I classici / Die Klassiker



"Di klasiker" (da sinistra a destra): Mendele Mocher Sforim (1836-1917), Sholem Aleichem (1859-1916), Itzhak L. Peretz (1852-1915)


Nel periodo compreso tra la seconda metà del XIX secolo e la prima guerra mondiale il panorama letterario in yiddish è dominato dalla produzione dei cosiddetti classici. Mendele Moicher Sforim morì nel 1918, Sholem Aleichem nel 1916, e Peretz nel 1915. La scomparsa dei classici nel periodo della Grande Guerra delinea una frontiera assai netta nella periodizzazione di questa letteratura. Ciò non significa che le opere di questi tre autori siano riconducibili a un unico denominatore comune, ma piuttosto che la creazione del canone della lingua letteraria è un merito ascrivibile a tutti e tre. Nello yiddish dell’Europa orientale esistevano tre dialetti di base: un dialetto settentrionale, o lituano-bielorusso, e da questa zona proveniva Abramovic; un dialetto centrale, oppure polacco, e da queste regioni arriva Perez; un dialetto meridionale, ovvero ucraino, proprio di Sholem Aleichem.

Questi tre scrittori raggiunsero, ciascuno secondo un proprio personale e originale percorso, un certo grado d’unificazione linguistica nel tentativo di superare le differenze dialettali. Lo stile di Abramovic rappresentò un modello anche per gli altri. Proveniente dalla Bielorussia, e avendo abitato da giovane in Ucraina, e precisamente a Beryczew, Zytomierz e Odessa, Abramovic riuscì a correggere il dialetto materno creando, per primo, una sintesi linguistica interdialettale. Non era però solo una questione di dialetti. Lo yiddish era una lingua continuamente sollecitata dai contatti con le parlate circostanti, da cui acquisì molti prestiti, individuabili soprattutto nella lingua d’uso. Nel Regno del Congresso la maggior parte dei prestiti linguistici proveniva dal polacco, in Ucraina dall’ucraino, in Bielorussia dal bielorusso; ma il contatto linguistico più importante nei territori orientali, nelle regioni polacche incorporate dalla Russia dopo le spartizioni, era indubbiamente rappresentato dalla variante russa, che non solo era la lingua dello Stato ma soprattutto espressione della cultura più attraente. Mandele fu il primo a rendersi conto che se si voleva essere compresi, ad esempio nelle zone polacche, era necessario evitare i russicismi. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, egli iniziò non solo a eliminare i prestiti dal russo, ma anche quelli dalle altre lingue slave. In un periodo successivo riscrisse nuovamente le sue opere precedenti a quella data, sostituendo i prestiti slavi con termini yiddish di matrice tedesca o ebraica.

[…] Il contributo dei tre classici della letteratura yiddish, in effetti, può essere considerato e analizzato dal punto di vista delle appartenenze regionali e culturali, nell’accezione più ampia di questi aggettivi. Abramovic (Mendele) e Sholem Aleichem vissero, agirono e scrissero sotto l’influenza della cultura e della letteratura russa, affermazione confermata non solo dai tentativi letterari in russo di Sholem Aelichem. Il russo era la lingua d’uso di Abramovic a Odessa e di Sholem Aleichem a Kiev e a volte, sottovalutando gli influssi della letteratura russa, è addirittura difficile comprendere e approfondire la loro opera. [...] Peretz è l’unico classico della nuova letteratura yiddish con degli innegabili legami polacchi. Conosceva il polacco alla perfezione e si orientava bene nella letteratura polacca, cosa assai evidente nelle sue opere.



[da C. Shmeruk, Breve storia della letteratura yiddish, Roma, Voland, 2003, pp. 105 ss.]





Opere tradotte in italiano:

1) Mendele Moicher Sfurim
- I viaggi di Beniamino Terzo, traduzione di D. Leoni, Genova, Marietti, 1983;

- Fishke lo zoppo, traduzione di D. Leoni, Genova, Marietti, 1984.



2) Sholem Aleichem
- La storia di Tewje il lattivendolo, Milano, Feltrinelli, 2000;

- Racconti della Shtetl. Scene di vita ebraica in un'Europa scomparsa, Milano, Bompiani, 2001;

- Un consiglio avveduto, Milano, Adelphi, 2003;

- Cantico dei cantici. Storia di un amore giovanile, Livorno, Belforte, 2004;

- Storia di uomini e animali, Milano, Adelphi, 2007;

- Stazione di Baranovitch. Tre racconti ferroviari, traduzione di D. Leoni, Milano, EDB, 2017.



3) Itzkhak L. Peretz
- Il mago e altre novelle ebraiche, Milano, Gribaudi, 1997;

- Il tema del Messia e altri racconti, a cura di E. Bemporad e M. Pascucci, Roma, Storia e letteratura, 2014;

- Novelle ebraiche, Firenze, Pontecorboli, 2016.






Zwischen der zweiten Hälfte des neunzehnten Jahrhunderts und dem Ersten Weltkrieg wurde die jiddischen literarische Landschaft durch die Produktion der sogenannten "Klassiker" beherrscht. Mendele Moicher Sfurim starb im Jahr 1918, Scholem Aleichem 1916 und Perez 1915. Das Verschwinden der Klassiker während des Ersten WeltKrieges umreisst eine sehr klare Grenze in der Periodisierung der jiddischen Literatur. Dies bedeutet nicht, dass die Werke der "klasiker" auf einen einzigen gemeinsamen Nenner zurückzuführen sind, sondern vielmehr, dass die Schaffung des Kanons der literischen Sprache alle drei Schriftsteller zuzuschreiben ist. Im osteuropäischen Jiddisch gab es drei grundlegende Dialekte: ein nördlicher oder Litauisch-weissrussisch Dialekt (und aus diesem Bereich kam Abramowitch); ein zentraler oder Polnisch (daraus kam Perez); ein südlicher oder Ukrainisch (daraus kam Sholem Aleichem).

Die drei Autoren, jeweils nach ihrer eigenen persönlichen und originellen Art und Weise, erreichten eine gewisse sprachliche Einigung in ihrem Versuch, die dialektalen Unterschiede zu überwinden. Der Stil von Abramowitch war ein Muster für die andere. Aus Weissrussland stammend, und als junger Mann in der Ukraine lebend (und zwar in Beryczew, Żytomierz und Odessa), war Abramowitch in der Lage, den mütterlichen Dialekt zu korrigieren: er schuf erstens eine interdialektalische linguistische Synthese. Aber es handelte sich nicht nur von Dialekte. Das Jiddisch war eine immer geforderte Sprache durch den Kontakt mit diejenigen der Umgebung, von den es viele Lehnwörter gewann, besonders in der Umgangssprache. Im Kongresspolen kamen die meisten Lehnwörter aus dem Polnisch, im Ukraine aus dem Ukrainisch, in Weissrussland aus dem Weissrussisch; aber der wichtigste Sprachraum in Osteuropa, d.h. in den durch Russland nach der Teilung erbauten polnischen Regionen, wurde zweifellos durch die russische Variante dargestellt. Die war nicht nur die staatliche Sprache, sondern auch der Ausdruck der attraktivsten Kultur. Mandele war der erste grosse jiddische Schrifsteller zu erkennen, dass, wenn man in Russischen Kaiser Reich verstanden sein wollen, zum Beispiel in polnischen Gebieten, es notwendig war, russischen Ausdrücke zu vermeiden. Seit den Siebziger Jahren des neunzehnten Jahrhunderts begann er nicht nur Lehnwörter aus dem Russisch zu entfernen, sondern auch diejenige aus anderen slawischen Sprachen. Später schrieb er seine Werke vor diesem Zeitpunkt wieder, wann er slawischen Lehnwörter mit jiddischen oder deutschen Ausdrücke ersetzte.

[...] Die Rolle der Klassiker der jiddischen Literatur kann tatsächlich  im weitesten Sinne aus der Sicht der regionalen und kulturellen Herkunft betrachtet und analysiert werden. Abramowitch (Mendele) und Scholem Aleichem lebten, wirkten und schrieben unter dem Einfluss der russischen Kultur und Literatur. Die war bestätigt nicht nur durch die literarischen Versuche in russischer Sprache von Scholem Alejchem. Das Russisch war die Umgangssprache von Abramowitch in Odessa und von Aleichem in Kiew; und, wenn man den Einfluss der russischen Literatur unterschätzt, ist es sehr schwer, ihre Werke zu verstehen und zu vertiefen. [...] Perez ist der einzige Klassiker der neuen jiddischen Literatur mit unbestreitbaren polnischen Anleihen. Er wusste ganz sowohl das Polnisch, als auch die polnische Literatur, und mann kann das sehr deutlich in seinen Werke ansehen.



Werke auf Deusch übersetzt:


- Ostjüdische Erzähler, Weimar, Kiepenheuer, 1916 (http://sammlungen.ub.uni-frankfurt.de/freimann/search/quick?query=jizchok+perez);

- Chassidische Geschichten, Berlin und Wien, Loewit, 1917 (http://sammlungen.ub.uni-frankfurt.de/freimann/content/titleinfo/3637981);

- Die goldene Kette. Das Drama einer chassidischen Familie, Berlin und Wien, Löwit, 1917 (http://sammlungen.ub.uni-frankfurt.de/freimann/content/titleinfo/3788786)


- Adam und Eva, München, Georg Müller, 1919 (http://sammlungen.ub.uni-frankfurt.de/freimann/content/titleinfo/8067405)

- Jüdische Geschichten, Leipzig, Insel, 1920 (http://sammlungen.ub.uni-frankfurt.de/freimann/content/titleinfo/419617);

- Musikalische Novellen, Berlin, Gurlitt, 1920 (http://sammlungen.ub.uni-frankfurt.de/freimann/content/titleinfo/3637408).
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