Giuliana Iurlano, Deus sive America

"Free Ebrei", VII, 2, marzo 2018


Deus sive America

L'intrinseco spinozismo della Dichiarazione d'Indipendenza del 1776*




Abstract
Giuliana Iurlano demostrantes how deeply the Spinozist views are rooted in the U.S. Independence Declaration and the importance of the role played by the Jewish philosopher in the American political thought.

Molto si è detto e scritto su uno dei più importanti documenti fondativi dell’età moderna, vale a dire la Dichiarazione d’Indipendenza americana. Gli studiosi hanno rilevato, nel background di questo testo polisemantico, la sintesi di una eterogenea tradizione culturale precedente, basata sui classici greco-latini, sulle teorie giusnaturalistiche e contrattualistiche, sulla rilettura del pensiero politico cristiano (l’agostiniana “città di Dio” e la necessità di un governo misto sostenuta da Tommaso, per intenderci), sulla riconsiderazione delle più importanti esperienze comunali europee (pur filtrate attraverso la rielaborazione di concetti quali “impero” e “repubblica”), sull’influenza di Montesquieu e di Locke, ma anche dell’Illuminismo settecentesco e sulla filosofia scozzese del “senso comune”, per non parlare dell’influenza del laissez-faire economico di Adam Smith, la cui opera vide la luce proprio nel 1776. Inoltre, la Dichiarazione d’Indipendenza americana si colloca nel solco delle tradizionali petizioni rivolte al re ed è un “national and social compact”, la cui struttura formale si sviluppa secondo le regole del sillogismo aristotelico, che – nella premessa maggiore – contiene un richiamo alle “Laws of Nature” e al “Nature’s God”, cosa che lo trasforma di fatto in un covenant molto importante: non soltanto esso istituisce, infatti, una nuova realtà politica e internazionale (gli Stati Uniti d’America), vale a dire una repubblica federale democratica mai vista fino a quel momento, ma pone i diritti inalienabili dell’uomo sul piano della trascendenza divina, così da sottrarli a qualunque tentativo di eliminazione o di modifica da parte dei governi stabiliti dagli uomini. È proprio tale garanzia che trasforma il compact in covenant, rendendolo di conseguenza sacro ed inviolabile. Ed è proprio questa caratteristica a rendere la Dichiarazione d’Indipendenza americana un elemento stabile e permanente nel percorso istituzionale che, a partire dalle assemblee coloniali, ha portato alla nascita degli Stati Uniti d’America – e, da questo punto di vista, la Dichiarazione si presenta come il primo vero trattato internazionale tra tredici Stati sovrani – e ai documenti costituzionali successivi (gli Articoli di Confederazione e la Costituzione con gli Emendamenti). L’aver “agganciato” i diritti inviolabili dell’uomo ad un piano trascendente, insomma, ha fatto sì che essi non potessero essere mai eliminati, cosa che invece è accaduta durante la Rivoluzione francese con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e, in epoca contemporanea, con altre Costituzioni statali.

     Ma vi è un altro aspetto della Dichiarazione del ’76 che è stato poco esplorato ed evidenziato, ed è il suo intrinseco spinozismo. Essa è, infatti, una perfetta deduzione razionale – che non richiama soltanto il deismo frankliniano o quell’ordine geometrico necessario, tipico del modello matematico-meccanicistico della scienza moderna condiviso dai Founding Fathers e in particolare da Jefferson, che fa riferimento alle “leggi della natura”, richiamando le tre leggi del moto di Newton espresse nei Principia, ma mette definitivamente al riparo i diritti inviolabili dell’uomo dall’azione di qualunque governo tirannico e che interpreta la libertà non come arbitrium indifferentiae, ma come il “vero fine dello Stato”: “Dai fondamenti dello Stato […] – scrive Spinoza nel Trattato teologico-politico – segue in modo assai evidente che il suo ultimo fine non è di dominare gli uomini né di costringerli col timore e sottometterli al diritto altrui; ma, al contrario, di liberare ciascuno dal timore, affinché possa vivere, per quanto è possibile, in sicurezza […]. Lo scopo dello Stato, dico, non è di convertire in bestie gli uomini dotati di ragione o di farne degli automi, ma al contrario di far sì che la loro mente e il loro corpo possano con sicurezza esercitare le loro funzioni, ed essi possano servirsi della libera ragione e non lottino l’uno contro l’altro con odio, ira o inganno, né si facciano trascinare da sentimenti iniqui. Il vero fine dello Stato è, dunque, la libertà”.

     Ma per quale motivo non si è mai parlato apertamente dell’influenza di Spinoza? Il 27 luglio 1656 il filosofo olandese fu sottoposto ad un cherem da parte del Consiglio degli Anziani; si trattò di uno dei più duri provvedimenti mai comminati prima nei confronti dei membri della comunità ebreo-portoghese di Amsterdam, un provvedimento che ebbe anche un chiaro significato politico, perché condiviso da altre confessioni religiose, in particolare quella calvinista. Non solo Spinoza fu messo al bando ed escluso dalla nazione d’Israele, ma fu proibito a chiunque di “avere [con Spinoza] alcuna relazione né scritta né verbale. Che non gli sia reso alcun servizio e che nessuno lo avvicini a meno di quattro cubiti. Che nessuno viva sotto lo stesso tetto con lui e che nessuno legga alcuno dei suoi scritti”. Le accuse di eresia provocarono, così, una vera e propria azione di censura sui testi spinoziani, alcuni pubblicati poi anonimi (come il Trattato teologico-politico), altri post mortem (come l’Ethica), ma soprattutto vi fu una presa di distanza dai suoi insegnamenti da parte di quasi tutti gli intellettuali del tempo. Si pensi, a tal proposito, a Locke, contemporaneo di Spinoza e molto interessato ai suoi scritti sui Principia cartesiani, che però dovette strenuamente difendersi dall’accusa di “spinozismo”, dovuta tra l’altro anche al fatto che vi fossero delle strette somiglianze tra i suoi scritti e quelli del filosofo olandese, oltre al fatto che Spinoza conoscesse molto bene le opere di Robert Boyle, maestro e amico di Locke. Quest’ultimo, inoltre, dopo il tentativo di lord Shaftesbury di rovesciare il trono di Carlo II, era fuggito in Olanda nel 1683: Spinoza era già morto a soli 45 anni nel 1677, ma già nel novembre di quell’anno era stata pubblicata l’Opera posthuma, destinata a suscitare molto scalpore, ma anche molto interesse sul tema della tolleranza religiosa, tant’è vero che proprio nella Repubblica olandese Locke avrebbe scritto, nel 1685, la Lettera sulla tolleranza.

     Spinoza, inoltre, aveva fortemente influenzato gli autori delle Cato’s Letters, John Trenchard e Thomas Gordon, che tanto avevano ispirato, con le loro idee di libertà, gli indipendentisti americani, in primis Thomas Paine e Samuel Adams. Ma sono soprattutto alcuni aspetti del suo pensiero politico che ben si attagliano ai contenuti della Dichiarazione. Innanzi tutto, quello relativo al diritto naturale. In precedenza, tale concetto – elaborato in ambito stoico-ciceroniano e poi racchiuso in una cornice teologica dal tomismo – si era collegato strettamente al costituzionalismo inglese e al principio del rule of law, producendo un’interpretazione liberale e individualistica dei diritti individuali, fatta propria da Locke e poi confluita all’interno dell’esperienza rivoluzionaria americana. Spinoza introduce il diritto naturale all’interno della sua concezione del principio unitario da cui deriva tutta la realtà, l’unica sostanza, quel Deus sive Natura e causa sui da cui deriva e si deduce tutta la realtà e che si identifica con l’ordine geometrico necessario che configura il Tutto. Ora la Natura spinoziana si adatta perfettamente alla wilderness americana; non solo, ma l’identificazione Dio-Natura inverte il rapporto asimmetrico tra trascendenza e mondanità, restituendo una relazione paritaria tra natura naturans e natura naturata. Insomma, il Dio di Spinoza non ha carattere finalistico e l’uomo è parte del Tutto, della natura anche selvaggia, a cui restituisce un ordine, trasformandola in “comunità organizzata”. Per questo, per il filosofo olandese, il diritto naturale non è uno status che precede il diritto positivo e che da esso viene sostituito, ma – identificandosi con il conatus, con la forza e la potenza di cui ogni individuo è capace e che lo spinge a perdurare nel suo essere sia razionale, che passionale – esso è parte integrante dello stato civile e comprende sia il modo di essere passivo (la servitù), sia quello attivo (la libertà). Il diritto statuale, pertanto, poiché è fortemente voluto dalla parte razionale dell’uomo per realizzare il bene comune che il singolo individuo non è in grado di ottenere da solo (“Gli uomini non nascono civili, ma lo diventano”, dice Spinoza nel Trattato politico), non sostituisce quello naturale, che continua ad essere presente nella società civile in forma dinamica e che accompagna gli individua, uomini multiversi che si dispiegano in una moltitudine per mettersi alle spalle quello che è il male peggiore, la solitudine. In questo “dispiegamento” si realizza la libertà dell’uomo, che non è “tolleranza”, ma riconoscimento di quell’ordine necessario che solo può trasformarlo in soggetto “attivo”, cioè libero. Molto importante in questo percorso è il ruolo della cupiditas, una forza diretta alla propria autoconservazione ma anche ad acquisire la massima perfezione che all’uomo sia concesso di raggiungere, vale a dire la libertà, una perfezione che si raggiunge soltanto in una società democratica. La democrazia, infatti, è “il miglior regime di governo”, “il più naturale tra tutti”, perché – abitando le emanazioni di Dio nelle anime di tutti gli esseri umani – ogni persona singolarmente presa è degna al pari di ogni altra. La democrazia spinoziana, dunque, è soprattutto un principio di costruzione sociale e ha una duplice funzione di sviluppo, sia sociale che individuale, strettamente connessa all’idea morale, che tende a riconciliare le due distinte concezioni di libertà, quella della conservazione fisica e quella dello sforzo intellettuale finalizzata alla conoscenza del Deus sive Natura. In questo modo – proprio come sarà per i Padri Fondatori – la domanda di giustizia politica si armonizza con quella di autonomia dell’individuo. Quest’ultima è una forma di perfezionamento del singolo, al quale risulta estremamente utile la vita sociale. Già nell’Ethica Spinoza aveva dimostrato che “l’uomo è un dio per l’uomo”, in quanto “dalla comune società degli uomini nascono molti più vantaggi che danni”.

     In conclusione, il pedigree della Dichiarazione d’Indipendenza è molto più ampio di quanto non appaia a prima vista e comprende anche l’influenza, seppur indiretta, di Spinoza, determinata dall’humus culturale che aveva profondamente intriso il pensiero politico anglosassone dell’epoca e che, poi, aveva – nel documento americano del 1776 – sottolineato l’importanza della “ricerca della felicità”, un obiettivo che il filosofo olandese aveva sempre sottolineato soprattutto come fondamentale libertà di pensiero e di espressione, diritti inalienabili derivati dal diritto naturale e che nessun governo avrebbe mai potuto eliminare. 


Note


* Quest’articolo sintetizza alcuni passaggi fondamentali del saggio di Giuliana Iurlano e Antonio Donno La nascita degli Stati Uniti d'America. Dichiarazione d’Indipendenza ed esordio sulla scena internazionale (Milano, Franco Angeli, 2017).




Casella di testo

Citazione:

Giuliana Iurlano, "Deus sive America". L'intrinseco spinozismo della Dichiarazione d'Indipendenza del 1776, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VII, 1, marzo 2018

url: http://www.freeebrei.com/anno-vii-numero-1-gennaio-giugno-2018/giuliana-iurlano-deus-sive-america







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