I quaderni neri di Martin Heidegger, a cura di Daniele Nuccilli


"Free Ebrei", V, 1, aprile 2016



I «Quaderni neri» di Heidegger, 1931-1948

Note sul convegno di Roma (23-25 novembre 2015)


di Daniele Nuccilli 



Abstract

Daniele Nuccilli gives an account of the Heideggerian conference on "Black Notebooks", hold in Rome in the last November. The author analyzes the most important reports and the problems involved from the publication of the notebooks.



Heidegger è un pensatore destinato a suscitare sensazioni contrastanti in chi vi si approccia. La forza del suo filosofare sembra sfuggire a qualsiasi coercizione e ciononostante essa vive come in una sorta di perpetuo irretimento nella dimensione fattuale contingente al proprio espletarsi, come se ogni evento che scandisce la vicenda biografica del filosofo sia di volta in volta il campo d’azione di quelle forze teoretiche che egli chiama in gioco. La storia dell’essere e la storia sembrano non disgiungersi mai completamente pur non addivenendo mai ad un’identificazione e così il pensiero che diventa cammino si muove da sempre incontro e contro uno sfondo storico ben delineato. Negli anni dell’avvento del nazismo un simile sfondo si fa più tetro.

 

Il convegno sui Quaderni neri tenutosi tra il 23 e il 25 Novembre a Roma presso la sede del CNR, in appoggio alla pubblicazione in traduzione italiana[1] del primo dei 4 volumi[2] della Gesamtausgabe dei medesimi, cerca di indagare la natura contraddittoria dell’Heidegger filosofo e uomo in cammino nelle pagine dei suoi quaderni, là dove la potenza del suo pensiero e del suo tempo si sostanzializzano senza mediazioni nè di carattere editoriale ne dagli scopi meramente didattici o divulgativi.

La linea filologica comune di fronte al grande problema che le affermazioni antisemite presenti negli “Schwarze Hefte” riportano alla luce, quello riguardante il possibile coinvolgimento sia ideologico che fattuale del filosofo di Meβkirch negli orrori del nazional-socialismo e della Shoah, è quella di scandagliare a fondo l’humus filosofico nel quale esse si situano. Le coordinate teoriche di questo scandaglio sono, com’è dovuto, individuate nei due grandi motivi caratterizzanti la filosofia heideggeriana post-Essere e Tempo e massicciamente presenti nei Quaderni neri: l’Ereignis e la Seinsgeschichte.

Sulla strada di questo crocevia teoretico si sono avvicendati i diversi interventi. Nell’ordine: Peter Trawny (Bergische Universität Wuppertal – Germania), Heideggers Mythos; Donatella Di Cesare (Sapienza Università di Roma), Heidegger – tra apocalittica e rivoluzione; Peter Sloterdijk (Staatliche Hochschule für Gestaltung Karlsruhe – Germania), Gefangen durch die Wenigen: Der Heftling Heidegger; Riccardo Pozzo (DSU-CNR), Lo spirito contro l’anima: l’antisemitismo tra Klages e Heidegger (Lunedì 23 Novembre ore 15.) Judith Werner (Universität Regensburg – Germania), Heidegger und die “Lügenpresse” – Die Bedeutung der Öffentlichkeit für den Literatur und Dichtungsbegriff der “Schwarzen Hefte”; Gian Luigi Paltrinieri (Università Ca’ Foscari Venezia), Heidegger, l'interprete a contatto con la verità di potenza; Rico Gutschmidt (Technische Universität Dresden – Germania), Towards the Center of Heidegger's Philosophy. The Inversion of the Human and a Posttheistic Account of Religiosity; Gérard Bensussan (Université Strasbourg – Francia), Heidegger, une métapolitique de l’anéantissement; Alessandra Iadicicco (Milano), La prosa e lo stile dei “Quaderni Neri”, un diario sui generis (Martedì 24 novembre ore 9.00). Jesus Adrian Escudero (Autonoma Barcelona – Spagna), “Who Are We -The Germans?”; Joseph Cohen (University College Dublin – Irlanda), Raphael Zagury-Orly (Bezalel Academy – Israele), From the Truth of Being to the Auto-Annihilation of Judaism; Sebastiano Galanti Grollo (Università di Bologna), I "Quaderni neri" di Heidegger e il pensiero dell'evento; Alberto Martinengo (Università Statale di Milano), Il principio d’anarchia; Paolo Vinci (Sapienza Università di Roma), Hölderlin nei “Quaderni neri” e nei “Contributi” (Martedì 24 novembre ore 15.00). Francesco Valerio Tommasi (Sapienza Università di Roma), La “distruzione” nei “Quaderni neri”. Heidegger e la storia della filosofia alla fine degli anni '30; Holger Zaborowski (Philosophisch-Theologische Hochschule Vallendar – Germania),Metaphysics, Christianity, and the “Death of God” in Heidegger’s Black Notebooks 1931–1941; Vincenzo Vitiello (Università San Raffaele), Religione e politica in Heidegger; Gianni Vattimo (Università di Torino), Heidegger teologo cristiano? (Mercoledì 25 novembre ore 9.00).

 

La prima sessione del convegno, che ha avuto luogo nella sala convegni del CNR, è stata aperta dalla relazione di Trawny, il quale si è concentrato sulla Spannung epica che attraversa i Quaderni neri. L’argomentazione dell’ex presidente della Martin-Heidegger-Gesellschaft parte da un passo presente nel volume 76 della Gesamtausgabe[3] in cui Heidegger afferma: «Come si può sapere che cos’è la storia, se non si sa cosa sia la poesia» (GA 76, p. 233). La storia, spiega Trawny, non si configura come comprensione di una serie di accadimenti, ma si esplica nel poema, in ciò che è poetato, nel mito. Nell’affermazione del mito la storia assurge ad assoluto. È così facendo che Heidegger spezza il rapporto con la filosofia concepita come argomentazione, come ricerca dialogica, piegandola verso una dimensione mito-logica in cui essa diviene narrazione del “dramma della storia dell’Essere”, “mytho-logia dell’evento”. Nella cornice drammatica delle “riflessioni” la storia si dispiega sotto gli occhi del solo spettatore Heidegger, come luogo dell’affermazione del popolo tedesco. È in questo punto che la storia dell’Essere si fa, nelle Anmerkungen, “topografia della guerra” e la guerra diviene decisione apocalittica. Una decisione secondo Trawny in cui tutti ricoprono un ruolo. Nell’orizzonte mitico di una fine restauratrice combattono forze archetipiche: da un lato i greci e i tedeschi custodi dell’inizio, dall’altro i “procrastinatori” della fine: americani, inglesi, bolscevichi e soprattutto gli ebrei, il popolo della Machenschaft (Macchinazione), coloro che sono destinati all’autoannientamento dalle condizioni apolidi e capitalistiche che ne caratterizzano l’essenza, a trascinarsi dietro con il loro declino “il vuoto di un tempo in cui la storia è solo ancora l’intatto gusto per il consumo”.

L’intervento di Donatella Di Cesare si inserisce nel solco tracciato da Trawny. Intento della ex vice-presidentessa della Martin-Heidegger-Gesellschaft è quello di tratteggiare i lineamenti del panorama apocalittico che fa da sfondo ai Quaderni neri. Quello descritto da Heidegger è il paesaggio del nichilismo compiuto, “la fredda notte dell’Essere”, una notte che tuttavia non assume un’accezione negativa, ma si fa scrigno di una rinnovata profondità ontologica, orizzonte crepuscolare di passaggio verso l’aurora di un nuovo inizio. Di Cesare mostra brillantemente come nelle insenature di questo movimento radicalizzato dell’Essere si nascondano radicali affermazioni di carattere politico che assumono intonazioni sempre più aspre con il precipitare degli eventi della Germania pre-bellica.  Nella drammatica escatologia heideggeriana si inserisce prepotente la figura dell’ebreo, colui che, attraverso il progresso, reitera il crepuscolo, in un perpetuo incalzare di una fine senza fine, di un tramonto che non volge mai alla notte, proprio quella notte cui aspira la “Germania segreta”, l’avanguardia dell’Essere, pronta ogni istante alla “decisione inattesa dell’altro inizio”. Sul palcoscenico del dicotomico interagire di inizio e fine nelle pagine dei Quaderni neri che vanno dal 1938 al 1941 compare la figura di Marx a rappresentanza di un ebraismo meta-storico, con le caratteristiche catecontiche di dilazione della fine grazie al mantenimento speculativo del dominio dell’ente. Marx rovesciando la dialettica hegeliana ne esclude la fine fisiologica. In questo snodo, spiega Di Cesare, termini come Umkehrung ed Ereignis divengono espressioni di una cinetica filosofica al centro della quale si trova il concetto di Revolution. Rivoluzione per Heidegger non significa sovvertimento (Umkehrung) dell’ordine prestabilito, poiché un simile procedimento mantiene ancora surrettiziamente quel reale che cerca di sovvertire ma piuttosto Ereignis, squarcio di qualsiasi valutazione lineare o ciclica del tempo, evento fuori da qualsiasi gioco speculare dei rivolgimenti storici. L’evento della rivoluzione tuttavia conclude Di Cesare: «è come una stella che passa senza inaugurare il cielo di una nuova costellazione», poiché in Heidegger non vi è nulla di messianico ma solo una più alta e apocalittica “sapienza della catastrofe”.

Nell’intervento successivo, Peter Sloterdijk ha preso le mosse da un celebre passo della seconda lettera ai Galati di San Paolo («Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me», 2,20). L’Essere, seguendo il tragitto dello spostamento ontologico dell’interpretazione heideggeriana del passo paolino è comprensibile solo se si vive la sua chiamata come una vocazione, un destino, ed è proprio su questa dimensione che insiste lo studioso. Per Heidegger infatti questa non è l’unica forma di pre-destinazione: come ci spiega Sloterdijk ve n’è un’altra insita nel suo nome. San Martino è il protettore dei viandanti e il cognome Heid-egger nella interpretazione filologica che ne dà l’autore stesso, richiama al “paganesimo” (Heide) e all’erpice (Egger), lo strumento che nel dissodare il terreno interviene prima dell’aratro. Ciò che emerge in questa particolare chiave di lettura è la figura di un Heidegger  avvinto al suo destino, un destino di cui cercherebbe di liberarsi attraverso l’auto-evocazione letteraria dei Quaderni. In questa ricerca di uno spazio d’apertura nel quale collocare la chiamata dell’essere, il filosofo più che al linguaggio profetico dei grandi monoteismi e dunque anche dell’ebraismo si affida a quello evocativo-poetico (di Hölderlin, per esempio). Su questa decisione tuttavia, secondo Sloterdijk, peserebbe soprattutto la visione caricaturale che Heidegger ha del profetismo, ascrivibile principalmente alla sua grossolana identificazione dell’ebraismo con il razionalismo neo-kantiano. L’intervento si chiude con una indicazione di percorso: «Per accogliere i Gifte (veleni o doni a seconda di come si risolve l’ambiguità semantica del termine) che i Quaderni neri ci offrono abbiamo bisogno di un Gegengift, un antidoto contro il vuoto spirituale e la marginalità del pensiero heideggeriano che in essi trova una potente affermazione».

La chiusa di Riccardo Pozzo si propone come una cronistoria narrata degli eventi fondamentali dal punto di vista socio-politico e culturale degli anni della stesura dei Quaderni neri.

 

La prima giornata del convegno ha avuto il compito di disegnare la cartografia delle tematiche principali che esso si impegna ad affrontare. Gli interventi dei due giorni successivi si sono occupati dunque di approfondire le diverse questioni sollevate o anche solo marginalmente sfiorate.

Volendo suddividere in gruppi le tematiche diversificate degli interventi, si può dire che esse cercano di rendere conto di tre questioni fondamentali: la filosofia che compenetra i Quaderni neri anche nelle diverse prese di posizione rispetto agli eventi storici ad essi contemporanei; la problematica dell’individuazione di una posizione politica da parte di Heidegger nelle affermazioni più marcatamente nazionalistiche e antisemite in essi presenti; il rapporto che queste ultime intrattengono con l’influenza trasversale che la religione ha avuto nel percorso filosofico di Heidegger.  Queste le linee guida da seguire per una valutazione d’insieme degli ultimi due giorni di convegno tenutisi rispettivamente nell’aula Marconi del CNR e nell’aula 1 di Villa Mirafiori.

Sebastiano Galanti Grollo invita ad una lettura attenta delle riflessioni III e IV del quarto volume dei Quaderni neri (46/47) allo scopo di compiere un approfondimento di carattere integrativo rispetto alla filosofia dell’evento di cui si ha la prima forma composita a partire dai Beiträge (1936/38)[4]. Galanti Grollo ha avviato la sua analisi descrivendo la de-localizzazione dell’ontologia heideggeriana. Secondo questi, essa ha luogo attraverso lo spostamento del punto focale della ricerca dell’essere, dall’analitica dell’Esserci alla filosofia dell’evento, dove si esplica la decisione dell’Essere per l’appropriazione del pensiero. Come ci spiega lo studioso, questo processo appropriativo richiede un salto, un distoglimento completo dello sguardo dall’ente per rendere il pensiero libero di essere ap-propriato da- e all’Essere consentendone la Wesung, il dispiegamento essenziale. In esso l’Essere accade, si fa evento, in quanto «dinamica di sottrazione e donazione che è alla base di ogni configurazione storica». Ma l’Essere ha anche una tensione es-propriativa: ritraendosi dall’ente, dà luogo all’avvenire del “proprio” nell’Esserci; appropriandosi dell’Esserci lo es-propria, lo rende partecipe di una radicale eteronomia con ciò che gli è “proprio” esclusivamente in virtù di un evento che innanzitutto significa differimento sostanziale. È in ciò che consiste, dal punto di vista dello studioso, la Gelassenheit, quell’abbandono dell’essere che rende possibile ogni apertura per il lasciar-essere. La visuale offerta da Galanti Grollo lascia dunque spazio per una lettura fenomenologica dell’Heidegger dei Quaderni neri.

Alberto Martinengo illustra la dialettica paradossale che accompagna la distruzione della metafisica di cui si trova traccia nei Quaderni: se dal punto di vista dell’oltrepassamento dell’impaccio ontico, il lavorio teorico presente in essi tende a descrivere l’inabissarsi del fondamento e il sottrarsi di qualsiasi forma di appiglio metafisico sulla strada dell’essere, in vista dell’altro inizio, della dinamica appropriativa del pensiero all’essere, l’attenzione di Heidegger si sposta sempre di più sul concetto di radicamento. Ora il pensiero che vuole ri-fondare partendo dal venire a mancare di un fondamento metafisico deve volgersi all’inizio fondante e alla sua terra natia, alla Grecia pre-socratica di cui il popolo tedesco è unico possibile erede grazie alla capacità elettiva che possiede di recuperarne la potenza evocativa del linguaggio e del pensiero. In questo contesto si inseriscono gli interventi di  Escudero e di Bensussan, di Gutschmidt e di Cohen e Zagury-Orly. Sia Bensussan che Escudero colgono perfettamente il ruolo paradigmatico che riveste la dicotomia tra tedeschi e ebrei nell’Heidegger dei Quaderni: entrambi i popoli rappresentano entità meta-politiche che ricoprono un ruolo decisivo nell’apocalittica heideggeriana. Escudero delinea chiaramente il presupposto teorico che è alla base della mitizzazione da parte di Heidegger del popolo tedesco. Egli, citando un passo della prima pagina del secondo volume delle Ueberlegungen, mostra come nei Quaderni neri si svolga il passaggio dalla Jeweiligkeit, l’essere-sempre-mio di Essere e Tempo, alla Jeunsrigkeit, l’essere-sempre-nostro sul quale si fonda l’archi-politica heideggeriana dello chton, il luogo dove gli uomini dimorano e creano una terra natia (Heimatland). Proprio nella differenza tra il popolo del Blut und Boden (sangue e suolo) e il popolo della Weltlosigkeit, l’assenza di mondo che lega il destino dell’ebreo ad un esilio ontologico prima che territoriale, Escudero individua la matrice dell’antisemitismo ideologico di Heidegger, da distinguere del tutto dall’antisemitismo biologico dell’ideologia nazista.

L’esilio ontologico è secondo Cohen e Zagury-Orly alla base della concezione heideggeriana di auto-annichilimento del popolo ebraico. Non potendo partecipare della meccanica del disvelarsi della verità dell’essere e di una vicenda storica che abbia innanzitutto una spinta interna ed autonoma, il popolo ebraico è posto al di fuori di qualunque diritto di residenza nella topografia dell’altro inizio, letteralmente s-radicato da qualsiasi accadimento dell’essere o del mondo.

A chiusura del convegno Vincenzo Vitiello e Gianni Vattimo cercano di restituire una visione d’insieme del rapporto che Heidegger intrattiene con la religione e con la politica.

Vitiello riflette sulla dimensione istorica dei Quaderni neri, sull’estensione cioè dell’elemento “autobiografico” delle Ueberlegungen alla storia del mondo. A suo modo di vedere, la proiezione delle proprie vicissitudini di pensiero non conduce Heidegger ad una visione razionalistica della storia tipica del soggettivismo moderno, ma si distingue da essa per la presenza di un continuo riferimento al Boden, per la ricerca spasmodica di un terreno d’appartenenza, di un Feld. Quest’elemento è fondamentale per individuare la radicalità dell’adesione al nazismo di Heidegger che corrisponde per Vitiello al ritorno nella caverna del filosofo che è ritorno all’antica Grecia. Secondo il pensatore, retrocedendo fino agli albori dell’Historie si arriva a scorgere il principio eversivo della Seinsgeschichte intesa come forza che irrompe a sovvertire qualsiasi interpretazione umana e dunque tecnica della storia. Nello spostamento semantico tra Historie e Geschichte si può dunque individuare quel meccanismo teorico che conduce Heidegger ad una posizione critica nei confronti della teologia politica di C. Schmitt e all’identificazione del popolo ebraico con la tecnica e la macchinazione. Proprio per questo, spiega Vitiello, egli non avrebbe mai potuto aderire all’idea di un antisemitismo di stampo razziale. L’ultima riflessione dell’intervento riguarda il rapporto di Heidegger con la spiritualità. I Quaderni neri ne sarebbero penetrati da cima a fondo. Riportando l’attenzione ad Essere e Tempo, il luogo in cui Heidegger parla dell’assunzione in proprio di un essere che chiama da una dimensione altra rispetto all’Esserci, Vitiello conclude con un’affermazione provocatoria: «Heidegger per tutta la vita non ha fatto altro che cercare di esorcizzare l’ebreo che ha dentro di sé».

Vattimo decide di chiudere i lavori riportando delle riflessioni di carattere personale sulla questione della possibilità di un’etica in Heidegger. A suo modo di vedere se deve esistere un’etica essa può essere solo di stampo cristiano. Identificando il silenzio dell’Essere con il silenzio degli oppressi di beckettiana memoria, Vattimo descrive il rapporto circolare che lega il cristianesimo e l’opera heideggeriana: «Non si può essere cristiani senza aver letto Heidegger e non si può comprendere veramente Heidegger senza essere cristiani». Questo il circolo attorno al quale ruota l’intervento di Vattimo, più autobiografico che analitico, ma in questo caso il racconto vivo della lettura di uno dei suoi più grandi interpreti rende forse più eloquentemente in trasparenza ciò che la sua opera rappresenta: un Weg, il tentativo di avviarsi ed avviare al pensiero al di fuori di qualsiasi presa di posizione dottrinale o di riparo metafisico.

Ma il pensiero di Heidegger non è stato solo luce rischiaratrice, nella solitudine del cammino dei Quaderni neri tutto si fa più oscuro e scabroso, la storia irrompe con prepotenza nel panorama che si para di fronte al viandante sulla via della Seynsgeschichte e si fa più viva la ricerca di un luogo di riparo, non la Germania nazista, non i totalitarismi, non più il cristianesimo, ma la storia che volge ad un nuovo “altro” epocale inizio. 


Il convegno è riuscito in generale a mantenere la promessa di non scadere mai nel giudizio fazioso, nella condanna senza appello alle affermazioni più radicali e alle derive politiche del pensiero heideggeriano. I vari interventi hanno disegnato in maniera chiara il contesto teorico e storico nel quale si sono sviluppate le annotazioni dei Quaderni e hanno cercato, ognuno a modo proprio, di evidenziarne la ricchezza teoretica oltre il facile giudizio morale. L’obiettivo principale tuttavia non è stato né quello di ricostruire un percorso giustificazionista né tanto meno quello di fare una genealogia dell’antisemitismo heideggeriano, ma piuttosto quello di recuperare e mettere al riparo da livellamenti delittuosi quegli elementi dell’Heidegger filosofo che hanno così profondamente condizionato il pensiero contemporaneo e che nei Quaderni trovano una loro esposizione, se possibile, persino più ricca e penetrante.


Note



[1] M. Heidegger, Quaderni Neri, trad. di A. Iadicicco, Bompiani, Milano 2015

[2] In totale ne sono previsti 9. Nell’ordine i 4 sinora editi: M. Heidegger, (GA 94) Ueberlegungen II-VI (Schwarze Hefte 1931-1938), Klostermann, Frankfurt am Main 2014; M. Heidegger, (GA 95) Ueberlegungen V-II (Schwarze Hefte 1938/39), Klostermann, Frankfurt am Main 2014; M. Heidegger, (GA 96) Ueberlegungen XII-XV (Schwarze Hefte 1939-1941), Klostermann, Frankfurt am Main 2014; M. Heidegger, (GA 97) Anmerkungen II-V (Schwarze Hefte 1942-1948), Klostermann, Frankfurt am Main 2015.

[3] M. Heidegger, (GA 76) Leitgedanken zur Entstehung der Metaphysik, Klostermann, Frankfurt am Main 2009

[4] M. Heidegger, (GA 65) Beiträge zur Philosophie (Vom Ereignis), Klostermann, Frankfurt am Main 1989



Casella di testo

Citazione:

Daniele Nuccilli, I "Quaderni neri" di Heidegger, 1931-1948. Note sul convegno di Roma (23-25 novembre 2015), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", V, 1, aprile 2016

url: http://www.freeebrei.com/anno-v-numero-1-gennaio-giugno-2016/i-quaderni-neri-di-martin-heidegger-a-cura-di-daniele-nuccilli




Steegle.com - Google Sites Like Button

Steegle.com - Google Sites Tweet Button



Comments