sentiate più esclusi e facendovi capire che non dovete più lamentarvi di non intendere lo yiddisch. E  questa è la cosa più importante, perché a ogni lamento la comprensione fa un passo indietro. Ma se ve ne state tranquilli, vi troverete di colpo nel bel mezzo dello yiddisch. Ma una volta che esso vi abbia afferrati - e tutto è yiddisch: la parola, la melodia chassidica e l’indole stessa dell’attore ebreo orientale - allora non conoscerete mai più la vostra pace di un tempo. Allora sentirete la vera unità dello yiddisch, e così forte, che avrete paura, ma non più dello yiddisch: di voi stessi. Non sareste capaci di sopportare da soli questa paura, se dallo yiddisch medesimo non vi venisse anche una fiducia in voi stessi che fronteggia validamente tale paura e che è più forte di essa. Godetene più che potete! Ma se poi la perderete, domani o dopo - e come potrebbe reggersi al ricordo di un solo recital! - allora vi auguro di aver perso intanto anche la paura. Perché non vogliamo certo punirvi.



Link utili:

https://it.wikipedia.org/wiki/Franz_Kafka;

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/07/14/quando-kafka-incontro-il-teatro-yiddish.html.

Rede über die jiddische Sprache (18. Februar 1912)









Vor den ersten Versen der ostjüdischen Dichter möchte ich Ihnen, sehr geehrte Damen und Herren, noch sagen, wie viel mehr Jargon Sie verstehen als Sie glauben.


Ich habe nicht eigentlich Sorge um die Wirkung, die für jeden von Ihnen in dem heutigen Abend vorbereitet ist, aber ich will, daß sie gleich frei werde, wenn sie es verdient. Dies kann aber nicht geschehen, solange manche unter Ihnen eine solche Angst vor dem Jargon haben, daß man es fast auf ihren Gesichtern sieht. Von denen, welche gegen den Jargon hochmütig sind, rede ich gar nicht. Aber Angst vor dem Jargon, Angst mit einem gewissen Widerwillen auf dem Grunde ist schließlich verständlich wenn man will.


Unsere westeuropäischen Verhältnisse sind, wenn wir sie mit vorsichtig flüchtigem Blick ansehn, so geordnet; alles nimmt seinen ruhigen Lauf. Wir leben in einer geradezu fröhlichen Eintracht, verstehen einander, wenn es notwendig ist, kommen ohne einander aus, wenn es uns paßt, und verstehen einander selbst dann; wer könnte aus einer solchen Ordnung der Dinge heraus den verwirrten Jargon verstehen oder wer hätte auch nur die Lust dazu?


Der Jargon ist die jüngste europäische Sprache, erst vierhundert Jahre alt und eigentlich noch viel jünger. Er hat noch keine Sprachformen von solcher Deutlichkeit ausgebildet, wie wir sie brauchen. Sein Ausdruck ist kurz und rasch.


Er hat keine Grammatiken. Liebhaber versuchen Grammatiken zu schreiben, aber der Jargon wird immerfort gesprochen; er kommt nicht zur Ruhe. Das Volk läßt ihn den Grammatikern nicht.


Er besteht nur aus Fremdwörtern. Diese ruhen aber nicht in ihm, sondern behalten die Eile und Lebhaftigkeit, mit der sie genommen wurden. Völkerwanderungen durchlaufen den Jargon von einem Ende bis zum anderen. Alles dieses Deutsche, Hebräische, Französische, Englische, Slawische, Holländische, Rumänische und selbst Lateinische ist innerhalb des Jargon von Neugier und Leichtsinn erfaßt, es gehört schon Kraft dazu, die Sprachen in diesem Zustande zusammenzuhalten. Deshalb denkt auch kein vernünftiger Mensch daran, aus dem Jargon eine Weltsprache zu machen, so nahe dies eigentlich läge. Nur die Gaunersprache entnimmt ihm gern, weil sie weniger sprachliche Zusammenhänge braucht als einzelne Worte. Dann, weil der Jargon doch lange eine mißachtete Sprache war.


In diesem Treiben der Sprache herrschen aber wieder Bruchstücke bekannter Sprachgesetze. Der Jargon stammt zum Beispiel in seinen Anfängen aus der Zeit, als das Mittelhochdeutsche ins Neuhochdeutsche überging. Da gab es Wahlformen, das Mittelhochdeutsche nahm die eine, der Jargon die andere. Oder der Jargon entwickelte mittelhochdeutsche Formen folgerichtiger als selbst das Neuhochdeutsche; so zum Beispiel ist das Jargon'sche ›mir seien‹ (neuhochdeutsch ›wir sind‹) aus dem Mittelhochdeutschen ›sîn‹ natürlicher entwickelt, als das neuhochdeutsche ›wir sind‹. Oder der Jargon blieb bei mittelhochdeutschen Formen trotz des Neuhochdeutschen. Was einmal ins Ghetto kam, rührte sich nicht so bald weg. So bleiben Formen wie ›Kerzlach‹, ›Blümlach‹, ›Liedlach‹.


Und nun strömen in diese Sprachgebilde von Willkür und Gesetz die Dialekte des Jargon noch ein. Ja der ganze Jargon besteht nur aus Dialekt, selbst die Schriftsprache, wenn man sich auch über die Schreibweise zum größten Teil geeinigt hat. 


Mit all dem denke ich die meisten von Ihnen, sehr geehrte Damen und Herren, vorläufig überzeugt zu haben, daß Sie kein Wort des Jargon verstehen werden.


Erwarten Sie von der Erklärung der Dichtungen keine Hilfe. Wenn Sie nun nicht einmal imstande sind, Jargon zu verstehen, kann Ihnen keine Augenblickserklärung helfen. Sie werden im besten Fall die Erklärung verstehen und merken, daß etwas Schwieriges kommen wird. Das wird alles sein. Ich kann Ihnen zum Beispiel sagen:


Herr Löwy wird jetzt, wie es auch tatsächlich sein wird, drei Gedichte vortragen. Zuerst ›Die Grine‹ von Rosenfeld. Grine das sind die Grünen, die Grünhörner, die neuen Ankömmlinge in Amerika. Solche jüdische Auswanderer gehen in diesem Gedichte in einer kleinen Gruppe mit ihrem schmutzigen Reisegepäck durch eine New Yorker Straße. Das Publikum sammelt sich natürlich an, bestaunt sie, folgt ihnen und lacht. Der von diesem Anblick über sich hinaus erregte Dichter spricht über diese Straßenszenen hinweg zum Judentum und zur Menschheit. Man hat den Eindruck, daß die Auswanderergruppe stockt, während der Dichter spricht, trotzdem sie fern ist und ihn nicht hören kann. 


Das zweite Gedicht ist von Frug und heißt ›Sand und Sterne‹.


Es ist eine bittere Auslegung einer biblischen Verheißung. Es heißt, wir werden sein wie der Sand am Meer und die Sterne am Himmel. Nun, getreten wie der Sand sind wir schon, wann wird das mit den Sternen wahr werden?


Das dritte Gedicht ist von Frischmann und heißt ›Die Nacht ist still‹.


Ein Liebespaar begegnet in der Nacht einem frommen Gelehrten, der ins Bethaus geht. Sie erschrecken, fürchten verraten zu sein, später beruhigen sie einander.


Nun ist, wie Sie sehen, mit solchen Erklärungen nichts getan.


Eingenäht in diese Erklärungen werden Sie dann bei dem Vortrage das suchen, was Sie schon wissen, und das, was wirklich da sein wird, werden Sie nicht sehen. Glücklicherweise ist aber jeder der deutschen Sprache Kundige auch fähig, Jargon zu verstehen. Denn von einer allerdings großen Ferne aus gesehn, wird die äußere Verständlichkeit des Jargon von der deutschen Sprache gebildet; das ist ein Vorzug vor allen Sprachen der Erde. Sie hat dafür auch gerechterweise einen Nachteil vor allen. Man kann nämlich Jargon nicht in die deutsche Sprache übersetzen. Die Verbindungen zwischen Jargon und Deutsch sind zu zart und bedeutend, als daß sie nicht sofort zerreißen müßten, wenn Jargon ins Deutsche zurückgeführt wird, das heißt es wird kein Jargon mehr zurückgeführt, sondern etwas Wesenloses. Durch Übersetzung ins Französische zum Beispiel kann Jargon den Franzosen vermittelt werden, durch Übersetzung ins Deutsche wird er vernichtet. ›Toit‹ zum Beispiel ist eben nicht ›tot‹ und ›Blüt‹ ist keinesfalls ›Blut‹.


Aber nicht nur aus dieser Ferne der deutschen Sprache können Sie, verehrte Damen und Herren, Jargon verstehen; Sie dürfen einen Schritt näher. Noch zumindest vor nicht langer Zeit erschien die vertrauliche Verkehrssprache der deutschen Juden, je nachdem ob sie in der Stadt oder auf dem Lande lebten, mehr im Osten oder im Westen, wie eine fernere oder nähere Vorstufe des Jargon, und Abtönungen sind noch viele geblieben. Die historische Entwicklung des Jargon hätte deshalb fast ebenso gut wie in der Tiefe der Geschichte, in der Fläche der Gegenwart verfolgt werden können.


Ganz nahe kommen Sie schon an den Jargon, wenn Sie bedenken, daß in Ihnen außer Kenntnissen auch noch Kräfte tätig sind und Anknüpfungen von Kräften, welche Sie befähigen, Jargon fühlend zu verstehen. Erst hier kann der Erklärer helfen, der Sie beruhigt, so daß Sie sich nicht mehr ausgeschlossen fühlen und auch einsehen, daß Sie nicht mehr darüber klagen dürfen, daß Sie Jargon nicht verstehen. Das ist das Wichtigste, denn mit jeder Klage entweicht das Verständnis. Bleiben Sie aber still, dann sind Sie plötzlich mitten im Jargon. Wenn Sie aber einmal Jargon ergriffen hat – und Jargon ist alles, Wort, chassidische Melodie und das Wesen dieses ostjüdischen Schauspielers selbst –, dann werden Sie Ihre frühere Ruhe nicht mehr wiedererkennen. Dann werden Sie die wahre Einheit des Jargon zu spüren bekommen, so stark, daß Sie sich fürchten werden, aber nicht mehr vor dem Jargon, sondern vor sich. Sie würden nicht imstande sein, diese Furcht allein zu ertragen, wenn nicht gleich auch aus dem Jargon das Selbstvertrauen über Sie käme, das dieser Furcht standhält und noch stärker ist. Genießen Sie es, so gut Sie können! Wenn es sich dann verliert, morgen und später – wie könnte es sich auch an der Erinnerung an einen einzigen Vortragsabend halten! –, dann wünsche ich Ihnen aber, daß Sie auch die Furcht vergessen haben möchten. Denn strafen wollten wir Sie nicht.





Links:

https://de.wikipedia.org/wiki/Franz_Kafka;

https://de.wikipedia.org/wiki/Einleitungsvortrag_%C3%BCber_Jargon.

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