Kadye Molodowsky, Sono una vagabonda

"Free Ebrei", VI, 2, settembre 2017

Kadye Molodowsky, «Sono un vagabonda». Liriche dal mondo yiddish, Torino, Free Ebrei, 2017 [ebook]

di Lia Erminia Tagliacozzo

Abstract

Lia Erminia Tagliacozzo reviews Kadye Molodowosky's collection of lyrics, translated into Italian by Alessandra Cambatzu and Sigrid Sohn.

In memory of Alessandra and her love for Yiddish language and literature

 

Un'iniziativa preziosa da parte di Free Ebrei quella di pubblicare il libro di poesie scelte di Kadya Molodowky ( Kadye in yiddish), a cura di Alessandra Cambatzu e Sigrid Sohn con una nota di Kathryn Hellershtein.

Lo scopo è quello di  far conoscere al pubblico italiano l'opera di questa interessante poetessa, scrittrice e studiosa, una vera vagabonda,  nata nel 1894 nella provincia di Grodno,  in Bielorussia e vissuta fra Odessa, Varsavia, New york, e poi Tel Aviv, e ancora New York.

In tutto questo peregrinare, come ci raccontano Kathryn Hellerstein e Alessandra Combatzu, Kadye si fece cultrice e divulgatrice della lingua yiddish, lingua parlata fino agli anni '40 da milioni di persone nell'Europa Centrale, per la gran parte quegli stessi milioni di uomini, donne e bambini spazzati via dalla Shoah.

Quella stessa lingua che sopravvive a fatica fra gli ebrei askenaziti negli Stati Uniti ma che non è amata in Israele dove è stata considerata la lingua dei perseguitati e dei sottomessi, contrapposta all'antica lingua della Torà che si è voluta far rivivere con risultati peraltro eccezionali e sorprendenti.

Kadye proviene da una famiglia sionista, influenzata dalla Haskalah, l'Illuminismo ebraico, in cui le donne erano forti e orgogliose della loro indipendenza e le tradizioni e la modernità riuscivano in qualche modo a convivere. La sua poesia, presentata con a fronte il testo originale scritto negli antichi caratteri ebraici, è intrisa di amore per il popolo, delle filastrocche per i suoi bambini, del dolore per il suo dolore, dei colori e della vivacità dello shtetl. Certi suoi bozzetti ci ricordano i quadri di Chagall.

La prima raccolta (Le notti di Cheshnav) richiama alla memoria la serie di pogrom che avevano insanguinato agli inizi del secolo quella che era chiamata la “Gerusalemme della Bessarabia” per la gran quantità di Ebrei che ci abitavano, quando si pensava che il tempo delle persecuzioni e dei pogrom fosse passato grazie all'emancipazione e alla modernità.

Il sentimento forte di empatia col proprio popolo emerge già dalle prime strofe:

“ Parole già pronunciate - foglie morte

che il tempo vi porti via, e che io vi possa dimenticare.

Rimarrò  come un albero d'inverno

con gli occhi chiusi, immobile

e silente...

Un vecchio Siddur davanti a me,

con le pagine ingiallite e piegate negli angoli,

sono sottolineate le preghiere delle donne sulla legatura di Isacco

e sull'ardente forno calcareo di Nimrod.

Laggiù sono state versate lacrime silenziose

che hanno ammorbidito il foglio...Adesso chi porterà il Siddur timorato di Dio,

sotto il braccio e chi sfoglierà le pagine ingiallite?”

Dal dolore, in questa raccolta del 1926, scaturisce un canto di speranza per il futuro, di amore per la vita, che già mostra la forza di questa giovane donna che sa vedere oltre:

“Come è bello celare il mio capo in un covone di fieno,

e addormentarsi con il gusto dell'erba sulle labbra.

Sogno di un campo e di una lepre

sento il ricordo di tutto ciò che amo.

Ma una cornacchia si posa sulla cima del covone...

e canta ai quattro venti che è già autunno inoltrato...

E quando cadrà la prima neve

il mio capo diventerà grigio,

e sul labbro superiore inizieranno ad apparire delle rughette”.

Ed ecco alcune strofe di grandissima attualità, che parlano dell'esodo, della fuga, del cercare posti sicuri.

“Quando vado col treno ad Occidente

mi vengono incontro

casette soavi,

accompagnate da un campo e da una foresta.

Mi avete lasciato qualche porta e finestra aperte,

o non ne avete trovata neppure una?”

Insieme all'aspetto intimo, il raccontarsi che accompagna la sua poetica dalla prima giovinezza fino agli ultimi giorni, con profondità  e vivacità, convive in Kadye il senso di vicinanza, oggi diremmo di sorellanza, con le donne dei villaggi dalle unghie annerite, portatrici di pesanti fardelli, impoverite mentre i giovani se ne vanno a cercare fortuna e i vecchi restano negli angoli ad attendere il loro destino.

Girando pagina abbiamo una piacevole sorpresa.

Del '31 è la raccolta Storielle, delicate filastrocche di perfetto sapore yiddish, dove una tinozza lava da sola i panni del villaggio, e il venerdì diventa molto religiosa e lava se stessa dappertutto, la storia di un golem, una storia di scarpette magiche.

Sappiamo che in Israele durante il suo soggiorno, dal 1959 al 1952, Kadye fu molto apprezzata per le poesie per bambini che furono tradotte in ebraico, e qui ne abbiamo un felice assaggio.

Ed ecco negli anni successivi ancora con pennellate sensibili e sicure, l'illustrazione poetica di un mondo di miseria, come nella bellissima poesia dedicata a  Freydke ( Gioia), in cui si canta di una donna di grandi talenti che vende le uova, raggranellando monetine di rame nel suo borsellino sporco , passato di padre in figlio, e si chiude:

“Così le lenzuola lacere sono sempre annodate,

pronte a fuggire attraverso l'oceano”.

In questo periodo, già in esilio negli Stati Uniti in cui è emigrata nel 1935, la sua poetica è quella di una cantastorie che riesce a riunire il proprio mondo interno con la nostalgia di un mondo in cui

“ le ruote girano come salmi,

ripetono e ripetono ancora

una dondolante benedizione:

Heyda-Rudah, Smelke-Zalke,

a Purim farò Ester Malke.

 

Ester Malke con le scarpette d'oro-

le ruote fanno shi-rich e shi-rich.”...

Darei tutta New York

per il galoppo familiare del suo carretto.”...

 

Ma si avvicina il '39, la guerra e arrivano frammentarie le notizie di quello che sta succedendo agli ebrei. Tanta è l'angoscia per quello che sta accadendo in Europa al suo mondo che la poetessa dello Shtetl ne è minata nel corpo e nella psiche fino a scivolare nell'autolesionismo.

La donna che porta nel mondo la lingua perduta non può non raccogliere l'enorme, inaudito grido di dolore:

“Dio misericordioso,

scegli un altro popolo,

intanto.

Siamo stanchi di soccombere e di morire,

non abbiamo più preghiere.

Scegli un altro popolo,

intanto....”

E ancora:

“ Non arriva più nessuna lettera,

nessuna parola,

nessun saluto-

nessuno a cui chiedere.

Il silenzio diventa più profondo,

più chiaro,

di fronte a chi chiede dolorosamente...”

 

Dopo il soggiorno in Israele cui abbiamo accennato Kadye col marito tornano negli Stati Uniti, pur mantenendo un saldo legame con Israele.

Qui Kadye continuò la sua opera di divulgazione dello yiddish scrivendo raccolte di poesie, romanzi e tenendo conferenze, oltre a rilanciare una rivista, 

“ Svive” (L'ambiente), che aveva contribuito a fondare vent'anni prima e che dal 1960 portò avanti praticamente da sola, come ci dice Alessandra Cambatzu. Negli anni '60 l'interesse per la lingua yiddish ricomincia fiorire e Kadye invita alle sue conferenze autori che provengono dall'Europa orientale.

Nel 1971 riceve il premio Manger in Israele e si spegne nel 1975.

 

La sua poetica nel tempo si fa sempre più intima e elevata, senza perdere mai il senso delle sue radici.

 

Casella di testo

Citazione:

Kadye Molodowsky, «Sono un vagabonda». Liriche dal mondo yiddish (Recensione di Lia Erminia Tagliacozzo), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VI, 2, settembre 2017

url: http://www.freeebrei.com/anno-vi-numero-2-luglio-dicembre-2017/kadye-molodowsky-sono-una-vagabonda