Anna Szwarc Zając, Michał Głowiński e la sua salvezza

"Free Ebrei", V, 1, giugno 2016


Michał Głowiński e la sua salvezza

di Anna Szwarc Zając



Abstract

Anna Szwarc Zając tells the story of Michal Głowiński, a Polish historian of Literature, who escaped as child from the Warsaw Ghetto in 1943 and survived from the Holocaust.



Michał Głowiński è uno studioso di letteratura polacca, nato il 4 novembre 1943 a Pruszków, un piccolo borgo nei pressi di Varsavia. Głowiński proviene da una famiglia ebrea - anche se i suoi genitori non erano praticanti - integrata perfettamente con il popolo polacco: da bambino Michał frequentava la scuola polacca e a casa si parlava il polacco non lo yiddish. Ovviamente Głowiński conosceva le feste ebraiche, qualche volta le aveva persino celebrate con i suoi nonni, ma queste tradizioni non lasceranno un segno nella sua memoria. 

E, a proposito d’integrazione, mi piacerebbe soffermarmi proprio sul cognome di questo studioso: Głowiñski. Lui stesso spiega la terminologia del suo cognome nel libro Kręgi obcości. Opowieść autobiograficzna, che io stessa mi son permessa di tradurre (visto che l’opera non era stata ancora tradotta in italiano) in I cerchi della solitudine. Un racconto autobiografico. Di seguito le parole dello studioso:

 

Mio padre aveva un cognome polacco. In realtà  molti ebrei avevano questo cognome, tuttavia non conosco né le origini né il motivo per il quale lo avesse anche la mia famiglia. Grazie alla gentilezza di Mieczysław Abramowicz, scrittore e storico che aveva dedicato parte della sua vita allo studio della storia degli ebrei a Danzica, ho scoperto che nel corso delle due guerre vi erano parecchie famiglie ebree che avevano questo cognome. È probabile che vi sia un legame di parentela tra la mia famiglia e queste persone. Negli anni Venti, inoltre, vi era un’azienda che si chiamava Rozenowicz-Głowiñski. Come ho già detto, molti ebrei avevano questo cognome; la maggior parte, soprattutto dopo la guerra, pensò che avessimo cambiato il cognome per nasconderci (certo, in questo periodo avevamo usato dei documenti falsi). Mi é capitato di sentire frasi del genere: “Głowiński, Głowiński, va bene, ma il nome da celibe?” Dopo la guerra, mio padre quando tornò dalla Germania dovette farsi fare dei nuovi documenti per sé e per mia madre. Fu allora che decisero di cambiare i loro nomi. Si chiamavano Lajzer e Szajncha, ma la loro nuova identità era Leon e Zofia (Leo e Sofia). […] Mio padre non voleva che la gente, vedendo il suo documento, scoprisse che fosse ebreo. Questo particolare poteva essere pericoloso anche nel periodo successivo alla guerra”[1].

 

Quando scoppiò la guerra, Głowiński aveva soltanto otto anni. Fu costretto assieme ai  suoi genitori ad andare a vivere nel ghetto di Pruszków. Dopodiché Głowiński fu deportato nel ghetto di Varsavia. Ricorda quel momento drammatico così: “Il ghetto nella mia memoria rimane come uno spazio informe, privo di ordine, circondato da mura; era uno luogo dove a tutte quelle persone era stato sottratto il senso della vita”[2]. Per proteggerlo, i suoi genitori lo lasciavano molto spesso a casa da solo. Lì, per passare il tempo, sfogliava l’atlante per scoprire il mondo. Come anticipato poc'anzi, il ragazzo andava a “scuola”, sebbene, quest’ultima non fosse la scuola che oggi noi possiamo immaginare: le lezioni erano a domicilio e a pagamento. 

La vita quotidiana all’interno del ghetto non era facile. Fu proprio in questo luogo ostile che Głowiński imparò a sopravvivere. Nel libro Tempi bui racconta, ad esempio, quando fu costretto a nascondersi in cantina: “Si stava pigiati – scrive Głowiñski – la volta del soffitto era così bassa che non si riusciva nemmeno a stare in piedi”[3].

In quel periodo nel ghetto si temeva di essere deportati a Treblinka e, quando Głowiñski e i suoi genitori furono sul punto di salire sul treno - cito Głowiñski - “venne in nostro aiuto la provvidenza. Mio padre incontrò, per puro caso, un amico di gioventù che non vedeva da parecchi anni e che era diventato un membro della polizia ebraica. Lo supplicò di aiutarci a fuggire”[4]. Fu così che la sua famiglia riuscì a salvarsi. I giorni passavano mentre la vita all’interno del ghetto diventava sempre più difficile. I suoi genitori decisero poi di oltrepassare il muro che li separava dalla parte ariana: era l’unica soluzione possibile per poter sopravvivere. Tuttavia organizzare la fuga non era per nulla facile. Con le sue parole che si possono leggere in un suo frammento: “A quel tempo non c'era niente che non comportasse un rischio: per salvarsi la vita il peggio era la vita stessa”[5]Nel momento in cui la famiglia Głowiñski decise di lasciare il ghetto, si mise in contatto con un uomo di nome Kryształ (Cristallo) e, per non essere scoperta, si nascose all’interno di un camion. Ecco le parole di chi ha vissuto quei momenti in prima persona:

 

La mamma portava un solettato in testa, io un berrettone di lana, tipo cuffia da pilota, che mi copriva quasi tutta la faccia. Me l'avevano comprata prima della guerra a Nalewki, un quartiere di Varsavia, in un negozio di abiti per bambini che si chiamava, pare, “da Francesca”. Quel berretto sembrava fosse cresciuto con me e per qualche anno mi rese un buon servizio. […]

Il momento più drammatico fu attraversare il cancello. Il soldato che trasportava sia un carico di esplosivo sia i tre membri della mia famiglia in fuga dal ghetto dovette ovviamente fermarsi e mostrare i documenti alla sentinella. Non ci mise molto: era un controllo di routine, per fortuna ripartimmo subito. Arrivammo nel luogo convenuto, non ricordo il punto esatto, forse vicino al muro.      

Era sempre buio. […] E fu così che ci trovammo dalla parte ariana. Era cominciato un nuovo capitolo della mia vita[6].

 

Una volta giunti nella parte ariana, io e la famiglia trovammo rifugio da un nostro cugino, che tutti chiamavano Lungo (Długi). Il Lungo non ebbe una vita semplice. Dopo tante difficoltà si sposò con un’americana con cui ritrovò la serenità. Questo spiega perché all’anagrafe risultasse straniero. Questo dettaglio, in apparenza irrilevante, gli consentì di non essere relegato nel ghetto. Furono proprio lui e la sua compagna Natka ad accogliere la mia famiglia. A questo punto vorrei soffermarmi un po' su Natka. Cito nuovamente Michał:

 

Si dette da fare quando il Lungo aiutò la mia famiglia a mettersi in salvo una volta al di fuori delle mura del ghetto. Tra il novembre e il dicembre del 1943, la situazione nei dintorni si fece davvero pericolosa: i tedeschi sorpresero e fucilarono seduta stante le famiglie che nascondevano gli ebrei. Mia madre ed io trovammo rifugio per una settimana  sotto un tumulo di patate all’interno della loro fattoria. Ed era lei, ogni mattina ed ogni sera, che ci faceva uscire per soddisfare i nostri bisogni fisiologici. Non solo: ci portava anche da mangiare. Il Lungo aveva piena fiducia di lei: le raccontava tutti i suoi segreti e si avvaleva del suo prezioso aiuto per nascondere gli ebrei che erano riusciti a scappare dal ghetto, come noi[7].

 

In questo periodo la famiglia Głowiński fu costretta a dividersi: il padre si nascose non lontano dalla moglie e dal figlio, nella casa di un contadino che lo ricattava per avere i soldi necessari per andare ad ubriacarsi. Alla fine andò via però da quel luogo, non potendo più sopportare quell’uomo. Anche Michał e sua madre dovettero lasciare la casa del cugino. Si recarono a Varsavia dove incontrarono Irena Sendlerowa che si prese cura di loro. Madre e figlio andarono a vivere in un appartamento in affitto, purtroppo vennero riconosciuti da un uomo che, in lingua polacca, viene definito szmalcownik: una persona cioè che ricattava le famiglie ebree durante l’occupazione nazista. Un giorno, mentre questo szmalcownik aspettava che la madre di Głowiñski gli portasse i soldi, il piccolo Michał giocava a scacchi con lui. Metaforicamente parlando, Głowiñski stava giocando e ad essere in gioco era la sua stessa vita. Dopo tale episodio la famiglia trovò un nuovo alloggio, una sorta di albergo. La signora, infatti, affittava agli ebrei le camere a pagamento. Michał Głowiñski  visse lì per un paio di settimane con sua madre che trovò, grazie a Sendlerowa, un lavoro e che lasciò il figlio in quel posto in attesa di un'altra sistemazione. Infatti, dopo un paio di giorni il bambino fu portato dalle suore feliciane dove però non rimase molto, perché, dato che le suore scoprirono la sua identità ebraica, temettero per la vita degli altri orfani. A seguito di ulteriori vicissitudini e contrattempi, finalmente Głowiñski fu sistemato presso le suore di Turkowice, Serve di Maria Santissima. Cosi le ricorda:

 

fu solo qualche decennio più tardi che venni a sapere che le suore di Turkowice avevano dato rifugio e salvato la vita ad oltre una trentina di bambini ebrei, ossia un numero spropositato: ogni sette o otto alunni uno era segnato dalla sua origine, che, se si fosse rivelata, avrebbe significato un verdetto di morte[8].

 

Per sopravvivere Głowiñski fu costretto a cambiare identità e ci riuscì proprio grazie all’intervento delle suore. Erano solite fare così con tutti i ragazzi ebrei. Lo studioso descrive il modo in cui operavano ricordando la storia di un suo compagno:

 

Ma come si chiamava non lo so. Quando comparve a Turkowice aveva certamente nome e cognome di origine ebrea, ma le suore gli procurarono dei documenti falsi per dargli un nome che suonasse polacco. Facevano così con tutti i ragazzi che nascondevano[9].

 

Seguire le regole religiose, stabilite dalle suore, non era difficile né faticoso: i ragazzi dovevano soltanto andare a messa ogni giorno e prendere parte alle lezioni di storia, letteratura, religione. Dopo il pranzo a loro era chiesto di aiutarle a coltivare il piccolo orto. La più grande preoccupazione era proprio il cibo: mancava sempre. Le suore facevano di tutto per sfamare i loro ragazzi. Era suor Logina che si occupava della preparazione dei pasti. Andava ogni giorno a Hrubieszøw per comprare il cibo. In quei tempi bui non era affatto semplice trovare il cibo per tutti quei ragazzi affamati. La madre superiore, consapevole delle grandi capacità di suor Logina, decise di mandarla in missione. La faccenda però purtroppo finì in maniera tragica. Con le parole di Głowiñski:   

 

Si mise in cammino la mattina presto, aveva paura che le succedesse qualcosa. La missione comportava molti pericoli. Subito erano cominciate nella cappella le preghiere per il suo felice esito. Tutti noi conoscevamo i rischi che stava correndo, le eravamo vicini con il pensiero. E non vedendola tornare, mentre l'ora fissata per il ritorno si avvicinava, si poteva quasi palpare con mano la tensione che vi era nell’aria. L'attesa si faceva d'ora in ora più drammatica, l'angoscia cresceva. Si pregava con fervore; sinceramente commossi, innalzammo umili suppliche. Ma non furono ascoltate. Mentre le speranze si affievolivano, si rafforzavano le peggiori previsioni. Sicuramente le era successa qualche disgrazia. Ci rendemmo subito conto che a Turkowice stava per accadere il peggio[10].

 

Per le suore la perdita di Longina fu devastante. In quel preciso istante anche loro iniziarono a sentirsi senza protezione, era evidente che non fossero più al sicuro. Głowiñski ricorda quando le suore ordinarono loro di nascondersi nel bosco: non c’era più tempo e dovevano fuggire dai nazionalisti ucraini. Nel bosco i ragazzi avrebbero ricevuto protezione dai partigiani dell'Armata Nazionale (AK).

Vorrei fermarmi un attimo e descrivere la struttura dove vivevano le suore. Non si può dire con precisione quando le suore siano giunte a Turkowice. In passato, in questa zona, che venne occupata dai cristiani ortodossi, vi era persino una chiesa ove si riunivano per pregare[11]. Nel 1919 divenne un monastero cattolico[12]. Głowiñski ricorda il suo nascondiglio così:

 

di fronte al nostro edificio vi era quello delle ragazze, più piccolo, ma ugualmente gradevole, soprattutto considerate le misere condizioni di Turkowice. La strada che collegava le due strutture, un tempo il viale principale del giardino, divideva lo spazio nettamente in due parti. Vicino all’edificio dove alloggiavano le ragazze vi era – se ben ricordo – la lavanderia. Dietro di essa vi era nascosta, tanto da non essere quasi più visibile, una casupola. Vi abitava un uomo misterioso, non sapevamo chi fosse, forse voleva solo nascondersi [13].

         

Poco distante vi era la cappella dove i ragazzi si riunivano ogni domenica per pregare. In quel luogo, Głowiñski per la seconda volta in vita sua, si trovò davvero in difficoltà. Tre ragazzi lo fermarono dopo la messa e iniziarono ad accusarlo e a ricattarlo. La prima reazione fu quella di scappare:

 

Io evitavo di allontanarmi dall'istituto, quel luogo mi sembrava sicuro, ma presto dovetti convincermi del contrario.[…] Sapevo di essere una specie di animale braccato, che chiunque, se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto uccidere, calpestare o annientare in qualsiasi modo, anche il più fantasioso[14].

 

Per fortuna, la storia ha il lieto fine. Głowiñski decise di confidare cosa era successo a suor Rosa che, per tranquillizzarlo, gli diede un pezzo di pane nero con della marmellata. A Głowiñski il gusto dolce che si scioglieva in bocca diede l’impressione di un atto di protezione, di sicurezza.

Finita la guerra sua madre si recò a Turkowice per riportarlo a casa. Purtroppo stava poco bene e dovette restare lì ancora per un paio di settimane. Nel frattempo venne battezzato ovviamente con il consenso della madre. Secondo Głowiñski la madre accettò perché si sentiva in debito con le suore: era il suo modo di ringraziarle per aver salvato la vita a suo figlio. Una volta conclusosi il conflitto mondiale, Głowiñski non sentì più il dovere di pregare Dio: non era importante essere ebreo o cattolico.

Quando finalmente il ragazzo poté tornare a casa, le suore gli diedero la pagella. Confermarono che aveva ultimato gli studi cioè finito la quinta, sebbene quella non fosse la verità; tuttavia quella bugia fu detta a fin di bene. E oggi il mondo della ricerca può consultare le fantastiche opere di Głowiñski:

 

Suor Aloisia mi consegnò la pagella scolastica firmata da lei e da un insegnante che si era stabilito qui qualche settimana prima, un vecchio educatore dell'istituto. Certificava che avevo finito la quinta: un'affermazione piuttosto arbitraria e approssimativa per eccesso, frutto dell'affetto nutrito per me, dato che né a Turkowice né in alcun altro posto avevo frequentato regolarmente la scuola[15].

 

In questo percorso personale di salvezza la famiglia Głowiñski sperimentò l'aiuto di Kryształ, del cugino Długi, di Natka, Irena Sendlerowa e delle suore. Tutte queste persone erano certe di poter prestare loro soccorso e fecero del loro meglio per aiutare chi era in difficoltà. Oggi purtroppo alcune di queste persone portano su di loro o dentro di loro i segni di quegli orrori: per esempio, Głowiñski soffre di claustrofobia e il disturbo è così forte da impedirgli di prendere la metro e di stare in o frequentare luoghi stretti e angusti[16]. Questo è il piccolo prezzo che Głowiñski ha dovuto pagare per sopravvivere, mentre ancora oggi continua a chiedersi: “perché fra i vivi sono rimasto proprio io, e non il magnifico e straordinario Emil, o Suzi che parlava quello strano polacco, o l'indisciplinato Tadzio? Perché, perché?”[17] Io non sono in grado di rispondere, perciò lascio la domanda aperta, anche se forse la risposta non esiste...




Nota

[1]          Michał Głowiñski, Kręgi obcości. Opowieść autobiograficzna, trad. Da Anna Szwarc Zając, Wydawnictwo Literackie, Kraków 2010, p. 10. 

[2]          Michał Głowiński, Tempi bui. Un'infanzia braccata, trad. da Claudio Madonia, Giuntina, Firenze 2004, p.10.

[3]          Ivi, p. 16.

[4]          Ivi, p. 20.

[5]          Ivi, p. 49.

[6]          Ivi, pp. 51-52.

[7]          Ivi, p. 61

[8]          Ivi, p. 111.

[9]          Ivi, p. 112.

[10]        Ivi, p. 121.

[11]        A. Mironowicz, Kościół prawosławny w Polsce. Białostockie Towarzystwo Historyczne, 2006, p. 304

[12]        G. Kuprianowicz, A Turkowyczamy żywe wsia zemla Chołmśka nasza....” Prawosławna tradycja Turkowic, Prawosławna Diecezja Lubelsko-Chełmska, Turkowice 200, p. 17.

[13]        Michał Głowiński, Tempi bui, cit., p. 127.

[14]        Ibidem, p. 129

[15]        Ibidem, p. 151.

[16]        Filmato Dwie szuflady.

[17]        Michał Głowiński, Tempi bui, ivi, p. 31




Casella di testo

Citazione:

Anna Szwarc Zajac, Michał Głowiński e la sua salvezza, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", V, 1, giugno 2016

url: http://www.freeebrei.com/anno-v-numero-1-gennaio-giugno-2016/anna-szwarc-zajc-micha-gowiski-e-la-sua-salvezza






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